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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Attilio Mangano
Il 68 di tutti e di nessuno
L’uso politico della storia e la cultura della nuova sinistra
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Era finita la disfida di Barletta, adesso si può studiare senza scandalo e senza pregiudizio dei fatti ormai remoti e a stento codificati dalla memoria. Lo avevo dichiarato 
personalmente, per cui il via libera a nuove ricerche avrebbe consentito di affrontare l'oggetto con una vera fioritura. Ma non era così, proprio perché la generazione del 68 era oramai composta da quarantenni e cinquantenni, leaders politici, personaggi di 
rilievo nel mondo culturale, giornalisti e scrittori, essa aveva anche, come 
veniva notato, " preso il potere". In realtà ancora una volta si consumava un 
equivoco, confondendo esponenti di pubblica fama con la storia di una intera 
generazione, le cui biografie sono spesso meno eclatanti e conosciute.
 Si spiega così , al di là degli autentici meriti del regista che ha curato la 
versione televisiva e cinematografica de “La meglio gioventù” il successo 
di massa e generazionale riscontrato dal film, una vera e propria opera di 
legittimazione della memoria per i quaranta-cinquantenni che avevano 
vissuto in prima persona quella storia come storia della loro stessa vita.
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Per cominciare - Una rivoluzione culturale tra immaginazione al potere e “felicità pubblica” - Il '68 come paradigma della " nuova sinistra"- . Le riviste come punto di ricerca di una nuova intellettualità - Un diario di un viaggio fra “ la strana gente” di quegli anni – “ Qui freddo, smog e monopolio”-Proletariato vecchio e nuovo ( la composizione di classe)-A proposito di una macchina-Il marxismo come sociologia-Tra pionierismo e ideologia-Intellettuali ed estremismo: il sovversivismo di una classe dei colti

 

Per cominciare

E'molto probabile che il quarantennale del 68 paghi il suo prezzo inevitabile al cosiddetto uso politico della storia, né è possibile deprecare più di tanto la cosa, c'è sempre per così dire nel dibattito sull'interpretazione una posta in gioco. E se in questi ultimi mesi è spesso citato il presidente francese Sarkozy per la sua liquidazione del 68, sono numerosi gli esempi analoghi. Contro il 68 è la nuova parola d'ordine, se non sbaglio essa è anche il titolo del recente convegno promosso da Gaetano Quagliariello.

Sarebbe ora di cominciare a fare la storia dei vari decennali per capire come si sia passati da un culto quasi minoritario del primo decennale a una prima serie di studi di grande respiro negli anni seguent di 
bibliografie eccellenti e vaste e al passaggio istituzionale a ricerche e tesi di 
laurea in tutto il mondo con il trentennale del 1998.
Era finita la disfida di Barletta, adesso si può studiare senza scandalo e senza 
pregiudizio avevo dichiarato 
personalmente, per cui il via libera a 
nuove ricerche avrebbe consentito di affrontare l'oggetto con una vera fioritura. Ma non era così, proprio perché la generazione del 68 era oramai composta da quarantenni e cinquantenni, leaders politici, personaggi di 
rilievo nel mondo culturale, giornalisti e scrittori, essa aveva anche, come 
veniva notato, " preso il potere". In realtà ancora una volta si consumava un 
equivoco, confondendo esponenti di pubblica fama con la storia di una intera 
generazione, le cui biografie sono spesso meno eclatanti e conosciute.

Si spiega così , al di là degli autentici meriti del regista che ha curato la 
versione televisiva e cinematografica de “La meglio gioventù” il successo 
di massa e generazionale riscontrato dal film, una vera e propria opera di 
legittimazione della memoria per i quaranta-cinquantenni che avevano 
vissuto in prima persona quella storia come storia della loro stessa vita. Era 
insomma arrivato il momento di riconnettere storia e politica nella 
re-interpretazione di un'epoca da parte delle organizzazioni della sinistra 
politica ,che avevano in parte riassorbito i militanti stessi, mentre le 
organizzazioni della nuova sinistra nate in quella stagione avevano ormai quasi del 
tutto consumato il loro ciclo e concluso la loro stessa vicenda. Anche il 68 
tornava ad essere una tappa della rivoluzione democratica del nostro paese 
e delle sue" magnifiche sorti e progressive. "
La generazione della 
Resistenza (a parte alcune minoranze che ne denunziavano ancora il mancato 
sbocco rivoluzionario) aveva "vinto", potendo rivendicare come risultato della 
sua lotta il passaggio alla Repubblica, la democrazia politica, la Costituzione. 
Cosa invece potevano rivendicare gli " orfani del 68'"? Il non essere riusciti a 
bloccare la deriva terrorista li inchiodava al riconoscimento stesso della 
sconfitta e a una autocritica solenne sulla responsabilità di avere contenuto 
nelle loro radici culturali un modello come quello della lotta armata.
La vera possibile rivendicazione stava dunque nel fatto di avere in ogni caso 
concorso a quel tipo di " sessantotto prolungato" che aveva caratterizzato 
originalmente il “caso italiano”, di avere insomma nel bene e nel male 
contaminato il percorso stesso della sinistra e di avere esercitato una influenza vitale nella società civile. Salvo poi rovesciare col passare del 
tempo il problema interpretativo stesso: come mai, a differenza di altri paesi 
europei in cui il movimento sessantottino e la sua rivolta era durato pochi 
mesi e si era concluso senza sbocchi positivi, il sessantotto italiano aveva 
conosciuto un prolungamento decennale? Merito della stessa forza culturale 
e politica del movimento stesso e della portata della sua influenza generale? 
O risultato di una politica di mediazioni, parziali riconoscimenti, 
compromessi, trattativa, da parte del sistema politico e dei due partiti-chiave 
del nostro sistema, democristiani e comunisti? Se l'istituzione del nuovo " 
Statuto dei lavoratori" nelle fabbriche e nei posti di lavoro poteva essere letta 
come una particolare vittoria del movimento, che significato attribuire alla " 
liberalizzazione" dell'accesso agli studi universitari, vittoria del movimento o 
spostamento dei termini stessi del discorso? E il passaggio a metà degli 
settanta al referendum sul divorzio era a sua volta il sintomo di una 
complessiva trasformazione delle mentalità favorita a suo modo dalle istanze 
di modernizzazione innescate dal movimento stesso? Come e perché un 
movimento, che sembrava introdurre un messaggio di rivoluzione di tipo 
nuovo nel nostro paese( ma pur sempre rivoluzione canonicamente 
marxista), era invece il portatore di una nuova laicizzazione , quasi una 
rivoluzione " liberale"? E ancora, come interpretare speranze e miserie, 
errori ed orrori, svolte e crisi, degli anni 1975- 1978, iniziate con la " crisi del 
regime democristiano", proseguite con la crisi della nuova sinistra e la nascita 
di un nuovo movimento radicale come quello del 1977, culminate infine nella 
tragedia politica del delitto Moro? La meglio gioventù di quegli anni, se si 
ricorda il caso clamoroso delle quotidiane lettere dei militanti al giornale "Lotta Continua", si trovava dilaniata dai suoi stessi interrogativi. "Ne uccide 
più la depressione che la repressione", si disse allora. Dove andava a parare 
lo stesso " caso italiano" con la sua vantata diversità?

 

Una rivoluzione culturale tra immaginazione al potere e “felicità pubblica”

L'uso politico del 68 comincia il suo itinerario retorico di esorcizzazione del male attorno ai topoi dell'estremismo e della violenza, ogni tanto qualche buon libro di memorie e qualche nuovo studio ma tendono a passare sotto 
silenzio, come se fosse finita una moda. Nonostante tutto il fatto che si sia arrivato al quarantennale è dunque una occasione particolare. Perché la distanza storica consente forse meglio di 
cogliere i tratti più generali e di non identificarli col ramo secco del terrorismo ma con un contesto epocale che oggi la globalizzazione in corso illumina e chiarisce a sua volta, Il 68 fenomeno globale e non storia di rivoluzioni 
mancate, le rivoluzioni fallite del resto furono poche, quella del maggio francese fu forse l'unica, storia di una non- insurrezione che sembrava 
invece precipitare da un momento all'altro perché la sua trama riassumeva 
come in un film già visto altre rivoluzioni del secolo.
Ciò che dunque accomuna i vari 68 su scala intercontinentale è semmai la nascita di un soggetto nuovo della politica, il movimento, che era ed è cosa diversa dai tradizionali movimenti di massa, fiancheggiatori e compagni di strada dei 
partiti storici della sinistra, sul modello dei "Fronti popolari".
Portatore di una 
rivoluzione non-politica (di presa del potere) e di una rivoluzione non-sociale (di rovesciamento del modo di produzione), una rivoluzione dunque "culturale" in senso ampio, antropologico. Credo che la definizione migliore che ne condensa i termini sia quella formulata allora dalla Anna Arendt, la nascita di una felicità pubblica, perché essa riassume bene la fusione etico - 
antropologica fra politica e vita individuando nello spazio pubblico il luogo dell'irruzione. E credo che se proprio si vuole anche ricorrere a un qualche 
slogan di allora che condensi a sua volta la spiegazione d'insieme, esso non sia solo la famosa parola d'ordine dell'immaginazione al potere (che pure 
indica un varco peculiare, un punto di svolta) ma quella per cui il personale è politico.
Essa infatti rivela una ambivalenza profonda che va riconosciuta 
segnalando al tempo stesso la fine della politica tradizionale (il suo spostarsi 
altrove) ed un nuovo eccesso di politicizzazione (una logica per cui “tutto” è 
politica e solo la politica smaschera il mondo). Nel primo significato dello 
slogan si consuma un rovesciamento, la politica non è la dimensione della 
lotta per il potere o meglio essa si estende ai ruoli e ai corpi, è riproduzione 
di micropoteri . Nel secondo significato si torna invece a una forma di universalizzazione dei saperi tramite il politico stesso. Se il lato positivo 
sembrò essere l'aver investito non più lo Stato e il Parlamento ma il "privato", non più la produzione sociale ma la "riproduzione" della società attraverso la 
riproduzione dei ruoli, dei meccanismi autoritari di potere, del modello 
patriarcale di famiglia ecc, la scoperta insomma che si può e si deve "partire 
da sé", porre il soggetto al centro della società stessa, il lato negativo e paradossale fu a sua volta una sorta di iperpoliticizzazione della vita, 
strappata alla sua quotidianità e messa a nudo come rapporto di potere.
Tutto 
è politica, dunque. Comincia da qui una sorta di ambivalenza, la sessualità, la famiglia, il corpo, i sentimenti, sono rivelatori di meccanismi di dominio, ma 
questa nuova politicizzazione della vita rischia in permanenza una caduta 
nell'ideologia. In realtà quando questo campo di analisi delle politiche della soggettività si traduce in una rivendicazione di nuovi diritti (come avvenne per il referendum sul divorzio e per la questione dell'aborto) la politicità della vita 
diviene analisi concreta di bisogni e diseguaglianze, ricerca del soggetto 
debole e privo di suoi diritti. Ma poco per volta appare chiaro che si tratta di 
nuovi settori da aggiungere alla politica tradizionale: la salute dei corpi, la 
malattia, il diritto alla vita; non più o non tanto una rivoluzione culturale, ma 
una estensione delle politiche del welfare. Mentre i nuovi studiosi arrivano a 
spiegare che stiamo per entrare in un campo particolare che investe appunto 
il dominio e la sua estensione. Con la definizione di biopolitica siamo dentro 
il nuovo orizzonte. Il dominio adesso plasma i corpi nel loro nascere e 
riprodursi, nelle regole della ricerca del piacere, nell'investire non più o non 
tanto il cittadino ma l'insieme dei corpi all'interno di una disciplina 
interiorizzata. La politica è dunque il controllo disciplinare della stessa nuda 
vita. Quello che agli inizi degli anni ottanta appariva ancora come una forma 
di politicizzazione in più, traducibile in rivendicazione di diritti, rivela un orizzonte destinato a cambiare la dimensione stessa della politica. Il "ritorno 
del privato" diviene a sua volta processo globale di politicizzazione. Accanto 
e fuori alla politica classica e a quella tradizionale, con i suoi dualismi 
stato-società civile, riforma-rivoluzione, progetto generale e istanza 
particolare, strategia e tattica, si compie uno spostamento che è insieme 
ideologico e linguistico, dai massimi sistemi alle forme molecolari della vita, dalla riforma concreta per via legislativa alle pratiche individuali e di gruppo.

Anche lo slogan dell'immaginazione al potere presenta una sua 
ambivalenza.La sua interpretazione più nota è quella che ne sottolinea la 
caratteristica del rilancio dell'utopia e e del „ vogliamo tutto" come 
espressione ingenua e liberatrice. Ma non se ne capirebbe la portata di fondo 
se non si cogliesse invece nel richiamo all'esplodere dell'immaginario una 
dimensione di riepilogo novecentesco delle avanguardie artistiche e insieme 
un nuovo spazio possibile della comunicazione, il rapporto con una modalità creativa della comunicazione resa possibile da cinema, tv e mass media, 
che troverà venti anni dopo con la diffusione della rete Internet il suo 
percorso di uso insieme soggettivo e di massa.
Si obietterà che in questo modo si fa del 68 non più una stagione di nuove lotte, di rivolta giovanile, di irruzione dei movimenti come nuovi soggetti con 
tutto il suo bagaglio di estremismi e utopie ma una svolta e una corrente 
culturale di cui riconoscere la consistenza negli effetti posteriori, che però 
non sono di quella stagione ma i loro derivati, solo una conseguenza ulteriore. La 
legittimazione dell'obiezione non impedisce tuttavia di cogliere il 
punto di svolta, la nascita di una cultura del soggetto e di una dichiarazione 
di una serie di luoghi del “post” che si rivelano a partire da quella 
stagione: post-industriale, post moderno, post comunismo, ovvero una 
dichiarazione di crisi dei modelli e dei saperi novecenteschi e l'aprirsi di una 
transizione, lo spazio del post designa infatti solo lo stato di crisi e non una cultura organica, il passaggio a 
qualcosa di altro ma non la sua affermazione consolidata. In questo senso la 
cultura del 68 esprime l'indicazione di una rottura che permane. 


 

Il '68 come paradigma della " nuova sinistra"

Quale cultura politica? C'è poi rispetto alla storia politica nazionale e alla stessa storia della sinistra un altro 
aspetto che rimane peculiare e di cui è impossibile tacere. Con l'esplosione 
del nuovo movimento sorgono nuove organizzazioni politiche che si 
richiamano a esso. E sebbene possa essere lecito distinguere la stagione del 
movimento e quella delle nuove organizzazioni politiche, non è possibile 
operare una separazione fra questi due aspetti.
In primo luogo, si pensi 
appunto al caso italiano, perché le nuove organizzazioni sorgono nel corso dello stesso 68 o subito dopo, a distanza di pochi mesi dalla primavera e 
dagli avvenimenti del Maggio francese.In secondo luogo perché se si può 
individuare nella formazione di specifici" gruppi dirigenti" della nuova sinistra 
un vero e proprio ceto politico in via di costituzione, esso tende ad 
autodefinirsi come espressione delle "avanguardie di movimento" e a 
condividere con esso lotte, speranze, comportamenti, stili di vita, mentalità. 
Qui però rimane decisivo distinguere in termini generazionali la vera e 
propria generazione del 68 (ovvero coloro che iniziano il loro percorso identitario nella stagione del movimento, coloro che hanno più o meno dai 15 
ai 25 anni) da quella che possiamo chiamare invece la generazione degli 
anni sessanta (ovvero coloro che hanno tra quindici e venti anni agli inizi 
degli anni sessanta e compiono le loro prime esperienze politiche prima del 
68, nelle lotte del luglio 60 o nella rivolta torinese di piazza Statuto nel 1962 o in altre esperienze simili). […]

 

Attilio Mangano

 

Attilio Mangano
Il 68 di tutti e di nessuno
L’uso politico della storia e la cultura della nuova sinistra

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Fonte: Storia & Storici
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