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Roberto Moro
Roberto Moro
Ma l’Italia è davvero un Belpaese?
2011, aspettando il domani: scenari
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Ma questo è davvero un Belpaese? L’Italia è un paese credibile agli occhi del mondo e ai nostri stessi occhi? Siamo i migliori al mondo o i più miserabili? La storia che ci dobbiamo raccontare è comica o tragica? Lo scenario offerto da inchieste, rapporti, banche dati, analisi, qui richiamate e accolte in premessa, fotografano davvero il Belpaese in questo istante della sua storia: il 2011? In attesa del “2012”, il racconto di cui ci nutriamo, che è ragione del nostro scambio quotidiano e della nostra socialità, una riflessione merita di essere fatta. Il mondo ci osserva, noi ci osserviamo e quello che ancora si intravede appena è il rischio di un mutamento di rotta del nostro gigantesco Titanic, un mare tempestoso e un futuro incerto. Per evitare il panico l’orchestra continua a suonare le stesse canzoni, ma la tensione aumenta. Resistere, affrontare i marosi, cercare via di fuga, darsi da fare per evitare il naufragio, arrangiarsi? Parliamone e … con i migliori auguri.
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[audio - video- galleria di immagini - ipertesto]

 

2011: lo scenario è questo - Dal comico al tragico - La scena è cambiata … - … “emergenza”! - Dal tragico al comico - Bentornati in Italia!

 

2011: lo scenario è questo

1. Nel suo immobilismo l’Italia appare come un paese testardamente replicante, un paese blindato nella sua mobilità sociale e culturale. Questa storia immobile e ripetitiva si è oggi ulteriormente appesantita e trasformata in una generale sfiducia. Sfiducia nella classe politica e dirigente, sfiducia nelle istituzioni, sfiducia nel futuro della convivenza nazionale a favore di un individualismo che nulla ha più di creativo e confonde libertà e privilegio, libertà e assenza di regole. In questo clima nel quale la temperatura storica e sempre più bassa e forse vicina allo zero ci apprestiamo a celebrare il 150° anno del processo unitario. La società italiana sembra franare verso il basso sotto un’onda di pulsioni sregolate. L’inconscio collettivo appare senza più legge, né desiderio. E viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nella efficacia della classe dirigente. È questo il clima che registriamo quotidianamente: una temperatura sociale e istituzionale sempre più vicina allo zero. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita. È una temperie nella quale la storia, il legame con il passato, appare sempre più opaco e, di riflesso, si allontana il futuro. Quel che si registra è la crisi dei miti fragili dell’ultimo ventennio: il primato del mercato, la verticalizzazione e personalizzazione del potere, il decisionismo di chi governa. [Rapporto CENSIS 2010]
2. La nostra classe dirigente attuale, a differenza di quanto accade in altri paesi, non è né coesa né solidale. Possiede una grande consapevolezza di sé e nessuna consapevolezza dei problemi generali. Non è mai riuscita a costituirsi in élite responsabile. È più semplicemente il frutto della tradizione feudale che connota ancora il nostro Paese. La sua fragilità e la sua pochezza derivano dai meccanismi ereditari o di “cooptazione benevola” che ne hanno segnato i percorsi nel corso degli anni. Rari sono i casi che hanno visto premiato il merito, l’applicazione, le capacità. Questa “classe dirigente generale” deve ri-costituirsi in una vera e propria grande “agenzia di senso” e ri-prendere in mano il destino e il futuro dell’Italia. [Rapporto EURISPES 2011]
3. Un Paese diviso da tensioni vecchie e nuove, sempre più profonde. Un Paese contraddittorio, attraversato da risentimenti e timori sempre più diffusi. La prima linea di divisione separa la società dalla politica. Cresce, anzitutto, la sfiducia verso i partiti. Ma anche verso il Parlamento. E vien percepito l'indebolirsi dei legami tra le persone e, insieme, la rimozione del futuro dall'orizzonte sociale. Fra gli italiani è cresciuta la sfiducia verso il futuro ma soprattutto nei confronti degli altri. Noi: sempre più stranieri a casa nostra, perché gli altri ci appaiono stranieri. Noi: schiacciati nel presente perché impauriti dal futuro. Un Paese sospeso e diviso tra molte Italie. Anche se gran parte della popolazione, alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario, considera l'Unità d'Italia una conquista positiva, molti segnali vanno in direzione opposta. Ed evocano un clima di ri-sentimento nazionale. Acceso dai progetti di riforma in discussione in Parlamento. Primo fra tutti il «federalismo», percepito come una minaccia da ampi settori della popolazione. [Rapporto DEMOS 2010]
4. In questi mesi la società italiana si è rivelata fragile, isolata e eterodiretta. Siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono più a funzionare. Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo ‒ ma da prigionieri ‒ alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini. [Rapporto CENSIS 2011]
E si potrebbe continuare in un oceano di dati, numeri, notizie, dibattito, inchieste e libri e recensioni di libri di una interminabile biblioteca persa nella polvere del tempo. e la domanda con la quale possiamo concludere ancor prima di cominciare è una sola, evidente: ma questo è davvero un Belpaese?
Ma è questo lo scenario che fa da sfondo al racconto di un anno, il 2011, un anno terribile. E forse anche un anno di svolta, di cambiamento di rotta e ...

 

Dal comico al tragico

Di cose ne sono successe davvero e tutte concentrate nella seconda metà dell’anno: 25 luglio, 8 settembre, Caporetto, la linea del Piave. Non è una rievocazione storica è la memoria a breve, la storia istantanea annunciata da continui vaticinii.
A stento ora ricordiamo lo spettacolo di manipolazione mediatica che ci ha rassicurato, impigriti, resi complici delle menzogne. Chi se ne ricorda più?
“Il nostro Paese ha un sistema politico solido. Abbiamo fondamentali economici solidi. Le nostre banche sono liquide, solvibili e hanno superato agevolmente gli stress test europei, abbiamo anche registrato segnali significativi di ripresa. Non è venuta meno, quindi, la voglia di fare impresa, la voglia di investire e di superare le criticità che permangono nel nostro Paese”. “Abbiamo realizzato una vera e propria missione impossibile: abbiamo affrontato la crisi senza mettere mai, dico mai, le mani nelle tasche degli italiani”, “Siamo usciti dalla crisi meglio degli altri”, “I leader dei paesi europei mi chiedono consigli”. E in Italia non vi è povertà. Vi ricordate? Forse ci abbiamo anche creduto e nel giro di poche, minuscole e veloci settimane siamo passati dal comico al tragico.
Alla fine il governo Berlusconi è caduto, la compagine di governo si è sciolta, la crisi ha preso il centro della scena e l’Italia si nutre della sua stessa crisi: lo spread, la crisi, la manovra hanno preso il posto del calcio e del pettegolezzo su Berlusconi. Un nuovo spettacolo che non ha nulla di rassicurante. Grazie alla nuova deriva mediatica i dati sono sotto gli occhi e nella pelle di tutti. Siamo ai margini del baratro, il default alle porte, la patria è in pericolo e senza l’intervento straordinario della manovra Monti, si dice, lo Stato non avrebbe pagato neppure gli stipendi di dicembre/gennaio. Ci occorrono 600 miliardi pronta cassa dal FMI o da qualche altro benefattore. Siamo al limite della Grecia, peggio delle Spagna. “Lacrime e sangue”.

 

La scena è cambiata …

Poco a poco, con misto di pudore, imbarazzo e paterni rimbrotti, i dati vengono fuori e sono quelli che sapevamo, lo sapevamo tutti. Tacerli però non è più atto patriottico contro lo spirito disfattista e sabotatore di un popolo che si porta sfiga da sé. Al contrario è quasi divenuta una missione civile, un atto eroico di “responsabilità”. La scena è cambiata, il canovaccio nuovo.
La voragine del debito pubblico, accresciuto di 500 miliardi in 17 anni dalla sconsiderata gestione di una classe dirigente dedita alla predazione, ci minaccia e già decide del nostro destino, traccia il cammino del futuro a breve e annuncia un 2012 da fine del mondo. Già c’è la corsa alle scialuppe di salvataggio e, nel naufragio, si sa, ha più possibilità di salvezza chi viaggia in prima classe.
Ed è questa evidenza che annuncia un nuovo anno non meno terribile. Oltre alla retorica mediatica si profila un mare tempestoso da navigare con le nostre sole forze, senza dissimulazioni e nascondimenti. “Il debito” ha chiarito il Primo ministro “lo abbiamo fatto noi e a noi compete di pagarlo”. E ancora: “la debolezza della nostra economia precede l'avvio della crisi”.
[dal discorso programmatico del Governo Monti] “La crisi che stiamo vivendo è internazionale. Ma l'Italia ne ha risentito in maniera particolare. Secondo la Commissione europea, al termine del prossimo anno il prodotto interno lordo dell'Italia sarebbe ancora quattro punti e mezzo al di sotto del livello raggiunto prima della crisi. Per la stessa data, l'area dell'euro nel suo complesso avrebbe invece recuperato la perdita di prodotto dovuta alla crisi. Francia e Germania raggiungerebbero il traguardo di riportarsi al livello precrisi nell'anno in corso. La debolezza della nostra economia precede l'avvio della crisi. Per riacquistare fiducia nel futuro dobbiamo avere fiducia nelle istituzioni che caratterizzano uno Stato di diritto, quindi si procederà alla lotta all'evasione fiscale e all'illegalità”. Sono verità rivelate da almeno cinquant’anni, ma Piero Calamandrei ne parlava dal 1953. Ma questo è un paese normale?

 

… “emergenza”!

Emergenza! Si impongono misure straordinarie: rigore, equità, crescita. È un’alluvione, una frana, un mare di fango e di … Manco solo Bertolaso e la Protezione civile e dal tragico si passa al comico. Ma, diciamolo con chiarezza, i conti non tornano. Con il debito e senza crescita il Paese non marcia: i finanziamenti necessari all’Italia a breve (nei prossimi 12 mesi) per rinnovare il debito sono di 400 miliardi, riportare il debito al 90% del PIL significherebbe raccogliere altre risorse per 5/600 miliardi (in dieci anni 50/60 miliardi all’anno) ai quali si aggiunge il peso degli interessi. Sono conti in grosso che si fanno al bar e nei salotti buoni e cattivi, ma li fanno tutti anche le agenzie di rating, gli economisti più illustri, gli investitori acquirenti di titoli pubblici. Per reggere occorre una crescita del 5/6 % del Pil: per il 2012 è prevista recessione, paralisi, arretramento. Siamo ormai nella “spirale della crisi”. Il dibattito sui provvedimenti “eccezionali” (la retorica non manca mai) infuria e diviene ragione di socialità, ma la domanda è: a che serve la manovra? Questa manovra?
1. a pagare il biglietto del Presidente del consiglio da Roma a Bruxelles per sedersi al tavolo dei “grandi”, recuperare un minimo di credibilità, farsi ricevere e … “speriamo che io me la cavo”.
2. per anticipare la manovra dei prossimi mesi, poi un’altra e un’altra ancora. Questo è solo l’aperitivo e lo sappiamo tutti, ne parliamo tutti.
Il governo Monti è il 130° governo dall’unità d’Italia (150 anni), il 64° dell’era repubblicana (63 anni) e la sua speranza di vita media e di poco più di un anno e forse questa manovra è il primo e l’ultimo atto della nuova compagine (anche qui si scommette nei bar). Si poteva fare di meglio e di più?
Quel che ci aspetta, e lo sappiamo tutti, è il “2012”. Bentornati in Italia!

 

Dal tragico al comico

Non vi è dubbio, la vis comica è la forza trainante dell’epopea nazionale. Ed è in forza del riso che la cultura popolare lenisce le sue pene, vince ogni disperazione latente. Quando la realtà supera la fantasia il paradosso diviene struttura e ragione del racconto e il racconto fa ridere.
Lo sapevate? “Gli italiani i più ricchi tra i Paese del G7”. La ricchezza delle famiglie italiane, nel confronto internazionale supera quella delle famiglie di USA, Canada, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito. Il Rapporto della Banca d’Italia sula ricchezza delle famiglie italiane (al 2010) lo svela e questa forse è davvero una rivelazione, forse non lo sapevamo. Le casse del Paese sono vuote, ma quelle degli italiani rigurgitano. Immobili, terreni, Bot, azioni, soldi in banca e nel materasso, emerso e sommerso, danaro sporco e pulito fanno un capitale procapite di 142 mila euro per ciascun cittadino, neonati e pensionati compresi. Dov’è il problema e di cosa stiamo parlando? A che serva ormai la manovra? Che ognuno pagasse il suo debito procapite che è di soli 31 mila euro, pensionati e neonati compresi. Poi si riparte. Un nuovo Rinascimento. Creatività, eccellenza, furbizia, capacità di intraprendere, lavoro, lavoro, lavoro (che del resto non è mai mancato) ci sappiamo fare. C’è da stare tranquilli e riderci su.
E c’è da ridere anche sul fatto che, al di là del metodo di rappresentazione statistico, la distribuzione di questa ricchezza è concentrata per il 47,7 nella mani del 10% delle famiglie “più benestanti”, il resto se lo dividono il 90% di “meno benestanti”. Della soglia della povertà assoluta e relativa non mette neppure conto di parlare, si possono consolare cantando, ci penserà la Caritas.
In conclusione e in attesa di nuove rivelazioni, lo scenario offerto da inchieste, rapporti, banche dati, analisi, qui richiamate e accolte in premessa, si riassume con immediatezza ed efficacia nella testimonianza resa da Benigni nel video che abbiamo scelto per cominciare. E forse, a questo punto, è anche piacevole risentirla. Bentornati in Italia!

 

Bentornati in Italia!

Quando il futuro scompare dall’orizzonte di medio, lungo termine e scorre giorno dopo giorno, il passato prende il sopravvento e diviene presente, identità certa, tecnica di sopravvivenza. Per questo in qualche modo ce la caveremo come ce la siamo cavata in passato. A passi di gambero si ritorna alla tana: la famiglia, il paese, i ristretti confini, il piccolo che è bello, i protettori che fanno e disfano le regole per garantire la quiete, evitare il peggio. Consociativismo, trasformismo, immobilismo. I giovani senza futuro ripiegano verso il passato dei vecchi. È l’arte di arrangiarci che ci ha salvato e forse ci salverà sottraendoci alla sfide vere che appartengono solo al futuro. Il localismo, la struttura familiare e quasi "clanica" della nostra società, il bricolage della vita ricca o stentata che sia, sono limiti rassicuranti, i confini interposti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Ma forse va bene così.

 

Roberto Moro

dicembre 2011

Fonte: Storia & Storici
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