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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Emmanuel Joseph Sieyès
Saggio sui privilegi
1788 - Contro il regime del privilegio
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Certo il tema dei privilegi sarebbe inesauribile, come i pregiudizi che concorrono a formarli: concludiamo quindi risparmiandoci le riflessioni che esso potrebbe ispirare. Verrà il tempo in cui i nostri nipoti leggeranno indignati e stupefatti la nostra storia e daranno a questa inconcepibile demenza il nome che merita. In gioventù, abbiamo visto alcuni letterati distinguersi coraggiosamente nell’attaccare opinioni tanto radicate quanto perniciose per l’umanità. Oggi, i loro successori sono soltanto capaci di ripetere, nei discorsi e negli scritti, quei vetusti ragionamenti contro pregiudizi che non esistono più. Il pregiudizio che alimenta i privilegi è il più funesto, quello che più intimamente si è intrecciato con l’organizzazione sociale e che più profondamente la corrompe, quello difeso da un maggior numero d’interessi: quanti motivi per stimolare i veri patrioti e raffreddare i letterati contemporanei!
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[traduzione e scheda antologica a cura di Roberto Moro]

 

Emmanuel Joseph Sieyès
Saggio sui privilegi

 

Dispensare gli uni per demotivare gli altri - Il merito e i privilegi onorifici - Un popolo contaminato dai vizi: la vera stima non esiste più - Quando i ministri conferiscono a un cittadino un privilegio … - Un privilegiato ammira soltanto se stesso e disprezza gli altri - La superiorità creata dai privilegi e quella legittima tra governanti e governati - In una società occorrono soltanto dei cittadini - I veri propulsori della società: il denaro e l’onore - Assalto e occupazione della cariche pubbliche - Il sistema dei privilegio si è intrecciato con l’organizzazione sociale

 

Dispensare gli uni per demotivare gli altri

È stato detto che il privilegio è una dispensa per coloro che ne beneficiano e una fonte di demotivazione  per tutti gli altri. In effetti, è innegabilmente una ben miserabile invenzione. Non è forse chiaro che, per quanto ben organizzata e sviluppata sia una società, per scardinarla non occorre altro che dispensare tutti e demotivare gli uni gli altri?
     Avrei voluto prendere in esame sia l’origine che la natura e gli effetti dei privilegi. Ma questo modo di procedere, per quanto giusto nel metodo, mi avrebbe tuttavia continuamente portato a ripetere le stesse idee. Inoltre, la trattazione sull’origine dei origini dei privilegi mi avrebbe immerso in una noiosa interminabile discussione sui fatti: cercando come si cerca, quel che non si trova nei fatti? Preferisco allora, se è proprio questo che si vuole, supporre che i privilegi possiedano la più pura delle origini. I loro difensori, ossia quasi tutti coloro che ne godono, non possono chiedermi di più.
     
Tutti i privilegi, indistintamente e per evidenza, consistono o nel dispensare dall’osservanza della legge, o nel conferire un diritto esclusivo a ciò che la legge non consente. L’essenza del privilegio risiede nel derogare al diritto comune, a cui ci si può sottrarre solo in virtù di questi due atteggiamenti. Affrontando dunque l’argomento sotto questo duplice punto di vista, è esatto affermare che nell’analisi risultante da questo esame saranno presi in considerazione tutti i diversi privilegi. […]
      Esiste una legge fondamentale alla quale tutte le altre sono subordinate: Non fare torto ad altri. Questa grande legge naturale è modellata dal legislatore così da garantire, nei minimi particolari, le disposizioni necessarie per un ordinato assetto della società; è questa legge la fonte di tutte le leggi positive. Sono buone leggi le idonee ad impedire che si rechi pregiudizio ad altri; e di conseguenza sono cattive quelle inefficaci, sia direttamente che indirettamente, a conseguire tale scopo: queste leggi cattive intralciano la libertà e sono l’opposto delle leggi realmente buone. Quand’anche non esprimano la volontà di nuocere, le cattive leggi resteranno tali. In primo luogo, infatti, esse sono di ostacolo alla libertà; e poi, o soppiantano le leggi realmente buone, o le rendono inoperanti. Aldilà della legge, tutto è libero: aldilà di ciò che la legge garantisce all’individuo, ogni cosa appartiene a tutti. […]
      Con l’ausilio di questi principi elementari, possiamo dare un primo giudizio sui privilegi. Quelli che hanno per oggetto una esenzione dalla legge sono ingiustificati: infatti, mentre ogni legge, come si è detto, enuncia direttamente o indirettamente non fare torto ad altri, ai privilegiati si dice invece a voi è permesso fare torto ad altri. Non vi è potere al mondo che possa fare una simile concessione. Se una legge è buona, essa è vincolante per tutti; se non lo è, occorre abolirla: essa costituisce un attentato contro la libertà. […]
      Tutti i privilegi dunque sono ingiusti per natura, odiosi, e contraddittori rispetto alfine ultimo di ogni società politica.

   

Il merito e i privilegi onorifici     

I privilegi onorifici non possono essere salvati da questa proscrizione generale, in quanto posseggono uno dei caratteri che abbiamo ora segnalato: quello di attribuire un diritto esclusivo a qualcosa che non è tutelato dalla legge; senza contare che, sotto la veste ipocrita dei privilegi onorifici, si tende a conseguire ogni genere di profitti pecuniari. Ma poiché sono molti quelli che, in buona fede, si mostrano favorevoli a questo genere di privilegi, o almeno li giustificano, è opportuno farne un attento esame per vedere se realmente sono più giustificabili degli altri. Per conto mio, ritengo francamente che questi privilegi siano inficiati da un ulteriore gravissimo vizio: essi tendono a demoralizzare il grande corpo dei cittadini, il che non è certo un danno di poco conto.
     È mai possibile voler umiliare in questo modo venticinque milioni e ottocentomila individui, per onorarne in maniera ridicola duecentomila? Vuole mostrarci, il più capzioso tra i sofisti, cosa riscontra di conforme all’interesse generale in un rapporto così antisociale?
      Il titolo più meritevole per la concessione di un privilegio onorifico sarebbe quello di aver reso un grande servizio alla patria, ossia alla nazione, che non è altro che la generalità dei cittadini. Ebbene, si ricompensi pure il membro del corpo sociale che ha ben meritato; ma non si compia l’assurda follia di svilire il corpo sociale nei confronti di un suo membro. La totalità dei cittadini è sempre il destinatario principale al quale si prestano quei servizi: può mai questa totalità essere sacrificata a un suo servitore, che merita solo un premio per averlo servito?
      Una così enorme contraddizione avrebbe dovuto essere da tutti percepita e le mie conclusioni appariranno probabilmente nuove, o almeno stravaganti. Esiste infatti tra noi a tale proposito una inveterata superstizione che ripudia la ragione e non suscita neppure il dubbio. Vi sono popoli selvaggi che fanno sfoggio di alcune proprie ridicole deformità e rendono a queste l’omaggio dovuto alla bellezza naturale. Nelle nazioni iperboree si rende omaggio, invece, a delle escrescenze politiche assai più deformi, e soprattutto assai più nocive perché consumano e debilitano il corpo sociale. La superstizione è tuttavia effimera, e il corpo che essa deturpava riappare allora in tutta la sua forza e in tutta la sua bellezza naturale.
      Ma come! si dirà, voi non volete riconoscere i servizi resi allo Stato? Ma io non credo che la ricompensa dello Stato debba consistere in un che di ingiusto o di avvilente; non si può ricompensare qualcuno a spese di un altro, né tantomeno a spese di quasi tutti gli altri. Non confondiamo cose tanto diverse tra loro come i privilegi e le ricompense.[…]
Accettate dunque che l’opinione pubblica dispensi liberamente il riconoscimento della vostra stima. Se per convinzione filosofica ritenete che questa pubblica stima costituisca un potente compenso morale, avete ragione; ma se volete che il principe se ne arroghi la somministrazione, sbagliate di grosso. La natura, più saggia di voi, ha posto la vera fonte della stima nelle passioni del popolo. È il popolo che sente ciò che è veramente necessario: è il popolo la patria a cui gli uomini d’ingegno sono chiamati a consacrare il loro talento, e quindi dovrebbe essere lui il depositario delle ricompense cui costoro ambiscono. Ma gli eventi che sono ciechi, e le cattive leggi, ancor più cieche, hanno cospirato contro la collettività: essa è stata diseredata, privata di tutto, non le resta che il potere di onorare della sua stima coloro che la servono, ed ha soltanto questo mezzo per spingere ancora all’azione gli uomini degni di servirla. Volete anche spogliarla di quest’ultima risorsa, negarle la facoltà che le appartiene di contribuire al raggiungimento di un maggiore benessere?
     
I governanti, abitualmente, dopo avere degradato e svilito il grande corpo dei cittadini, finiscono facilmente col trascuralo. Disprezzano e s’indignano in buona fede nei confronti di un popolo che sono stati proprio i loro crimini a rendere degno di disprezzo e, se ancora se ne interessano, è solo per punirne le colpe; e mentre riversano sul popolo la loro collera, è proprio ai privilegiati che riservano la benevolenza. Ciò nonostante, la virtù ed il talento non cessano di assolvere il compito che la natura ha destinato loro. Nel profondo degli animi puri e generosi è sempre viva una voce segreta che parla a favore dei deboli. […]
     Accettiamo dunque che il premio della pubblica stima venga liberamente offerto dalla nazione per estinguere il proprio debito verso il talento e la virtù, e guardiamoci bene dalli infrangere i sublimi rapporti di umanità che la natura ha voluto imporre nel profondo dei nostri cuori. Applaudiamo a questa mirabile corrispondenza di benefici ed onori che si instaura, a consolazione dell’umanità, tra i bisogni dei popoli riconoscenti e gli uomini d’ingegno, generosamente ricompensati per tutti i loro servizi dal semplice tributo della gratitudine!
    
Tutto è puro in questo reciproco scambio, è fecondo apportatore di virtù e potente attore di felicità finché non è ostacolato nel suo naturale e libero sviluppo.

 

Un popolo contaminato dai vizi: la vera stima non esiste più

Ma se la corte ne assume il controllo ecco che la pubblica stima diviene moneta di scambio resa falsa dagli intrighi di un indegno monopolio. Ben presto, dall’abuso commesso nasce e si diffonde fra tutte le classi dei cittadini la più impudente immoralità. I segni convenzionalmente additati alla pubblica stima vengono male interpretati e ne alterano il sentimento, fino a corromperlo, con questo accostamento forzato, nella maggior parte degli uomini. Come può, infatti, il popolo non essere contaminato dai vizi che viene man mano abituato ad onorare? Nell’esigua schiera delle persone illuminate la stima si ritrae in fondo al cuore sdegnata per il ruolo avvilente che si protende imporle. La vera stima non esiste più: il suo modo di essere e di esprimersi sopravvive nella società solo per conferire, prostituendo se stessa, falsi onori pubblici agli intriganti, ai protetti, e spesso agli uomini più riprovevoli.
In un simile disordine del costume, mentre il talento viene perseguitato e la virtù ridicolizzata, uno stuolo, e il più eterogeneo, di orpelli e simboli esteriori impongono perentoriamente il rispetto verso la mediocrità, la viltà ed il crimine. Gli onori hanno così spento il senso dell’onore, corrompendo la pubblica opinione e degradando gli animi dei cittadini. […]
      Accettate, anche in questo caso, che i cittadini manifestino liberamente i propri sentimenti e li esprimano spontaneamente, in prima persona, in questo modo così lusinghiero ed incoraggiante: vi renderete allora conto, con il libero concorso di tutti gli animi volenterosi e per effetto del benefico moltiplicarsi degli sforzi in ogni campo, quanto sia più produttivo ai fini del progresso sociale il grande sprone della pubblica stima. Ma la vostra infingardaggine e il vostro orgoglio preferiscono ricorrere ai privilegi. È evidente: voi non tanto chiedete da parte dei vostri concittadini un segno di distinzione, quanto piuttosto ricercate un segno di distinzione da loro. […]
      Da queste considerazioni generali sui privilegi onorifici, scendiamo ora ad analizzare i loro effetti, sia riguardo al pubblico interesse, che a quello degli stessi privilegiati.

 

Quando i ministri conferiscono a un cittadino un privilegio …

Quando i ministri conferiscono a un cittadino un privilegio, si fa strada nel suo animo un interesse particolare che lo rende sordo alle sollecitazioni dell’interesse comune. L’idea di patria si restringe nei limiti angusti della casta della quale entra a fare parte, e tutti il suo impegno, prima posto fruttuosamente a servizio della cosa pubblica, si orienta poco a poco nella direzione opposta. Lo si voleva incoraggiare a fare meglio, e si è finiti col renderlo peggiore. Nasce così in lui come un bisogno di primeggiare sugli altri, un desiderio insaziabile di dominio, purtroppo insito nella natura umana, che costituisce un vero morbo antisociale: sono prevedibili i danni che costui, già per sua essenza nocivo, produce quando l’opinione e la legge gli accordano il loro potente appoggio.
       Analizziamo per un attimo i nuovi sentimenti del privilegiato. Egli crede di formare con i suoi pari un ordine separato, una nazione nella nazione, e di essere obbligato in primo luogo nei confronti dei membri della propria casta; per cui, se continua ad occuparsi degli altri, lo fa appunto in quanto sono gli altri, diversi da lui. Non è più quel corpo cui prima apparteneva, ma è il popolo, quel popolo che si riduce, sia nel suo linguaggio che nel suo animo, a un insieme di nullità, una classe di uomini creata espressamente per servire, mentre lui è fatto per comandare e ricevere.
     Sì, i privilegiati si ritengono appartenere ad un’altra specie di uomini. Questa opinione, apparentemente esagerata e in contrasto con la nozione di privilegio, ne diviene inavvertibilmente una conseguenza naturale che finisce per formarsi in ogni animo. Ne chiedo conferma a quei privilegiati, come indubbiamente se ne trovano, aperti e leali: quando sono in presenza di un uomo del popolo non provano quasi sempre, salvo che costui sia venuto a chiedere la loro protezione, un senso involontario di repulsione che si manifesta, al minimo pretesto, con parole dure e un atteggiamento di disprezzo?
     La falsa convinzione della propria superiorità personale è a tal punto inveterata nei privilegiati, che essi tendono a manifestarla in tutti i rapporti con gli altri cittadini: non possono essere confusi con gli altri, non stare accanto a loro, non trovarsi insieme a loro, ecc.. Discutere con loro, sembrare aver torto quando si ha torto significa venir meno a se stessi e alla propria essenza, e anche l’avere ragione nei loro confronti non è che un compromesso.

 

Un privilegiato ammira soltanto se stesso e disprezza gli altri 

Ma è lontano dalla capitale, nelle campagne, che se ne hanno le manifestazioni più singolari: al riparo dalla ragione e dalle passioni cittadine, questo nobile sentimento della proprio superiorità si rafforza e si amplifica. Nei vecchi castelli il privilegiato può fare miglior sfoggio della propria dignità, rimanere più a lungo in contemplazione dei ritratti dei propri antenati, ed esaltarsi per l’onore di discendere da uomini del tredicesimo o del quattordicesimo secolo, senza mai sospettare che tale prerogativa possa essere comune anche a ogni altra famiglia, ma addirittura con la ferma convinzione che sia carattere esclusivo di determinate stirpi. […]
      Ho visto alcune di queste lunghe raccolte di immagini avite. Non sono preziose per le loro qualità pittoriche o, diciamolo pure, per i sentimenti di parentela: sono inestimabili perché testimonianze del tempo e delle usanze felici dell’epoca feudale! È nei castelli che si può apprezzare ed ammirare, come avviene per le opere d’arte, la bellezza di un albero genealogico dai folti rami e dal fusto slanciato. Ed è qui che si apprende veramente in ogni circostanza, anche nelle meno importanti, quanto vale un uomo come si deve e il rango che deve essere assegnato a ciascuno. E in confronto a tanto edificanti contemplazioni, come sembrano vili e trascurabili le occupazioni della gente di città! Se si potesse chiamarlo col suo vero nome, ci si potrebbe chiedere: che cosa è un borghese rispetto ad un autentico privilegiato? Quest’ultimo, con gli occhi sempre rivolti al nobile e antico passato, là dove ritrova tutti i suoi titoli e tutta la sua forza, vive in funzione dei propri antenati. Il borghese, invece, gli occhi sempre fissi sul misero presente o sull’insignificante futuro, mantiene il privilegiato con le risorse e del suo industre lavoro, e insieme ne garantisce il permanere. Egli vive oggi, non ieri, sopportando la fatica e, ciò che è peggio, l’ignominia di impiegare tutte le sue forze e tutta la sua intelligenza per il nostro attuale benessere e di vivere grazie al proprio lavoro, a noi tutti indispensabile. Ah! Potesse mai il privilegiato tornare nel passato a godere dei suoi titoli e della sua grandezza, e lasciare a questa stupida nazione il presente con tutta la sua volgarità!
      Un vero privilegiato ammira soltanto se stesso e disprezza gli altri.  […] La vanità, che è di regola individuale e induce a uno splendido isolamento, qui si tramuta improvvisamente in un indomabile spirito di corpo. Al minimo ostacolo che incontri da parte della classe da lui tanto disprezzata, il privilegiato dapprima si irrita, ferito nella propria prerogativa e convinto di essere nel suo diritto, nella sua proprietà; ma poi ben presto incita e pungola tutti i suoi consimili, riuscendo così a formare una consorteria assai potente disposta a sacrificare ogni cosa pur di conservare ed accrescere le proprie odiose prerogative. Il sistema politico viene così ad essere capovolto mettendo in luce un odioso aristocraticismo.
      Si dirà, tuttavia, che in società si è altrettanto cortesi con i non privilegiati che con gli altri. Ma non sono stato io certo il primo a notare il carattere particolare della cortesia dei francesi. Il privilegiato francese è cortese non perché creda di doverlo agli altri ma perché crede di doverlo a se stesso. Non è l’altrui diritto che egli rispetta, ma se stesso e la propria dignità. Egli non vuole essere confuso, per i modi plebei, con tale cattiva compagnia; avrebbe il timore che l’oggetto della propria cortesia finisca per crederlo, al par suo, un non privilegiato. State perciò attenti a non farvi sedurre da queste apparenze artefatte ed ingannevoli, e cercate invece di vederle per quello che sono, un orgoglioso attributo dei privilegi da noi tanto detestati. […]

 

La superiorità creata dai privilegi e quella legittima tra governanti e governati

Ma procediamo in questo la nostra analisi e non facciamoci abbagliare dai grandi privilegiati, dai grandi mandatari ammessi, in virtù della loro condizione, a godere nelle province le presunte attrattive della propria superiorità. È tutta per loro, questa superiorità, eppure si sentono soli e la noia pesa loro nell’animo vendicando i diritti della natura. L’ardore impaziente in fora del quale rientrano nella capitale a cercare i propri pari mostra quanto è insensato seminare il terreno della vanità per raccogliervi soltanto gli spini dell’orgoglio ed i papaveri della noia. Noi non confondiamo l’assurda e chimerica superiorità creata dai privilegi con la superiorità legittima che nasce dal fatto che esistono governanti e governati. È questa una superiorità reale e necessaria; non inorgoglisce gli uni né umilia gli altri; è una superiorità di funzioni, non di persone. Ma, se neppure questa superiorità compensa le dolcezze dell’eguaglianza, che pensare allora dell’illusione in cui credono questi semplici privilegiati?
      Se gli uomini fossero consapevoli dei propri interessi e capaci di fare qualcosa per la propria felicità, se si accorgessero finalmente quale crudele imprudenza hanno commesso nel disdegnare tanto a lungo i diritti dei liberi cittadini per i vani privilegi della servitù, come si affretterebbero a ripudiare tutte quelle vanità a cui fin dall’infanzia sono stati educati! Come diffiderebbero di un simile ordine di cose, che tanto si armonizza col dispotismo! I diritti del cittadino abbracciano ogni cosa, mentre i privilegi tutto corrompono con ricompense degne degli schiavi. […]

 

In una società occorrono soltanto dei cittadini

Alcune ulteriori osservazioni getteranno una nuova luce sugli effetti funesti dei privilegi. Ricordiamoci in primo luogo di una verità generale: perché una idea falsa riesca a corrompere il buonsenso basta che sia alimentata dall’interesse personale e sorretta dal secolare esempio della tradizione. Di precedente in precedente si forma così insensibilmente un corpo dottrinale che arriva agli estremi dell’insensatezza senza che venga mai intaccata, ed è la cosa più rivoltante, la lunga e superstiziosa credulità del popolo.
      Vediamo così sotto i nostri occhi, senza che la nazione protesti mai, sciami di privilegiati con la radicata e quasi religiosa persuasione di avere un diritto acquisito agli onori per il solo fatto della nascita e un diritto  a una parte dei tributi della popolazione per il solo fatto di esistere. Ciò è loro sufficiente come titolo.
      In effetti, non era sufficiente che i privilegiati si considerassero un’altra specie umana; con grande modestia, essi sono giunti al punto di considerare in buona fede se stessi e i propri discendenti non come funzionari della cosa pubblica, ma come una necessità per il popolo: e così, a questo titolo, s’identificherebbero con la totalità dei pubblici mandatari, quale che sia la classe da cui provengono. Si credono necessari, in ogni società che viva sotto un regime monarchico, proprio in quanto formano un corpo privilegiato. Di fronte ai capi del governo o al monarca stesso si presentano come il sostegno del trono e come i suoi difensori naturali contro il popolo, davanti alla nazione si trasformano invece nei veri difensori del popolo, che senza di loro sarebbe ben presto schiacciato dalla regalità.
      Con un po’ più di acume, il governo si renderebbe conto che in una società occorrono soltanto dei cittadini che vivano ed agiscano sotto la protezione della legge, e una autorità tutelare con funzioni di protezione e di vigilanza. L’unica gerarchia necessaria, l’abbiamo già detto, è quella che si stabilisce tra gli agenti della sovranità. È qui che occorre una graduazione dei poteri e che si riscontrano i veri rapporti tra inferiore e superiore, poiché la macchina pubblica può funzionare solo tramite questa corrispondenza. Tranne che in questo caso, esistono soltanto i cittadini eguali davanti alla legge, tutti dipendenti non gli uni dagli altri, che sarebbe una inutile servitù, ma dall’autorità che li protegge, li giudica, li difende, ecc. Chi possiede enormi ricchezze non vale più di chi vive del proprio salario giornaliero. Se il ricco paga maggiori tributi, maggiori sono anche le sue proprietà che godono di protezione. L’ultimo dei poveri non sarà meno prezioso, né il suo diritto meno rispettabile; e la sua persona godrà di una eguale protezione.
      Travisando queste nozioni elementari, i privilegiati proclamano sempre la necessità di una subordinazione diversa da questa subordinazione al governo e alla legge. […]
Se per ottusità politica insistete nel frapporre tra il governo ed il popolo un corpo separato di cittadini, o questo partecipa alle funzioni del governo, e allora non costituisce la classe privilegiata di cui stiamo parlando, o non partecipa alle funzioni essenziali del potere pubblico, e allora un corpo intermedio è soltanto un corpo estraneo e nocivo che interferisce nei rapporti diretti tra governanti e governati e preme sulla macchina pubblica, divenendo quindi, per tutto ciò che lo distingue dal grande corpo dei cittadini, un peso ulteriore per la comunità. Ogni classe di cittadini svolge determinate funzioni ed una specifica attività lavorativa, che determinano nel loro insieme il movimento generale della società. Se una di esse pretende di sottrarsi a questa legge generale, non si limiterà ad essere inutile ma starà necessariamente a carico delle altre.

 

Il denaro e l’onore, l'intrgo e l'accattonaggio

I due grandi propulsori della società sono il denaro e l’onore. La società si regge grazie al bisogno che si ha di entrambi e in una nazione in cui si apprezzi il valore di una retta condotta devono essere vissuti l’uno e l’altro contemporaneamente. Il desiderio di meritare la pubblica stima, possibile per ogni professione, è un freno necessario alla passione delle ricchezze. Vediamo come questi due sentimenti si trasformano nella classe dei privilegiati.
      L’onore, per loro è garantito, è un appannaggio sicuro. È già molto che per gli altri cittadini l’onore sia il premio della attività da essi svolta; ai privilegiati, è stato sufficiente nascere. Essi non sentono il bisogno di procurarselo, e possono rinunciare in anticipo a tutto ciò che tende a meritarlo. In quanto al denaro, i privilegiati devono certo sentirne un vivo bisogno. Il pregiudizio della propria superiorità li spinge, infatti, di continuo ad aumentare le proprie spese, il che ancor più li dispone ad abbandonarsi a questa ardente passione, né essi, così facendo, devono temere come gli altri di perdere ogni stima ed onore.
      Ma per una bizzarra contraddizione, questo pregiudizio, mentre li costringe continuamente a consumare il proprio patrimonio, impedisce loro allo stesso tempo di adottare qualsiasi mezzo onesto per poterlo reintegrare. Per soddisfare l’amore per il denaro in loro predominante, ai privilegiati rimane dunque soltanto l’intrigo e l’accattonaggio. Tali occupazioni divengono l’attività specifica di questa classe di cittadini, facendola in qualche modo apparire quasi reinserita nell’insieme operante della società. Poiché si dedicano esclusivamente al’intrigo e all’accattonaggio, vi eccellono, e ovunque può essere fruttuosamente impiegato questo duplice talento, essi vi si installano, eliminando ogni possibile concorrenza da parte dei non privilegiati. Affollano in massa la corte, assediano i ministri, si accaparrano tutti i favori, tutte le rendite, tutti i benefici. L’intrigo lancia il suo sguardo usurpatore su tutto; sul clero, sulle cariche civili, su quelle militari. Intercetta sostanziosi proventi, o una loro possibile fonte, in tutta una numerosa serie di cariche che ben presto finiscono col venire considerate come posti retribuiti, istituiti non per svolgere funzioni che esigano un certo talento, ma per assicurate una posizione decorosa a famiglie di privilegiati.
      Questi uomini tanto scaltri non si sentono però del tutto sicuri della propria superiorità nell’arte dell’intrigo, come se temessero che in un momento di distrazione il governo possa essere ispirato dall’amore del bene pubblico: profittano quindi, all’occasione, della stupidità o del tradimento di qualche funzionario, riuscendo a legittimare questo loro monopolio con qualche ordinanza o con una prassi amministrativa che equivale ad una legge esclusiva. Così lo Stato viene sacrificato ai principi più deleteri per l’economia pubblica. È inutile che essa imponga di preferire, per qualsiasi attività, i servitori più capaci e meno esigenti: il monopolio impone la scelta dei più esigenti e, conseguentemente, dei meno capaci, in quanto il monopolio ha come effetto risaputo quello di far venire meno ogni impegno in coloro che in una libera concorrenza avrebbero invece potuto mostrare un certo talento.

 

Assalto e occupazione della cariche pubbliche

La questua dei privilegiati ha per la cosa pubblica minori inconvenienti. È come il pollone di un albero, che succhia più linfa che può, ma almeno non pretende di sostituire i rami utili. Come ogni questua, anche questa consiste nel tendere la mano cercando di ispirare compassione per ricevere qualcosa gratuitamente; ma l’atteggiamento è meno umiliante e sembra, all’occorrenza, più imporre un obbligo che invocare un aiuto. […] Questo genere di questua è praticato soprattutto a corte, dove gli uomini più ricchi e potenti ne traggono il primo e maggiore frutto. Da qui, dalla corte, questo esempio fecondo si propaga fino alla più remota provincia e ravviva la degnissima pretesa di vivere nell’ozio a spese degli altri. Anche se l’ordine dei privilegiati è già, e senza possibile paragone, il più ricco del regno, e quasi tutte le terre e le grandi fortune appartengono ai membri di questa classe, il gusto di spendere ed il piacere di dilapidare sono superiori ad ogni ricchezza. Poi esiste anche qualche privilegio povero.
      Appena però si sente accostare la parola “ povero ” a quella di “ privilegiato ” si alza unanime un grido d’indignazione. Un privilegiato che non sia in grado di vivere secondo il proprio nome e rango è certo un’onta per la nazione! […] E così li ricompensate con aiuti in denaro, con rendite con decorazioni per essersi prestati a ricevere questo primo pegno del vostro affetto. […]
Ma è opportuno parlare anche di un altro genere di commercio che è fonte per i privilegiati di inesauribili ricchezze, un commercio basato da un lato sulla suggestione di un nome e dall’altro su una cupidigia più forte della vanità. Parlo delle cosiddette “mésalliances”, un termine che non sembra offendere quegli stupidi cittadini che pagano così caro per farsi insultare. Non appena un non privilegiato forma, grazie al proprio lavoro ed alla propria operosità, una invidiabile fortuna, o un agente del fisco riesce ad accumulare per vie più facili un notevole tesoro, tutte queste ricchezze sono subito adocchiate dai privilegiati. Sembra che la nostra infelice nazione sia condannata a lavorare e ad impoverirsi di continuo per la classe privilegiata.
      L’agricoltura, l’industria, il commercio, le arti reclamano invano per il proprio sostentamento, per il proprio sviluppo, per la prosperità pubblica una parte degli immensi capitali che hanno concorso a formare: i privilegiati inghiottiscono capitali e persone, e tutto è irrevocabilmente sacrificato alla loro improduttività .

 

Il sistema dei privilegio si è intrecciato con l’organizzazione sociale

Certo il tema dei privilegi sarebbe inesauribile, come i pregiudizi che concorrono a formarli: concludiamo quindi risparmiandoci le riflessioni che esso potrebbe ispirare. Verrà il tempo in cui i nostri nipoti leggeranno indignati e stupefatti la nostra storia e daranno a questa inconcepibile demenza il nome che merita. In gioventù, abbiamo visto alcuni letterati distinguersi coraggiosamente nell’attaccare opinioni tanto radicate quanto perniciose per l’umanità. Oggi, i loro successori sono soltanto capaci di ripetere, nei discorsi e negli scritti, quei vetusti ragionamenti contro pregiudizi che non esistono più. Il pregiudizio che alimenta i privilegi è il più funesto, quello che più intimamente si è intrecciato con l’organizzazione sociale e che più profondamente la corrompe, quello difeso da un maggior numero d’interessi: quanti motivi per stimolare i veri patrioti e raffreddare i letterati contemporanei!

 

 Emmanuel Joseph Sieyès
Saggio sui Privilegi


Traduzione e introduzione di Roberto Moro

edizione integrale del testo
Web-press edizioni digitali - 2011
[di prossima pubblicazione]

 

 Testo 1788 edizione originale – Gallica

Fonte: Storia & Storici
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