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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Martino Mora
Rivoluzione e totalitarismi
Avventura e destini della modernità politica
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A partire dalla Rivoluzione francese, i movimenti politici radicali hanno mirato a ricostituire - su basi laiche ed immanenti - l'unità collettiva della società, andata perduta a causa della secolarizzazione e dell'affermazione del mercato e dello Stato moderno. Durante i secoli XIX e XX questa tendenza è divenuta più forte, fino a sfociare nel comunismo e nei fascismi. Questi tentativi di ricostituire un'identità collettiva attraverso l'occupazione dello Stato, l'indottrinamento e la mobilitazione permanente della società, si legarono allo strapotere di un partito e di un uomo. Hanno dato vita a regimi nemici di tutte le differenze, che non potevano durare e che non sono durati. Ed hanno lasciato solo macerie. Ciò nonostante la storia degli ultimi secoli ci invita a riflettere sulla vacuità di senso della democrazia individualistica.
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[scheda a cura dell’autore]

 

Lo scacco dei Lumi-Lumi e Rivoluzione francese- Religione e fede rivoluzionaria- Il totalitarismo- Un falso comunitarismo- Lenin e Stalin

 

Lo scacco dei Lumi

[...] E' condivisibile la critica di Lester Crocker al fallimento illuministico nel creare una nuova etica, pubblica e privata, collettiva e individuale, capace di sostituire i riferimenti religiosi tradizionali. Perché senza dubbio questo tentativo ha condotto a dei grandi cambiamenti storici, ma anche a delle condizioni di oppressione, di sfruttamento, di sradicamento che l'umanità, nella sua già lunga e travagliata esistenza non aveva ancora conosciuto.
Il pensiero etico e sociale degli illuministi, le cui ricadute politiche hanno caratterizzato l'ideologia rivoluzionaria, sono così individuabili alla radice delle grandi opzioni politiche della modernità. Sia la democrazia liberale, sia la dittatura moderna, ideologica e desacralizzata, devono molto alla cesura storica rappresentata dai Lumi.
C'è di più. La perdita dell'identità collettiva, essenzialmente religiosa, e delle plurime appartenenze culturali, condannate dal cosmopolitismo e dall'individualismo degli enciclopedisti, avrebbero pesato nel tormentato rapporto tra le nuove religioni civili e politiche della modernità e la società nuova, che si prefiggeva mete sempre più ambiziose, ma che risentiva oscuramente della mancanza di una nuova identità collettiva. [pagg. 19-20 ]

 

Lumi e Rivoluzione francese

[....] Se non è storiograficamente convincente l'argomento tradizionale di una certa pubblicistica antirivoluzionaria dell'Ottocento , che vedeva un rapporto diretto di causa-effetto tra Illuminismo e Rivoluzione francese (come se i rivoluzionari fossero stati i semplici esecutori delle dottrine dei philosophes); è ancora meno persuasiva l'interpretazione di chi, sulla scia di Alfred Cobban, concepisce la Rivoluzione francese (o anche solo la sua degenerazione terroristico-autoritaria) come un tradimento dell'autentico spirito illuminista, contrassegnato dai valori della tolleranza e della libertà di coscienza.
Si tratta, in entrambi i casi, di interpretazioni discutibili. La Rivoluzione francese non ha rappresentato né la conseguenza automatica delle idee illuministe, né un loro presunto tradimento. Si tratta di due pagine diverse della medesima storia della modernità francese ed europea. I rivoluzionari non sono stati gli esecutori fedeli del programma politico degli illuministi, che era assai moderato, o al contrario utopico e confuso. E le cause della Rivoluzione – economiche e sociali – vanno al di là della diffusione delle idee illuministe (per quanto sia giusto dare peso al ruolo delle idee nella storia più di quanto non faccia una certa storiografia).
Allo stesso modo però, la Rivoluzione francese non rappresenta il tradimento degli ideali illuministi, e l'atteggiamento dei rivoluzionari fu realmente condizionato dalla cultura dei Lumi, ma in maniera mediata. Nei confronti della Tradizione, la Rivoluzione ha infatti incarnato, sul piano politico, l'atteggiamento dei Lumi sul piano culturale. La cesura radicale con il passato e il rifiuto della sacralizzazione del potere, della sua origine religiosa, accomuna Lumi e Rivoluzione.
L'Illuminismo ha davvero gettato – sul piano culturale – le premesse per la separazione totale, anche sul piano politico, dell'autorità civile dalla sanzione religiosa. E' l'origine sacrale del potere dei sovrani che la Rivoluzione contesta sin dall'inizio. La religione non rappresenta più per l'uomo moderno la garanzia e l'origine del potere. Inoltre, l'uscita parziale della società borghese dalla fede cristiana apre lo spazio alle nuove religioni politiche, al passaggio dalla fede trascendente a quella immanente. Perché la società dei commerci e degli scambi ha bisogno di una prospettiva ideologica attraverso cui spiegarsi il presente e leggere il futuro, in chiave politica e immanente. Così la Rivoluzione francese segna l'irrompere della religione civile, secolarizzata, nella contesa politica. La politica che è stata desacralizzata – cioè sciolta da ogni vincolo trascendente – viene investita, tramite la frattura rivoluzionaria, dalle ideologie. [pagg. 16-18]

 

Religione e fede rivoluzionaria

La Rivoluzione francese si distinse dalle rivoluzioni precedenti anche riguardo al rapporto con la religione. E questo non soltanto, come già detto, per il conflitto con la Chiesa cattolica, manifestatosi con l'incameramento dei beni ecclesiastici e con la famigerata Costituzione civile del clero che d'imperio - e contraddittoriamente - proclamava la laicità dello stato e al contempo la completa subordinazione e politicizzazione degli ecclesiastici. Ma anche perché, più in generale, in Francia si manifestava più chiaramente che altrove l'emancipazione della politica da ogni influenza religiosa, cioè la secolarizzazione del nuovo potere, che attinse però ad una nuova legittimazione semisacrale dall'ideologia, intesa come un sistema di credenze tutto immanente. Il passaggio dalla fede religiosa alla fede politico-ideologica, spesso in contrasto con lo stesso cristianesimo (sulla scia del radicalismo anticristiano dell'Illuminismo francese) emerge in tutta la sua rilevanza solo nella Rivoluzione francese.
Già le Rivoluzioni anglosassoni avevano significato il passaggio dal conflitto religioso al conflitto politico, dalla riforma religiosa alla rivoluzione, ma i due aspetti non erano ancora vissuti in maniera conflittuale; anzi le motivazioni religiose (anche se spesso in senso deteriore, cioè anti-cattolico) avevano giocato un ruolo importante nelle motivazioni dei rivoluzionari. La Francia rivoluzionaria invece condusse la sua lotta antiassolutista e antifeudale in virtù di motivazioni strettamente politiche, che diventano anzi sempre più in contrasto con la religione tradizionale. L'ideologia rivoluzionaria poi si tradusse in religione politica, soppiantando la credenza religiosa in nome di un nuovo sogno universalistico di redenzione, ma di redenzione immanente, non trascendente.
Lo spirito rivoluzionario ritrovava un significato religioso – fideistico, universalistico, messianico – al di fuori della tradizione cristiana, o in contrasto con essa. Si compiva quindi in Francia, per la prima volta in maniera evidente, il passaggio dalla religione alle ideologie, dalla fede cristiana alla fede rivoluzionaria. [pagg. 23-24]

 

Il totalitarismo

Come abbiamo visto, dalla Rivoluzione francese in poi il progetto latente di una società riconciliata con se stessa, in cui non esiste il conflitto, è già implicito in tutti i movimenti radicali della modernità (anche quelli apparentemente immuni dalle visioni utopiche).
Esso viene realizzato con la forza dai totalitarismi del XX secolo, i quali hanno esercitato una violenza sulla società reale che non ha precedenti nella storia. Lo scandalo della società conflittuale, divisa, lacerata dalle differenze è ciò a cui ogni totalitarismo ha cercato di mettere rimedio. Il comunismo, il nazionalsocialismo, il fascismo italiano hanno affrontato questo scandalo, interpretandolo diversamente a seconda della diversa concezione del mondo, ma cercando comunque di rimediarvi con una alta dose di repressione, oltre che con l'uso pervasivo della propaganda ideologica.
A questo proposito bisogna dire che gli esiti più cruenti appartengono senza dubbio al totalitarismo nazista e a quello comunista russo, cinese, cambogiano. Ma l'obiettivo implicito o esplicito di una società riconciliata con se stessa, in cui venga abolita la ferita della divisione e del dissenso sociale, rappresenta il legame comune tra ogni forma di totalitarismo, nonché distingue la dittatura ideologica e totalitaria dalle altre forme, anche altrettanto violente, di dittatura. Anche queste ultime non riconoscono il dissenso politico e lo reprimono con durezza, anche spietata, ma non si prefiggono la pervasività sociale e ideologica dei regimi fascisti e comunisti. Non ne condividono l'ambizione “religiosa” - non cristiana e tutta immanente – della ricomposizione forzata di un'unica identità collettiva a tutta la società. [pagg. 73-64 ]

 

Comunitarismo fascista?

[...] L'uscita della società borghese da una caratterizzazione comunitaria di tipo cristiano, poi l'industrializzazione e l'affermarsi del tecnicismo e dello scientismo, infine l'avanzata del nichilismo, frutto di quella “morte di Dio”, di quella secolarizzazione che ha gradualmente portato alla caduta di tutti i valori tradizionali, ha condotto alla necessaria riscoperta, nell'epoca della modernità, della forma comunitaria.
Il fascismo fu però una degenerazione di tale riscoperta per almeno due motivi. Innanzitutto per la pretesa che un modello di comunità (che fosse quello reducistico, partitico o nazional-statuale) diventasse modello a sua volta omologante di ogni differenza, di ogni identità minoritaria, di ogni possibile idea alternativa di comunità, di ogni altro diverso sentimento di comunanza.
In secondo luogo perché rappresentò il goffo e inevitabilmente fallimentare tentativo di rispondere al vuoto della società moderna attraverso il nazionalismo, cioè attraverso un sistema di credenze politiche che non appartenevano al vero retroterra storico dell'Italia e forse neppure della Germania. In Italia la tradizione pluricentenaria della società e della cultura politica era comunale e cattolica. Per rispondere alla modernizzazione, all'arido razionalismo utilitaristico che atomizza la società, rendendo l'individuo sempre più solo e senza punto di riferimento, occorreva riscoprire dei valori che fossero preesistenti alla modernità stessa nelle sue forme storiche. Contrapporvi l'idea nazionalista, cioè l'idea politica di nazione, che nacque in Europa solo con il 1789 rivoluzionario, che non c'entrava nulla con la reale tradizione della società italiana, era una contraddizione evidente di questa risposta comunitaria alla modernità. E' possibile rispondere alla modernità solo riscoprendo ciò che essa tende ad accantonare, cioè la tradizione dei popoli. Era una contraddizione, storica e teorica, pretendere di rispondervi con ciò che la modernità stessa aveva prodotto.
Per questo il fascismo fu un fenomeno ultramoderno, non certo tradizionalista, perché si basava su una forma di comunitarismo che solo apparentemente poteva proporsi come diversa e alternativa ai valori della modernità. E quindi non poteva dare una risposta fondata al disagio moderno.
Il fascismo (anche nella sua versione nazionalsocialista) fu quindi in realtà uno pseudo-comunitarismo statalista simile a quello bolscevico: una risposta ultramoderna al disagio della modernità, una uguale cesura storica con il passato e la tradizione dei rispettivi popoli, una forma di oppressione e omologazione sociale senza precedenti. Proprio in quanto fenomeno ultramoderno nei valori di riferimento (il nazionalismo), e in quanto fattore di omologazione sociale e politica, il fascismo ha rappresentato un tipo di pseudo-comunitarismo statalista non solo fallimentare, ma controproducente nel dare una risposta al disagio della modernità. Il deserto del nichilismo delle società occidentali è avanzato anche grazie all'opera dei totalitarismi, più o meno compiuti. [pagg. 89-90.]

 

Lenin e Stalin

[...] Lo stalinismo non si spiega soltanto con la personalità, certo psicotica, di Stalin. Lo stalinismo non è stato infatti la semplice dittatura personale di uno spietato tiranno, ma è stato, ne più ne meno del nazionalsocialismo, un’esperienza politica di dominio assoluto e di uso di una pratica sterminazionista su larga scala che non ha precedenti nella storia.
Se Stalin ha abusato del potere assoluto sui corpi e sulle coscienze, c’è da chiedersi come sia stato possibile creare un tale potere assoluto, che nemmeno la Russia degli zar aveva mai sperimentato. La risposta a tale interrogativo sta nella responsabilità storica del leninismo, nella sua pratica e nella sua concezione del potere, che hanno messo le basi per una dittatura dalla ferocia primitiva ma dai mezzi modernissimi, capace di un controllo e di una manipolazione degli individui senza precedenti nella storia.
Le responsabilità di Lenin (e anche di chi, come Trockj, si batté poi con tutte le sue forze contro Stalin) nella soppressione di ogni forma di libertà di pensiero e di coscienza, nella progressiva riduzione di ogni spazio di pluralismo, nella creazione dello Stato di polizia (si deve al padre della Rivoluzione la creazione della Ceka, la terribile polizia politica), sono indiscutibili. Non fu Lenin nel 1919 a reprimere ferocemente, tramite l’Armata rossa di Trockj, la ribellione dei marinai di Kronstadt, che tanto avevano fatto in precedenza per sostenere il colpo di Stato bolscevico? Non fu Lenin nel 1918 a fare sciogliere con la forza l’Assemblea Costituente democraticamente eletta, perché il suo partito non vi deteneva la maggioranza? Non fu Lenin, subito dopo, a mettere fuori legge tutti i partiti politici, di destra o di sinistra, tranne ovviamente quello bolscevico? Non fu Lenin a inaugurare, sin dal 1917, la sistematica repressione del dissenso e la persecuzione non solo degli oppositori politici, ma anche di ogni forma di pratica e di organizzazione religiosa? E infine non fu Lenin, nel 1922, a guerra civile ormai vinta, a dichiarare illegittime le fazioni all’interno del partito unico?
C’è quindi una continuità sostanziale tra il leninismo e lo stalinismo, tra il padre della Rivoluzione e il suo tirannico successore. Non ha senso, come faceva ancora l’ex comunista Elio Vittorini in un suo intervento del gennaio 1958, contrapporre la “personalità democratica” di Lenin a quella dispotica e autoritaria di Stalin. Una personalità democratica non avrebbe fatto sciogliere con la forza delle armi l' Assemblea costituente eletta a suffragio universale, né avrebbe fatto sciogliere ogni soviet che non esprimeva una maggioranza bolscevica, e nemmeno avrebbe fatto aprire il fuoco contro le manifestazioni operaie che ne contestavano l'operato, come accadde numerose volte in diverse città della Russia.
Bisogna sfrondare il bolscevismo da questa immeritata patente di democrazia, sia se intendiamo questa parola in senso liberale, cioè nella sua unica versione storicamente realizzata (senza per questo volere occultare i limiti di questo sistema), sia se la intendiamo nel senso della democrazia diretta, come quella dei soviet russi, che furono presto esautorati di ogni reale potere. [pagg. 134-135]

 

Martino Mora

 

Indice del volume:
Introduzione - L'eredità dei Lumi - Rivoluzione - La sacralizzazione della politica - Totalitarismo - Comunitarismo fascista? - Comunismo e democrazia

 

Martino Mora
RIVOLUZIONE E TOTALITARISMI
Avventura e destini della modernità politica


Edizioni Web-press - 2011

Fonte: Storia & Storici
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