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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Attilio Mangano
L’orrore, l’immaginario e l’Occidente
l’immagine, l’errore, la sua lettura possibile
immagine
Il disvelarsi dell’orrore è analogo insomma alla fuoruscita del male dal vaso di Pandora, alla visione di un processo in cui il disvelarsi non si arresta, il veleno cresce e corrode tutto intorno, all’intuizione che questa banalità possibile del male è motore di fascinazione e che tutto ciò chiama in causa le radici di una storia e di una cultura, (come fa ad esempio il Pasolini regista del film su Salò spostando le 120 giornate di Sade ad altra epoca ,al nazismo appunto). L’immaginario del vaso di Pandora rimanda a una colpa, a qualcosa di infranto, è questo il punto di congiunzione da cogliere: se anche noi (occidente, democrazia , modernità) siamo traversati da questa colpa - ce lo insegna la procedura rituale del “capro espiatorio” - dobbiamo anche noi espiare. Il lavoro di scavo attorno a questa domanda chiave è qualcosa cui è impossibile sottrarsi ma è anche sovraccarico di ricadute nei topoi classici di antropologie “naturalistiche”, oscillando fra la memoria dell’archetipo e la continua ridefinizione “moderna” del rapporto fra natura e cultura, olismo e individualismo.
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Il falso e il vero dell’immagine - L’immaginario del vaso di Pandora e il male radicale - Il mondo è moderno, le persone antiche : l’immaginario e l’archetipo - Quale ammissione di colpa? Della donna? Dell’Occidente? Del moderno? - Mele marce, catena di comando, responsabilità - Perdere l’anima? - L’immagine della testa mozzata e l’autocensura

 

Il falso e il vero dell’immagine

La foto che circola su Internet riprende il caporale Ted Boudreaux, un riservista dei marines originario della Louisiana, assieme a un bambino irakeno: sono davanti a un capanno, presumibilmente in una zona desertica, sorridono entrambi e sollevano il pollice in alto in segno di esultanza. Peccato che di questa foto circolino due versioni: una (inviata anonimamente a una organizzazione americana per i diritti degli islamici, contraria alla guerra) fa vedere che il bambino ha in mano un cartello in cui si può leggere: Il caporale Boudreaux ha ucciso mio padre e ha messo incinta mia sorella; la seconda, messa in rete da un sito ideologicamente ostile ai pacifisti, vede nello stesso cartello la seguente scritta, ben diversa: Il caporale Boudreaux ha salvato mio padre e ha soccorso mia sorella. Infuria la polemica: il caporale Boudreaux si dichiara innocente, i marines stessi indagano e si sono rivolti al Naval Criminal Investigative Services, esperti di scientifica digitale. Quando dunque una foto, e in particolare poi una foto digitale, è vera?
E quanto vale il luogo comune secondo cui un’immagine descrive sempre la realtà per quello che essa è davvero. La vicenda di questi stessi giorni , le foto false del Daily Mirror sulle torture di soldati inglesi, (in cui il falso è stato documentato per così dire dall’esterno, dal fatto cioè che le armi usate e il camion non fossero in dotazione ai soldati inglesi) segnala drammaticamente la sfida in corso: in pratica tutte le immagini di una foto digitale possono essere falsificate e ciò può arrivare alla lunga a punti estremi di messa in dubbio, a una situazione tale da poter far crollare la convinzione stessa della foto come immagine vera della realtà. Che legittimità può avere la fotografia come prova documentale sempre preferibile se essa può essere manipolata al punto da annullare la verità?
Una delle grandi tesi dei fondatori di Medicina senza frontiere era quella per cui senza una fotografia non esiste alcun massacro ed essa sembra essere confermata e smentita al tempo stesso dagli ultimi avvenimenti: confermata perché il confine tra il visibile e l’invisibile rende reale l’immagine di una scena di tortura come quelle delle carceri irakene e cancella ¬ in quanto non fotografate e non visibili- tutte le altre torture che nello stesso giorno , senza foto documentali, sono state perpetrate in altre parti del mondo (quanti hanno letto negli stessi giorni la dichiarazione di chi uscito dalla carceri cubane ha raccontato di essere stato torturato? La dichiarazione stessa non ha fatto notizia, sopravanzata dalla prova visibile delle torture in Irak ). Essa è pero anche smentita dall’obiezione inerente la sua falsificabilità: il caso limite clamoroso è stato quello di pochi anni fa per la ex Jugoslavia quando la stessa scoperta di fosse comuni era chiamata in causa come prova e messa in dubbio perché in fondo non c’erano prove e foto di massacri, lo spostamento in massa di popolazioni in fuga era indicato come prova del genocidio in atto e però ridotto dai critici a puro e semplice spostamento indotto dai bombardamenti.
Gli episodi recenti di uso propagandistico di fotomontaggi e falsi vari sono sotto gli occhi di tutti: la finta immagine di Bush che guarda dentro un binocolo coi tappi è comparabile con la finta immagine di Kerry seduto a un tavolo pacifista mentre ascolta gli infiammati discorsi di Jane Fonda. (quest’ultima, in verità, era già approdata al New York Times e c’è voluta la prova data dal vero fotografo, Ken Light, col suo negativo originale per far vedere che Kerry non era accanto a Jane Fonda). Il successo di nuovi siti web che hanno come oggetto lo smontaggio e la decodificazione dei falsi (tra cui il famoso Snopes. Com) o al contrario la contro-informazione indica che la guerra è già in corso da tempo e la posta in gioco si va precisando. Mettiamo da parte i problemi anche delicati e complessi di teoria estetica, di analisi metodologica del rapporto tra fotografia e realtà che certo portano con sé un bagaglio di saperi specialistici che qui non è possibile approfondire oltre. Non ci fidiamo delle parole perché sono parole, crediamo alle foto perché sono foto. “Tutto ciò è assurdo” ¬ ha scritto il noto fotografo Pedro Meyer “E’ nostra responsabilità investigare la verità, avvicinarci alle immagini con cura e attenzione”. In questo caso, prima di dar luogo nel lettore all’obiezione o all’accusa di ricorrere tutto sommato ad argomentazioni sofistiche su ciò che è vero e ciò che non lo è, o a tesi di tipo pirandelliano per cui “così é se vi pare” o perfino di escogitare argomentazioni diabolicamente capziose da avvocato difensore della buona fede americana che insinua il dubbio ma siete sicuri che le foto di torture corrispondano al vero? Per tutelare meglio il suo cliente, è opportuno riconoscere che il sentimento diffuso di orrore e di disgusto che in gran parte del mondo ha assalito l’opinione pubblica è un fatto reale e che è altrettanto reale quella specie di improvvisa scoperta del male che ha spinto tante persone a pensare o a dire: “è troppo, basta” con autentica indignazione.
Per dirla in termini più chiari ed efficaci possibili, il fatto che ai tempi della guerra d’Algeria solo 121 intellettuali in Francia presero posizione di piena denuncia dell’atrocità delle torture che la polizia e l’esercito francese avevano praticato sui prigionieri algerini mentre oggi milioni di persone sono insorte sdegnate è un grande segno di sensibilità democratica dell’opinione pubblica e indica al tempo stesso la portata della differenza tra una denuncia ai mass-media e all’opinione pubblica prima dell’epoca televisiva e mediale-informatica e la nuova epoca. Ma è proprio questo rapporto tra immagine dell’orrore e orrore reale a fare “problema” e a porre all’ordine del giorno l’analisi dei suoi significati immaginari.

 

L’immaginario del vaso di Pandora e il male radicale

L’orrore disvelato torna a proporre in tutta la sua nettezza il tema del male radicale, ha scritto fin dai primi giorni il filosofo Massimo Cacciari. “La realtà cruda è questa: solo quando la scopriamo in tutta la sua oscenità, sbattuto in prima pagina, ci ridestiamo al male radicale che ci affligge, che è proprio di noi uomini. Tutto ciò che combatte il terrore con le armi del terrore non ha diritto di giudicare i criminali di Abu Graib. Ma proprio per questo pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria”. E dunque il contagio dell’orrore è improvviso squarcio che si apre per “la nostra natura che in loro si disvela”, l’insopportabilità di una conoscenza reale del male.
Pochi altri osservatori hanno avuto il coraggio di un simile discorso per nulla consolatorio, ripreso in parte da Barbara Spinelli: “Diceva Hanna Arendt che gli uomini normali non sanno che tutto è possibile. Non sanno che il desiderio di arrecare sofferenza e di umiliare il corpo e l’anima dell’avversario in prigionia può divenire a tal punto banale - evento piatto, alla portata di tutti - che chiunque può ammetterlo e sentirsi incolpevole e perfino vantarsene. Non solo, è possibile che il torturatore ¬ il volto vittorioso di chi mostra un trofeo, il sorriso di chi è intimamente appagato, i gesti di esultanza - si faccia fotografare nel momento in cui si compiace di torturare. Per chi e perché ha scattato quelle foto, se non per rivedere ancora e ripetutamente il proprio corpo di fabbricatore del male assoluto Il tabù esiste proprio per questo: perché nel giro di un attimo siamo capaci di scivolare dalla civiltà alla barbarie, e perché questa realtà la fronteggiamo con sacralizzati divieti che è blasfemo intaccare. Sono discorsi che riscoprono nel disvelarsi dell’orrore insieme la radicalità e la banalità del male, invitando ad aprire piste di ricerca che però indicano il punto limite, una simbolica scoperta del precipizio e l’invito ad arrestarsi prima, a metà strada tra la freudiana pulsione di morte e la cristiana com-passione, nella comprensione della compresenza di sofferenza sadica, coazione e rottura del limite nell’immaginario e del suo riformularsi, umano, troppo umano. (“Non chiamerei in causa la bestialità, l’imbarbarimento, l’animalesco. Siamo nell’ambito dell’umano, troppo umano”, scrive sempre Cacciari in un altro intervento). E’ qui appunto che il discorso si complica e si chiude in se stesso o cerca una via di sfogo, che può trovare forse la sua sintesi e chiave interpretativa nel mito del vaso di Pandora.
Il disvelarsi dell’orrore è analogo insomma alla fuoruscita del male dal vaso di Pandora, alla visione di un processo in cui il disvelarsi non si arresta, il veleno cresce e corrode tutto intorno, all’intuizione che questa banalità possibile del male è motore di fascinazione e che tutto ciò chiama in causa le radici di una storia e di una cultura, (come fa ad esempio il Pasolini regista del film su Salò spostando le 120 giornate di Sade ad altra epoca ,al nazismo appunto). L’immaginario del vaso di Pandora rimanda a una colpa, a qualcosa di infranto, è questo il punto di congiunzione da cogliere: se anche noi (occidente, democrazia , modernità) siamo traversati da questa colpa - ce lo insegna la procedura rituale del “capro espiatorio” - dobbiamo anche noi espiare.
Se però la funzione rituale del capro espiatorio serve a “espellere” il male fuori di noi, trovando il colpevole su cui convogliare la pena per purificare il mondo, l’insopportabilità del disvelarsi dell’orrore, del “male che è dentro di noi”, fa scattare la domanda impossibile da risolvere: allora noi (occidente, democrazia, modernità) siamo come quelli che si dichiarano nostri nemici e praticano il terrore?

 

Il mondo è moderno, le persone antiche : l’immaginario e l’archetipo

Il lavoro di scavo attorno a questa domanda chiave è qualcosa cui è impossibile sottrarsi ma è anche sovraccarico di ricadute nei topoi classici di antropologie “naturalistiche”, oscillando fra la memoria dell’archetipo e la continua ridefinizione “moderna” del rapporto fra natura e cultura, olismo e individualismo. “Sei ancora quello della pietra e della fionda/uomo del mio tempo.

Eri nella carlinga
con le ali maligne, le meridiane di morte
T’ho visto- dentro il carro di fuoco,
alle forche, alle ruote di tortura.
T’ho visto: eri tu , con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre”
Salvatore Quasimodo.

E non a caso è proprio il carcerato Adriano Sofri a porre in tutta la sua drammaticità il dilemma del moderno, dichiarando perentoriamente il suo sconvolgimento davanti all’immagine dell’aguzzino-donna. “La chiave di interpretazione dominante che vale per la guerra e in generale per la storia del mondo, vale a maggior ragione per la tortura . La tortura è prima di tutto una manifestazione- la più abominevole- della sessualità. La spoliazione della persona, la sua riduzione a corpo nudo, e la degradazione del corpo nudo alla sua anonima genitalità, è qui il centro della tortura”. Sofri tocca davvero il punto nevralgico ma si aggira attorno a un problema, le manifestazioni della sessualità nella cultura umana, che ha una tale eredità complessa di tabù e di stereotipi “politicamente corretti” da moltiplicare le domande stesse. Si pensi ad esempio come la “riduzione a corpo nudo” e la riduzione del corpo nudo alla sua “anonima genialità” sia una caratteristica centrale dell’immaginario erotico, a tal punto decisiva ¬ suo malgrado- che parlare solo di “degradazione” non aiuta a capire una serie di manifestazioni e di rappresentazioni della sessualità in primis la pornografia) in cui “l’intenzione sessuale” si manifesta appunto come assolutamente esplicita e insieme candida, per così dire (sono gli aggettivi che Sofri usa a proposito dell’esplicitarsi nelle foto irakene dell’intenzione sessuale della tortura). “Sodomizzazioni, sesso orale forzato, stanno da sempre nel repertorio delle stanze da tortura” osserva Sofri, ma è lecito osservare che queste stesse manifestazioni e infinite altre stanno da sempre nel repertorio dell’immaginario erotico , sicché il discorso si complica. Che questo insieme di processi di oggettivazione del corpo, compresa la sua “degradazione”, stiano da sempre nelle camere “segrete” dell’eros aiuta a capire ad esempio il groviglio inestricabile di natura e cultura operante nella pornografia, nel suo impasto permanente di banalizzazione - degradazione- sacralizzazione (si pensi alla difficoltà di rapporto tra femminismo e pornografia- per fare un esempio della complessità culturale dell’immaginario erotico - al fatto che la condanna etico-politica della degradazione-oggettivazione del corpo femminile vede sempre l’albero e non la foresta). Sono solo accenni, sta di fatto che l’intervento di Sofri ha in ogni caso il grande merito di indicare la posta in gioco: da un lato infatti “una ragazza, e il suo ragazzone, che si fanno le foto ricordo mentre torturano, torturano per farsi le foto ricordo”. Dall’altro, “qualunque ordine o autorizzazione o omissione abbiano ricevuto, la loro allegra creatività (goliardia, ha detto la povera madre della ragazza) è la rivelazione più significativa e irreparabile della vicenda”.
Ecco che l’orrore “rivelato” testimonia la sua stessa banalizzazione, si manifesta come rituale condiviso (nel suo intreccio “partecipato” di comando e obbedienza, che evoca uno dei grandi passaggi interpretativi della moderna critica antropologica della politica, la volontà di servire di cui parla Etienne de la Boetie). Ecco la degradazione partecipata, in cui il comando è condiviso culturalmente dallo stesso immaginario: l’agenzia specialistica coi suoi manuali moderni di tortura indica tecnologie del corpo come procedure di umiliazione e lo fa, come dire, a ragion veduta, ben sapendo (avendo cioè studiato e “culturalizzato” i tratti del pudore e della vergogna, della degradazione e della pena,presenti nell’immaginario arabo) di arrecare offesa, di produrre una ferita “significativa e irreversibile”, uno shock culturale. E’ questo insomma il vero peccato compiuto, la scelta di rovesciare sull’altro la rottura del tabù. L’altro grande merito dell’intervento di Sofri va individuato nella capacità di riconoscere dentro lo shock culturale la simbolizzazione dell’evento: il fatto che l’aguzzino sia donna indica il punto limite del percorso della liberazione femminile: la “sbarazzina ventenne americana che tiene al guinzaglio- alla catena” sembra proprio rivelare la parola d’ordine-limite della sua stessa libertà: “Avete da guadagnarle le vostre catene. Per quanto dunque sia lecito scherzare ancora oggi sull’ingenuità favolosa di quei nostri antenati” che credettero di battersi per dieci anni a Troia per la bella Elena è arrivato il momento di accorgersi che anche gli ultimi, quelli che non avrebbero da perdere che le loro catene, hanno da perdere le loro donne. Quel che più conta, se ne sono accorti loro, gli ultimi: da quando le distanze si sono così accorciate da renderli spettatori di un mondo in cui le donne diventano padrone di sé.
Dunque la vittoria di quel mondo avverte il pastore errante nella steppa dell’Asia col suo gregge e le sue donne e il suo televisore satellitare che una simile oltraggiosa destituzione può toccare anche a lui. L’evento rivela dunque la discontinuità, lo scarto che si riapre: l’uomo è moderno, lo è anche il pastore errante col suo televisore satellitare, ma rimane antico. Sofri dice per la precisione: “il mondo è moderno, le persone antiche” [...]

 

Attyilio Mangano

Attilio Mangano
L’orrore, l’immaginario e l’Occidente
l’immagine,l’errore,la sua lettura possibile

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Fonte: Storia & Storici
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