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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
rapporto Demos 2010
Gli Italiani e lo Stato
diretto da Ilvo Diamanti
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Sfiducia, aspettative incerte, inadeguatezza della classe dirigente e di governo, desiderio di regole e di ordine istituzionale, abbandono del futuro. Letto a più di un anno di distanza il Rapporto annuncia la deriva del presente e offre le radici dei comportamenti attuali degli italiani e del clima morale del nostro quotidiano. Le emozioni che stiamo vivendo fanno quasi un DNA del presente e il testo è di attulità. Da leggere e rileggere. Il rapporto annuale su Gli Italiani e lo Stato, diretto da Ilvo Diamanti, è giunto alla tredicesima edizione. L'indagine è stata realizzata da Demos & Pi (con la collaborazione del LaPolis - Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell'Università di Urbino), su incarico del Gruppo L'Espresso. Essa è curata da Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Ludovico Gardani e Natascia Porcellato. La ricerca si basa su un sondaggio telefonico svolto, nel periodo 16-20 novembre 2010, da Demetra. Le interviste sono state condotte con il metodo CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing), con la supervisione di Claudio Zilio. I dati sono stati successivamente trattati e rielaborati in maniera del tutto anonima. Il campione, di 1300 persone, è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre, per genere, età e zona geopolitica.
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Paese sospeso e sempre più diviso - Giù la chiesa, salgono, giudici, carabinieri, polizia - Voglia di “uomo forte e nostalgia dei partiti - E la spaccatura del Paese pesa sul 150° dell’Unità - Il federalismo perde appeal: resiste al Nord, crolla al Sud - La scelta di partecipare però non tramonta - Bocciati tutti i servizi pubblici: solo la sanità si difende

 

Paese sospeso e sempre più diviso

Il XIII Rapporto su Gli italiani e lo Stato di Demos-la Repubblica ritrae un Paese sospeso e sempre più diviso. Sospeso: in un presente infinito, povero di legami e di prospettive. Diviso: da tensioni vecchie e nuove, sempre più profonde. Un Paese contraddittorio, attraversato da risentimenti e timori sempre più diffusi. La prima linea di divisione separa la società dalla politica. Cresce, anzitutto, la sfiducia verso i partiti (considerati persino peggio delle banche). Ma anche verso il Parlamento. Oltre un terzo dei cittadini ritiene che abbia troppo potere. E perdono credito anche le organizzazioni di categoria: sindacati e associazioni imprenditoriali. In altri termini, si avverte un diffuso malessere verso la democrazia rappresentativa che alimenta il consenso verso una democrazia «senza mediazioni».
Ciò spiega la crescente disponibilità verso soluzioni presidenzialiste. Ma anche l'attesa di «uomini (più o meno) forti», espressa da circa sei italiani su dieci. Più che il favore verso un regime autoritario, questo orientamento rispecchia la domanda - totalmente elusa - di figure «autorevoli». Cioè: di una classe politica credibile.
La seconda linea di divisione separa gli italiani dalle istituzioni di governo e dallo Stato. Centrali e territoriali. Cala la fiducia verso le Regioni e i Comuni ma, in particolare, verso lo Stato. Anche se, nello stesso tempo, gran parte degli italiani ritiene che tutti questi ambiti di governo dispongano di poteri insufficienti. Segno che la sfiducia riflette, soprattutto, la delusione per l'inadeguatezza dell'azione pubblica. Solo il Presidente della Repubblica mantiene un grado di consenso molto alto (71%). Probabilmente perché costituisce il principale, se non unico, riferimento condiviso. Anche la fiducia verso le Forze dell'ordine appare molto elevata, a conferma del sentimento di incertezza diffuso nel Paese. È significativo anche il credito, crescente, riconosciuto alla Magistratura. Artefice di un confronto quotidiano con gli attori politici e di governo, che spesso sfocia nello scontro. La fiducia nei magistrati, per questo, riflette «anche» la sfiducia nella politica. Più che opposizione, questo atteggiamento rivela delusione - intensa e diffusa - verso le istituzioni pubbliche e i servizi che erogano. La scuola pubblica, in particolare, ha perduto consenso in modo continuo nell'ultimo decennio. Soprattutto fra i giovani. E fra gli studenti. Non perché non ne vogliano più sapere. Ma perché sono insoddisfatti per come (non) funziona. Costretta ad affrontare compiti sempre più impegnativi con risorse sempre più scarse.
Gli italiani, tuttavia, continuano a preferire il pubblico al privato. E vorrebbero che tutte le istituzioni di governo - le Regioni, i Comuni, ma anche l'Unione Europea - ottenessero maggiori poteri. E li esercitassero. Meglio di ora.
La terza linea di divisione segna l'indebolirsi dei legami tra le persone e, insieme, la rimozione del futuro dall'orizzonte sociale. Fra gli italiani, è, infatti, cresciuta la sfiducia verso il futuro ma soprattutto nei confronti degli altri. Noi: sempre più stranieri a casa nostra, perché gli altri ci appaiono stranieri. Noi: schiacciati nel presente perché impauriti dal futuro. Un Paese sospeso.
La quarta linea di divisione - anch'essa antica e nuova - distanzia e oppone le diverse Italie. Anche se gran parte della popolazione, alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario, considera l'Unità d'Italia una conquista positiva, molti segnali vanno in direzione opposta. Ed evocano un clima di ri-sentimento nazionale. Acceso dai progetti di riforma in discussione in Parlamento. Primo fra tutti il «federalismo», percepito come una minaccia da ampi settori della popolazione. Soprattutto, ma non solo, nel Sud, dove è ritenuto un metodo per schiacciare il Mezzogiorno. Oltre il 40% dei cittadini del Sud - e oltre un terzo di quelli delle regioni del Centro - considerano il Nord egoista. Interessato alla riforma federalista - invocata dalla Lega - perché ne è il principale, se non unico, beneficiario. D'altronde, un terzo dei cittadini del Nord considera il Sud «un peso per lo sviluppo del Paese». Mentre nelle regioni del Centro non si fanno distinzioni né preferenze. Verso i meridionali e verso i nordisti. Definiti, rispettivamente: assistiti ed egoisti. Insomma: tutti contro tutti.
Avanza, quindi, un Paese spaesato. Diverso da quello che abbiamo conosciuto e descritto da quando abbiamo iniziato questa indagine sul rapporto fra gli italiani e lo Stato. Quasi 15 anni, attraversati dall'attesa di grandi cambiamenti politici e istituzionali.
Oggi si scorge soprattutto delusione. E disorientamento. Domanda e insoddisfazione al tempo stesso: verso il pubblico, verso i poteri locali, verso gli attori politici, vecchi e nuovi. Il malessere appare denso e vistoso soprattutto fra i giovani. I più insofferenti: verso la democrazia rappresentativa, i partiti, il federalismo. I più insoddisfatti: verso le istituzioni pubbliche e verso i servizi. Verso la scuola. Ma al tempo stesso, i più impegnati, i più coinvolti, in ambito politico e sociale. I più attivi e mobilitati. Protagonisti di questa stagione di proteste. Soprattutto i giovanissimi. Quelli che hanno meno di 25 anni. Nati quando il Muro stava per cadere o era già caduto. Socializzati alla politica nell'epoca in cui i partiti di massa non esistevano già più.
La Lega, Berlusconi, la tele-politica personale e personalizzata costituiscono, per questi giovani, un orizzonte normale. L'unico che essi abbiano conosciuto. Per questo, probabilmente, esprimono tanta insofferenza. Nati nella Seconda Repubblica fondata da Berlusconi, sperano che questo presente infinito finisca presto. E che, all'orizzonte, si riaffacci, finalmente, il futuro.

Ilvo Diamanti

 

Giù la chiesa, salgono, giudici, carabinieri, polizia

La diffusione di sentimenti di tipo antipolitico è un fenomeno che investe un po' tutte le democrazie europee. Nel nostro Paese, tuttavia, la sua intensità ha da tempo superato i livelli di guardia. E non accenna ad arrestare la propria crescita: meno di otto italiani su cento, oggi, si fidano dei partiti; appena il 13% del Parlamento (con un calo di 10 punti rispetto al 2006). Ma se la politica slitta sempre più in basso, la congiunzione tra crisi economica e di governo determina uno smottamento, sul terreno della fiducia, che coinvolge quasi tutte le principali istituzioni. Solo tre, in questa fase, strappano il consenso della maggioranza degli italiani: le Forze dell'Ordine e il Presidente della Repubblica, stabilmente sopra il 70%; la scuola, che, sebbene in evidente flessione, supera ancora l'asticella del 50%
Altre istituzioni si fermano appena sotto questa soglia. E' il caso della Magistratura e dell'Ue (49%). Ma anche della Chiesa, che per la prima volta, nelle nostre rilevazioni, ottiene un consenso minoritario: 47% (pochi anni fa superava il 60%). Sebbene il sentimento europeista si sia raffreddato, l'Europa continua a rappresentare il primo riferimento istituzionale per i giovani. L'opinione pubblica italiana, peraltro, chiede che l'Ue rafforzi i propri poteri (53%). La crescente insoddisfazione non riguarda dunque l'istituzione in sé, ma il ruolo e le prerogative assegnatele. Un discorso che possiamo estendere alle istituzioni periferiche dello Stato. Comuni (41%) e Regioni (33%) arretrano sensibilmente nei consensi, ma sei persone su dieci vorrebbero attribuire loro maggiore autonomia. Del resto, la fiducia nello Stato, nel suo complesso, si ferma oggi al 30%. Più in generale, gli italiani sembrano invocare un rilancio della dimensione pubblica, nel segno del decentramento e di un rafforzamento delle istituzioni continentali. Una spinta che non sorprende, in un momento in cui le dinamiche economiche alimentano l'incertezza e le istituzioni del mercato, a loro volta, arretrano. Le associazioni di rappresentanza del lavoro autonomo e dipendente ottengono consensi compresi tra il 20 e il 30% (con un trend al ribasso che investe soprattutto i sindacati). Risalgono leggermente le banche (23%), dopo il minimo toccato nel 2008.

Fabio Bordignon

 

Voglia di “uomo forte e nostalgia dei partiti

La democrazia è impensabile senza partiti, ma il Parlamento ha troppo potere e il Presidente del Consiglio dovrebbe essere eletto direttamente per poter governare con maggiore efficacia. Questi i principali orientamenti dell'opinione pubblica in merito ai rapporti tra le istituzioni che governano il Paese, con i più giovani a mostrare le maggiori perplessità nei confronti dell'attuale sistema.
Nell'ultimo anno, i critici verso il ruolo del Parlamento sono cresciuti di circa cinque punti percentuali: oggi è circa il 38% degli intervistati a giudicare eccessivi i poteri di Camera e Senato. Contestualmente, sembra essere aumentata anche la quota di quanti vorrebbero eleggere direttamente il Presidente del Consiglio per aumentarne autorità e poteri: su queste posizioni è oggi il 72% degli intervistati (più 4 punti percentuali rispetto al 2009). E tra i giovani entrambi questi orientamenti appaiono più accentuati: la critica verso il ruolo del Parlamento coinvolge il 49% degli under 25, mentre l'83% invoca l'elezione diretta del premier.
Alla ricerca di un «uomo forte», dunque? Sembra di sì: secondo sei rispondenti su dieci, in questo momento di confusione, per guidare il Paese serve una personalità forte. A fronte di questa ricerca di leader, però, sembra tornare centrale il ruolo dei partiti. Infatti, mentre è stabile la quota di persone che ritengono possibile un sistema democratico in loro assenza (42%), in crescita appaiono coloro che giudicano i partiti fondamentali per la democrazia (52%, più 7 punti percentuali rispetto a un anno fa, un aumento che nasce dalla contrazione dei reticenti, scesi dal 13% del 2009 all'attuale 6%).
Anche in questo caso, le diverse classi d'età disegnano scenari diversi: tra quanti hanno meno di 44 anni prevale l'idea che la democrazia possa esistere anche senza partiti, mentre gli over 45 considerano i partiti fondamentali. Strano che ci siano insieme voglia di leader e voglia di partiti? Forse no: in molti casi, i leader creano infatti partiti «personali», a propria immagine e somiglianza, ne caratterizzano il simbolo con il proprio nome, rendendo quasi impossibile immaginarli come entità distinte.

Natascia Porcellato

 

E la spaccatura del Paese pesa sul 150° dell’Unità

Alle porte del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, il giudizio sui fatti del 1861 appare positivo per quasi nove italiani su dieci e, secondo la maggioranza relativa degli intervistati, il federalismo non mette a rischio l'integrità della Nazione. Tutto bene, dunque? Non esattamente: diffusi pregiudizi attraversano la penisola e si incrociano in accuse reciproche. Tra «Nord egoista» e «Sud fardello», però, l'ipotesi della separazione appare lontana.
L'88% degli intervistati esprime verso il processo di unificazione nazionale un giudizio molto o abbastanza positivo. Particolarmente interessante è osservare la trasversalità politica del giudizio. Infatti, se le valutazioni più positive arrivano dagli elettori di Pd, Fli, Sel e Udc, vediamo come anche tra i simpatizzanti della Lega Nord il consenso verso l'unità nazionale raggiunga l'82%.
Le tensioni territoriali che la Lega rappresenta, tuttavia, non sembrano essere scomparse. Il 29% degli intervistati, infatti, giudica il Mezzogiorno un peso per lo sviluppo del Paese, ma tra i cittadini del Nord-Est la quota sale al 37%, e anche il 32-34% di quanti risiedono nel Nord-Ovest e nel Centro condivide questa idea. D'altra parte, però, quasi un intervistato su tre giudica il Nord egoista: tra i cittadini del Centro-Sud, il dato sale al 36% e supera il 43% tra quanti vivono nel Sud e nelle Isole. Tuttavia, solo una quota limitata considera le differenze territoriali irriducibili e tali da dover portare fino alla divisione: è circa il 15% a sostenere questa ipotesi (anche se tra i cittadini del Nord-Est i consensi salgono fino al 23%).
Quanto a una riforma in senso federale, secondo il 48% degli intervistati non metterebbe a rischio l'unità nazionale, mentre il 40% ha questo timore. Ampia (12%) la quota di non rispondenti, a testimonianza di una riforma difficile da comprendere e di cui non appare semplice immaginare gli effetti futuri. La preoccupazione per la tenuta dello Stato unitario, però, appare più diffusa tra coloro che vivono nelle regioni del Centro-Sud (44%) e, ancor più, del Sud e delle Isole (51%).

Natascia Porcellato


Il federalismo perde appeal: resiste al Nord, crolla al Sud

La riforma federale dello Stato è al centro del programma di governo. Ma rispetto a due anni fa, all'indomani delle elezioni vinte da Berlusconi, piace meno ai cittadini. È una riforma insidiata da timori e preoccupazioni. L'indice che misura il sentiment verso il federalismo è sceso dal +16% del 2008 al +2% di oggi. È il riflesso di un'Italia spaccata: la parola federalismo suscita infatti un sentimento positivo nel 46% degli italiani e negativo nel 44%. La distribuzione territoriale di questo orientamento mostra un Paese altrettanto diviso. Da un lato il Centro e il Nord, dove il federalismo viene considerato con maggiore «simpatia», in particolare tra gli abitanti del Nord- Est (+29%). Dall'altro le regioni del Centro-Sud (-12%) e soprattutto del Sud e delle Isole (-24%), dove invece suscita una certa inquietudine. Sono alcune delle opinioni rilevate nell'ultima indagine su Gli italiani e lo Stato. I favorevoli alla riforma federale, attualmente in discussione, sono il 45% dei cittadini. Il loro profilo politico è piuttosto netto. I «federalisti» quasi raddoppiano tra gli elettori della Lega (83%). Sono un po' meno tra quelli del Pdl ( 64%). Calano sensibilmente in quelli dell'opposizione, e in particolare tra gli elettori del Pd (34%). Sebbene il favore verso questa riforma sia piuttosto ampio, la componente che considera il federalismo una priorità dell'agenda politica si riduce a circa un cittadino su quattro (28%). A questo proposito è interessante notare il fattore generazionale. I più giovani (15-24 anni) sono il segmento sociale che ritiene il federalismo meno urgente (16%). Probabilmente hanno altre preoccupazioni ed esigenze, legate alla loro esperienza quotidiana: scuola, lavoro, progettare il futuro. Tutta l'opinione pubblica - del Nord, del Centro e del Sud - pensa poi che la riforma federale favorirà anzitutto le regioni settentrionali (77%). È una valutazione che cresce tra i cittadini del Sud e delle Isole (83%). Ma resta maggioritaria anche nel Nord-Est (68%), dove si registra il dato più basso. Quasi otto su dieci (77%) ritengono il federalismo penalizzante per il Mezzogiorno. I cittadini, dunque, non vedono in questa riforma elementi di una solidarietà intra-territoriale. E il federalismo fiscale solleva altre paure: sul livello delle tasse e sulla qualità dei servizi. Il 42% degli italiani pensa che nell'Italia federale le imposte aumenteranno. Il 26% teme invece il peggioramento dei servizi. Questo allarme è più sentito tra i cittadini meridionali. E in particolare tra coloro che sono contrari alla riforma: e sono forse proprio per queste paure che li spingono a diffidare. Questa riforma appare poi collegata anche un'altra minaccia, non trascurabile. Quattro italiani su dieci la percepiscono come un rischio per la coesione nazionale, proprio alla vigilia dei 150 anni dell'Unità d'Italia.

Luigi Ceccarini

 

La scelta di partecipare però non tramonta

Gli italiani sembrano molto impegnati nel sociale e piuttosto attivi in varie forme di partecipazione politica diretta e indiretta. Questi i tratti che emergono nel rapporto 2010, che vede nei giovani i principali protagonisti delle molteplici forme di mobilitazione sociale e politica.
La partecipazione sociale si conferma su livelli elevati. Nell'ultimo anno il 62% degli italiani si è impegnato, almeno una volta, in una o più attività di volontariato o in associazioni culturali, sportive e ricreative o nelle organizzazioni professionali e di categoria. Il fattore generazionale appare determinante: la partecipazione sociale tocca il massimo livello tra i giovani (84%) e decresce progressivamente all'aumentare dell'età.
Un andamento analogo si nota anche a proposito dell'indice della partecipazione politica diretta. La percentuale di italiani che ha preso parte, almeno una volta, a una o più forme di impegno politico nel corso dell'ultimo anno è pari al 50%, ma sale al 73% tra gli under 25. Peraltro i giovani impegnati nei movimenti risultano in costante aumento: di ben dodici punti percentuali rispetto al 2005 e di tre punti percentuali rispetto a un anno fa. Del resto, la mobilitazione giovanile, nel 2010, ha avuto modo di concretizzarsi, oltre che nelle iniziative convenzionali organizzate dai partiti o dai gruppi ambientalisti, soprattutto nelle numerose manifestazioni di protesta contro le riforme della scuola e dell'università.
Quello degli under 25 è anche il segmento sociale che più di altri pratica forme di partecipazione politica indiretta, siano esse tradizionali o legate alle nuove tecnologie della comunicazione. Così l'interesse per la politica, che in media investe un 36% di italiani, tra i più giovani arriva al 49%. Allo stesso modo, la loro partecipazione a blog, chat, community e social network, in cui si discute di politica, risulta nettamente superiore a quella del resto della popolazione (37% contro il 14%).

Ludovico Gardani

 

Bocciati tutti i servizi pubblici: solo la sanità si difende

I dati sul gradimento dei servizi ci consegnano l'immagine di un Paese insoddisfatto e diviso. La maggioranza dei cittadini boccia sia la gestione pubblica che quella privata, con una persistente e profonda frattura tra Nord e Sud.
I livelli di soddisfazione per la sanità, i trasporti e la scuola restano molto contenuti. Solo l'assistenza sanitaria privata ottiene un apprezzamento maggioritario (52%) e continua a essere preferita a quella pubblica (40%). Nel settore dei trasporti, le ferrovie (sebbene in leggera risalita) soddisfano appena un cittadino su quattro, mentre i servizi urbani riscuotono un consenso superiore, seppure limitato al 36%. Infine, scuola pubblica e scuola privata convincono all'incirca un terzo degli italiani. È però in questi due ambiti che si assiste al calo più accentuato: gli istituti privati passano dal 37% del 2005 all'attuale 33%, mentre il corrispettivo servizio pubblico subisce un tracollo di ben 8 punti.
Il calo nell'apprezzamento dell'istruzione pubblica, che riguarda in maniera particolare i giovani tra i 15 e i 24 anni (-10 punti percentuali negli ultimi cinque anni), ha provocato una contrazione dell'indice generale di soddisfazione dei servizi erogati dallo Stato, che oggi si assesta al 38% (contro il 41% del 2005). La stessa sorte è toccata all'indice di apprezzamento dei servizi privati (dal 46% al 42%, nello stesso intervallo di tempo). Combinate tra loro, le due misure descrivono un'Italia scontenta ma anche, una volta di più, spaccata a metà. Le regioni del Nord e soprattutto del Nord-Est - unica ripartizione in cui la soddisfazione è cresciuta - denotano livelli di appagamento (sia nel pubblico che nel privato) più elevati rispetto agli altri ambiti territoriali.
Tuttavia, gli italiani restano fermamente convinti che lo Stato non debba demandare la gestione della sanità e (ancor di più) dell'istruzione ai privati. La conduzione pubblica dei servizi socio-sanitari e della scuola è ancora un punto di riferimento per la stragrande maggioranza dei cittadini. La propensione al privato, infatti, è espressa da una porzione minoritaria della popolazione italiana: il 26%.

Fabio Bordignon e Ludovico Gardani

 

 

testo integrale del rapporto
 
edizione in PDF

Fonte: http://demos.it/
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