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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Marco Sioli
Dalla pirateria barbaresca alla pirateria somala
Continuità della politica USA
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La Somalia, un popolo abbandonato e una regione alla deriva, ricorre nella cronache internazionali per effetto delle azioni di pirateria e sequestro di mercantili nell’area dell’Oceano indiano. La storia del Stati Uniti non è nuova al confronto con questo genere di devianaza, un confronto “storico”. Hillary Clinton ha di recente affermato sì che “La pirateria è un problema vecchio di secoli, ma noi stiamo lavorando per portare un’appropriata risposta valida per il 21° secolo”. Il che non vuol dire che i sistemi per combatterla siano granché nuovi, infatti prevedono l’invio di navi militari e l’intervento armato di forze speciali, l’uso di droni non solo per la sorveglianza del territorio, ma anche per il bombardamento dello stesso. Tuttavia la novità c’è e riguarda l’azione militare all’interno delle acque territoriali somale. Questa possibilità di intervento ha fatto gridare gli studiosi del diritto internazionale ad una seconda Guantanamo, una Guantanamo sul mare.
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Marco Sioli
intervento al convegno
Somalia: un popolo abbandonato, una regione alla deriva?

Università degli Studi di Milano
2 dicembre 2011

 

1. La liberazione dei marinai della nave italiana Rosalia D’Amato, tenuti sette mesi in prigionia dalla pirateria somala, ci permette di fare un accostamento di nomi femminili quantomeno originale per riportare l’attenzione del pubblico alla più antica pirateria barbaresca e quindi all’ultima sua incursione nella nostra penisola avvenuta nel 1798 nell’isola di S. Pietro, nel sudovest della Sardegna. I pirati in quell’occasione catturarono 950 persone che vennero portate in schiavitù a Tunisi. “Li vidi distrutti dalla fatica, coperti di polvere e morenti di sete, trascinarsi nelle strade cocenti senza scarpe e senza cappelli” – scrisse nel suo diario il console olandese – “C’era una folla numerosa ubriaca di gioia nel vedere così tanti cristiani vittime del coraggio dei loro soldati”.
Tra i rapiti, la giovane Anna Maria Porcile, nipote del celebre conte Porcile, ammiraglio della marina sarda, incaricato di sorvegliare le coste del regno e proteggerle appunto dalla pirateria barbaresca. Il ritrovamento negli archivi della Huntington Library di Los Angeles di una lettera di Anna Maria, scritta a Londra il 31 dicembre 1805, ci permette di chiarire degli aspetti, finora oscuri, delle peripezie della giovane donna di Carloforte, rapita dai pirati tunisini. Il prezzo fissato per il suo riscatto era stato molto alto: 16.000 piastre, una cifra esorbitante, se si pensa che riscatto di un marinaio si aggirava introno alle 600 piastre. Per farla breve fu il console americano William Eaton ad anticipare la somma pari al controvalore di 5.000 dollari. Di bel aspetto e con un portamento militare, ma di carattere irascibile e impetuoso, Eaton poteva conquistare il pubblico con un’abile dialettica, anche se il suo comportamento non era quasi mai diplomatico, nel senso proprio del termine. Con un passato costruito senza gloria sulla frontiera americana e un matrimonio di convenienza nel Connecticut alle spalle, Eaton era arrivato a Tunisi nell’estate dell’anno precedente e così descrisse in una lettera ad un amico il suo punto di vista rispetto alla situazione nella città nordafricana: “eccomi qui sotto il folle sole verticale che si rifrange sui muri e sulle terrazze delle case bianche, più caldo del tabacco e del rum, con la peste bubbonica e gli scorpioni appesi sopra la testa, minacciato di morte, circondato da brutali turchi, imbroglioni, schiavi miserabili, indolenti cammelli e arabi selvaggi, senza una vita sociale e senza divertimenti. Non è abbastanza per rappresentare l’inferno”.
“Ho riscattato sua figlia”, scrisse Eaton ad Antonio Porcile, “perché sia l’onore della bandiera sia la mia sensibilità lo imponevano”. Fu così che Anna Maria Porcile entrò nella casa di Eaton come houseslave, cioè come serva e segretaria, e forse anche concubina del diplomatico americano che si ritrovò proprietario di una schiava bianca, una cosa impensabile per il terzo presidente americano, Thomas Jefferson, anch’egli proprietario di schiavi, ma che considerava la schiavitù legata esclusivamente al colore della pelle: solo i neri potevano essere schiavi e venduti come tali.

 

2. Su una cosa però Jefferson concordava con William Eaton, gli Stati Uniti non potevano soccombere ai ricatti delle potenze barbaresche, definite dagli americani come Barbary Powers per enfatizzare i connotati barbari e contrapporli al loro Civilized World. Quando i pirati barbareschi iniziarono a catturare diverse navi e marinai americani portandoli nei loro porti e a richiederne il riscatto, la scelta di Jefferson fu diversa da quella adottata dai due presidenti che lo avevano preceduto – George Washington e John Adams – che avevano preferito pagare un riscatto per liberarli.
Jefferson e il segretario di Stato James Madison, futuro presidente, decisero di intervenire militarmente rafforzando lo squadrone di navi nel Mediterraneo e attaccando il bey di Tripoli che aveva addirittura sequestrato una nave militare, la Philadelphia. La città di Tripoli venne cannoneggiata a più riprese nell’agosto del 1804 e si assistette alla prima azione dei marines americani all’esterno degli Stati Uniti che, guidati dallo stesso William Eaton, occuparono la città di Derna l’anno successivo, costringendo il bey alla sottoscrizione di un trattato di pace che prevedeva la liberazione dei prigionieri americani. Una vera e propria guerra condotta, a dispetto della carta costituzionale, senza l’autorizzazione del Congresso.
La scelta di difendere con le armi i traffici commerciali della nuova repubblica era anche un segno forte rivolto alle potenze europee, in particolare quella inglese, che continuavano a fermare e perquisire le navi americane in alto mare. Questi problemi non risolti porteranno alla guerra del 1812 tra Stati Uniti e Gran Bretagna su cui sarà importante riflettere con un convegno il prossimo anno in occasione del bicentenario per evidenziare la formazione sin dai primi decenni di vita di una nazione guerriera in cui i falchi della guerra, nei giornali dell’epoca “War Hawks”, potevano facilmente influenzare le decisioni della leadership americana. Proprio dopo la guerra del 1812 gli Stati Uniti dimostrarono la forza della loro marina militare con un devastante attacco alla città di Algeri a causa dell’ennesimo sequestro di una nave commerciale americana. Mentre i giornali titolavano “Millions in defence, but not a cent for tribute”, prendeva forma nel 1816 il Naval Expansion Act che fu la prima legge del Congresso che autorizzava in tempo di pace il rafforzamento di una marina militare in grado di proteggere il commercio americano nel modo intero.

 

3. Così quando nell’aprile del 2009 si è verificato il sequestro della nave americana Maersk-Alabama da parte dei pirati somali il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha subito dichiarato che la pirateria non era un problema nuovo per gli Stati Uniti. La decisione di Barack Obama di usare la forza per liberare gli ostaggi di questa nave ha mostrato la freddezza decisionale del Presidente americano da pochi mesi Commander in Chief, anche se questo avvenimento, in termini più generali, è stato sicuramente oscurato dalle scelte altrettanto efficaci messe in atto da Barack Obama che hanno portato alla cattura e all’uccisione di Osama bin Laden, l’ideatore dell’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle di New York.
Nei cinque giorni successivi al sequestro, l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich, ora in testa nei sondaggi delle primarie repubblicane, aveva iniziato a battere i tamburi di guerra. Chiaramente un fallimento decisionale in queste circostanze avrebbe definito lo stile dell’amministrazione e lasciato la percezione di un “presidente debole”. Se la scelta di Obama si è rivelata giusta in quell’occasione, non ha di sicuro risolto i problemi dei traffici mercantili al largo delle coste somale. I pirati somali hanno promesso vendetta trasformando la pirateria da “crimine di diritto delle genti” consistente appunto nel depredare navi ed equipaggi “per fini privati”, in veri e propri atti di violenza per fini politici, complice anche lo stato di guerra civile in Somalia che ha portato all’assenza di un apparato statale responsabile, come è stato efficacemente descritto nella prima parte di questo convegno.

 

4. In occasione del sequestro della nave Maerks-Alabama sono stati diversi gli articoli di storici delle relazioni internazionali che si sono confrontati per definire delle similitudini tra gli accadimenti occorsi in due epoche diverse. “Are the Somali prates like the Barbary pirates?” si sono chiesti molti studiosi tra questi Lawrence Peskin, autore di Captives and Countrymen, che ha notato come sono diverse le somiglianze. In una realtà geografica simile, i pirati proclamavano guerra contro i cristiani, ma entrambi sono mossi dal profitto piuttosto che dall’ideologia. In entrambi i casi i pirati usavano i media con efficacia, anche se le lettere dell’epoca ci mettevano due mesi per arrivare raggiungevano le prime pagine dei giornali. (http://hnn.us/articles/75985.html)
Queste le similitudini. Per quanto concerne le differenze Peskin fa notare come i pirati somali non appaiano legati a un Stato in cerca di un accordo duraturo con i paesi delle navi sequestrate, cosa che avveniva all’epoca quando Tripoli, Tunisi e Algeri – relativamente potenti città-Stato – sponsorizzavano la pirateria per avere non soltanto un riscatto, ma per negoziare Trattati molto lucrativi che avrebbero messo al riparo il traffico mercantile dei paesi che li sottoscrivevano, garantendo così una fonti di entrate molto proficua per i governanti del Nord Africa.
Il New York Times che ha intervistato Frank Lambert, autore di The Barbary Wars, ha sottolineato questo punto: i Barbary States avevano degli ambasciatori, i pirati agivano per uno Stato o città-Stato che imponeva un tributo. Non tanto dunque uno scontro di civiltà o uno scontro religioso e senza alcun “carattere di inimicizia contro le leggi, religione o tranquillità dei musulmani” come riportava un Trattato dell’epoca di James Madison che continuava ribadendo che “gli Stati Uniti d’America non erano in alcun senso fondati sulla religione cristiana”. (http://www.nytimes.com/2009/04/12/weekinreview/12gettleman.html)

 

5. Questo ci riporta ai giorni nostri e alla negazione della vecchia politica dello scontro di civiltà da parte della nuova amministrazione americana. Infatti, Hillary Clinton ha affermato sì che “La pirateria è un problema vecchio di secoli, ma noi stiamo lavorando per portare un’appropriata risposta valida per il 21° secolo”. Il che non vuol dire che i sistemi per combatterla siano granché nuovi, infatti prevedono l’invio di navi militari e l’intervento armato di forze speciali, l’uso di droni non solo per la sorveglianza del territorio, ma anche per il bombardamento dello stesso. Tuttavia la novità c’è e riguarda l’azione militare all’interno delle acque territoriali somale. Questa possibilità di intervento ha fatto gridare gli studiosi del diritto internazionale ad una seconda Guantanamo, una Guantanamo sul mare.
Mi riferisco all’articolo di Eugene Kontorovich, della Northwestern University School of Law di Chicago pubblicato nel 2010 su California Law Review, che parte da due affermazioni: una dell’ex ministro della difesa tedesco Franz Josef Jung, “Nessuno vuole una Guantanamo sul mare”, e la seconda di Jama Ali, un pirata somalo che ha affermato: “Non ci possono fermare, noi conosciamo il diritto internazionale”. (http://scholarlycommons.law.northwestern.edu/facultyworkingpapers/37/)
Un’affermazione azzardata in quanto la legge internazionale concernente la pirateria applicata da secoli e concretizzata nella Convenzione sul diritto del mare del 1982 prevede l’arresto e la cattura dei pirati trovati in alto mare (12 miglia marittime). Allo Stato che cattura la nave pirata spetta il diritto di sequestrala e di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dell’equipaggio. Inoltre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato due risoluzioni – la 1816 del 2 giugno 2008 e la 1838 del 7 ottobre dello stesso anno – con cui ha autorizzato gli Stati con navi nella zona ad entrare nelle acque territoriali somale in particolare per scortare le navi del World Food Program.
Nonostante questo, per molto tempo, nessuno dei paesi incaricati di pattugliare le acque della Somalia ha fatto degli arresti, e le navi militari hanno agito solo per allontanare i pirati oppure riportali nei porti sulla costa dove hanno continuato la loro attività di pirateria. Come risultato alcune migliaia di “briganti illetterati” armati di piccole armi stanno dettando la legge in queste acque. Questo perché si chiede Kontorovich? Il rischio è appunto quello che i pirati non vengano considerati tali bensì combattenti in una Guerra contro il Terrore di bushiana memoria e dunque considerati combattenti catturati all’estero. Con Guantanamo ancora aperta, nonostante le reiterate promesse di chiusura, i paese occidentali e in particolar modo gli Stati Uniti sono in difficoltà per valutare quale giustizia potrebbe essere applicata a questa forza irregolare e soprattutto come comportarsi nel momento in cui il sospettato pirata chieda di essere considerato un rifugiato visto il rischio che correrebbe se venisse rimpatriato in Somalia (tortura, morte, processo irregolare). Dobbiamo dunque riflettere – e non sarò io a farlo – su come considerare i pirati somali alla luce degli sviluppi del diritto internazionale: pirati come civili, pirati come combattenti, pirati come terroristi, pirati come difensori della fede islamica e infine al paradosso dei pirati come rifugiati.

 

6. Tutto ciò evidenzia la difficoltà di perseguire legalmente i pirati. Difficile, ma non impossibile. Abbiamo già sottolineato gli interventi militari autorizzati da Obama, che hanno visto l’impiego di squadre speciali – i cecchini dei Navy Seals – per liberare la nave Maersk-Alabama e l’autorizzazione all’uso dei droni per uccidere i militanti di Al Shabab, l’organizzazione islamica che controlla che controlla il sud della Somalia. Il Pentagono ha inoltre approvato lo stanziamento di 45 milioni di dollari per armare le truppe africane che combattono in Somalia. Infine come rivelato dal giornale The Nation la CIA ha costituito dei luoghi segreti per la detenzione dei sospettati. Uno in particolare è stato rintracciato dal giornalista Jeremy Scahill, autore tra l’atro di un interessante volume sulla Blackwater, la più potente armata mercenaria del mondo, in un compound vicino all’aeroporto internazionale Aden Adde di Mogadiscio. Gli intervistati dal giornalista americano descrivono una prigione sotterranea controllata da agenti somali, ma in cui gli interrogatori vengono svolti da agenti statunitensi della CIA e agenti francesi che operano all’interno della forza di pace dell’Unione Africana. (http://www.thenation.com/article/161936/cias-secret-sites-somalia)
Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale. Il Golem americano mostra ancora una volta tutta la sua forza e nello stesso tempo la sua fragilità.

 

Marco Sioli

Fonte: Fonte: per gentile concessione di Marco Sioli
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