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Roberto Moro
Roberta De Monticelli
La questione civile
“Questo libro abbozza una filosofia del risveglio”
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“L'Italia è sempre stata un paese tragico, nonostante che le nostre maschere, attraverso le quali siamo conosciuti dagli stranieri, siano maschere comiche: il servo contento e il padrone gabbato. Un paese tragico anche se la maggior parte degli italiani non lo sa o finge di non saperlo. O meglio, non vuole saperlo”. [Norberto Bobbio] L'equazione tragica fra padroni gabbati e servi contenti si produce quando un sistema di rappresentanza politica viene trasformato in un sistema di relazioni di scambio fra poteri pubblici e interessi privati, per esempio con la sistematica svendita di legalità in cambio di consenso cui assistiamo in tutti i casi di dissipazione del territorio, dove si aggirano vincoli e controlli ambientali, si condonano sistematicamente gli abusi, si regalano addirittura a privati beni pubblici, come foci di fiumi e litorali, si finanziano con fondi pubblici imprese speculative private, presentate come vantaggiose per lo "sviluppo" economico: in cambio, naturalmente, di consenso elettorale quando va bene, e di veri e propri trasferimenti in pecunia o in natura, dalle tangenti alle giovani donne, nei casi più gravi, quelli in cui il corrispettivo è addirittura la concessione di appalti e posti nelle aziende pubbliche o nei parlamenti, regionali, nazionale, europeo. [Roberta De Monticelli]
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[scheda antologica del testo]

 

Premessa - Le rivoluzioni incompiute - Le due maschere di un Paese tragico - Homo italicus: un aggiornamento sulla banalità del male

 

Premessa

Ci sono momenti, nella vita di un uomo, in cui si dispera del proprio valore. Ce ne sono altri, in cui sembra che l'esistenza di nessuno possa più avere alcun valore. Per molti di noi questo è un momento come il secondo. La scena politica italiana può mutare anche radicalmente, ma non muterà in profondità l'assetto della nostra vita civile se non faremo i conti con questo sentimento sordo e muto che già da troppo tempo erode le nostre vite, quasi svuotandole dall'interno. E questa erosione di senso, di speranza, e quindi di coraggio e di fiducia, e quindi di slancio creativo e di felice dedizione all'opera, sia la propria o quella di molti - è questo respiro che ci manca a ridurre in cenere i nostri giorni. Forse a ridurre anche la crescita del PIL. E certamente a togliere forza e credibilità alle parole stanche, ripetitive, opache dei leader politici che dovrebbero dar forma a una stagione nuova della nostra Repubblica.
Immanuel Kant illumina il senso di una situazione del genere, quando scrive:

"Se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra".

Si obietterà che, quanto a giustizia, ben altre sono state le epoche in cui si poteva lamentare questo sommo male della sua assenza dalla vita sociale, civile e politica. Eppure questa obiezione non coglie alla giusta profondità il carattere proprio di questo valore: la giustizia - e in verità di ogni altro valore, come la bellezza o la nobiltà.
La parola "valore" è terribilmente inflazionata e fraintesa: ma solo facendo luce sulla svalorizzazione delle nostre vite potremo timidamente cominciare a prendere coscienza della cosa significata. L'essenza di un valore non si dà che in un risveglio. Questo libro abbozza una filosofia del risveglio.
Come ogni valore, la giustizia non vive certamente tutta intera nelle sue realizzazioni, ma nella coscienza che prendiamo di sempre nuovi aspetti del giusto, e della lontananza del suo ideale dal poco realizzato. Ognuna di queste scoperte è felice: per mezzo loro si sono affrancati gli schiavi, liberate le colonie, fondate le democrazie. Così se cerchiamo di fare un po' di luce sul nostro disagio, oggi, scopriremo il tesoro della nostra sofferenza morale, per troppo larga parte ignara, ignota a se stessa. Scopriremo un tesoro, perché nel dolore di quello che ci manca leggeremo come in un calco il valore di questo bene che manca - la giustizia, o qualche suo aspetto a noi ancora ignoto, ancora nuovo. In un certo senso è questo Io scopo delle pagine che seguono: dire che cosa si impara da questo senso di mancanza, da questa specie di disagio o sofferenza. Forse ne saremo naturalmente condotti ad approfondire la nostra coscienza di che cosa sia "giustizia".
Secondo una tesi di fondo di La questione morale, tale "questione", lungi dal riguardare soltanto la politica o la vita dei partiti, si genera dalle dipendenze fra mores, politica, diritto, religioni: in un circolo che, quando si fa vizioso, e rovinosamente vizioso, ci sfida a ripensare, attraverso tutte le necessarie distinzioni, l'unità del pensiero pratico: cioè il pensiero che risponde alla questione "che fare?".
In generale, nella storia umana, un circolo vizioso di questo tipo si spezza o si riconferma nella sfera politica - quella in cui si elaborano i progetti della società in cui vorremmo vivere. L'urgenza pratica si presenta dal lato del valore di giustizia che possiamo chiamare "pubblico": la giustizia come qualità di valore di una società "bene ordinata". Si presenta per esempio con l'urgenza di opporsi, costi quel che costi, a una disposizione di legge o a una decisione governativa "ingiusta". Ma a ben guardare, ci sono momenti in cui l'azione, la resistenza o addirittura la rivolta vengono vissute come esigenza morale: tipicamente è quello che avviene oggi nei casi di "disobbedienza civile". Perché in una democrazia, perfino in una democrazia mal funzionante e a rischio come è la nostra, l'autenticità dell'esigenza morale si valuta dalla civiltà del metodo di resistenza. Oggi e qui non può essere moralmente autentica la protesta che rinuncia alla civiltà della non violenza, lo scriviamo a scanso di equivoci. […] L'esito dei rivolgimenti politici che si compiono sull'onda di quella che diventa per molti una vera e propria nuova esperienza morale è spesso un mutamento delle regole costitutive della vita associata, dunque anche del fondamento delle leggi. Ne abbiamo esempi chiari nella nostra storia: il Risorgimento, la Resistenza.
Avviene in questi momenti che il pensiero pratico nella sua totalità cerchi una rifondazione: a volte, cioè, l'urgenza della questione pratica "che fare?" è proporzionale alla sua profondità. Così per esempio la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789 stupì i filosofi, anche quelli che più profondamente avevano meditato sulle ragioni ultime dell'agire umano. Come Immanuel Kant, che a questo proposito scrisse nel 1790:

Un fenomeno simile nella storia degli uomini non si potrà dimenticare mai più, perché ha rivelato nella natura umana una tale disposizione al progresso e una tale capacità di realizzarlo, che nessun uomo politico, considerando il corso anteriore delle cose, avrebbe mai potuto concepirlo.

Eccolo qui, il "legno storto" dell'umanità, agitato dai gazzettieri (atei) devoti di casa nostra, a mo' di spauracchio contro i progressisti e i "moralisti". La Dichiarazione del 1789 sembrò portare alla parola e alla luce una nuova fondazione del pensiero pratico: ma ogni simile nuova fondazione consiste nella scoperta di un contenuto nuovo, di un nuovo aspetto o strato dell'idea di giustizia. Così è successo nei momenti di svolta dell'umanità moderna, quando con le rivoluzioni contro l'Ancien Regime si è inaugurata "l'età dei diritti". Ma forse è così che deve succedere in ogni svolta vera, anche quelle non così grandi -che comunque non sono certamente "grandi" in proporzione alla loro violenza, ma in proporzione alla profondità raggiunta dal sentimento dell'ingiustizia nell'anima delle persone. Avviene allora che il pensiero pratico non solo si rifonda, ma si rifonde: si rinnova rifondendo le sue parti al calor bianco dei grandi rivolgimenti - dove la parte più significativa è ancora quella interiore. Morale, diritto, politica e forse religione allora si rinnovano a partire da una coscienza pili profonda del valore giustizia - di questa Idea senza fine, fondamento di valore della nostra esistenza associata. (pagg. 11-15)

 

Le rivoluzioni incompiute

E durata troppo a lungo la nostra indifferenza. Anche se tutto può cambiare improvvisamente nella vita politica di un Paese, il cambiamento di cui sentiamo il bisogno non può ridursi alla fine di una maggioranza politica. Dobbiamo evitare che la storia si ripeta, e con essa l'incompiutezza delle grandi rivoluzioni morali e civili che hanno segnato questo Paese, dal Risorgimento alla fondazione della Repubblica, alla cosiddetta fine della cosiddetta Prima Repubblica. Tutte trasformazioni incompiute, incompiute nella cosa più importante: la coscienza dei contemporanei. Non possiamo che lasciare agli storici la riflessione su questa costante della storia italiana: ma in modi e forme diverse sembra si ripeta la prima tragedia, quella che getta ombra sulla nostra nascita come Stato unitario. Il Risorgimento è stato una magnifica epopea, nonostante dai prodromi delle campagne napoleoniche alla battaglia del Volturno passino sessant'anni di storia fitti di sconfitte brucianti per le avanguardie liberali, e soprattutto, naturalmente, per quelle repubblicane e democratiche. Erano in gioco non soltanto l'unità d'Italia, quella cui un ministro della Repubblica irrideva ai nostri giorni con una protervia e una volgarità senza pari, ma anche un'altra cosa di cui l'unità era condizione necessaria: l'organizzazione politica di una società liberale e giusta, vale a dire l'ideale politico della modernità post-illuministica. Su questa posta in gioco si proietta l'ombra di una sconfitta che Garibaldi, Mazzini, Cattaneo e Crispi - che pure avevano concezioni del mondo e politiche tanto diverse - tentavano di evitare, quando fecero di tutto per rendere possibile la convocazione di un'Assemblea Costituente prima, o almeno contestualmente ai plebisciti d'annessione al Regno sabaudo.(??) Ma non ci riuscirono: e così la nazione italiana si diede uno Stato unitario prima di essersene data motu proprio i fondamenti, le regole costitutive. E molto più tardi, dopo che uscendo dalla catastrofe mondiale anche l'Italia ricostituì la sua forma di Stato, scrisse le sue regole fondamentale su un prezioso pezzo di carta, la Costituzione - molto, ma molto prima che nella coscienza degli italiani. Al punto che un noto giurista contemporaneo può scrivere che "nel momento stesso in cui la Costituzione entrava in vigore, il 1° gennaio 1948, si apriva quella che sarebbe stata chiamata la fase dell"inattuazione costituzionale'". E poi, quando negli anni Novanta alcune Procure "progressivamente disvelano a un Paese prima attonito, poi scandalizzato, infine adirato, un abisso non solo di ruberie, ma di corruzione culturale e morale", scandalo e ira, lungi dallo scavare a fondo nella coscienza di ognuno, presero in una maggioranza di italiani la via paradossale dell'esaltazione precisamente di quegli aspetti della vita politica che avevano confuso la funzione e l'interesse pubblico con gli affari e interessi privati. Sola e non piccola differenza, l'identificazione avviene a cielo aperto e si incarna in una persona, la radicale incompatibilità fra gli scopi privati che animano questa persona e la funzione politica che assume viene non solo occultata dietro l'eufemistica espressione di "conflitto di interessi", ma semplicemente abolita con un assurdo "farò gli affari vostri e non solo gli affari miei", come se il buon governo della cosa pubblica coincidesse con la spartizione di una torta, sottratta ai brutti gendarmi che pretendono non sia tua. Una maggioranza di italiani esulta e consegna il Paese nelle mani del Capo: come qualcuno scrisse lucidamente all'epoca, la contesa elettorale aveva "segnato il ripudio da parte degli elettori vincenti di molti dei valori di base della nostra Costituzione", imponendo "valori costitutivi opposti [...] un desiderio nuovo che faccia piazza pulita dei metodi di mediazione democratica"/ Stupisce che oggi, dopo che questo ripudio ha prodotto gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti, molti politici d'opposizione parlino ancora dei "moderati", quegli elettori "moderati" che bisognerebbe riconquistare alla democrazia. Ma dov'erano questi "moderati"? Dove sono? Può essere definito "moderato" un desiderio e un programma di questo tipo? […]
La lezione che il nostro passato sembra suggerire è triste. La democrazia non ha trovato le sue naturali fondamenta, in Italia - le naturali fondamenta della democrazia essendo la coscienza delle persone. E per questo, se veramente è in corso un risveglio, dovere del filosofo e di qualunque altra persona pensante è contribuire a che, per una volta nella nostra storia, questo risveglio si prolunghi per ciascuno e per tutti in una compiuta presa di coscienza del disvalore che ci sta divorando la vita. "Il vero male non è il male, ma la mescolanza del bene e del male", ha scritto Simone Weil. 6 Credo che abbia ragione almeno nel senso che non c'è coscienza morale se non nello sgomento di fronte a questa mescolanza e nell'esercizio di questa distinzione, in ogni dato presente.

 

Le due maschere di un Paese tragico
Verso la fine della sua vita Norberto Bobbio, uno dei nostri rari maestri di civiltà, sembrava giimto a una consapevolezza amara, come attesta uno dei passi più acuti àé['Autobiografia, scritta nel 1997

L'Italia è sempre stata un paese tragico, nonostante che le nostre maschere, attraverso le quali siamo conosciuti dagli stranieri, siano maschere comiche: il servo contento e il padrone gabbato. Un paese tragico anche se la maggior parte degli italiani non lo sa o finge di non saperlo. O meglio, non vuole saperlo.

Non è chiaro, dato come è fatta la storia umana, se ci siano Paesi non tragici, e tuttavia di questo passo colpisce proprio il "nonostante": la tonalità peculiare del tragico italiano, sembra dirci Bobbio, sta precisamente nel suo essere "ignorato". In effetti dovremmo aggiungere: nel modo in cui è ignorato. È occultato nella comicità. Perché qui Bobbio coglie forse inconsapevolmente un aspetto profondissimo e universale del problema del male, che già Agostino lamentava con la sua domanda: "Peccata enim quis intelligit?". II male si fa ignorare da chi lo fa, e a volte perfino da chi lo subisce, e questo il Novecento lo ha riscoperto con l'analisi di ciò che Arendt ha chiamato la banalità del male. Ne esiste una forma tutta italiana, che è doveroso conoscere meglio anche filosoficamente.
E quale è questo male che è tragico ignorare, nella sua versione italiana? Le due maschere esemplari bene lo dicono. I servi contenti, siamo noi. E i padroni gabbati, siamo ancora noi. Non saperlo, è tragico, in uno dei sensi precisi di questo termine di cui non bisognerebbe abusare. Sovrani, in democrazia, siamo noi tutti. Ancora di più in un certo senso i giovani, i ragazzi, che un profeta pedagogo definiva "i sovrani di domani": coloro che esercitano la propria sovranità attraverso il loro consenso o dissenso nei confronti del progetto di società espresso da una data maggioranza di governo. I sovrani di domani sono i più gabbati di tutti, eppure molti e molte di loro, pare, si preparano al mestiere dei servi contenti.
I padroni ingannati siamo noi, in quanto sovrani privati della facoltà di esercitare il potere come vorremmo che fosse, cioè a tutela e protezione delle risorse comuni da un lato, e dall'altro per sviluppare quei servizi senza i quali sono violati i nostri diritti - dalla giustizia civile e penale all'istruzione, dalla sanità alla tutela dei meccanismi delicati di una democrazia, dalla separazione dei poteri all'esistenza di un'informazione degna del nome. Ma i servi contenti siamo ancora noi, sudditi di un capo che si è messo al di sopra della legge, e non più liberi perché soggetti a una legge che approviamo. Servi che partecipano ai vantaggi del capo, nella minima o massima misura data a ciascuno. Del capo, o piuttosto di troppi di coloro che partecipano all'amministrazione della cosa pubblica, dal momento che questo sistema si è esteso purtroppo dovunque si amministri il Paese, indipendentemente dal colore politico e a ogni livello.
L'equazione tragica fra padroni gabbati e servi contenti si produce quando un sistema di rappresentanza politica viene trasformato in un sistema di relazioni di scambio fra poteri pubblici e interessi privati, per esempio con la sistematica svendita di legalità in cambio di consenso cui assistiamo in tutti i casi di dissipazione del territorio, dove si aggirano vincoli e controlli ambientali, si condonano sistematicamente gli abusi, si regalano addirittura a privati beni pubblici, come foci di fiumi e litorali, si finanziano con fondi pubblici imprese speculative private, presentate come vantaggiose per lo "sviluppo" economico: in cambio, naturalmente, di consenso elettorale quando va bene, e di veri e propri trasferimenti in pecunia o in natura, dalle tangenti alle giovani donne, nei casi più gravi, quelli in cui il corrispettivo è addirittura la concessione di appalti e posti nelle aziende pubbliche o nei parlamenti, regionali, nazionale, europeo. Questo venir meno delle separazioni che dovrebbero essere l'essenza delle democrazie liberali - fra il pubblico e il privato, il controllo e l'impresa, la politica e gli affari - fa parte, con la sistematica erosione dei vincoli e dei limiti posti alle volontà delle maggioranze dalle moderne costituzioni, di quel processo di "de-costituzionalizzazione" che è in atto in Italia, di cui eminenti giuristi hanno scritto con definitiva chiarezza. L'identità di servi contenti e padroni gabbati è il suicidio non solo della democrazia, ma dell'istituzione Stato in quanto distinta da una banda organizzata per detenere il potere e l'esercizio della forza che lo sostiene. E questo suicidio è tragico, perfino per chi ne ha un profitto. Non parliamo poi di quanto lo sia per la maggioranza di quei "sovrani di domani" che stanno crescendo in un Paese che sta ridiventando incapace di assicurare loro pari opportunità nell'accesso alle carriere, e alla lunga anche di fornire un'istruzione sufficiente e un'informazione degna del proprio nome, condizioni minime per esercitare i diritti politici di partecipazione alla sovranità. (pag. 23.27)

 

Homo italicus: un aggiornamento sulla banalità del male

Un immenso equivoco ha accolto le scoperte sulla nostra natura cooperativa - una specie di neo-roussovianesimo, per il quale noi saremmo "naturalmente" buoni, o almeno "simpatici". Ma la cooperazione funziona tanto nella giustizia quanto nell'ingiustizia - quello che cambia non è necessariamente l'efficienza dell'organizzazione, ma la distribuzione equa dei doveri e dei diritti, cioè appunto l'attenzione al dovuto a ciascuno. Da uno zero a un massimo di giustizia. Nel mondo globale, la nostra situazione di oggi è pili vicina allo zero. Nelle democrazie, le misure sono diverse. La nostra oggi e qui è ben poco confortante.
Il fenomeno più palese della cooperazione senza giustizia è la consorteria, origine di ogni forma di cooperazione ingiusta, dal familismo amorale alla criminalità organizzata, che è oggettivamente la tendenza a co-operare non nel rispetto del dovuto, ma conformemente al vantaggio dei cooperanti qualunque sia lo svantaggio di terzi estranei all'accordo di cooperazione, e quindi della comunità più vasta cui il gruppo dei cooperanti appartiene.
Il modello di normalità umana che sembra oggi dominante, almeno qui, è la "normalità" dell'uomo di consorteria. Questa coincide con la soggettività degli ipnotizzati morali nella versione per noi più interessante. Quella dell'uomo che più ci somiglia.
Ce n'è una specie temporanea ed effimera, che si manifesta come improvvisa reviviscenza di un modello arcaico di uomo, quella dell'uomo tribale o dell'uomo pre-moderno, che non ha ancora trovato se stesso come qualcosa di distinto dal "noi" collettivo: l'uomo che sembra non aver avuto accesso all'individuazione secondaria. È un fenomeno molto studiato nel Novecento, che ha sperimentato queste sorprendenti reviviscenze dell'arcaico con l'irruzione delle masse sulla scena della storia, e ha gettato i fondamenti per il moderno studio dell'uomo-massa. E una condizione temporanea benché pericolosa, una trasformazione non durevole di individui evoluti, una condizione che cessa quando la massa si disperde. Una versione lieve e innocua, ancorché spettacolare, di questa condizione è l'onda dinamica e sonora della folla negli stadi.
Una fase tribale, è ben noto, la vivono anche le moderne adolescenze, con i loro riti e le loro identità di gruppo. Ma il senso dell'adolescenza è precisamente di opporre questa identità di gruppo a quella familiare di provenienza, e quando va bene vivere la crisi di entrambe: crescere. In La questione morale si analizzava qualche aspetto degli esiti drammatici di blocco della crescita personale e morale che ha il costante peggioramento delle prospettive di indipendenza dei giovani rispetto alla famiglia di provenienza, specie quando si associa alla struttura consortile del mercato del lavoro italiano: allora in molti sensi "non si esce più di casa" - non si parte più per il viaggio più importante della vita, diventare se stessi.
Per analizzare con precisione la struttura consortile della società italiana, con l'onnipresenza delle sue organizzazioni, dalle più privilegiate caste agli ordini professionali e corporativi di ogni grado, dai notai ai professori universitari ai tassisti, si trova a disposizione una letteratura ormai vastissima. Sarebbe necessario approfondire anche la natura di quel fenomeno scoraggiante che sono oggi i partiti, dove la logica consortile funziona sistematicamente per la promozione dei mediocri e dei conformisti, in misura direttamente proporzionale alla pochezza di idee, quando non alla promozione di affari vantaggiosi.
Ma noi vogliamo soltanto trarre le fila della fenomenologia del male italico che abbiamo inseguito lungo tutto il libro, da quella del "suicidio morale" che è l'indifferenza alla deturpazione del volto del Paese e alla cultura dell'osceno, al supposto senso comune pre-morale che abbiamo trovato nella sfida della bella sofista. Scatteremo dunque l'istantanea di una soggettività-limite, di un modello umano che non sappiamo se sia veramente oggi maggioritario, ma che è certo il tipo di individuo appropriato al progetto politico di società che è stato vincente negli ultimi vent'anni.
È un tipo di soggettività caratteristica dei nostri giorni, per la quale non abbiamo ancora una parola, se non la banalizzazione della parola "normale". Questa stessa banalizzazione, del resto, meriterebbe una riflessione. La parola, da noi, è giunta a significare il contrario di "conforme a norma": l'imbroglio e il brutto a furia di starci sotto gli occhi, impuniti, sono divenuti cose "normali", come convivere con l'immondizia, coi boss che fanno festa per strada, con la malavita di mascalzoni e ricattatori abituati a fare dichiarazioni in tivù. Normale, cioè sottratto all'interrogativo, il loro gergo malavitoso, normale il più piatto turpiloquio o la più violenta aggressività in bocca a capi del governo e ministri della Repubblica, normale che un latitante che si sa benissimo dove sia diffonda messaggi cifrati in mondovisione e poi resti indisturbato dov'è, normale che un capo del governo dichiari che compra i voti dei parlamentari, anzi che è obbligato a ripagarli da precisi accordi scritti. E normale il nostro silenzio.
Anche dove non sia brutale abuso di potere che i potenti si concedono, anche dove è costume di capetti minori o di gente qualunque, questa è una normalità incosciente, nel senso letterale di priva di coscienza morale, letteralmente priva di ogni senso di (in)adeguatezza, priva perfino dell'ombra di un interrogativo. E la mentalità dell'esecutore di posizioni prese altrove, che sia poi quella del complice, del servitore o di quel mezzo fra i due che è il moderno servo dei potenti. E dovunque caratterizzata dalla perfetta assenza di una disponibilità personale a rispondere di decisioni, comportamenti o asserzioni. Il tipico rappresentante di questa normalità esiste in una gamma quasi infinita di varianti, a seconda del tipo di consorteria a responsabilità personale limitata di cui si tratta: dalle cordate dei concorsi universitari alle cosche mafiose. Ma in ogni punto della gamma, anche quelli più innocui, c'è una caratteristica di questa soggettività che giustifica l'espressione "ipnotizzati morali". Quella caratteristica assenza di coscienza o di senso di (in)adeguatezza del proprio essere e fare si estende a macchia d'olio, a ogni tipo di esigenza, a ogni aspetto del dovuto. Si estende non soltanto al sentimento del dovuto ad altri, e alle cose tutte che alla nostra coscienza si affidano, dal passato alla cultura, dalla bellezza al paesaggio; ma si estende molto più frequentemente di quanto non si creda anche al sentimento del dovuto a se stessi. Per esempio, il rispetto. Nei casi peggiori al rispetto di sé si sostituisce una compiaciuta complicità con la propria furbizia, che imprime un ghigno volpino alle paffute rotondità di facce ignare di inquietudini. Nei casi più frequenti vi si sostituisce una bronzea indifferenza, che meglio si coniuga con la connivenza nell'uccisione del capro espiatorio - la più comune attività delle consorterie. L'enigmatica inespressività di queste facce di bronzo, che stanno solitamente ai posti di comando, ha dato una nuova icona al vizio sociale più antico - la viltà.
Con questa fenomenologia abbiamo forse identificato la forma che ha preso la banalità del male oggi e qui. La banalità del male, questa scoperta del Novecento, non è come voleva Arendt la semplice assenza di "pensiero" del bene e del male. E piuttosto l'ottundimento della coscienza assiologica e della stessa vita personale - è la routinizzazione dei sì e dei no nella cooperazione amorale. Ma c'è una formula specialmente italiana della banalità del male, cioè dell'ipnosi morale, tutta diversa dalla delirante autoesaltazione nel nome del Fùhrer, che distingueva l'ipnosi morale dei nazisti. È la forma autodispregiativa dell'ipnosi, è quel caratteristico, sordo, strisciante disprezzo della propria identità così ben significato nella caratteristica espressione "all'italiana".
Possiamo forse ora assaporare meglio, alla fine di questo percorso, la profondità della constatazione kantiana con cui l'abbiamo iniziato: "Se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra". Il disprezzo di sé è il ritorno del rimosso, che si vendica dell'autoanestesia dell'animale normativo. Il disprezzo di sé è la forma che prende in noi il sentimento di questa perdita di valore. È il risentimento per l'oscura percezione del fatto che letteralmente non vale più la pena di vivere, da "bruto": da animale normativo, senza rispetto per la propria umanità. Ma il suicidio morale che così si produce è indubbiamente un suicidio istigato. Questa istigazione è la forma più subdola di veleno politico, è l'insinuazione di una specie di nichilismo terzista dell'indifferenza, mascherato da disincanto sapiente, nutrito di cinismo, sostenuto dal più inconfessabile degli interessi: la complicità con il tradimento della propria giovinezza - e il risentimento per la mediocrità della vita che ne è sortita. A questi istigatori, che sono legione, dedico l'ultima pagina di questo libro.
Chiunque condivida quest'analisi sentirà forte il richiamo della domanda socratica: perché? Perché cooperi a questa routine dell'ingiustizia? E cooperi, se non ti fermi, non chiedi ragione, non prendi posizione. Se non ti svegli, se non ascolti il richiamo della giovinezza che hai tradito, se non sei pronto a rinnovare la tua intera vita, i tuoi costumi. Ma per svegliarsi bisogna che si risvegli in noi il dolore, anche per ciò che abbiamo fatto di noi stessi. I Greci avevano una parola per indicare l'eccellenza umana cui mirava la paideia, anche quella socratica. Simile a un dio appare il ragazzo che si sveglia alla coscienza, il kalokagathos.
Ma chi ci vuole mantenere nell'inerzia del sonno e dell'ipnosi, invece? Pensate all'ultimo slogan di quella che è forse la più potente consorteria italiana, quel movimento cattolico che si distingue per la prepotenza, pochissimo cristiana, con cui ha occupato le posizioni chiave di buona parte dei servizi pubblici, in particolare nella sanità, e per la logica consortile con cui blocca, dovunque domini, il libero accesso alle carriere. È la stessa consorteria che schiaccia il dubbio socratico sotto le piazze gremite, all'insegna di una collettiva "immensa certezza". Il suo ultimo slogan, che girava sulle piazze dei suoi raduni, dice: "Dio c'è, ma non sei tu. Rilassati". Indubbiamente efficace. Ma non deve sfuggire l'invito, che è quello esattamente contrario alle parole che un cristiano vero affisse nella sua scuola: "I care 4 L'invito ad affidarsi a qualcun altro, all'alzata di spalle, al disimpegno, alla delega di responsabilità. E il profondo disprezzo del nostro essere che queste parole (mal)celano. Esprimono una filosofia della minorità morale. Non certo dell'umiltà. (pagg. 142-150)

 

Roberta De Monticelli

 

Indice del volume

I. Le anime morte – II. La giustizia – III. Filosofia del risveglio

 

Robert Monticelli
La questione civile

RaffealloCortina Editore
Milano - 2011

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“il sistema Italia dalla oligarchia alla cleptocrazia”

 

Roberto Moro - il “sistema paese” : dall’oligarchia alla cleptocrazia [saggio]
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1981 - Giovanni Spadolini - 'Mi impegno a moralizzare questi partiti' [intervista]
1981 - Enrico Berlinguer - Chi ha paura della questione morale? [intervista]
6 febbraio 2012Il fenomeno della corruzione in Italia [documento]
Aprile 2012 - il paradigma del malaffare - Vittimismo, complottismo, familismo, immobilismo [editoriale]
Transparency International - Indice di percezione della corruzione 2011 [rapporto]
Roberta De Monticelli - La questione civile [scheda antologica]
oligarchia, corruzione, cleptocrazia: oltre il "sistema" ... - Dieci punti irrinunciabili [documento]

 

Fonte: RaffeoloCortina Editore
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