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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Maurizio Viroli
La libertà dei servi
Perché proprio in Italia?
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In Italia si è instaurata per carenza di anticorpi repubblicani la corte. La “cosa pubblica” è alla mercede del gran signore, che tutto il mondo fa parlare, ridere e sghignazzare, e dei suoi cortigiani, un gregge di buffoni, nani e puttane. La libertà di cui godiamo è quella data ai servi, mentre quella del cittadino è solo ombra di immemore repubbliche medievali, di una tradizione di pensiero politico scomodo e inattuale, di una grande Costituzione tanto chiacchierata e vessata, quanto sconosciuta, mal conosciuta e indifesa. Nato per essere una guida al berlusconismo per stranieri, questo fortunato e stimolante pamphlet è diventato una lucida chiave di lettura che aiuta a far capire agli stessi italiani in che situazione si sono cacciati e perché. Non mancando di proporre gli opportuni e necessari rimedi per rimettere in piedi un paese che sia, di nuovo, retto e civile, o almeno moralmente più sano e non più genuflesso e chino. Ci vorrà tempo, costerà fatica, ma è possibile emanciparsi dalla servitù. Gli esempi non mancano, a volte basta guardarsi indietro per andare avanti.
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[scheda antologica a cura di Pierpaolo Lauria]

 

C’è libertà e libertà: il servo e il cittadino – Il male italiano: la corte all’ombra della Repubblica – Perché proprio in Italia? – Il tradimento dell’élite – La strada della rinascita

 

C’è libertà e libertà: il servo e il cittadino

L’Italia è un paese libero, se essere liberi vuol dire che né altri individui né lo Stato ci impediscono di agire come meglio crediamo. Tutti possono scegliere, se ne hanno i mezzi e le capacità, l’attività che vogliono esercitare, dove abitare, esprimere le proprie opinioni, associarsi, votare per un candidato o per un altro, criticare i governanti, educare i figli come ritengono giusto, professare questa o quella religione o non professarne alcuna […] Il problema è che la libertà intesa come assenza di impedimenti non è – di per sé – la libertà dei cittadini, ma può essere la libertà dei servi e dei sudditi […] La libertà dei cittadini, o repubblicana, è un’altra cosa. Non consiste nel non essere ostacolati o oppressi, ma nel non essere dominati, ovvero non essere sottoposti al potere arbitrario o enorme di un altro uomo o di altri uomini.[…] Se essere cittadini liberi vuol dire non essere sottoposti ad un potere enorme ed assolvere i doveri civili, è evidente che gli italiani non possono dirsi liberi;ossia, sono sì liberi, ma liberi nel senso della libertà dei servi. In Italia si è infatti affermato un potere che non è né arbitrario, né autoritario, né dispotico, né illegittimo, ma è enorme e con la sua stessa esistenza distrugge la libertà dei cittadini. (pagg. 3, 6, 8, 16)

 

Il male italiano: la corte all’ombra della Repubblica

Il potere di Silvio Berlusconi […] è enorme in senso proprio, in quanto eccede di gran lunga i limiti del potere che un uomo ha mai avuto in un regime liberale o democratico. Silvio Berlusconi dispone di una ricchezza personale che nessun leader politico democratico ha mai neppure lontanamente sognato di possedere; controlla un partito politico, che egli stesso ha fondato, composto di persone fedeli non ad un ideale ma a lui; gestisce un sistema di comunicazione di massa che nessun capo di governo ha mai avuto a sua disposizione[…] Quando in un paese si afferma un potere enorme o arbitrario, nasce il sistema di corte. Si dà una corte quando esiste una persona che, in virtù del suo enorme potere, occupa costantemente una posizione più elevata e centrale rispetto a un numero più o meno grande di individui che dipendono da lui per avere, conservare e aumentare ricchezze, status e la possibilità di apparire ed essere ammirati. Questo sistema dipende dall’effettivo potere del signore – chiamo così chi occupa stabilmente la posizione superiore e centrale- di distribuire ai cortigiani benefici materiali e simbolici e di minacciarli, altrettanto efficacemente, di privarli di tali beni.[…] La corte storicamente è sorta ed ha conosciuto i suoi momenti di massimo splendore nei principati, nelle monarchie e negli imperi, dove il principe, il re o l’imperatore sono al di sopra e al centro per diritto riconosciuto e sancito. Esistono tuttavia esempi di sistemi di corte anche in regime repubblicano, o almeno, sotto l’ombra di istituzioni e di costituzioni repubblicane. Il più noto è quello che i Medici costruirono in Firenze a partire dal 1512.[…] Gli italiani hanno dimostrato nei secoli una spiccata capacità di inventare sistemi politici e sociali senza precedenti. Alla fine del Medioevo hanno dato vita alle prime repubbliche. A distanza di quasi un millennio hanno creato prima l’ideologia poi il regime fascista, le une e le altre mai visti prima. Anche la trasformazione di una repubblica in una grande corte è un esperimento mai tentato e mai riuscito prima. (pagg. 16, 19, 22, 77)

 

Perché proprio in Italia?

Una prima risposta è che il sistema della corte e la mentalità che ne è espressione hanno in Italia radici profonde. Mentre il tipo umano del cittadino ha avuto sempre vita stentata, quello del cortigiano ha una storia lunga e gloriosa, sancita dalla fortuna dell’opera Il libro del Cortegiano di Baldassar Castiglione, che ne ha delineato i tratti. […] la storia italiana è stata per secoli storia di servitù, ora ai padroni stranieri, ora ai governi dispotici, ora al dominio spirituale e temporale della chiesa […] La lunga esperienza della servitù ha modellato il costume, com’è noto la più tenace delle forze sociali […] La secolare debolezza morale, ulteriormente aggravata dal fascismo, non poteva essere guarita con la nascita della Repubblica. I servi emancipati non diventano subito cittadini liberi, ma liberti: gli sventurati, come li ha descritti efficacemente Piero Calamandrei nel 1945, “che hanno ancora sui polsi le lividure delle catene ventennali e nella schiena l’anchilosi dell’assuefazione agli inchini; e non riesco a sentire i nuovi doveri della libertà”. A più di sessant’anni di distanza dobbiamo malinconicamente constatare che gran parte degli italiani non si sono elevati da liberti a cittadini, ma regrediti da liberti a servi volontari. (pagg. 77, 78, 83, 84)

 

Il tradimento dell’élite

Denaro, dipendenti devoti, televisioni e benedizione materna non sarebbero tuttavia stati sufficienti a Silvio Berlusconi se la fortuna non gli avesse regalato un prezioso e insperato aiuto: la mancanza di una classe politica capace di combatterlo con determinazione e sagacia. Ha vinto detto con altre parole, perché c’è stato un tradimento dell’élite che aveva il dovere di impedire di accumulare tanto potere. Non è la prima volta che accade. In passato un buon numero di regimi liberali e democratici sono stati soffocati da movimenti antidemocratici per responsabilità principali non del popolo ma dell’élite politica, militare, finanziaria e religiosa […] A mio parere Silvio Berlusconi è riuscito nell’impresa di realizzare in Italia un potere enorme anche perché ha trovato sulla sua strada un’élite politica che non ha saputo o voluto prendere le distanze e combatterlo con assoluta intransigenza. Se non abbia voluto o non abbia saputo fermare Berlusconi cambia poco. In politica, ci insegna Machiavelli, si guarda al fine, ovvero al risultato pratico delle azioni. Non lo hanno fatto e sono quindi venuti meno al loro dovere di conservare e rafforzare la vita repubblicana. (pagg.85, 87, 88)

 

La strada della rinascita

Gli italiani sono riusciti a rinascere dalla servitù alla libertà quando, almeno i migliori, hanno maturato il disprezzo per la vita da cortigiani. E’ infatti nel Risorgimento che troviamo le più appassionate invettive contro la corte […] Poiché il sistema di corte ha plasmato il costume diffondendo quasi ovunque la mentalità servile, il rimedio dovrà essere di necessità coerente alla natura del male, vale a dire riscoprire, o imparare, il mestiere di cittadini. Per quanto sia ardua, è la sola via. Il primo passo è capire il valore e la bellezza dei doveri civili. Ciò che distingue davvero la persona libera dal servo e dal cortigiano è infatti i sentimento del dovere. Una persona che ha il senso del dovere non può mai farsi servo e cortigiano per la semplice ragione che gli onori e i benefici che otterrebbe sarebbero sempre inferiori al danno di perdere se stesso. Può essere oppressa con la forza, ma non diventa servo volontario. L’unica libertà che pregia, è per la quale è disposto a lottare, è quella del cittadino e dunque non accetta poteri enormi, chiunque li detenga.[…] Chi vuole operare per l’emancipazione deve stare sempre fuori dalla corte e dimostrare con le sue parole e i suoi comportamenti che suo intendimento non è realizzare un’altra corte ma costruire o ricostruire una città libera […] bisogna operare per sostituire i modi di pensare e vivere servili con quelli propri del vivere libero. Sul costume si agisce con l’educazione , in particolare l’educazione civica. Formare persone libere vuol dire educare individui che non saranno mai sotto il nostro dominio, né sotto il dominio di altri; che vogliono essere se stessi e non servi modellati dalle parole e dai cenni di un signore; che accettano la fatica di pensare con la propria testa e di camminare con le proprie gambe lungo la strada che hanno scelto, consapevoli che prima e al disopra della famiglia, oltre alla libertà e alla dignità della persona, c’è la Repubblica, con la sua Costituzione e leggi. (pagg. 109, 113, 114, 123, 132, 133)

 

Maurizio Viroli


Indice del volume
Premessa – I. La libertà dei servi e la libertà dei cittadini – II. La corte – III. I segni della servitù – IV. I presupposti della servitù – V. La via della libertà – Indice dei nomi

 

Maurizio Viroli
La libertà dei servi

Laterza - 2010

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