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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
33 anni di Rivoluzione Islamica
Mahmoud Doulatabadi - Il Colonnello
la Rivoluzione Islamica narrata da un intellettuale iraniano
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Considerato un mostro sacro della letteratura e quasi intoccabile (anche grazie all'aperta critica del precedente regime palesata nei suoi scritti), nel 2008 Doulatabadi dichiara che il suo romanzo Il colonnello, in gestazione fin dai primi anni del dopo Rivoluzione, è pronto per la stampa. Ma, nonostante la fama e il rispetto goduti dallo scrittore, la censura non dà l'assenso per uscita dell'opera, chiedendo numerosi interventi che Doulatabadi rifiuta di condurre. Il romanzo rimane “congelato” nella sua originale edizione in lingua persiana, ma viene tradotto in Germania, in Inghilterra e in Italia.
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In Iran la letteratura, forma privilegiata e più amata fra le arti, è da sempre, per sua stessa definizione, “impegnata”, ovvero attenta a cogliere aspetti rilevanti della vita sociale, culturale e politica che la circonda. Uno degli scrittori impegnati più popolari nell'Iran contemporaneo è Mahmoud Doulatabadi (1940), autodidatta con un passato d'attore la cui attività letteraria data ben prima della Rivoluzione Iraniana, già dagli anni 60'. Sin dal regime Pahlavi, infatti, Doulatabadi si afferma quale scrittore prolifico con numerose raccolte di racconti brevi e romanzi spesso ambientati nell'Iran rurale, dove egli è nato, e di cui denuncia le manchevolezze, dovute soprattutto a dissennate politiche agrarie. All'inizio della Rivoluzione esce con una saga epocale, Kelidar, oltre tremila pagine che narrano la vita dei contadini e dei pastori curdi in un povero villaggio dell'Iran orientale durante gli anni '40.
Considerato un mostro sacro della letteratura e quasi intoccabile (anche grazie all'aperta critica del precedente regime palesata nei suoi scritti), nel 2008 Doulatabadi dichiara che il suo romanzo Il colonnello, in gestazione fin dai primi anni del dopo Rivoluzione, è pronto per la stampa. Ma, nonostante la fama e il rispetto goduti dallo scrittore, la censura non dà l'assenso per uscita dell'opera, chiedendo numerosi interventi che Doulatabadi rifiuta di condurre. Il romanzo rimane “congelato” nella sua originale edizione in lingua persiana, ma viene tradotto in Germania, in Inghilterra e in Italia.
Il romanzo Il colonnello è un affresco sul primo periodo rivoluzionario iraniano attraverso le memorie di un militare, ex colonnello nell'esercito di Reza Pahlavi, dal quale è stato congedato perché nel 1973 si è rifiutato di andare in missione in Dhofar con lo scopo di reprimere una sedizione istigata dalla Repubblica dello Yemen del sud, ospitante una base sovietica. Il protagonista ha cinque figli, tre maschi e due femmine, quattro dei quali rappresentano le varie tendenze politiche divergenti della rivoluzione, ovvero: il partito comunista ortodosso Tudeh (che seguiva linea del Politburo di Mosca); i Fedayyin del Popolo, vicini al partito comunista; i sostenitori di Khomeini; i Mujaheddin del Popolo, un’organizzazione le cui radici erano nel fronte islamista, ma che era marcatamente più orientato a sinistra rispetto al clero conservatore; mentre una figlia rappresenta le vittime, in generale, della situazione.
Il messaggio di Doulatabadi è che la Rivoluzione s'è mangiata i propri figli così come, secondo la leggenda persiana, Rostam uccise il proprio figlio Sohrab.
Ma il suo colonnello è divorato dai rimorsi, perché è stato propri lui ad insegnare ai figli di fare scelte indipendenti e andare dritti per la propria strada: e tutti loro hanno pagato un prezzo altissimo.
Doulatabadi è uno scrittore che pensa alla società, alla cultura, alla storia del proprio paese. Incarcerato per due anni sotto lo shah e adesso, vive ritirato sotto la Repubblica Islamica, l'intellettuale denuncia ipocrisie, falsità, simulazioni, opportunismo. Intreccia tematiche secondo il tipico privilegio della letteratura, mentre dolorosi avvenimenti della storia moderna iraniana incorniciano la struttura narrativa del romanzo. Seppure non un saggio storico, ma romanzo di alta letteratura, Il colonnello costituisce un'ottima chiave di lettura per capire le contraddizioni dell'Iran contemporaneo.

 

[scheda antologica a cura di Anna Vanzan]

 

Mahmoud Doulatabadi
Il Colonnello

 

[…] “Dhofar è una missione importante e prestigiosa, colonnello! Si tratta di un lusinghiero riconoscimento dei suoi servigi da parte di Sua Maestà. Mi congratulo con lei!”
“Grazie.”
“Buona fortuna, colonnello!”
“E' che ho una faccenda familiare da sistemare, come lei sa...”
“Non ci pensi, colonnello, non c'è soluzione, per quella, è così e basta!”
“Ma generale, si tratta di mia moglie!”
“Deve considerare le conseguenze, colonnello, lei condivide il suo nome con una signora proveniente da una famiglia altolocata!”
“Ma io sono un soldato...”
“Siamo tutti soldati, colonnello! Sono stato chiaro?”
Era notte quando l'avevano fatto chiamare al comando. Di notte si compivano i crimini, aveva pensato, e se ne nascondono le tracce. I criminali temono la luce del giorno e si lavano le coscienze sporche prima dell'alba, onde celarle agli altri. E così pure il colonnello aveva stabilito di compiere il suo crimine di notte, e appena ricevuto dalle mani bianche e paffute del generale l'ordine di missione cui non avrebbe obbedito, decise di uccidere sua moglie. Sentiva che non poteva né volare nel Dhofar ad ammazzare un branco di ribelli cenciosi con la scusa che si trattava di “una minaccia sovietica”, né poteva più sopportare quella bugia nella quale era stato costretto a vivere.
Si trattava di agire da ruffiani, gente! Appena mi misi l'ordine di missione sottobraccio feci dietro front dal quartier generale, e dissi all'autista di portarmi fuori città, a casa. Forse avevo perso il senno, o piuttosto l'avevo ritrovato. Ma che cos'è il senno, dopotutto? […] (pag. 5)
“Per di qua, colonnello.”
“Certo, certo.”
Sapeva che tutto era pronto, aveva indugiato troppo, adesso dovevano andare. Percorse tutta la sala fino all'uscita e scese per le scale dalle quali era venuto. Fuori, per quanto gli riusciva di vedere, c'erano le sagome dei due poliziotti venuti a prenderlo a casa, in attesa accanto all'ambulanza, sotto la pioggia: i loro fucili scintillarono sotto la luce dell'edicola dei martiri mentre si calcavano in testa il cappuccio. Il fondo dei loro pantaloni e gli stivali erano fradici e infangati. Il colonnello s'accorse che il più giovane aveva solo un po' di peluria sul volto, mentre quell'altro nascondeva le guance sotto uno strato più consono di barba scura. Aspettando la mossa successiva, il colonnello guardava l'ambulanza che si stava lavando sotto la pioggia.
“Si accomodi dietro, colonnello!”
L'autista era già pronto a partire senza che il colonnello se ne fosse accorto, e non certo perché gli difettasse la vista. Piuttosto, era la natura di questi giovani autisti, un po' troppo vispi, contrariamente ai vecchi camionisti del dopo guerra che guidavano in modo composto, addirittura compassato: questi ultimi, quando si fermavano ad una caffetteria lungo la strada, sembrava si scaricassero di dosso una pesante responsabilità. Portavano un fazzoletto di seta al collo che si tenevano stretto con una mano mentre scendevano a fare il giro di controllo del loro veicolo e dopo aver impartito degli ordini al loro garzoni, andavano al corso d'acqua accanto al locale per lavarsi le mani e la faccia sporchi di grasso, pur senza togliere gli occhi di dosso ai loro aiutanti.
Ma gli autisti d'oggi erano d'altra pasta. Sembravano tutti arroganti, compresi quelli addetti alle ambulanze: come gatti cui si dica che la loro cacca è di qualche utilità. E così se ne infischiavano dei passeggeri, gli bastava tenere il piede premuto sull'acceleratore. Questo, anche se aveva piovuto a dirotto e la strada era piena di pozzanghere, non è che si preoccupasse di evitare le buche a un povero vecchio seduto sullo stretto predellino posteriore, aggrappato alla bara di sua figlia.
Il colonnello sapeva che, dando a Parvaneh una bara e un'ambulanza, gli avevano già reso un gran onore: ma all'autista non importava un gran ché, e stava guidando come se portasse una pecora al macello. Era altresì vero che, a causa sua, l'autista era stato trascinato fuori dal suo letto, e anche se doveva essere abituato ai turni, di certo lo stava maledicendo per il lungo percorso fino al lavatoio dei morti.
Certo io non ho colpa di ciò, ma...
Forse era per questo che la sua mente s'arrovellava alla ricerca di colpe commesse: se non avesse ucciso la moglie, forse adesso sua figlia non sarebbe stata in quella cassa. Per quanto, sapeva perfettamente che arroccarsi su questi pensieri non portava a nulla, e nulla sarebbe cambiato. L'unica verità da affrontare era che Parvaneh stava in quella cassa puzzolente di sangue e che a ogni scossone della strada le sue povere ossa venivano scosse come un pesce morente. Parvaneh era giovane, e il colonnello non riusciva ad immaginarsela senza la divisa scolastica cinerea addosso; poteva addirittura vedere i suoi magri omeri sporgere da sotto il grembiule. La figura e il modo di fare di Parvaneh gli ricordavano il canarino che aveva chiamato col nome di lei. Forse s'era affezionato in modo particolare a quella figlia orfana di mamma perché aveva dovuto fare da madre e da padre: era proprio come un uccellino cui bisognava insegnare a volare. Così aveva anche interpretato l'andare e il venire di Parvaneh in casa. E quando se n'era andata definitivamente, aveva pensato se la fosse presa il vento.
Il vento li stordisce, li confonde. Io non sono un ammaestratore di colombi, ma so che i piccoli si perdono nel vento, specie in quello occidentale, che li porta fuori strada, li disorienta, e sbattendo le loro tenere ali per ritrovare la via di casa, le spezzano. E nelle tempeste di vento non mancano certo gli uccelli rapaci! […]  (pp. 26-29)

 

Il giorno del funerale di Mohammad Taqi era un evento irripetibile, quel momento non si sarebbe più ripresentato: in quei giorni di facili vittorie, lo spargimento del sangue dei giovani, il sacrificio più prezioso, era un dono che si faceva volentieri in nome della agognata libertà. Il sangue delle masse scorreva a fiumi, come se non dovesse mai aver fine. La gente era felice di donare anche il proprio sangue, come se ciò placasse un’irrefrenabile voglia.
Pure io, che avevo perduto il coraggio di affrontare le pallottole, in questa frenesia andai all’ospedale, m’arrotolai le maniche, e dissi all’infermiera di prendersi tutto il sangue che voleva!
In tali circostanze, se non fai pure tu la tua parte, ti senti così in colpa da non riuscire a dormire la notte.
Così era anche per i nostri figli sacrificati al fronte. Anche se eravamo annientati dal dolore, non potevamo lamentarci.
La frase comune era “c’è la rivoluzione”, il Paese era in una fase di cambiamento epocale che poteva essere compiuto solo grazie al sacrificio del sangue di tutti.
E noi eravamo parte di questi tutti. Quindi, come potevano lamentarci della perdita dei nostri figli?
Tuttavia, nel bailamme della rivoluzione, molte famiglie vennero assalite dai dubbi: da una parte, c’erano i loro sentimenti intimi, dall’altra, la faccia sociale, quella da mostrare in pubblico. Uno doveva cercare dentro di sé delle motivazioni logiche a tali sacrifici. Queste due facce, la pubblica e la privata, lottavano fra di loro, lasciando che i sentimenti privati si svelassero solo nel quieto angolo di casa. Un conflitto tra pubblico e privato, interno ed esterno, destinato a lacerare l’anima.
Il peso del dolore ti fa sentire come un uccello con l’ala spezzata mentre te ne stai a casa tua; ma quando sei davanti agli altri, che ti rendono gli onori, di colpo ti senti come un eroe invincibile.
In realtà, questo conflitto ti logora. Puoi scappare da te stesso grazie alla compagnia degli altri, o puoi sfuggire agli alti rifugiandoti in te stesso, ma questa frenetica attività procura una stanchezza e un esaurimento tali da farti ammalare.
E io me ne ero ammalato. Ma che altro potevo fare? Un uomo è un uomo, e deve vivere tanto con se stesso quanto con gli altri. Non riuscivo a trovare la possibilità di essere me stesso. Non mi hanno dato mai la possibilità di fermarmi e crogiolarmi nel mio dolore, nelle mie disgrazie.
In quei giorni eravamo tutti scoppiettanti come fuoco. Quando appoggiarono il corpo di Mohammad Taqi, coperto di sangue, sul pavimento del cortile di casa, fu come avessero acceso una pira. Non era solo un lutto nostro, della nostra famiglia, del vicinato, era la città intera a prendere fuoco. Pure Amir s’era incendiato, inginocchiandosi per terra acanto al cadavere del fratello, baciandone la camicia intrisa di sangue. E mentre si rialzava, vidi le fiamme ardere negli occhi di mio figlio, le guance rosse di fuoco: non persi tempo per ricordarmi di Khezr Javid, o per rimproverare Amir, perché capii che il fuoco s’era impossessato di tutti i miei figli. Farzaneh bruciava, e i suoi lamenti avevano sciolto i cuori di tutti. Parvaneh aveva perso il controllo, e girava incessantemente attorno al corpo di Mohammad Taqi, mentre Masoud s’era sollevato accanto al cadavere del fratello, i pugni chiusi come palle di fuoco sulla sua testa, urlando ‘ucciderò, ucciderò quello che ha ammazzato mio fratello!’ Poi, la folla raccolse questo suo grido, e il corpo di Mohammad Taqi non fu più nostro, divenne proprietà pubblica.
E che folla nel nostro cortile, sembrava fossero sbucati dalla terra in ebollizione per raccogliersi attorno alla bara di Mohammad Taqi, che ora portavano vi, reggendola con le mani alte sulle loro teste, mani che tentavano di toccare la cassa, formavano circoli che si aprivano e si chiudevano.
Era un’onda di mani che non riuscivano a toccare la bara che ora era altissima, sopra tutti, tanto che il colonnello non riuscì rendersi conto come fosse stata coperta di fiori. Lui e la famiglia erano stati inghiottiti dalla folla e nessuno si rendeva più conto di quali fossero i sentimenti degli altri.
Onestamente, davanti a tante lodi e complimenti, fra tutte quelle mani che si tendevano verso la bara, mi sentiti inadeguato.
Non passò molto tempo che il colonnello avvertì un senso di estraneità da tutte quelle mani protese e conducenti suo figlio al cimitero. La folla aveva emarginato proprio lui, il padre del martire, appropriandosi del corpo che ora stavano portando dove volevano loro, cantando ciò che volevano a proposito di quel suo figlio, inclusi slogan che le sue orecchie non distinguevano:
Ero solo uno spettatore, era come se non avessi legami con quel morto, come se non lo avessi conosciuto! […]  (pp. 103-105)

 

Mahmoud Doulatabadi
Il Colonnello

trad. italiana di Anna Vanzan

Edizioni Cargo - Napoli 2011




Fonte: Fonte: Edizioni Cargo
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