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Roberto Moro
Anna Vanzan
33 anni di Rivoluzione Islamica in Iran
dal Corano al nucleare
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La questione del nucleare genera consenso per Ahmadinejad addirittura tra i feroci oppositori del regime, per motivi soprattutto di orgoglio nazionale, un tasto che chi detiene il potere nell’Iran post-rivoluzionario sa abilmente toccare. Le ragioni di Teheran sul nucleare si basano sostanzialmente sul fatto che la popolazione iraniana è aumentata in modo esponenziale e, pur essendo il paese ricco di petrolio e di gas, queste risorse non saranno sufficienti nei prossimi decenni per garantire energia sufficiente al consumo interno. Ma anche sul prestigio da difendere Teheran sente come discriminatorio l’essere circondata da potenze nucleari (India, Pakistan, Israele, gli stessi Stati Uniti presenti militarmente in modo massiccio nell’area, in Iraq e in Afghanistan) alcune delle quali non hanno neppure firmato il “Patto di non proliferazione” siglato invece dall’Iran cui si vuol impedire l’arricchimento dell’uranio.
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Stato, costituzione, società civile - Geopolitica e politica internazionale - Il sogno nucleare, una vecchia partita - I limiti della sviluppo - Una guerra non dichiarata

 

Stato, costituzione, società civile

11 febbraio 1979-11 febbraio 2012: sono trascorsi 33 anni da quando in Iran la monarchia imperiale di Reza Pahlavi è stata rovesciata e sostituita da una Repubblica teocratica. Si trattò del ribaltamento di un tiranno che non aveva base di legittimazione: i Pahlavi, infatti, erano una dinastia di soli due sovrani, inventata dal primo, Reza Khan, un militare che aveva preso il potere con un colpo di stato nel 1921 strappandolo a una languente casa regnante, i Qajar.
Nel 1979 fu l'intera società civile (all'epoca il termine non era ancora di moda!) a ribellarsi contro lo Stato e tutti si rovesciarono in piazza allorché il tiranno coronato partì per l'esilio da cui non sarebbe più ritornato. Ma pochi mesi dopo erano molti i disillusi dalla rivoluzione, le carceri erano piene di dissidenti, gli aeroporti presi d'assalto da gente che voleva emigrare per non finire vittima delle purghe di stato, o per non essere arruolata e spedita al fronte iracheno, dopo che Saddam Hussein aveva attaccato la giovane Repubblica.
Da allora, si è innestato un testa a testa tra Stato e Società dove il primo cerca di inculcare principi liberticidi senza riuscirvi, nonostante il persuasivo uso della forza, e la seconda s'oppone mettendo in atto forme di resistenza civile e cercando la quotidiana erosione del Potere.
Come si può verificare tutto ciò? Uno sguardo alla Costituzione d'Iran e alla distribuzione dei poteri offre una parziale spiegazione: la Costituzione, seppur fondata su principi “religiosi”, contiene molte garanzie per i cittadini, e le cariche dello Stato sono tutte elettive. Tuttavia, tutto è subordinato al principio del velayat-e faqih, il governo del giurista: secondo tale concezione (abbozzata nei secoli scorsi da alcuni giurisperiti sciiti e messa in pratica dal leader della Rivoluzione, l'imam Khomeini), ogni istituto e decisioni vanno ricondotti, in ultima analisi, alla volontà della Guida Suprema (il velayat-e faqih). Ecco quindi che ogni principio di democrazia e di sovranità popolare vengono così vanificati.
Questa non è l'unica contraddizione della Repubblica Islamica, ma è certamente la principale. Altre contraddizioni, scoppiate lungo il corso del post Rivoluzione, riguardano lo scollamento tra società civile e autorità: nonostante decadi di propaganda e di imposizioni, gran parte della società civile non ha assimilato i dettami “religiosi” intimati, ma, al contrario, sembra andare in senso uguale e contrario rispetto ai parametri che il regime continua a dettare. Un caso eclatante, solo in parte superficiale, è il dettame vestiario: le iraniane sono obbligate a coprirsi il capo e ad osservare una certa morigeratezza degli abiti quando agiscono nella sfera pubblica, ma la maggioranza delle donne sfida le autorità adottando dei veli “impropri”. Mentre in tutto il mondo le musulmane lottano per poter indossare il velo in pubblico (in situazione migrata, ma anche in Turchia e in qualche stato arabo), le iraniane confutano l'obbligatorietà del velo quale imposizione non religiosa, bensì statale.
Parimenti, la vita culturale dell'Iran è vivacizzata dalla componente “laica” della società, il cui livello d'istruzione è cresciuto esponenzialmente in questi anni, anche in virtù dell'altissimo livello d'istruzione raggiunto da uomini e donne: e questo grazie all'enorme impulso dato dallo Stato a scuole d'ogni ordine e grado. Ma, altro paradosso, sembra che gli sforzi educativi, anziché creare una società ubbidiente e osservante, abbiano prodotto una generazione di ribelli insofferenti ad ogni richiamo.
La ribellione è cresciuta anche fra le fila dei religiosi e di coloro i quali hanno non solo plaudito l'incipit della Rivoluzione, ma ne sono addirittura stati protagonisti eccellenti: fra i primi possiamo annoverare Yusefi Eshkevari, arrivato alla posizione di hojjatoleslam (carica religiosa di tutto rispetto), per venire poi esautorato dalle sue prerogative di religioso per le sue posizioni in disaccordo con la gerarchia; fra i secondi basti menzionare Mir Hossein Moussavi, già Ministro degli Esteri e Premier negli anni '80, poi divenuto il principale leader dell'opposizione spontanea denominata “onda verde”.

 

Geopolitica e politica internazionale

L'Iran di questi ultimi trent'anni è travagliato anche da vicissitudini esterne: prima la lunga e sanguinosissima guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein (1980-1988), all'epoca non considerato nostro (ovvero, del mondo occidentale) nemico che nasconde fantomatiche armi di distruzione, ma blandito e foraggiato in quanto potenziale alleato per sbaragliare subito i rivoluzionari islamici, rei di aver scacciato “il gendarme del Golfo” (Reza Pahlavi) amico dell'Occidente. Tutto il mondo ha aiutato Saddam Hussein in quella guerra, l'Occidente perché ansioso di ristabilire al potere un amico dal quale comperare petrolio, un baluardo contro il comunismo, l'islamismo e altri “-ismi”; e le potenze del Golfo, in primis l'Arabia Saudita, in quanto tese ad arginare quanto prima la minaccia di un possibile contagio della Rivoluzione Islamica nei loro territori.
Anche dopo la fine della guerra con l'Iraq il panorama non è cambiato. L'Iran s'è trovato isolato, stretto tra gli anatemi americani (definito “Paese del male”, da Bush junior), gli isterismi israeliani e la crescente paura, nell'area mediorientale, di un allargamento dell'islam sciita, confessione maggioritaria in Iran, mentre i paesi limitrofi sono quasi tutti a maggioranza sunnita (notevole eccezione è rappresentata proprio dall'Iraq, dove, però la maggioranza sciita è stata tenuta sotto il tacco di Saddam Hussein per decadi). Ovviamente, tali divisioni non hanno solo sapore religioso, ma soprattutto e principalmente, politico.
Orgoglioso nel suo isolamento, profondamente convinto di essere giusta vittima di concorrenti empi, l'Iran ha cercato in tutti i modi di creare legami esterni, soprattutto coi paesi del Centrasia -geograficamente e culturalmente vicini. Il suo isolamento è stato acuito dagli avvenimenti bellici di questi anni: la guerra in Iraq e in Afghanistan ha portato le truppe internazionali (ostili all'Iran) ai suoi confini; la Turchia, paese NATO, ospita truppe e armamenti americani; il Pakistan è da sempre un alleato di Washington; nel Golfo, il Bahrein accoglie permanentemente la V flotta statunitense, mentre l'Arabia Saudita, con la quale scorre vecchia inimicizia, è in tali rapporti d'amicizia e business con gli Stati Uniti che questi non hanno neppure mai preso provvedimenti contro Ryad dopo l'11 settembre, nonostante le menti e quasi tutti gli esecutori degli attentati fossero sauditi.
Inoltre, la Repubblica Islamica ha ripreso un vecchio sogno dello shah, ovvero, dotarsi di energia nucleare. Il progetto è entrato in rotta di collisione con gli schemi delle potenze mondiali, le quali, convinte che l'Iran voglia il nucleare a scopi bellici e non solo civili, ha iniziato un braccio di ferro con sanzioni da parte dell'Onu e minacce in risposta da Tehran, quale quella di bloccare lo stretto di Hormuz, nodo cruciale per l'esportazione del petrolio, minaccia annunciata come possibile nelle scorse settimane.

 

Il sogno nucleare, una vecchia partita

Il nucleare è anche un problema interno: è indubbio che l'attuale Presidente Ahmadinejad, acceso fautore del nucleare, sia l'espressione della casta dei militari, cresciuta dopo il conflitto contro l’Iraq degli anni ’80, che richiede il nucleare come rivincita, anche sul potere “clericale”, sapendo altresì manipolare la questione a proprio vantaggio, attirandosi simpatie e consensi pure tra gli iraniani che gli sono contrari in politica interna. Il nucleare, infatti, si può dire sia l'unico argomento su cui regime, opposizione e società civile siano d'accordo. Il muro internazionale anti-nucleare è, infatti, costruito anche a suon di sanzioni penalizzanti la popolazione iraniana, la quale sopporta così tutte le conseguenze della lotta Iran/resto del mondo.
Emblematica la situazione creatasi a causa del razionamento della benzina, deciso dal governo di Teheran all’inizio dell’estate 2007: solo tre litri di carburante al giorno per ogni cittadino, assurdo per un paese che naviga nel petrolio, ma inevitabile se si pensa che l’Iran non possiede raffinerie, così che è costretto ad importare benzina, facendola poi pagare ad un prezzo inferiore al suo reale costo ai cittadini.
La questione del nucleare genera comunque consenso per Ahmadinejad addirittura tra i feroci oppositori del regime, per motivi soprattutto di orgoglio nazionale, un tasto che chi detiene il potere nell’Iran post-rivoluzionario sa abilmente toccare. Le ragioni di Teheran sul nucleare si basano sostanzialmente sul fatto che la popolazione iraniana è aumentata in modo esponenziale e, pur essendo il paese ricco di petrolio e di gas, queste risorse non saranno sufficienti nei prossimi decenni per garantire energia sufficiente al consumo interno. Ma anche sul prestigio da difendere Teheran sente come discriminatorio l’essere circondata da potenze nucleari (India, Pakistan, Israele, gli stessi Stati Uniti presenti militarmente in modo massiccio nell’area, in Iraq e in Afghanistan) alcune delle quali non hanno neppure firmato il “Patto di non proliferazione” siglato invece dall’Iran cui si vuol impedire l’arricchimento dell’uranio.
Teheran serba poi un antico cruccio nei riguardi della comunità internazionale che ora pretende assicurazioni sui piani nucleari iraniani, ma che in passato non ha fatto niente per fermare l’Iraq allorquando ha usato armi chimiche e missili contro l’Iran durante il conflitto tra le due nazioni.

 

I limiti della sviluppo

Inflazione e disoccupazione sono ora protagoniste sull'altopiano: le sanzioni, infatti, hanno inferto un duro colpo alle transazioni commerciali da e per l'Iran con l'estero: già nel trimestre marzo-maggio del 2010 le importazioni avevano subito un calo di quasi il 14%, un dato drammatico per un paese che dipende in gran parte dall'estero per materiali d'alta tecnologia necessari al funzionamento delle infrastrutture. In questi mesi, le esportazioni di petrolio, il bene primario su cui l'economia iraniana si basa, sono state le più basse registrate negli ultimi dieci anni. Come detto, l'Iran produce petrolio, ma ha una scarsissima capacità di raffinarlo, operazione per la quale dipende quasi interamente dall'estero: il bando alle società straniere di vendere petrolio raffinato all'Iran rischia così di mettere il Paese in ginocchio.
La popolazione iraniana guarda con preoccupazione a quanto sta avvenendo: non solo i prezzi rincarano, ma il governo ha pure ritirato altri sussidi energetici erogati alle famiglie numerose. Fino all'autunno 2010 una famiglia media riceveva circa 4mila dollari annui per le spese di energia (gas, elettricità ecc.). I tagli ai sussidi hanno irritato ulteriormente la popolazione, in cui già serpeggiano malcontento e dissenso. Le autorità iraniane hanno dichiarato di aver riserve per assorbire lo shock per un lungo periodo, e si sono attrezzate per cercare partner mondiali alternativi: Cina, Corea, ma anche molti paesi africani hanno già approfittando della situazione proponendosi come validi sostituti ai paesi di scambio tradizionali, sui quali pesa il veto delle sanzioni. Sta di fatto che le banche iraniane hanno cessato di vendere dollari e euro, che, peraltro, continuano a circolare a mercato nero. Comunque il rial, la moneta nazionale, ha subito un grave contraccolpo a causa della difficoltà da parte delle compagnie iraniane di muovere denaro col resto del mondo, e, nonostante l'intervento di supporto della banca centrale iraniana, la valuta nazionale sta registrando cospicue perdite rispetto a quelle americana ed europea.
Paradossalmente, però, i circoli di potere che le sanzioni mirano a colpire sono quelli più garantiti contro i pericoli della crisi, avendo accesso a risorse finanziare quali i proventi per l'export-import illegale. A tali risorse non ha invece accesso il settore privato, già in difficoltà in un paese statalizzato come l'Iran, e molti imprenditori si vedono costretti a chiudere i battenti.
Per non parlare delle difficoltà quotidiane della società civile: basti pensare che i giovani iraniani hanno oggi maggiori difficoltà a recarsi all'estero a studiare (come pagare dall'Iran le tasse universitarie europee o americane?), e che materiali necessari alla vita quotidiana di milioni di persone non possono entrare legalmente, e, venduti a mercato nero, sono accessibili solo ai ricchi notabili del regime e ai loro affiliati.
Così l'unica a pagare il prezzo della crisi rischia essere proprio quella società civile che il mondo vorrebbe invece aiutare.

 

Una guerra non dichiarata

Intanto, continua la proxy war contro l'Iran: l'attentato al fisico nucleare iraniano Mostafa Ahmadi-Roshan di gennaio 2011 si configura come l'ennesimo atto della guerra, non solo verbale, che si sta consumando da parecchio tempo tra l'Iran e il resto del mondo. L'assassinio, infatti, va ad aggiungersi ad una serie di sabotaggi cibernetici ai danni del programma nucleare iraniano, a due misteriose esplosioni all'interno di basi militari che hanno ucciso diversi ufficiali, e all'eliminazione fisica, sempre tramite attentati dinamitardi, di scienziati in forza al programma d'arricchimento dell'uranio. La Repubblica Islamica punta il dito accusatore verso Israele e Stati Uniti, paesi che ufficialmente hanno negato ogni responsabilità in questa catena di luttuosi eventi; Washington, addirittura, ha ufficialmente condannato l'uccisione di Ahmadi-Roshan.
Sempre a gennaio, qualche debole spiraglio s'era aperto, sia grazie ai ripetuti salvataggi dei marinai iraniani ad opera della marina statunitense (gesti elogiati dalla autorità iraniane), sia, soprattutto, grazie all'apertura del Segretario alla Difesa americana Leon Panetta, il quale, dichiarando inaspettatamente che l'Iran sarebbe ben lontano dall'acquisire la forza nucleare, ha rinnovato l'invito ad una soluzione diplomatica del caso. Dichiarazione, però, che si è puntualmente rimangiato dopo pochi giorni, anche se, comunque, gli ispettori dell'ONU sono tornati a Tehran.
Intanto, la stretta delle sanzioni continua il suo corso; anche la Cina ha ridotto notevolmente le proprie importazioni di petrolio iraniano, facendo entrare Tehran in fibrillazione. Il rial, la moneta ufficiale iraniana, ha toccato il suo minimo storico nei confronti del dollaro e il costo della vita continua a crescere: negli ultimi tre mesi il prezzo del latte è aumentato del 20%.
C'è comunque il rischio che le sanzioni non scoraggino Tehran dal perseguire il suo obiettivo nucleare: abbandonarlo ora significherebbe una perdita di prestigio interno incommensurabile. Ma pure il principale contendente iraniano, ovvero gli Stati Uniti, rischia la faccia: Obama non può dimostrarsi timido di fonte alle minacce iraniane, pena la sua non rielezione.
Intanto, in Iran vi è palpabile scontento fra la popolazione e apprensione fra le autorità a pochi giorni dall'appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento. Memore di quanto accaduto nel giugno 2009, la censura si è già organizzata setacciando ogni internet café, rafforzando la sorveglianza sui documenti esibiti dagli utenti e controllando i siti consultati. Sono stati fermati dalla polizia molti dissidenti, giornalisti, politici, mentre i leader dell'Onda Verde Mousavi e Karroubi sono agli arresti domiciliari ormai da parecchi mesi. Questa politica intimidatoria è opposta a quella solitamente praticata dal regime, che, alla vigilia di appuntamenti elettorali, è solito liberare dei prigionieri politici e allargare le maglie della censura.
A differenza del 2009, infatti, c'è un ulteriore pericolo per il regime, ovvero l'esempio delle rivolte arabe che, pur ancora in corso, sono comunque riuscite a rovesciare i despoti in carica: un modello esportabile e pertanto assai temuto, anche se, al momento, non vi è traccia di primavera sull'altopiano.

 

 Anna Vanzan

 

 Testi di riferimento
Anna Vanzan, Sciiti, Il Mulino, 2008
Z. Mir-Hosseini e R. Tapper, Islam and Democracy in Iran. Eshkevari and the Quest for Reform, I.B. Tauris, 2006.

Fonte: Storia & Storici
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