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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Eurispes - Rapporto Italia 2011
L’Italia: una terapia della scelta
Il nostro è davvero il Belpaese?
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Alcuni dicono che negli ultimi quindici anni il Paese sia rimasto fermo: le cose non stanno assolutamente così. Al contrario, in questi ultimi anni ci siamo fattivamente adoperati per distruggere quello che era stato costruito. Abbiamo fatto terra bruciata intorno alle Istituzioni repubblicane e ora i nodi vengono drammaticamente al pettine. La nostra classe dirigente attuale, a differenza di quanto accade in altri paesi, non è né coesa né solidale. Si stenta ad ammettere che il modello di sviluppo realizzato in Italia nel dopoguerra, dopo aver prodotto risultati straordinari, si è semplicemente esaurito perché si sono modificate tutte le ragioni dello scambio sui mercati internazionali. Il modello italiano era una variante originale ed autoctona del capitalismo occidentale, genialmente adattato alla realtà di un Paese che non possedeva una ricchezza economica e che è del tutto sprovvisto di materie prime. Ora, dal momento che questo vecchio sistema non regge più, partendo da una indispensabile operazione verità, bisogna pensare ad una nuova prospettiva. Tutto ciò richiede un ruolo attivo del pubblico e della politica per consentire al Paese di non restare indietro nei settori decisivi e strategici.
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L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato nel corso degli ultimi mesi, e non solo, il dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società ben 1.532 cittadini. La rilevazione è stata effettuata nel periodo tra il 20 dicembre 2010 e il 12 gennaio 2011.

 

Operazione verità - due “bombe innescate” - Situazione economica del Paese: un peggioramento generalizzato - Serviti e scontenti: l’offerta dei servizi pubblici e privati in Italia - I cittadini e la politica - L’Unità nazionale: un valore da difendere - Il piacere di vivere in Italia - Cultura della salute - Casalinghi disperati, tra vecchi stereotipi e nuove responsabilità - L’Indice di rischio usura: una mappa dell’Italia - Indice di penetrazione mafiosa

 

Operazione verità

L’Italia sta vivendo, insieme, una grave crisi politica istituzionale, economica e sociale. Tre percorsi di crisi che si intrecciano, si alimentano e si avviluppano l’uno con l’altro fino a formare un tutt’uno solido, resistente, refrattario ad ogni tentativo di districarlo, di venirne a capo.
Abbiamo sempre rifiutato di attribuire alla sola classe politica la responsabilità di tutti i nostri mali perché questa rappresenta solo una parte della classe dirigente. Noi preferiamo riferirci ad una “classe dirigente generale” della quale fanno parte con ruoli e responsabilità tutti coloro che sono in grado, per le funzioni che esercitano, per il senso che possono affidare al loro impegno, per l’esempio che possono trasferire alla società, di esercitare un ruolo, anche pedagogico, di guida e di orientamento. Questa “classe dirigente generale” deve ri-costituirsi in una vera e propria grande “agenzia di senso” e ri-prendere in mano il destino e il futuro dell’Italia.
La nostra classe dirigente attuale, a differenza di quanto accade in altri paesi, non è né coesa né solidale. Possiede una grande consapevolezza di sé e nessuna consapevolezza dei problemi generali. Non è mai riuscita a costituirsi in élite responsabile. È più semplicemente il frutto della tradizione feudale che connota ancora il nostro Paese. La sua fragilità e la sua pochezza derivano dai meccanismi ereditari o di “cooptazione benevola” che ne hanno segnato i percorsi nel corso degli anni. Rari sono i casi che hanno visto premiato il merito, l’applicazione, le capacità.
Si stenta ad ammettere che il modello di sviluppo realizzato in Italia nel dopoguerra, dopo aver prodotto risultati straordinari, si è semplicemente esaurito perché si sono modificate tutte le ragioni dello scambio sui mercati internazionali. Il modello italiano era una variante originale ed autoctona del capitalismo occidentale, genialmente adattato alla realtà di un Paese che non possedeva una ricchezza economica e che è del tutto sprovvisto di materie prime. Ora, dal momento che questo vecchio sistema non regge più, partendo da una indispensabile operazione verità, bisogna pensare a una nuova prospettiva.
Tutto ciò richiede un ruolo attivo del pubblico e della politica per consentire al Paese di non restare indietro nei settori decisivi e strategici. Così come occorrerebbe mettere a frutto il ruolo e le capacità del nostro sistema delle piccole e medie imprese che costituiscono la vera ossatura dell’economia italiana. […]
La stessa mancanza di riflessione che caratterizza i problemi legati alla crisi del nostro sistema industriale e dell’istruzione emerge con tutta evidenza quando si parla del turismo e tutti convengono immediatamente che si tratta di un settore strategico, adatto ad esaltare le vocazioni e le caratteristiche del nostro Paese. Anche in questo campo si tace la verità o la si sottostima: e la verità è che negli ultimi quindici anni, in mancanza di serie politiche per il territorio, il degrado ambientale e urbanistico ha eroso quello che poteva essere considerato un autentico giacimento di ricchezza per l’Italia. Non si vuole riconoscere che le regioni del Sud, ma anche quelle del Nord, non hanno tutelato a sufficienza il loro patrimonio storico, culturale e ambientale ed oggi, per riparare i guasti, occorrerebbero investimenti enormi.
Ma sulla realtà delle Regioni sembra quasi che non si possa dire la verità. […] Il federalismo può essere una grandissima occasione per ammodernare l’Italia a patto che venga prima rivista la riforma del Titolo V della Costituzione, che nel 2001 fu frettolosamente e imprudentemente approvata con qualche voto di maggioranza.

 

due “bombe innescate”

Nello scenario attuale almeno due “bombe innescate”. Alcuni dicono che negli ultimi quindici anni il Paese sia rimasto fermo: le cose non stanno assolutamente così. Al contrario, in questi ultimi anni ci siamo fattivamente adoperati per distruggere quello che era stato costruito. Abbiamo fatto terra bruciata intorno alle Istituzioni repubblicane e ora i nodi vengono drammaticamente al pettine. Nelle scorse settimane molti hanno fatto finta di non accorgersi che l’Italia ha rasentato uno scontro istituzionale che avrebbe potuto avere esiti devastanti. Infatti, piaccia o non piaccia, gli elettori sono convinti di aver nominato con il loro voto il Capo del Governo, mentre la Costituzione affida questo compito al Presidente delle Repubblica e alla successiva ratifica parlamentare. È evidente il pasticcio pericoloso nel quale è stato trascinato il Paese dagli improvvisati riformatori che hanno smantellato allegramente il sistema della Prima repubblica senza sostituirlo con regole chiare e certe.
Ciò di cui siamo certi è che questa situazione non potrà protrarsi ancora a lungo. Viviamo in una sorta di terra di nessuno della quale non si intuiscono i confini e viviamo alla giornata nella speranza che non accada il peggio. […]
La seconda bomba pronta a far esplodere la Repubblica è quella del debito pubblico, del quale si parla ormai da anni come di un parente con una malattia cronica con la quale si può tutto sommato convivere. E invece anche in questo caso il tempo è finito. Nei mesi scorsi la Cancelliera tedesca Angela Merkel ci ha brutalmente ricordato che i debiti pubblici degli Stati altro non sono che debiti dei privati i quali, volenti o nolenti, prima o poi, saranno chiamati a risponderne. La signora Merkel ha rotto un tabù dietro il quale ci siamo rifugiati per molti anni e ci ha spiegato che questo debito, in un modo o nell’altro, dovrà rientrare nel bilancio delle nostre famiglie. Non serve a niente continuare a ripetere che il debito è stato creato dalla Prima repubblica a causa della spesa. La spesa pubblica ha continuato a lievitare anche in questi anni ma non ha prodotto nessuna crescita. Con la Prima repubblica cresceva il debito ma c’era sviluppo. Da più di diciassette anni continua a crescere il debito e non c’è sviluppo. […]

 

Situazione economica del Paese: un peggioramento generalizzato.
Oggi, sempre più spesso dietro una apparente normalità si nascondono situazioni di profondo disagio. Una casa in affitto, un lavoro modesto, la spesa nei mercati rionali e tanti sacrifici per arrivare a fine mese, è questa la condizione di una rilevante quota di famiglie a elevato rischio di impoverimento. La forza della crisi ha fatto aumentare il numero di famiglie che non riescono a far fronte sia alle spese quotidiane sia agli impegni contratti – per necessità e non per spese voluttuarie – con le società finanziarie o con gli istituti di credito, ricorrendo così ad ulteriori indebitamenti. E le previsioni non sono rassicuranti se si pensa che il nuovo anno è iniziato all’insegna dei rincari: acqua, luce, gas, benzina, assicurazioni auto, autostrade, servizi bancari, prodotti alimentari.
Crisi: una famiglia su tre intacca i propri risparmi. Sopravvivere alla crisi non vuol dire soltanto modificare le abitudini e gli stili di vita. Molto spesso accade che, nonostante si presti attenzione al bilancio familiare tagliando le uscite superflue, il budget mensile non sia comunque sufficiente a coprire il fabbisogno ed è necessario ricorrere ai risparmi familiari: questo accade a circa una famiglia italiana su tre (36,2%). […]

 

Serviti e scontenti: l’offerta dei servizi pubblici e privati in Italia

Servizi inadeguati per 8 italiani su 10, ma, dovendo scegliere, meglio quelli privati. La qualità complessiva dei servizi nel nostro Paese è valutata dal 52,5% dei cittadini (contro il 61,9% del 2010) come “poco soddisfacente” e dal 28,6% “per niente soddisfacente” (il 15,5% nel 2010). Questo significa che i giudizi negativi sono aumentati dal 77,4% della precedente rilevazione ad oltre l’80% nel 2011. L’offerta di servizi riferibile al settore privato viene valutata qualitativamente superiore (57,2%), mentre il settore pubblico riunisce soltanto il 18,5% delle preferenze. È da sottolineare che in molti (24,3%) non hanno saputo operare in questo senso una scelta tra pubblico e privato. […]
Passaggio pubblico/privato: che cosa cambia? Il passaggio pubblico/privato che ha coinvolto, negli ultimi anni, alcune importanti aziende, non appare avere comportato variazioni significative nei servizi forniti dalle aziende stesse. Su tutti, risulta invariato il servizio offerto da Telecom (per il 52,4%) e da Enel (48,9%), come pure per quanto riguarda il servizio autostradale, invariato nel 46,4% dei casi, e Italgas Spa (44,1%). Ad essere peggiorati, secondo gli intervistati, sono soprattutto i servizi di Alitalia (28,8%) e Ferrovie dello Stato (28,3%), mentre la privatizzazione ha fatto migliorare visibilmente – rispetto alle altre aziende – il servizio postale (32,5%), seguito a distanza dall’Enel (19,8%).
Fortemente critici verso il settore pubblico. La qualità dei servizi offerti è ritenuta mediocre o addirittura pessima nel 79,3% dei casi per le Amministrazioni centrali (nel 2010, 74,6%), seguite da quelle locali (76,9%; nel 2010 erano al terzo posto con il 69,5%), dall’amministrazione della giustizia (67,8% che migliora rispetto al 70,9% dello scorso anno), dagli ospedali (66,1%; 62,5% nel 2010), la scuola (65,1%, molto peggio dello scorso anno: 59,6%), gli Enti previdenziali (63,9%, +2,1) e la sicurezza/ordine pubblico (56,9, +2,1%). Solamente la Difesa si colloca al di sotto del 50% con il 48,3% di indicazioni in senso negativo (+3,7% rispetto al 2010). Quest’ultimo settore è anche quello che raccoglie in assoluto il maggiore apprezzamento dei cittadini insieme alla sicurezza/ordine pubblico (39,2%). La qualità della nostra scuola è ritenuta “buona” o “ottima” nel 34% dei casi, seguono, in discesa, gli ospedali (32,4%), le Amministrazioni locali (22%), l’Amministrazione della giustizia (21,2%) e infine le Amministrazioni centrali (15%). Rispetto alla rilevazione dello scorso anno, l’apprezzamento ha subito un calo generalizzato crollando soprattutto nei confronti della qualità dei servizi offerti dalle Amministrazioni centrali (dal 15% al 9,6%) e locali (dal 22% al 16,6%). Solamente l’amministrazione della giustizia e gli Enti previdenziali fanno registrare un’inversione di tendenza di segno positivo passando, rispettivamente, dal 21,2% del 2010 all’attuale 24,3% e dal 24,2% al 26,2%.

 

I cittadini e la politica

Diminuiscono gli astensionisti, ma aumentano gli elettori “saltuari”. Dalle rilevazioni effettuate dall’Eurispes nelle diverse edizioni del Rapporto Italia emerge che negli ultimi cinque, vi è stata una diminuzione consistente di chi dichiara di andare a votare sempre. Se, infatti, nel 2004, l’84,1% del campione dichiarava di recarsi ai seggi sempre, nel 2008 solo il 77,1% dichiara di fare altrettanto, una percentuale lievemente aumentata nel 2011 (79,1%). Rispetto al passato, inoltre, diminuisce la percentuale degli astensionisti convinti, di chi ammette cioè di non votare mai (2,5% nel 2004, l’1,3% nel 2011), ma aumenta di quasi 6 punti percentuali la quota di intervistati che sostiene di farlo solo qualche volta (da 9,4% a 15%).
7 su 10 voteranno alle prossime elezioni, ma l’astensionismo potrebbe riguardare il 28,6% degli elettori. L’11,1% del campione dichiara già con certezza che non andrà a esprimere il proprio voto e il 17,5% si dichiara indeciso a riguardo. Solamente il 71,4% afferma di avere intenzione di farlo, un dato che, se confermato nei fatti, farebbe precipitare l’affluenza alle urne. Se gli elettori di sinistra e centro-sinistra hanno dichiarato in modo “bulgaro” di votare sempre, interrogati sul comportamento che terranno alle prossime elezioni si sono mostrati ben più indecisi. Il 18,7% di quelli di sinistra e il 12,5% di centro-sinistra, infatti, affermano di non sapere se si recheranno ai seggi elettorali e, rispettivamente, il 4,7% e l’8% hanno già deciso di non farlo. Una propensione simile a quella manifestata dagli elettori di centro-destra (9,1% non andrà e il 14% non sa). I più indecisi, tuttavia, sono gli intervistati che si dichiarano di centro, intenzionati a votare solo nel 68,4% dei casi, mentre quelli che non appartengono a nessun schieramento politico affermano in percentuale maggiore (18,8%) che non parteciperanno al voto.
Quando il popolo è sovrano… a metà. L’attuale legge elettorale prevede che i cittadini esprimano il proprio voto per un determinato partito cui è collegata una lista di nomi scelti dal partito stesso. Di fatto, quindi, a scegliere chi andrà in Parlamento a rappresentare il popolo (sovrano), sono i dirigenti dei partiti. Su questo specifico aspetto della legge, da molti ritenuta incostituzionale, si è molto dibattuto negli ultimi anni e da più parti si è chiesta la sua modifica, anche per tentare di riavvicinare la cittadinanza alla politica istituzionale, permettendo agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Dalle rilevazioni dell’Eurispes degli ultimi due anni emerge chiaramente il desiderio diffuso tra la popolazione dell’introduzione delle preferenze alle prossime elezioni politiche: nel 2010, infatti, l’83,1% del campione riteneva necessario ritornare al sistema delle preferenze e nel 2011, pur calando lievemente, la percentuale delle risposte affermative è dell’80%. A calare, inoltre, sono coloro che si sono dichiarati contrari a questa eventualità, passati dal 9,6% al 7,3%, mentre aumenta la quota di persone che non ha una posizione chiara in merito (da 7,3% a 12,7%) e che, forse, sfiduciata dal panorama politico attuale, non crede possa bastare introdurre le preferenze per risanare la situazione.
Presunzione d’innocenza sì, ma… È stato poi chiesto ai cittadini se, a loro giudizio, una persona sottoposta a indagine giudiziaria o a processo possa essere candidata ad una carica pubblica. Il 68,2% ha risposto di “no”, il 21,5% si è dichiarato favorevole, mentre il 10,3% non ha espresso la propria opinione. Per quanto riguarda l’area politica di appartenenza, occorre rilevare che la contrarietà all’eventuale candidatura di persone indagate o sottoprocesso raccoglie sempre percentuali che superano la metà del campione (sinistra 76,6%, centro-sinistra 73,3%, centro 75,4%), tranne per chi appartiene al centro-destra ( 33,1%) e alla destra (29,8%). Le risposte fornite farebbero pensare a un’opinione pubblica poco garantista, ma così non è, come emerge dall’ampia condivisione manifestata per la presunzione di innocenza: tre quarti degli italiani, il 77,2%, è d’accordo con l’art.27 della Costituzione che considera ogni cittadino innocente fino al pronunciamento della sentenza definitiva. Solamente il 12,8% è contrario.
Corruption optimi pessima.
Nell’indagine dello scorso anno l’Eurispes ha rilevato come nell’opinione dei cittadini la corruzione in Italia sia un male radicato. Infatti, il giudizio sulla diffusione del fenomeno era largamente condiviso (92,5%). Quest’anno si è voluto approfondire l’argomento chiedendo in quale misura la corruzione nella vita pubblica italiana sia variata rispetto al 1992, segnato da Tangentopoli. Nella maggioranza dei casi (51,7%), l’idea è quella di un ulteriore aumento della corruzione rispetto al periodo di Tangentopoli. Anche se per un consistente 40,6% la situazione è rimasta invariata e solo il 2,7% ritiene sia diminuita.
È stato poi chiesta un’opinione su quale sia, tra i diversi settori del Paese, quello in cui è maggiormente diffusa la corruzione. La politica e i partiti (46,6%) sono al primo posto, al secondo posto, con una percentuale rilevante, si colloca la Pubblica amministrazione (29,9%). Il resto delle risposte si frammenta nei diversi settori: 4,3% per l’imprenditoria, 3,8% per la sanità e valori decisamente bassi per gli altri àmbiti (2,3% magistratura; 2,3% banche e istituti di credito; 1,4% settore immobiliare, ecc.).
La “sindrome dello scranno”: quando alla politica mancano le donne. L’inadeguata presenza femminile in Parlamento, ai vertici dei partiti, tra gli amministratori locali – per non parlare del fatto che in Italia nessuna donna ha mai raggiunto la Presidenza della Repubblica o la Presidenza del Consiglio – non è che lo specchio di un Paese in cui i ruoli dirigenziali sono ancora difficilmente accessibili alle donne. È quindi ancora opportuno interrogarsi in merito alla capacità del Paese di garantire realmente le pari opportunità, al di là dell’eguaglianza formale di diritti. Secondo la maggioranza del campione (58,4%) le donne in politica sono poche perché sono discriminate. Il 12,8% ritiene che la ragione risieda nel fatto che le donne non si interessano di politica, il 12,7% pensa che tra gli impegni casalinghi e lavorativi le donne non abbiano il tempo per occuparsene; solo il 5,4% crede invece che non siano sufficientemente preparate. Confrontando queste risposte con quelle fornite nel 2006 (21,9%), mentre la percentuale di chi indicava fattori di discriminazione era più bassa di 4,4 punti percentuali (54% vs 58,4% del 2011).
Introdurre le “quote rosa”? Oltre un terzo del campione (36%) si dice favorevole alle quote rosa, ritenendo sia l’unico modo per garantire la presenza delle donne in politica. Nel complesso, però, prevalgono i contrari a questo provvedimento: il 32,5% perché le pari opportunità, a suo avviso, si ottengono solo creando le condizioni che possano consentire alle donne un’effettiva partecipazione alla vita pubblica; il 23,6% perché ritiene che le donne debbano conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini. L’atteggiamento degli italiani appare significativamente mutato rispetto al 2006, quando due su tre si dicevano favorevoli alle quote rosa (66,6%) ed erano molto meno numerosi coloro che sottolineavano come, per garantire le pari opportunità, è indispensabile creare le condizioni per consentire alle donne di partecipare concretamente alla vita politica (14%). Le donne si dicono con maggior frequenza, rispetto agli uomini, favorevoli all’introduzione delle quote rosa in politica (39,9% contro 32%). È inoltre leggermente più alta fra gli uomini che fra le donne la quota di chi ritiene che le donne dovrebbero conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini senza l’aiuto delle quote rosa (25,7% contro 21,4%). Le quote rosa trovano sostenitori nel centro-sinistra (41,5%); meno a destra (29,8%). A centro-destra (27,3%) e a destra (31,9%) prevalgono i contrari, convinti che le donne devono conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini. L’opinione secondo cui le pari opportunità si ottengono creando le condizioni che rendano davvero possibile alle donne partecipare alla vita pubblica è condivisa soprattutto a sinistra (43%) e nel centro (38,6%).

 

L’Unità nazionale: un valore da difendere

A 150 dall’Unità d’Italia… Chiamato ad esprimersi in merito alla reale coesione del nostro Paese ed al suo valore a 150 dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, il 67,5% dei cittadini ha risposto che l’Italia è un Paese in parte ancora diviso, ma l’unità nazionale è un valore da difendere. Il 14,9% ritiene invece che il Paese sia frammentato con troppe culture al suo interno e per questo non sarà mai uno Stato unitario; per il 9,4% l’Italia è una nazione coesa, mentre per un 2,1% sarebbe stato meglio che non vi fosse stata alcuna unità. Gli abitanti delle Isole sono i più ottimisti rispetto alla coesione del Paese (12,9%) e quelli del Sud i più convinti del valore dell’unità d’Italia nonostante le sue divisioni interne (74,1%). A destra e al centro-destra si collocano più convinti della coesione del Paese (rispettivamente 17% e 14%) rispetto a quelli di sinistra (8,6%) e centro-sinistra (5,1%). Ben il 78,4% di quanti si riconoscono nel centro-sinistra, il 72,7% della sinistra ed il 70,2% del centro sottolineano che l’Unità d’Italia rappresenta un valore da difendere nonostante le divisioni ancora presenti. Infine, il 22,5% di chi non si riconosce in nessun orientamento politico ritiene che il nostro è un Paese frammentato e non sarà mai uno Stato unitario. La quota maggiore di chi ritiene che sarebbe stato meglio che non vi fosse stata alcuna unità si polarizza tra la destra (6,4%) e la sinistra (2,3%).
Settentrionali e meridionali: l’Italia divisa? Nel solco di una lunghissima tradizione che, da Totò e Peppino stranieri in terra milanese in Totò, Peppino e la malafemmina a Sordi e Gassman strana coppia romano-meneghina de La grande guerra, ha sempre parlato del dialogo non facile tra le diverse anime del Paese, le recenti commedie di successo in Italia hanno ironizzato sulle differenze, i pregiudizi, i piccoli e grandi razzismi ancora dilaganti. Poco è cambiato, nel corso dei decenni, nella rappresentazione degli italiani: operosi, precisi, un po’ freddi i settentrionali; comunicativi, mammoni, poco ligi alle regole ma capaci di godersi la vita i meridionali. Se però queste pellicole sdrammatizzano le contrapposizioni e ricompongono i contrasti, la realtà quotidiana mostra con fin troppa evidenza la difficoltà di superare queste differenze e la facilità con la quale si alimenta un dualismo tra le diverse aree geografiche del Paese basato soprattutto su stereotipi. […]
Rispetto alla rilevazione effettuata dall’Eurispes nel 2003, è diminuita la quota di chi ritiene che i settentrionali abbiano molto senso civico (nel 2003 era il 67,7%), pensino esclusivamente al lavoro (era il 57,8%), siano molto aperti (35,1%). Sono invece più numerosi oggi che nel 2003 quanti accusano i settentrionali di razzismo (era il 45,7%). È rimasta invariata la quota di chi condivide l’opinione che i meridionali non abbiano voglia di lavorare (nel 2003 era il 24,3%), mentre nel 2003 ben l’89,8% del campione considerava i meridionali generosi. […]
Federalismo: prevale il “no” e in sei anni i favorevoli sono diminuiti del 9%. In considerazione dell’attualità e della complessità del dibattito, l’Eurispes ha deciso di indagare l’opinione dei cittadini in merito all’Unità d’Italia, ma anche rispetto all’ipotesi di trasformazione in senso federale dello Stato. I cittadini che si dicono favorevoli all’introduzione del federalismo sono il 26,9%. Il 48,6% si dice invece contrario, ma un cospicuo 24,5% non ha saputo esprimere un giudizio al riguardo. Nell’indagine realizzata dall’Eurispes nel 2005 la percentuale degli italiani favorevoli al federalismo risultava più elevata, il 36,2%, mentre i contrari erano solo il 38,6%.
Sono i giovani dai 18 ai 34 ad essere meno favorevoli all’introduzione del federalismo, mentre gli adulti dai 35 ai 64 anni sono i più favorevoli. Approva infatti il federalismo il 21,3% dei 18-24enni, il 22,3% dei 25-34enni, il 31,4% dei 35-44enni, il 30,8% dei 45-64enni, il 26,3% degli ove65. Minori differenze si evidenziano in relazione all’area geografica di residenza, con l’eccezione prevedibile del Sud, dove la percentuale di chi è favorevole al federalismo risulta inferiore alla media (20%). Il Nord non si distingue per un marcato ed esteso consenso all’introduzione del federalismo, nonostante questo sia un “cavallo di battaglia” della Lega che, com’è noto, ha la propria base elettorale fortemente concentrata nelle aree settentrionali del Paese (i “sì” raccolgono il 29,6% al Nord-Ovest e il 26,9% al Nord-Est).

 

Il piacere di vivere in Italia

Il nostro è davvero il Belpaese? Quasi due terzi dei cittadini (62,9%) sostengono che vivere in Italia sia una fortuna, contro il 33,9% di quelli che la considerano una sfortuna e il 3,2% che è indeciso sulla risposta da dare. Rispetto al 2006, anno in cui l’Eurispes ha interrogato la popolazione italiana sulla stessa tematica, la percentuale di quanti ritengono che vivere in Italia sia una fortuna si è leggermente affievolita (-4,7%). Ad essere maggiormente contenti di poter vivere in Italia sono gli anziani che hanno più di 65 anni (72,2%), a seguire il 63,9% degli adulti di 35-44 anni, il 62,9% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni, il 59,2% di quanti hanno un’età compresa tra 45 e 64 anni e il 56,6% dei 25-34enni. A rispondere, al contrario, che vivere in Italia è una sfortuna sono, in ordine, i giovani fino a 34 anni (il 39,4% dei 25-34enni e il 37,1% dei 18-24enni), seguiti dal 36,6% di coloro la cui età varia dai 45 ai 64 anni, dal 32% di chi ha tra i 35 e i 44 anni e infine dal 26% della popolazione di 65 anni e oltre.
Libertà di opinione e tradizione artistico-culturale fanno dell’Italia un Paese nel quale vivere bene. Posti di fronte ad una serie di indicatori che illustrano i punti di forza della Penisola, il 26,8% degli italiani considera la libertà di opinione e di espressione quale fortuna principale del nostro Paese. La seconda fortuna sarebbe poi la tradizione artistico-culturale per cui il Paese è noto (20,8%). In terza posizione il clima mediterraneo (17,3%) e le bellezze naturali (16,6%). La simpatia della gente (6%) e la buona cucina (5,8%) occupano il quinto e il sesto posto di questa graduatoria. Ultima posizione per il benessere economico (3,1%).
Precarietà, mancanza di senso civico e corruzione i mali dell’Italia. Il 29,1% indica come motivi per i quali è una sfortuna vivere in Italia la precarietà lavorativa, il 20,6% riscontra una mancanza di senso civico, il 19,1% giudica troppo pesante il livello di corruzione, il 15,2% attribuisce la colpa alla classe politica, l’8,6 alle condizioni economiche generali, il 3,9% sostiene che il tasso di criminalità sia troppo elevato e l’1,3% giudica inaccettabili le prestazioni di welfare.
Quattro italiani su dieci si trasferirebbero all’estero. La possibilità di andare a vivere in un altro paese viene accolta dal 40,6% degli intervistati. Era 37,8 la percentuale di coloro che nel 2006 si dicevano favorevoli a cambiare paese. La variazione più interessante riguarda però coloro che affermano di voler continuare a vivere in Italia, passati dal 58% del 2006 al 47,7% (-10,3%) e soprattutto gli indecisi, passati dal 4,2% all’11,7% (+7,5%). Disposti a cambire paese sono soprattutto gli uomini (42,9% contro il 38,4% delle donne). e i giovani tra i 25-34 anni (50,9%). […]

 

Cultura della salute

Soddisfatto solo il 35,8% degli italiani. Il livello di soddisfazione che gli italiani esprimono nei confronti dei servizi offerti dal nostro Sistema sanitario risulta scarso, considerando che a rispondere di essere poco soddisfatto è il 44,3% del campione e che il 17,1% dichiara di non esserlo affatto (il parere negativo si attesta dunque complessivamente al 61,4%). Il grado di soddisfazione si attesta invece al 35,8% (31,9% abbastanza e 3,9% molto soddisfatto). Rispetto all’anno appena trascorso il livello di insoddisfazione dei cittadini è cresciuto, si dice infatti per nulla e poco soddisfatto il 4,3% e lo 0,8% in più di persone (che fa registrare un +5,1% in un anno tra le fila degli scontenti), mentre al contrario si assottiglia la percentuale di quanti si dicono abbastanza e molto soddisfatti, comportando un -5,3% nel primo caso e un -0,6% nel secondo, che fa diminuire il livello di soddisfazione del 5,9% rispetto allo scorso anno. Maggiore soddisfazione per il nostro sistema sanitario si registra nel Centro (41,3%), seguito da Nord-Ovest (39,1%), Nord-Est (38,6%), Isole (26,4%) e Sud (26,3%). esprimono malcontento il 71,2% degli abitanti delle Isole, il 70,7% del Sud, il 58,5% del Nord-Est, il 58,2% del Nord-Ovest e il 55,6% del Centro.
L’assistenza ospedaliera peggiora. In merito all’assistenza ospedaliera si reputa poco e affatto soddisfatto il 40,9% e il 15,1% dei cittadini (per un totale del 56%), contro il 37,2% e il 4,8% di chi si dice abbastanza e molto soddisfatto (per un totale del 42%). Il confronto con l’anno 2010 mostra un aumento del grado di insoddisfazione dell’8,1% e una diminuzione del 6,6% circa.
Tempi di attesa intollerabili. Coloro che si ritengono abbastanza soddisfatti dei tempi di attesa necessari a risolvere i loro bisogni ospedalieri sono il 12,5%, cui si aggiunge un 5,4% di quanti dichiarano di essere estremamente soddisfatti, per un totale di pareri positivi che si attesta a quota 17,9%. A lamentare una totale insoddisfazione è invece il 44,9% degli intervistati, seguiti da un 34,5% che si dice essere poco soddisfatto, facendo registrare un totale che sfiora i quattro quinti degli italiani (79,4%). Considerando che la situazione disegnata nel 2010 esprimeva già delle condizioni pessime (il 74,5% si era detto insoddisfatto contro il 21,3% che svelava il contrario), il peggioramento registrato fa segnare un +4,9% tra coloro che criticano l’eccessiva lunghezza dei tempi di attesa all’interno degli ospedali presenti sul territorio e un -3,4% tra quanti invece non esprimono lamentele al riguardo. […]

 

Casalinghi disperati, tra vecchi stereotipi e nuove responsabilità

Pianeta donna chiama pianeta uomo: s.o.s. domestico. Sono il 36,2% gli uomini che dichiarano di avere compagne che chiedono loro aiuto, sempre o spesso, per le faccende domestiche. Molto alta la percentuale di coloro che sono invitati a dare una mano in casa solo qualche volta (49,3%). Solo al 14,5% non viene mai chiesto aiuto. La classe d’età influisce considerevolmente sulla frequenza con cui le donne italiane inviano s.o.s. d’aiuto ai loro uomini. I numerosi impegni quotidiani comportano un aumento di richieste di sostegno nelle faccende domestiche, agli uomini che hanno tra i 25 e i 44 anni. Complessivamente l’81,9% di essi afferma di essere interpellato in tal senso, spesso e sempre, dalle compagne (25-34enni: 46%, di cui spesso: 28,4%, sempre: 17,6%; 35-44enni: 35,9% di cui spesso: 24,7%, sempre: 11,2%). […]

 

L’Indice di rischio usura: una mappa dell’Italia
[…] La Calabria e la Campania sono le regioni con il più alto Indice IRU medio provinciale (rispettivamente 89,5 e 81,3) e appartengono entrambe alla classe di rischio “molto alto” (IRU 80-100). Nella classe di rischio “alto” (IRU 60-80) tutte le regioni appartengono al Sud (con valori IRU medi provinciali compresi tra il 68,1 della Puglia e il 79,9 della Basilicata) e alle Isole (valore IRU medio provinciale pari al 61,2 in Sardegna e al 69,2 in Sicilia). Al ridursi della classe di rischio usura aumenta la presenza di regioni del Nord Italia, in cui i valori medi provinciali rilevano: un rischio “basso” (IRU 20-40) in Piemonte (37,8), Valle d’Aosta (27,9), Friuli Venezia Giulia (24,7) e Veneto (20,5); un rischio “molto basso” (IRU 0-20) in Lombardia (19,9), Emilia Romagna (15,6) e Trentino Alto Adige (0,1).
Il rischio nelle Province. La classifica rileva la presenza della totalità delle province della Calabria (ad eccezione di Catanzaro, IRU 76,8) nella classe di rischio “molto-alto”, con valori Indice compresi tra 87,3 e 100 (rispettivamente Cosenza e Crotone). Sempre in questa classe troviamo le province di Caserta (IRU 90,8), Benevento (IRU 87,2), Avellino e Matera (IRU 82,9). Nella classe di rischio usura “alto” (IRU 60-80) si riscontra una percentuale significativa di province della Sicilia (9 su 25, 36% del totale, con valori Indice compresi tra 61,0 di Palermo e 79,9 di Enna); della Puglia (5 su 25, 20% del totale, con valori Indice compresi tra 60,1 di Bari e 73,3 di Foggia). All’estremo opposto della classifica, ovvero nella classe di rischio “molto basso” (IRU 0-20) si riscontra: la minore vulnerabilità in assoluto delle province di Trento(0) e Bolzano (0,2); la presenza di province appartenenti ad altre tre regioni, del Nord-Est (Veneto, Emilia Romagna) e del Nord-Ovest (Lombardia). In particolare, le province dell’Emilia Romagna rappresentano il 42% del totale, seguite dalle province della Lombardia e del Veneto (rispettivamente 26,3% e 21% del totale).

 

Indice di penetrazione mafiosa

[…] I risultati dell’IPM. Anche quest’anno, la maglia nera del territorio provinciale più permeabile ai tentacoli della criminalità organizzata spetta alla provincia di Napoli, con un punteggio pari a 66,9. A seguire, la provincia di Caserta (57,4 punti), Foggia (53,4 punti), Catania (52,7 punti) e Vibo Valentia (48,5).
Sempre ai primi dieci posti si collocano Crotone (38,3), Catanzaro (36,1), Bari (35,9), Trapani (35,6). In posizione intermedia per grado di permeabilità si trovano Siracusa (34,8), Palermo (34), Brindisi (33,5) e Messina (33,2).
Agli ultimi dieci posti, sulle 24 province considerate, Benevento (30,3), Salerno (30,1), Agrigento (27,9), Taranto (27,8), Ragusa (27,8), Avellino (27,3), Cosenza (26), Caltanissetta (25,8), Enna (24,5) e, infine, Lecce (22,4).

 

EURISPES
istituto di studi
politici - economici - sociali

 

La sintesi del rapporto in PDF

 

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