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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Silvana Patriarca
Italianità
La costruzione del carattere nazionale
immagine
Mancava, nel panorama storiografico italiano, un libro che ripercorresse con puntualità la complessa vicenda delle auto-rappresentazioni degli italiani e del discorso sul "carattere nazionale". In "Italianità" Silvana Patriarca, professoressa di Storia europea contemporanea alla Fordham University di New York, conduce il lettore attraverso due secoli di giudizi sprezzanti e auto-assoluzioni, anatemi ed esaltazioni, stereotipi e generalizzazioni, miti guerrieri e miti mammoni, servendosi di opere letterarie, articoli giornalistici, saggi politici e film che hanno diffuso le immagini più diverse sull'indole, sulla natura, sulle disposizioni caratteriali degli italiani. Viene documentato il peso notevole esercitato sugli intellettuali italiani dallo sguardo degli stranieri, ora detestati per i loro ingenerosi attacchi, ora presi a modello da imitare per diventar Paese moderno e civile; e si scoprono i sentimenti ambivalenti di molti scrittori, pubblicisti e politici italiani, oscillanti fra la rivendicazione di primati, fino alle punte ridicole della propaganda nazionalista, e la denigrazione senza appello della mollezza, dell'ignavia e della doppiezza dei loro connazionali.
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[scheda antologica a cura di Andrea Spanu]

 

Introduzione

La presenza di un atteggiamento molto autocritico - che alcuni definiscono " l'antitalianismo" italiano - nella cultura del paese non è certamente sfuggita agli osservatori italiani e stranieri. Mario Isnenghi lo ha collegato al " senso di inferiorità" degli italiani, una percezione del sé che affonda le sue radici nelle esperienze storiche dell'età contemporanea e che si traduce in un'inclinazione a guardarsi in maniera molto negativa. Riferendosi a questa tendenza nell'Italia repubblicana, John Dickie ha parlato di una" cultura di denuncia" che a suo giudizio è una sorta di " patriottismo alla rovescia", pieno di pessimismo nei confronti del carattere nazionale e di preoccupazioni per lo stato del paese. Franco Cassano ne ha scritto recentemente definendola polemicamente " un antico gioco" di autodenigrazione presente in tutti i gruppi sociali, che porta a conseguenze non volute e in gran parte negative. Sottolineando che le valutazioni non certo lusinghiere che gli italiani fanno di sé comportano quasi sempre un confronto implicito o esplicito con altri paesi, Alessandro Cavalli ha osservato che spesso si tratta di un " paragone invidioso" non privo di ambivalenze, dal momento che a volte si accompagna anche a un'enfasi sui "difetti" dei paesi più moderni o "civili" ai quali viene confrontata all'Italia. Inoltre Cavalli sostiene che questo tratto si ricollega a certi atteggiamenti tipici degli intellettuali italiani, e in particolare al loro tradizionale cosmopolitismo (caratteristica già sottolineata da Antonio Gramsci all'inizio del secolo scorso), che ha implicato un legame piuttosto debole con i conterranei e un certo senso di distanza dall'italiano comune. Questo cosmopolitismo, insieme al fatto che l'unità nazionale è stata raggiunta in tempi relativamente recenti, sarebbe all'origine della visione negativa che molti intellettuali italiani hanno dei loro compatrioti. (pp.XIII-XIV)

 

 

Ozio e Rigenerazione

L'idea che il " carattere" italiano fosse in uno stato miserevole e che dovesse essere rigenerato permeava [...] il discorso nazional-patriottico negli anni centrali del Risorgimento tra il 1815 e il 1860. I patrioti, smaniosi di proclamare l'unicità culturale e perfino la superiorità della nazione allo scopo di rivendicare il loro storico diritto a uno Stato indipendente, dovevano comunque riconoscere il inferiorità politica e la stagnazione dell'Italia di quei tempi [...], per non parlare dell'entusiasmo piuttosto scarso che gli abitanti della penisola mostravano per la causa nazionale. Pertanto, era piuttosto raro e alla glorificazione della civiltà italiana non si accompagnasse anche una denuncia dei molti " vizi" che bisognava assolutamente sradicare dalla natura degli italiani perché l'Italia potesse riconquistare la sua posizione legittima in Europa. L'Italia ideale dell'immaginario patriottico contrastava nettamente con la dura realtà del suo popolo " degenerato". Il modo in cui i patrioti percepivano rappresentavano gli italiani rispecchiava solo in parte le differenze tra i propri atteggiamenti e modi di vivere e quelli della maggior parte della popolazione. Certamente queste differenze erano significative, ma, cosa ancor più importante, le rappresentazioni costruite dai patrioti erano strettamente correlate a un fattore, vale a dire alla misura in cui essi accettavano o in terrorizzavano le narrazioni, i tropi e gli stereotipi (in particolare quello del meridionale indolente ed effeminato) che circolavano in Europa almeno dalla metà del XVIII secolo. Esprimendosi all'interno di narrazioni e di schemi narrativi che erano per lo più emersi altrove, nei maggiori paesi europei, i patrioti italiani reagivano criticamente a queste rappresentazioni, e tuttavia allo stesso tempo partecipavano alla loro riproduzione. (pp.6-7)

 

 

Formare cittadini di carattere

[...] Michele Lessona notava che gli italiani non possedevano una buona disposizione per il lavoro, e che avevano ereditato, tra gli altri mali, un certo " disprezzo per la ricchezza". Contrariamente agli inglesi, gli italiani invidiavano i ricchi, specialmente quelli che si erano fatti da sé, e avevano la tendenza ad aspettarsi troppo dal governo, anche se allo stesso tempo mostravano una grande sfiducia nei suoi confronti. Il loro sistema di valori aveva bisogno di un cambiamento radicale. Per Carlo Lozzi, avvocato e patriota marchigiano, autore di un ponderoso studio intitolato Dell'ozio in Italia (1870-1871), la diffusione a livello internazionale dell'espressione italiana " dolce far niente", dimostrava chiaramente che l'ozio era veramente il principale vizio nazionale. [...] Per il toscano Dino Carina l'atteggiamento più preoccupante degli italiani era l'ignavia, una "condizione viziosa dell'animo" che era un ostacolo a fare il bene e, ancora peggio, a impedire il male. Il lombardo Angelo Mazzoleni, avvocato anticlericale e deputato repubblicano, autore del Carattere nella vita italiana (1878), osservava che, come tutte le popolazioni meridionali, gli italiani non avevano sufficiente "energia e perseveranza", e ne denunciava la passività politica dichiarando che era necessario ricreare il "pubblico spirito". [...] Alcuni erano convinti che la moralità e gli atteggiamenti pubblici degli italiani fossero inadeguati rispetto alle esigenze di una società moderna, il che necessariamente si ripercuotevano in maniera negativa sul funzionamento delle istituzioni dello Stato liberale. (pp.55-57)

 

 

Individualismo latino: il carattere nazionale nell'età dell'imperialismo

Se si fanno generalizzazioni etno-razziali in materia di psicologia dei popoli, gli sviluppi storici contingenti vengono letti come manifestazione di tratti profondamente radicati. Naturalmente, il rischio di una lettura del genere è che il caso e un diverso andamento degli eventi possono rendere rapidamente obsoleti tutti i giudizi e tutte le generalizzazioni. Gli scrittori pro-anglosassoni si imposero all'attenzione in un periodo in cui i paesi latini sembravano distinguersi per gli scandali, l'instabilità politica e i disastri militari. Oltre al "trauma" della sconfitta di Adua nel 1896, nell'ultimo decennio del secolo l'Italia fu testimone dello scandalo della Banca Romana [...] e di una serie di imponenti proteste popolari che si estesero a tutta la penisola e vennero duramente represse da governi conservatori. Ma, all'inizio del novecento, almeno per quanto riguardava l'Italia, la ripresa economica dell'era cristiana sembrò dissipare alcune delle più pessimistiche previsioni sulla capacità degli italiani di fare la loro parte nel processo di sviluppo economico. Per il momento le ansietà per gli scarsi risultati dell'Italia nella competizione per le colonie africane diminuirono, mentre nell'arena coloniale la Gran Bretagna - l'epitome del successo economico e imperiale - doveva affrontare alcune difficoltà inaspettate nella guerra contro i boeri, che in tutta Europa gettò una cattiva luce sull'imperialismo britannico. A questo punto l'ondata dell'autoflagellazione latina rientrò, almeno temporaneamente. [...] Contrariamente al periodo precedente, quando le discussioni sul carattere avevano avuto un impatto piuttosto limitato in termini di scelte politiche, negli anni Ottanta alcuni uomini di Stato prestavano loro maggiore attenzione. Francesco crespi era molto sensibile alla questione. Egli stesso lamentava nelle sue lettere [...] i difetti del carattere degli italiani e diceva di avere l'intenzione di correggerli. Inutile dire che crespi era un ammiratore della "virilità" e della fiducia in se stessa che dimostrava la Germania di Bismark. (pp.96-105)

 

 

Tra "prove" e "rivelazioni": virtù della guerra

I discorsi che esaltavano la vittoria in terra di Libia erano realmente colmi dell'autocompiacimento che viene dalla sensazione di essere stati vendicati. C'era stata la rivincita, e gli stranieri che avevano deriso l'Italia dopo la disfatta di Adua erano stati messi a tacere. [...] La morte di migliaia di arabi e di turchi innocenti - che sarebbero diventati decine di migliaia alla fine della sanguinosa campagna di cosiddetta "pacificazione" degli anni Venti - era naturalmente una faccenda di nessuna importanza. Tutti erano certi che in ogni caso le popolazioni locali avrebbero tratto beneficio dalla civiltà che gli italiani avrebbero portato sulla costa settentrionale dell'Africa. [...] Oltre a essere un "metodo di redenzione nazionale", la guerra aveva il vantaggio, come Enrico Corradini precisò nel secondo congresso dell'associazione nazionalista italiana, di dirigere la solidarietà che i lavoratori potevano sentire per altri lavoratori in altre parti del mondo verso i loro "padroni" nel proprio paese. Prepararsi alla guerra era un "metodo di disciplina nazionale" assolutamente necessario in un paese come l'Italia, dove il movimento operaio era estremamente vitale e combattivo. La riproposizione ossessiva del desiderio di riabilitare l'Italia agli occhi dell'Europa e di riportarla alla sua posizione legittima di grande potenza e di creatrice di una cultura superiore era sintomatica della continua preoccupazione per la marginalità dell'Italia nel contesto europeo: gli altri paesi mostravano scarso interesse per le produzioni culturali italiane, e ciò era motivo di delusione è forte disappunto. Ma le cose stavano cambiando. La rinascita dell'idealismo, dichiarava Prezzolini nel 1912, aveva riportato l'Italia sulla mappa della cultura del continente. Ora gli europei erano attenti al suo scenario culturale, e gli italiani potevano smettere di fare i loro pellegrinaggi a Parigi per scoprire le novità, o, se già vi si trovavano, avevano finalmente qualcosa da proporre. [...] Ma né la guerra di Libia né il nuovo "rinnovamento culturale" che si stava verificando in Italia bastavano a convincere i nazionalisti che la rigenerazione del paese era stata completata: nel 1914 si dichiararono tutti d'accordo - insieme a un certo numero di democratici e anche di cattolici (per esempio il futuro fondatore del partito popolare, Luigi Sturzo) - a chiedere l'intervento dell'Italia nel conflitto europeo. Le ragioni per cui i vari gruppi volevano che l'Italia entrasse in guerra erano differenti, ma tutti condividevano la retorica della " rigenerazione nazionale". (pp.118-120).

 

 

"Una sostanza difficile da modificare"
Alcuni dei più stretti collaboratori di Mussolini hanno annotato nei loro diari che spesso nelle conversazioni private il duce esprimeva il suo disprezzo per gli italiani in maniera assai esplicita. Queste osservazioni sono quasi tutte relative ai primi anni Quaranta, quando l'Italia stava per entrare o era già entrata in guerra. Nell'aprile 1940 l'allora ministro dell'educazione nazionale Giuseppe Bottai annotò nel suo diario che Mussolini, rendendosi conto della "profonda contrarietà degli italiani a mobilitarsi al fianco dei tedeschi", vedeva nel popolo italiano il suo antagonista. Snervato e svirilizzato com'era dall'influenza della Chiesa cattolica, era un popolo da cui non ci si poteva aspettare molto. Man mano che le sconfitte si susseguivano, il diarista Bottai notava come Mussolini parlasse continuamente della sua "delusione per il carattere degli italiani [...]. Non si risalgono a un tratto, nemmeno con una rivoluzione, secoli di servaggio politico". [...] La guerra, tuttavia, non faceva che rafforzare l'opinione che Mussolini già aveva degli italiani almeno dagli anni Venti. Le critiche impietose che riservava loro nelle conversazioni private non avevano, per ovvie ragioni, un equivalente nei discorsi pubblici, ma questi non sempre erano pieni di lodi per l'Italia o per gli italiani. Egli esprimeva la sua ammirazione per la civiltà italiana che si manifestava, ad esempio, nella bellezza dell'architettura e dei monumenti di una città o a volte negli atteggiamenti degli abitanti, ma le sue lodi erano riservate in particolare al " grande lavoro" che il fascismo stava realizzando sia a livello materiale che spirituale. Nei suoi discorsi, Mussolini amava mettere in risalto i cambiamenti che il fascismo stava operando, il che presupponeva che lo stato delle cose non era certamente perfetto, se non del tutto deficitario. Per quanto spesso contraddittoria, l'oratore di Mussolini evidenziava alcuni topos rivelatori che rientravano in un modello già presente negli scritti di precedenti nazionalisti italiani. In particolare, il modo in cui insisteva su certi punti dimostra come fosse ossessionato dalle immagini poco lusinghiere dell'italiano, che a suo parere dominavano la percezione che gli stranieri avevano del paese. In effetti sembrava che cercasse costantemente di esorcizzarle. Secondo Ciano, Mussolini era convinto che gli stranieri avessero persuaso gli italiani del fatto che "non [erano] una razza, bensì un'imbelle accozzaglia di gente nata per servire e dilettare i popoli oltremontani". Era disturbato da quella che chiamava " la leggenda che gli italiani non si battevano" e mancava che si trattava solo di una favola, perché dai tempi delle guerre napoleoniche gli italiani avevano rovesciato le tendenze che le caratterizzavano nel passato e avevano difeso il proprio onore combattendo. Mussolini tornava continuamente su certe immagini stereotipate degli italiani - in particolare il suonatore di organetto e lo sprint dell'attore di mandolino - per denunciarle come "falsi luoghi comuni" e dichiarare che il fascismo ne avrebbe dimostrato la falsità agli occhi del mondo. (pp. 143-145)

 

 

"Brava gente"?

[...] Subito dopo la fine della guerra l'allora ministro degli affari esteri Carlo sforza continuava a proporre la sua idea ottimistica di italianità, e allo stesso tempo rifletteva anche sull'eredità lasciata da 20 anni di dittatura. La traduzione, nel 1946, di The Real Italians offrì un contributo alla narrazione del buon italiano mettendone in risalto un'essenza che appariva impermeabile ai miti collegati al fascismo. Oltre a risistemare il materiale delle versioni precedenti, sforza a giunse a questa edizione italiana alcuni capitoli su ulteriori aspetti della letteratura, della cultura e della politica del paese. Rivolgendosi direttamente ai suoi compatrioti, li incoraggiava ad abbandonare la retorica pomposa ed enfatica dell'Italia "civiltà millenaria", che li rendeva ridicoli, e li invitava superare il "vecchio scetticismo passivo", eredità della loro vecchia civiltà che, a suo dire, non era servita a costruire la democrazia. L'insistenza di sforza sulla distanza tra i "veri" italiani e il fascismo era in linea con le digressioni pubbliche che il suo amico Croce andava facendo da quando era crollato il regime. Tuttavia, come Croce, anche Sforza sapeva che il suo quadro piuttosto roseo della storia d'Italia e del carattere degli italiani contrastava con la situazione reale. In un'altra pubblicazione del 1946, L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, esprimeva una visione meno ottimistica e ragionava sulla persistenza del fascismo: definiva l'Italia fascista permeata da un'"atmosfera di menzogna" e sottolineava che " il tanfo del lungo sistema di menzogne si poteva ancora sentire" dopo la fine della dittatura. Ed era questo " il più orribile resto" del fascismo. Nel gennaio del 1946 un altro allievo di Croce, Francesco Flora, sulle pagine della rivista letteraria romana "Il Mercurio" ricordava ai lettori che la responsabilità per l'avvento del fascismo ricadeva su tutto il popolo italiano - eccetto coloro che erano morti o erano stati sepolti nelle prigioni fasciste - perché la sua "abdicazione mentale e morale" aveva lasciato che un solo individuo diventasse l'arbitro di tutto il paese; la "vacanza morale" della nazione era stata seguita da un "tragico castigo". In ogni caso, il riconoscimento del fatto che un ventennio di dittatura aveva lasciato un segno sugli italiani non modificava, nel complesso la narrazione che Croce e i suoi allievi facevano degli italiani: un popolo depositario di una grande civiltà, composto fondamentalmente da brava gente i cui tratti essenziali non erano stati marchiati dal fascismo e neanche dalle sue guerra di aggressione (ma di guerre coloniali e razzismo di solito non si parlava). Anche alcuni degli avversari di Croce, i comunisti e cattolici, partecipavano - per differenti ragioni - all'elaborazione di queste narrazioni. [...] Ben presto subentrò un atteggiamento auto-assolutorio allorché il partito democristiano cercò il sostegno dei moderati e finì per rappresentare un elettorato alquanto vario, con una forte componente di conservatori che non avevano alcun desiderio di rivangare il passato. Analogamente, nella sinistra comunista gli appelli iniziali riconoscere la complicità di molti italiani con il regime e con la sua esecrabile guerra di aggressione lasciarono spazio l'immagine di un popolo fondamentalmente onesto fuorviato da una classe dirigente corrotta. Questo mutamento accompagnò la decisione del partito comunista di diventare un partito di massa, e quindi di accogliere nei propri ranghi anche individui che avevano aderito a vari livelli al regime impedendo un confronto profondo con il passato. Furono perciò le esigenze politiche specifiche di questi partiti, insieme a sviluppi di ordine più generale, a far prevalere la narrazione degli "italiani brava gente". (pp. 216-218)

 

 

"Gli italiani sono fatti così"

Mentre i film neorealisti degli anni Quaranta ritraevano l'italiano come eroe della resistenza o come il lavoratore impoverito dell'immediato dopoguerra, la commedia all'italiana - il genere cinematografico dominante dagli anni Cinquanta agli Settanta - presentò una straordinaria galleria di antieroi, un fenomeno nuovo e peculiare del cinema italiano. Tra i primi a lanciare questa tendenza negli anni Cinquanta furono i film di cui era protagonista Alberto Sordi, l'attore che malgrado il forte accento romanesco sarebbe diventato negli anni Settanta l'epitome dell'italiano "medio" e la personificazione dominante del carattere degli italiani. Sordi costruì la sua fama specializzandosi in ritratti spesso farseschi di antieroi, dei quali il più sintomatico è forse il "mammone". Nel felliniano I vitelloni (1953), il film che lo portò alla ribalta, l'attore interpreta la parte di Alberto, un giovane indolente, disoccupato, che vive da parassita con la madre e la sorella in una sonnolenta cittadina di provincia del Nord Italia. Come lui, anche i suoi amici sprecano il loro tempo al bar o al cinema, andandosene in giro senza costrutto e rifuggendo dalle responsabilità dell'età adulta. In un altro film degli anni Cinquanta, Un eroe dei nostri tempi (1955), Sordi interpreta il ruolo di un giovane impiegato, anche lui di nome Alberto, che vive con un'anziana zia. Conformista e pusillanime, avverto una persona insicura ed estremamente dipendente dai consigli della vecchia zia, che ha una personalità ben più forte. Servile nei confronti dei superiori, Alberto ed ogni forma di solidarietà con i colleghi ed è costantemente preoccupato di perdere il lavoro e di avere guai con le autorità. Quando si mette effettivamente nei pasticci, viene salvato da due donne - la sua capufficio, una vedova che mira a sposarlo e gli fa una corte aggressiva, e la zia. Alla fine, per sentirsi veramente al sicuro, si arruola nella polizia. [...] Questi film sembrano dire che per quanto gli uomini siano inaffidabili e meschini, alla fine le donne e la famiglia vincono sempre. Come notava un critico nel 1961, in tutti i suoi film Sordi offriva una "caricatura irresistibile" del "figlio di mamma", il prodotto del "mammismo" un fenomeno che è diventato l'epitome di una perenne italianità. Tuttavia bisogna notare che il termine mammismo entrò nel vocabolario italiano solo negli anni Cinquanta. A quanto sembra fu Corrado Alvaro, romanziere e giornalista che spesso scriveva dei costumi italiani, a coniare questo termine per descrivere il legame eccessivamente forte tra madri e figli. [...] In un paese moderno, continuava Alvaro, ai ragazzi si insegna a diventare membri responsabili di una società e ad avere il senso dei propri doveri nei confronti della collettività. In Italia, invece, l'indulgenza esagerata delle madri prendeva i figli furbi e insolenti, pronti a vivere in una società "istintiva" come quella italiana ma incapaci di dare qualcosa alla collettività. [...] Malgrado le dichiarazioni rese successivamente da alcuni dei protagonisti e dei registi, la commedia all'italiana non intendeva castigare ridendo mores, ossia criticare i costumi facendone la parodia. Dai registi agli sceneggiatori, gli artefici di questi film non dichiaravano intenti di critica sociale, ne sembravano interessati a denunciare i comportamenti che rappresentavano sullo schermo. Il loro obiettivo principale era, inutile a dirsi, vendere le loro produzioni, e questi film erano soprattutto macchine per fare quattrini facendo ridere il pubblico. [...] Negli anni Settanta i mezzi di comunicazione identificavano Sordi con l'italiano medio al punto tale che la televisione di Stato realizzò un intero programma sulla storia italiana del novecento riproponendo brani dei suoi film inframmezzati da spezzoni di filmati d'epoca. Il programma, intitolato Storia di un italiano, fu trasmesso in diverse puntate tra il 1279 e il 1986. In questo modo la storia nazionale veniva rappresentata attraverso lo specchio di una fiction cinematografica elevata al rango di documentario storico. Rappresentando l'italiano medio, Sordi acquistava una funzione di simbolo nazionale capace persino di trasformare certi vizi in bonarie virtù: in fondo l'italiano non era così cattivo. (pp. 242-251)

 

 

Conclusioni
Meta favorita dei viaggi di un gran numero di europei fin dal Settecento, l'Italia ha occupato un posto importante nell'immaginario [degli] altri popoli. Di conseguenza vi è stata una notevole proliferazione di immagini dell'Italia e degli italiani che si sono consolidati certi stereotipi a quegli intellettuali italiani sono stati generalmente molto sensibili, e che hanno influito sull'idea che questi ultimi si facevano del proprio paese. In generale si può dire che la nazione italiana si è costituita originariamente in una dialettica complessa con l'Altro, o lo straniero, anzi con più di un Altro: accanto allo straniero come nemico e "barbaro" da cui ci si voleva distinguere tra anche lo straniero come amico e modello positivo cui si voleva assomigliare, nonché l'Altro interno, il Sud, o la stessa "meridionalità" dell'Italia, che funzionava (e ancora funziona) da simbolo di tutto ciò che di "non moderno" si trovava nel paese. [...] Anche senza considerare quanto l'orientamento tutto interno della storiografia nazionale tenda di per sé a rafforzare l'idea della peculiarità della nazione, il paradigma eccezionalista si è tradotto in storie dello Stato e dell'identità nazionale che ne hanno messo in luce quasi esclusivamente i punti deboli e i fallimenti, a spese di considerazioni più bilanciate e di interpretazioni più complesse. Si può considerare il modo in cui l'idea che gli italiani siano un popolo che non ama combattere ha influito sulla storiografia del Risorgimento, che per molto tempo ha tendenzialmente ignorato l'importanza che la guerra ha avuto in quel periodo per l'auto- definizione dell'italianità e del regionalismo italiano; o come l'idea che gli italiani siano "brava gente" ha ostacolato una ricerca più attenta sui crimini commessi da italiani contro le popolazioni colonizzate, contro gli ebrei italiani, e contro i civili nei territori occupati nel corso dell'seconda guerra mondiale. (pp.274-275)

 

 

Introduzione - Ozio e rigenerazione - Formare cittadini di carattere - Individualismo latino: il carattere nazionale nell'età dell'imperialismo - Tra "prove" e "rivelazioni": virtù della guerra - "Una sostanza difficile da modificare" - "Autobiografie" della nazione - "Brava gente"? - "Gli italiani sono fatti così". 

 

Silvana Patriarca

Italianità. La costruzione del carattere nazionale

Editori Laterza, Roma-Bari 2010

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