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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Lea Nocera
La Turchia contemporanea
Dalla repubblica kemalista al governo dell'AKP
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La Turchia si conferma attore di primaria importanza anche in seno alla “primavera araba”. Sono molti, infatti, i musulmani del mondo arabo in rivolta che si volgono verso Ankara per cercare di imitare quella commistione di populismo islamico e modernismo coniato da Recep Erdoğan, con il quale il geniale (o solo opportunista?) politico turco è riuscito a riportare la Turchia alla ribalta dell'attenzione internazionale. Erdoğ riscuote pure l'approvazione di quei turchi che, pur non votandolo, apprezzano il lavoro da lui svolto durante questi anni. Il premierato di Erdoğan ha riportato diversi successi, interni ed esterni: un notevole abbattimento dell'inflazione, un più diffuso benessere tra tutta la popolazione, ampi spiragli di composizione delle diatribe etnico- religiose, e, soprattutto, un'affermazione perentoria del prestigio della Turchia sul piano internazionale. Certamente la disoccupazione giovanile continua ad essere motivo di grave malcontento (il tasso di disoccupazione è del 9,6%, ma la percentuale raddoppia quasi al 18,6% per i turchi fra i 15 e i 24 anni); per non parlare dei non completamente sedati dissidi con la minoritaria componente curda. E' soprattutto sul piano internazionale che Recep Erdoğan ha vinto una cruciale partita, riportando il suo Paese ai fasti della diplomazia ottomana: molti dei paesi musulmani guardano ad Ankara come modello da imitare per il suo sapiente equilibrio tra modernità e tradizione, ovvero per la salvaguardia dei costumi islamici e la spinta verso democrazia e modernizzazione. Un'inchiesta condotta l'anno scorso dal Pew Research Center’s Global Attitudes Project (PRCGP) mostra, ad esempio, come la stragrande maggioranza degli egiziani nutra piena fiducia nell'opera dell'AKP, sentimento condiviso anche dai giordani (ricordiamo che la Turchia si è eretta quale difensore dei diritti dei palestinesi, molti dei quali risiedono proprio in Giordania) e dai pakistani (ampiamente aiutati da Ankara durante le terribili inondazioni del 2010). Attualmente, poi, la Turchia sta ospitando oltre 5mila siriani scappati dalle atrocità commesse dal regime di al-Assad.
In questi anni Erdoğan ha tessuto accordi politico-commerciali con i più importanti paesi asiatici, perfino con il nemico di sempre, l'Iran, e al contempo ha continuato a tendere la mano verso l'Europa. Ma qui, sempre secondo l'inchiesta del PRCGP, si annidano diversi “turcoscettici” che non si lasciano ammaliare dai completi giacca-cravatta del primo ministro turco e non vogliono ammettere Ankara all'affollato tavolo di Bruxelles. Erdoğan, peraltro, continua imperterrito a porsi come interlocutore nelle situazioni che l'Europa non riesce a sbrogliare, quali il nucleare iraniano (la Turchia è stata sede di incontri tra Iran e la commissione internazionale per l'energia atomica. Erdoğan ha sottolineato più volte come quest'anno abbia affrontato l'ultima tornata elettorale, ma i più cinici affermano che, dopo quest'ultimo premierato, egli punterebbe a divenire presidente della repubblica turca. Un compito non certo impossibile per un uomo che riscuote un successo personale paragonabile solo al suo antesignano rivale, il mitico Kemal Atatürk. Erdoğan nutre ambiziosi progetti che potrebbero essere stata la ragione per cui ha convinto molti dei suoi concittadini a rinnovargli il mandato, quale il piano per scavare un canale di congiunzione tra il Mar Nero e quello di Marmara che consentirebbe di aprire una via alternativa al Bosforo per l'accesso al Mediterraneo dei mercati di Russia, Ucraina, Romania e Georgia, nazioni che ovviamente, dovrebbero in cambio pagare lucrosi pedaggi al governo di Ankara.
Oltre a questo successo restano però molte ombre, a cominciare dal problema delle minoranze (soprattutto quella curda) che il governo di Ankara non ha ancora affrontato in modo soddisfacente; per non parlare della tensione tra “islamisti” e “kemalisti” che serpeggia nella società turca, soprattutto nelle aree mediterranea e centrale.
Questi problemi vengono affrontati dal saggio di Lia Nocera, che, dopo una puntuale contestualizzazione storica del paese euro-asiatico, esamina questioni quali le politiche economiche, i rapporti con l'Europa, la questione delle minoranze religiose, il ruolo dell'esercito ed altri nodi cruciali che si snodano in seno alla Repubblica Turca.

 

Anna Vanzan

 

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[scheda antologica a cura di Anna Vanzan]

 

Lea Nocera
La Turchia contemporanea
Dalla repubblica kemalista al governo dell'AKP

 

Introduzione - Il kemalismo - La lingua, la storia - L’islam politico - La questione curda - La questione alevita - La politica economica - Il movimento femminista - Conclusioni

 

Introduzione

[…] In meno di dieci anni la Turchia ha visto la vittoria di un partito di ispirazione islamica, l'avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea, una crescita economica esponenziale, l'affermazione di un ruolo chiave sulla scena internazionale. Proprio le pressioni dell'Unione Europea sul governo turco per una maggiore tutela dei diritti umani, hanno portato a osservare con maggiore attenzione gli sviluppi legati alla questione delle minoranze, e in particolare alla questione curda, o più in generale al processo di democratizzazione in corso. [pp. 11-12]

 

Il kemalismo

[…] il kemalismo nonostante la struttura riassunta nelle sei frecce non offre un quadro ideologico coerente e univoco. La diversità dei principi e la possibilità di interpretarli in diverso modo danno vita sin dalla morte di Atatűrk e nel corso degli anni successivi a esiti persino contraddittori, per cui ancora oggi convivono al suo interno espressioni contrastanti, ridotte, in un difficile tentativo di ricorrere a modelli politici usuali, a orientamenti di destra o di sinistra. [p. 24]

 

La lingua, la storia

La definizione di un'identità nazionale, laica e moderna, a cui mira l'insieme delle riforme e il nazionalismo, non può prescindere da due caratteristiche alla base della nazione, la lingua e la storia. Le riforme che avvengono in ambito linguistico e storiografico occupano un posto di rilevanza nel processo di costruzione dello Stato-nazione e rispondono all'intento di favorire un orgoglio nazionale che possa radicarsi bel oltre la storia dell'impero ottomano. L'importanza che la lingua occupa nella politica kemalista è testimoniata dall'interesse con cui l'argomento viene affrontato in importanti dibattiti politici, in Parlamento, al Congresso dell'economia di Izmir del 1923 e nei congressi linguistici organizzati a partire dal 1932. […]
L'ondata di rinnovamento non può non investire anche l'ambito storico. In modo analogo alla lingua, anche la storia diventa quindi oggetto di primario interesse per l'élite kemalista. [...] L'Anatolia, che non è mai esistita in precedenza come entità politica, poiché sempre integrata in sistemi più vasti o al contrari frammentata in numerosi principati, diventa culla della civiltà turca. I sumeri e gli ittiti sono descritti come popolazioni prototurche. L'insegnamento di queste teorie è introdotto in ogni grado di istruzione dal 1932 e ripreso nei libri di testo ancor oggi. [pp. 27-28]

 

L’islam politico

Per quanto un articolo della Costituzione proibisca l’uso politico della religione negli anni della seconda repubblica l’islam irrompe in modo manifesto sulla scena politica con la formazione di un partito di marcata ispirazione religiosa, il Milli Nizam Partisi di Necmettin Erbakan. Pur richiamandosi ai valori democratici e non potendo dichiarare apertamente il proprio orientamento religioso, nel programma viene posta molta enfasi sui valori della morale e della virtù (ahlak ve fazilet), concetti fondamentali nel lessico religioso. Il partito promuove la giustizia sociale e la libertà di espressione, intesa soprattutto come libertà religiosa e dichiara di essere ostile a un secolarismo che si mostri apertamente contrario alla religione. Erbakan fa della religione l’orientamento di base della sua politica, anche nella critica posta alle scelte di politica estera del governo e in particolare la volontà di legarsi all’Europa cristiana piuttosto che al mondo arabo islamico [Landau, 1974, pp. 189-190]. Dopo essere chiuso nel 1971 il partito riprende le attività sotto un altro nome, il Milli Selamet Partisi (Msp, Partito per la Salvezza nazionale). Contemporaneamente l’organizzazione politica fondata nel 1969 da Erbakan e che rappresenta la premessa alla fondazione del partito, Milli Görüş (visione nazionale) comincia a diffondersi e a reclutare seguaci tra i turchi emigrati all’estero, diventando nel corso degli anni una delle maggiori organizzazioni tra i turchi all’estero. Nonostante nella storia della repubblica diversi partiti usano in senso politico l’argomento religioso per allargare la base elettorale, è con la partecipazione del Msp alle elezioni del 1973 che si misura per la prima volta l’importanza della
religione nel comportamento politico. [p. 70]

 

La questione curda

A partire dagli anni ottanta la questione curda assume enorme rilevanza sul piano politico. Se con il processo di democratizzazione inaugurato negli anni sessanta emergono, all'interno degli ambienti di sinistra, i primi gruppi intellettuali e politici che rivendicano il rispetto dei diritti della minoranza curda, dopo il colpo di Stato la questione assume i toni di un conflitto violento, che infiamma in particolare la regione sud-orientale. L'ondata di repressione che segue il colpo di Stato colpisce duramente anche i curdi tanto sul piano militare, poliziesco e amministrativo quanto su quello culturale e ideologico. Arresti di massa costringono al carcere migliaia di curdi, provocando anche un cambiamento nel profilo sociale dei detenuti curdi: agli intellettuali succedono figure più modeste e meno colte, chein molti casi si formano negli anni di detenzione. […]
La questione curda passa anche per l'affermazione della differenza culturale. Se il governo turco è accusato di una politica assimilazionista, di turchizzazione forzata, proibendo non solo l'uso della lingua ma anche dei nomi propri in curdo, nel corso degli anni ci sono diversi tentativi da parte curda di affermare e diffondere la propria cultura. Nei primi anni novanta, in concomitanza con il cambio di politica di Őzal, appaiono numerose associazioni , fondazioni, riviste, quotidiani e case editrici per la promozione della cultura curda. Uno degli obiettivi è mantenere viva la cultura soprattutto tra i giovani, nati e cresciuti spesso lontani dai villaggi di origine. Con questo scopo a Istanbul viene fondato il Centro Culturale della Mesopotamia (MKM). Anche all'estero la diaspora curda si organizza dal punto di vista culturale, mediante la nascita, ad esempio, di un canale satellitare in lingua curda, Med Tv, lanciato nel 1995 (successivamente Medya Tv e infine Roj TV). A partire dagli anni novanta è soprattutto il processo di avvicinamento all'Unione Europea, e in particolare le pressioni europee per la tutela dei diritti umani, a incidere in modo determinante sulla questione curda, che diventa una sorta di barometro per misurare lo stato di avanzamento del paese in questa direzione. [pp. 89-93]

 

La questione alevita

[…] L'emergere del movimento alevita è il risultato di una serie di processi concomitanti: la repressione seguita al colpo di Stato e il crollo dell'Unione Sovietica, che causano il collasso della sinistra turca, in cui sono impegnati molti aleviti; il rafforzamento del movimento curdo, che provoca il rischio di divisione tra gli aleviti; la semi ufficializzazione della sintesi turco-islamica e l'affermazione dell'islam politico, percepite come una minaccia di assimilazione. [p. 101]

 

La politica economica

[…] In generale, gli anni del governo dell'AKP sono segnati da un'importante crescita economica. Uno degli aspetti più dinamici dell'economia è rappresentato dal settore imprenditoriale. In particolare, si afferma una tendenza già registrata alla fine degli anni novanta, che vede prevalere le piccole e medie imprese a connotazione familiare, situate soprattutto nelle province anatoliche. L'AKP, come prima l'RP, è rappresentativo di una borghesia islamica affermatasi a partire dagli anni ottanta, ben diversa dall'elettorato politico di Erbakan, il Millî Selamet Partisi, emerso soprattutto come un partito di piccoli commercianti dell'Anatolia. [pp. 110-112]

 

Il movimento femminista

Nel 1980 ha inizio ciò che è stata definita la “nuova ondata femminista”. È grazie ad alcune donne che si impegnano nel primo effettivo movimento di opposizione al regime del 1980. Negli anni Settanta, nel clima di contestazione politica, i gruppi di donne agiscono a margine delle organizzazioni di sinistra ma si pongono in una posizione scettica rispetto all’ideologia femminista. La più importante, l’İlerici Kadınlar Derneği (Associazione delle donne progressiste, İkd), fondata nel 1975 e legata al partito comunista illegale, intraprende una serie di azioni rivendicative a favore di un miglioramento della situazione delle donne e si pregia di una fitta rete di relazioni con associazioni femministe straniere, di cui si avvale per fare pressioni sul governo di Ecevit quando decide di chiudere l’associazione, anticipando la sorte di molte organizzazioni messe al bando dopo il colpo di Stato. A parte l’İkd il panorama associativo delle donne è altrimenti, sin dagli anni Cinquanta, popolato di associazioni “non politiche”, come l’Associazione delle madri o l’Associazione delle donne laureate, che Şirin Tekeli definisce “associazioni celebrative”, dato che ritornano attive solo nei giorni di commemorazione della repubblica e di Atatürk (Tekeli, 2005, p. 270). Sin da subito dopo il golpe del 12 settembre alcune intellettuali si incontrano e aprono spazi di discussione su questioni femministe. Nel 1984 scelgono di unirsi in una casa editrice, il Kadın Çevresi (il Circolo delle donne) che permette loro di sfuggire alle nuove norme sulle associazioni e allo stesso tempo di tradurre e pubblicare testi classici del femminismo e di organizzare conferenze pubbliche e dibattiti. Nella seconda metà degli anni Ottanta si susseguono una serie di azioni che vedono il movimento femminista impegnato per l’applicazione della
Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), un accordo internazionale redatto dalle Nazioni unite e adottato dal governo nel 1985, o ancora contro la violenza domestica e per la riforma del codice civile. Nel 1987 organizzano la prima manifestazione legale degli anni Ottanta che ha anche risonanza dei media e segna l’inizio reale di un movimento delle donne.
Negli anni Novanta cambia molto e, anche se meno visibile, risulta più numeroso e più diffuso. Inoltre, si diversifica rispecchiando la pluralità sociale che emerge in questi anni: per cui accanto alle femministe radicali compaiono le femministe kemaliste, curde e islamiche. I diversi gruppi si caratterizzano per priorità differenti e formano delle alleanze mutevoli in base alle diverse questioni che si presentano: il velo, il codice civile, la violenza. Allo stesso tempo il movimento femminista tende a istituzionalizzarsi e la questione di genere diventa un tema ricorrente sulla stampa, nell’ambiente accademico e in politica (Arat, 2008, pp. 397-418). Nel 1990 viene istituita nell’ambito del Ministero della sciurezza sociale e del lavoro la Direzione generale dello status e dei problemi delle donne (KSSGM) nell’ambito dell’applicazione del Cedaw. Il risultato più importante riportato dal movimento femminista nato nei primi anni Ottanta è la revisione del Codice civile, approvata all’Assemblea nazionale il 22 novembre 2001. Al centro di accesi dibattiti che impegnano intensamente le femministe per almeno due decenni, la riforma del Codice civile comporta innanzitutto delle trasformazioni importanti nella struttura della famiglia, che un articolo della nuova legge definisce “fondamento della società turca, basata sull’eguaglianza dei generi”. Non solo il marito non è più il capo di famiglia a cui spettano le ultime decisioni, alla donna viene garantita la totale parità con l’uomo, anche sul piano economico grazie all’articolo – uno dei più dibattuti e osteggiati - che sancisce in caso di divorzio il diritto all’acquisizione della metà del patrimonio coniugale. Viene inoltre stabilita un’età minima per sposarsi uguale per ambo i sessi e sono riconosciuti pari diritti ai figli nati dentro e fuori il matrimonio. La battaglia per l’abrogazione del Codice civile introdotto nel 1926 su modello di quello svizzero incontra numerosi ostacoli e opposizioni, anche perché considerato dai kemalisti un “monumento alla laicità” voluto da Atatürk, ma alla fine di un percorso difficoltoso e lungo viene approvata da una da una maggioranza schiacciante anche grazie ai voti degli ultraconservatori e della
destra moderata. [pp. 99- 100]

 

Conclusioni

Gli assi binari, laicità-religione, tradizione-modernità, Oriente-Occidente, che hanno da sempre compresso le dimensioni plurali della società turca e guidato le interpretazioni del paese, inevitabilmente condannandole ad analisi parziali e incomplete, si sono aperti in un articolato sistema in cui elementi apparentemente contrapposti coesistono e generano processi dinamici. [...]
Il processo di riforme, a cui ha dato un forte impulso il percorso di integrazione della Turchia nell'Unione Europea, ha modificato il sistema politico e giuridico del paese, ampliando i margini dell'arena politica e determinando lo sviluppo di pratiche politiche. Più in generale, è il concetto stesso di democrazia ad aver conosciuto una ridefinizione significativa, per cui pare difficile oggi pensare a una riaffermazione di quei poteri forti, rappresentati in modo emblematico dai militari, che porterebbe inevitabilmente a una netta inversione di tendenza. [...]
Il nuovo orientamento assunto dall'Akp, che vede il paese impegnato su più fronti, dal Medio Oriente al Caucaso, fino ad arrivare in Cina e in America Latina permette al governo di Erdogan di dare prova anche sulla scena internazionale del dinamismo che sta vivendo il paese e di consolidare la legittimità della Turchia come paese democratico, moderno e islamico. [...] Senza dubbio il processo di democratizzazione e di trasformazione politica, a cui ha contribuito il partito di Erdoğan, ha incoraggiato nei tempi più recenti l’espressione di nuove istanze da parte della società turca che guadagnano sempre maggiore spazio e rilevanza. Inoltre, ha generato cambiamenti nell’opposizione politica rappresentata dai kemalisti, che cerca oggi di rinnovarsi, e nella definizione di una sinistra indipendente che guarda con fiducia ai meccanismi della democrazia parlamentare ed è impegnata a gettare le basi per giungere a una sana alternanza democratica, sempre con un occhio vigile sulle propaggini oscure dello Stato profondo. Anche ciò prova come la storia repubblicana sia intrisa del discorso politico sulla nazione, sulla democrazia, sulla modernità che ha accompagnato la nascita della Turchia moderna ed è inevitabilmente mutato nel corso del tempo, portando a una continua ridefinizione del paese, pagata al prezzo di ripetute fasi di instabilità politica ed economica e di terribili momenti bui per la popolazione. Il percorso non si è arrestato ma anzi si apre su orizzonti diversi in cui ci si augura che la Turchia sia capace di resistere a nuove spinte nazionalistiche e derive autoritarie [pp. 127-132]

 

Lea Nocera

 

Indice del volume:

Introduzione - 1. L’era del partito unico (1923-45) - 2. La transizione democratica. Dall’introduzione del multipartitismo al primo colpo di Stato (1946-60) -3. La seconda repubblica (1960-80) - 4. La terza repubblica. Dal colpo di Stato militare al governo islamico (1980-2002) - 5. L’AKP al governo (2002-10)

 

Lea Nocera
La Turchia contemporanea.
Dalla repubblica kemalista al governo dell'AKP

Carocci Editore
Roma 2011

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