Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Attilio Mangano
Capitalismo e immaginario sociale
Teorie del capitalismo e teorie dell’immaginario
immagine
Siamo di fronte alla classica rappresentazione stessa del capitalismo come macchina totale che ingloba e sussume le parti nel tutto ( che é del resto un modello teorico che, fin dai tempi del Marcuse de “L'uomo a una dimensione” é quasi un luogo comune della cultura della nuova sinistra). Da un lato i due autori ricorrono alle metafore della terminologia biologica, con gli esempi della digestione e del metabolismo e una rappresentazione della conflittualità sociale in termini di anticorpi da assimilare. Dall’altro si riconosce molto poco la trasformazione politica del capitalismo stesso del welfare e dello stato sociale come risultato congiunto e complesso di riforme dall'alto e lotte sociali dal basso, quasi che lo "spirito' del capitalismo sia onnivoro. Al tempo stesso é evidente che il concetto stesso di spirito suscita perplessità perché se esso viene usato secondo i parametri della lezione maxweberiana va più connesso alla sfera della razionalizzazione e meno a quella del corpo-macchina. Se lo "spirito" del capitalismo non é la pura e semplice ideologia ma é appunto rappresentazione collettiva, summa di "civilizzazione" e di significati immaginari del sociale, occorrerebbe andare più a fondo nella sua individuazione delle "costanti culturali" (si pensi alla "modernizzazione" intesa come secolarizzazione) e delle "variabili" (la modernizzazione nel senso della innovazione tecnico-scientifico e della mutazione continua delle forme di relazione del sociale).
***

Teorie del capitalismo e teorie dell’immaginario - Terzo“spirito”(di weberiana memoria) o immaginario sociale? - Esiste un modello teorico che spieghi le trasformazioni stesse del capitalismo? - Un passo indietro : Walter Benjamin e il capitalismo come fantasmagoria” - Un modo di produzione simbolico? - Dall’economia della produzione all’economia della conoscenza - Immaginario del dominio totale e dell’apocalisse o di un sogno sociale in azione ?

 

Teorie del capitalismo e teorie dell’immaginario

Un libro abbastanza recente di Luc Boltanski e Eve Capello, dal suggestivo titolo "Il nuovo spirito del capitalismo" (Gallimard, Paris,1999), é stato in grado di suscitare in Francia negli ultimi anni discussioni e polemiche di cui in qualche modo é arrivata l'eco anche nel nostro paese. Forse proprio per il suo titolo e per la scelta di alludere alle trasformazioni del capitalismo globalizzato, ponendo il problema di individuare le caratteristiche di una" nouvelle esprit" in grado di spiegare in forma sintetica il tipo di rappresentazione del mondo che accompagna la globalizzazione stessa.
Non voglio seguire tutte le argomentazioni dei due autori, in larga misura interne alla tradizione culturale marxista, ma é ragionevolmente accettabile la distinzione operata dai due studiosi tra un primo spirito, un secondo e un terzo , che corrispondono rispettivamente : 1) alla fase otto-novecentesca delle rivoluzioni industriali ( ma anche dello stato-nazione, del partito di classe, delle guerre e dell'imperialismo postcoloniale) ,2) alla fase della programmazione capitalistica e del neocapitalismo ( con nuovo rapporto stato-economia, ruolo dei sindacati, New deal, riformismo operaio e riformismo del capitale ecc, fino alla " società dei consumi"), 3) alla fase contemporanea della globalizzazione.
Altrettanto persuasiva (ma sarebbe interessantissimo chiedersi perché " sopravviva" una rappresentazione del mondo anche quando questo mondo é cambiato, se non sia una sorta di codice obbligato di funzionamento del marxismo-ideologia) é la constatazione critica secondo cui la cultura di sinistra legge e interpreta il nuovo alla luce di categorie derivate dalla fase precedente , stenta a scongelare il suo stesso codice. In questo caso, secondo Boltanski e Capello, la duplice eredità del progressismo (lo sviluppo delle forze produttive, l'innovazione scientifica e tecnica) e del catastrofismo (guerra, distruzione,crisi della vecchia composizione di classe, imborghesimento medio) si mescolano nella costituzione stessa di un "terzo spirito" che dunque echeggia il primo e il secondo. Intervistati da Marco D'eramo sul, "Manifesto" ("Il capitale si vendica con gli interessi", intervista del 6 giugno 2000, p.12) i due autori si fanno anche beffe di questo intreccio di catastrofismo e di nostalgia e della sua "idealizzazione del passato", con le sue" nazionalizzazioni, la sua economia poco internazionalizzata,il suo progetto di solidarietà sociale, la sua pianificazione di stato, i suoi sindacati influenti". E per spiegarsi meglio provano a connettere capitalismo e anticapitalismo: ogni fase del capitalismo ha costruito il suo spirito misurandosi con le cause della "critica anticapitalistica", come se ci fosse, per usare le parole classiche di questa tradizione, una relazione dialettica tra immagine del capitalismo e capitalismo immaginato.
Riguardo all'anticapitalismo i due autori vanno alla ricerca di ciò che produce indignazione, individuando " da un lato il capitalismo come fonte di miseria, sfruttamento, fonte di oppressione, egoismo. La critica che nasce da queste indignazioni é di tipo sociale.
Dall'altro il capitalismo come fonte di oppressione opposto alla libertà e creatività degli esseri umani, come fonte di disincanto e di inautenticità. Questa critica trova le sue radici nell'invenzione ottocentesca della vita bohemienne." . Le differenti basi dell'indignazione critica non hanno un movimento lineare, prima uno e poi l'altro, in alcune fasi storiche si intrecciano e possono perfino allearsi. "Gli intellettuali dei Temps Modernes volevano conciliare l'operaismo e il moralismo del Partito comunista francese con il libertinaggio aristocratico dell'avanguardia artistica; anche nel '68 sono confluite. Al contrario, in altri casi possono divergere, entrare in tensione, opporsi violentemente: ognuna delle due critiche possiede un versante modernista e uno antimodernista. Mentre la critica dell'individualismo capitalista può degenerare verso forme fasciste (come in molti intellettuali degli anni trenta) la critica dell'oppressione puo' comportare l'accettazione supina del liberalismo, come é avvenuto negli anni ottanta quando molti intellettuali venuti dall'ultrasinistra, per aver fatto del totalitarismo il loro unico nemico, non hanno saputo o voluto riconoscere la riconquista capitalista del mondo. Ora, nel dopoguerra il capitalismo aveva risposto alla prima critica, alla critica sociale,con il compromesso e con il welfare. era il secondo spirito del capitalismo. Ma così si era esposto alla seconda critica, della spersonalizzazione, dell'autoritarismo, tanto che negli anni sessanta uno dei bersagli sarà il capitalismo monopolista di stato. negli ultimi trent'anni invece il capitalismo ha digerito e metabolizzato la seconda critica, la critica libertaria e antiutoritaria, antistatalista. di fronte a questa nuova versione - il terzo spirito del capitalismo- la vecchia critica é disarmata".

 

Terzo“spirito”(di weberiana memoria) o immaginario sociale?

Pur offrendo vari motivi di interesse il quadro descrittivo offerto da Boltanski e Capello non persuade e provoca alcune obiezioni,prima fra tutte la rappresentazione stessa del capitalismo come macchina totale che ingloba e sussume le parti nel tutto ( che é del resto un modello teorico che, fin dai tempi del Marcuse de “L'uomo a una dimensione” é quasi un luogo comune della cultura della nuova sinistra). Da un lato i due autori ricorrono alle metafore della terminologia biologica, con gli esempi della digestione e del metabolismo e una rappresentazione della conflittualità sociale in termini di anticorpi da assimilare. Dall’altro si riconosce moltopoco la trasformazione politica del capitalismo stesso del welfare e dello stato sociale come risultato congiunto e complesso di riforme dall'alto e lotte sociali dal basso, quasi che lo "spirito' del capitalismo sia onnivoro.
Al tempo stesso é evidente che il concetto stesso di spirito suscita perplessità perché se esso viene usato secondo i parametri della lezione maxweberiana va più connesso alla sfera della razionalizzazione e meno a quella del corpo-macchina. Se lo "spirito" del capitalismo non é la pura e semplice ideologia ma é appunto rappresentazione collettiva, summa di "civilizzazione" e di significati immaginari del sociale, occorrerebbe andare più a fondo nella sua individuazione delle "costanti culturali" (si pensi alla "modernizzazione" intesa come secolarizzazione) e delle "variabili" (la modernizzazione nel senso della innovazione tecnico-scientifico e della mutazione continua delle forme di relazione del sociale). Un interesse particolare merita comunque il rilievo concesso agli strati vecchi e nuovi che comporrebbero l'anticapitalismo, o - per essere più esatti- l'immaginario anticapitalistico: avremmo da un lato lo strato morale (il senso di ingiustizia che evoca lo sfruttamento) e dall'altro lo strato estetico (il bisogno di "creare", di essere, di produrre vita autentica, di chiara derivazione romantica). L'idea di giustizia che emerge dallo strato morale é una rappresentazione storicamente data o é trans-storica? Se cambiano le forme dello "sfruttamento" dal capitalismo ottocentesco al welfare, l'anticapitalismo come anti-sfruttamento é la riproposizione dello strato morale antico o si ridefinisce in forma sua particolare? E' evidente che a questo punto il tipo di problemi sollevati tornano a collegarsi con il rapporto fra teoria generale del capitale come valorizzazione e analisi concreta delle forme diverse in cui la valorizzazione permane o si trasforma in altro, vale a dire col problema stesso di cosa sia il capitalismo ( terzo spirito del capitalismo o terzo capitalismo?) Tutte le strade riportano a Roma. Abbiamo messo da parte inizialmente la infelicissima metafora di struttura e sovrastruttura per discutere dello spirito del capitalismo e tutto ciò inevitabilmente riporta al problema di stabilire quale sia il rapporto economia/politica/ideologia/cultura/società nel capitalismo e se invece altri concetti derivati a vario titolo dalle scienze umane, in particolare il simbolico, l'immaginario, non possano suggerire sintesi interpretative diverse e più fluide, interconnesse. Perché quello che comincia a emergere é che "il discorso del terzo spirito" é uno dei tanti con cui si tenta di analizzare il nuovo capitalismo della globalizzazione e con esso si ripropongono questioni di metodo da parte di studiosi che sviluppano comunque il tentativo di rielaborare nuovi livelli della teoria marxiana (per sviluppare, col paradigma, nuove forme della cultura politica marxista). E seppure in brevi note dobbiamo anche noi porre in via preliminare la domanda che fa tremare i polsi a chiunque: che cosa é il capitalismo?

 

Esiste un modello teorico che spieghi le trasformazioni stesse del capitalismo?

L'ipotesi é questa, già accennata nella parte precedente: che questo gran parlare di un "nuovo spirito"' del capitalismo esprime il tentativo di approccio al problema di cosa sia il capitalismo e come sia cambiato senza fare ricorso alla infelice formuletta "struttura-sovrastruttura" del marxismo ma anzi mettendo a fuoco come luogo centrale qualcosa che é arduo definire in modo univoco: la "cultura" del capitalismo? Il suo "immaginario"? La sua "ideologia dominante"?
D'altra parte il problema é reso ancora più complicato dalla notevole diversità delle formule-chiave con cui studiosi vari han provato a definire la trasfomazione stessa del capitalismo: si é parlato infatti di capitalismo post-industriale, di post-fordismo, di post-moderno (ma si noti che questo uso del "post" non produce una definizione se non in negativo, per differenza, come fine di qualcosa), di "capitalismo culturale", di "capitalismo della globalizzazione "etc.
Alla fine, se si vuole, é sempre lo stesso tipo di domanda che già tra fine ottocento e primo novecento cominciarono a porre i "revisionisti": il cambiamento del capitalismo che vediamo sotto i nostri occhi indica il passaggio a una nuova FASE? E per quali caratteristiche questa nuova fase rappresenta un superamento del modello classico oppure una trasformazione che investe solo alcuni aspetti ma non investe il funzionamento " in generale" del capitalismo stesso? Se mi si consente suggerisco un opportuno passo indietro, verso Marx, quel Marx che in realtà non faceva molto ricorso al capitalismo come sostantivo preferendo semmai l'uso delll'aggettivo (capitalistico) accanto a concetti come modo di produzione e formazione economico sociale, per meglio rilevare la specificità storica di quegli stessi concetti.
Certo il concetto di capitalismo designa esso stesso uno spazio storico, l'epoca del "processo di valorizzazione", ma Marx era più avventuroso e problematico dei marxisti: era arrivato a prendere nota che la transizione inaugurata dalla nascita delle " società per azioni" apriva una fase in cui tendenzialmente il capitalismo avrebbe "oltrepassato" se stesso e i capitalisti stessi sarebbero diventati i "funzionari "di un meccanismo impersonale. Per non ricordare anche i famosi passaggi sul general intellect come forza produttiva essa stessa che apriva una transizione in cui l'aspetto centrale non sarebbe più stato " il tempo di lavoro". Non si tratta di aprire vecchie ferite e antiche "querelles". Si tratta più semplicemente di sbarazzarsi di ogni richiamo di tipo profetico a Marx (compreso quello appena citato per le sue novità di lettura) e di riconoscere come perfettamente legittima la domanda: siamo ancora nel capitalismo o esso ha dato luogo a un " modo di produzione" che lo ha oltrepassato? In fin dei conti gioverebbe a tutti partire da una domanda così radicale (e per niente "fantascientifica") e- sbarazzatisi anche della metafora impossibile della struttura e della sovrastruttura- ritornare alla domanda su cosa sia il motore della nuova complessità sociale (cosa che non fanno affatto , ad esempio, i no-global, che leggono la globalizzazione come qualcosa che Marx aveva profetizzato e che Lenin aveva indicato a proposito dell'imperialismo; non tutti, per fortuna, perché una parte comincia a interrogarsi senza rete, per pure ipotesi). Se si tiene conto infine che il concetto di "spirito del mondo" é di origine hegeliana, vale anche per esso l'invito a farne a meno. […]

 

Attilio Mangano

 

Edizione integrale del testo allegata in PDF

 

testi correlati al dossier
"immaginario, politica e azione sociale"

Attilio Mangano, Cultura, immaginario, politica e azione sociale [intervista]
Attilio Mangano, 68’ e immaginario [saggio]
Attilio Mangano, Il 68 di tutti e di nessuno [saggio]
Attilio Mangano, L’orrore, l’immaginario e l’Occidente [saggio]
Attilio Mangano, Capitalismo e immaginario sociale [saggio]
Attilio Mangano, Dal ’68 agli indignados e ritorno [editoriale]



Fonte: Storia & Storici
Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact