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Roberto Moro
Roberto Moro
23 marzo 1849: la battaglia di Novara
Eroi e brava gente
immagine

Note a margine della

"Memoria di quanto è accaduto nel giorno 23 marzo 1849
tra l'armata piemontese e l'austriaca nella sola parrocchia di Torrione Quartara
sobborgo di Novara per l'indipendenza italiana"

di Giuseppe Antonio Montalenti

 

 

Bisogna leggerla. “La memoria di quanto è avvenuto a Novara il 23 marzo” di Giuseppe Antonio Montalenti è uno scritto di poche pagine ma di quelle che volano via; come vedere un film, scorrere un fumetto o seguire un vaudeville di fine secolo. Vive immagini, azione rapida, cronaca istantanea, riflessioni che sono lampi di involontaria ironia capaci di illuminare tutto un universo di relazioni sociali che forse abbiamo irrimediabilmente perduto, il tutto frutto di una spontaneità che, quella sì, l’abbiamo davvero perduta. E forse per leggerla bene bisogna essere novaresi davvero, bisogna conoscere i luoghi, i ritmi, il clima, la lingua di un mondo appena scomparso, questione di un paio di decenni, poco di più. A dire il vero è proprio la Memoria di Montalenti che, da sola, restituisce per intero la natura vera dell’evento e cioè la guerra per quello che è ed è sempre stata: un polverone di eroi che si stenta a tenere in vita e una moltitudine di brava gente della quale non ci si cura affatto, ma che, quando per un attimo riprende il diritto di parola, ritorna sulla scena con l’indiscutibile ruolo di primo attore.
Torrion Quartara, di cui Monatalenti era parroco, era in allora un borgo della bassa che con qualche fantasia riusciamo ad immaginare: il vecchio latifondo, una manciata di masserie e case rurali, la chiesa parrocchiale con annessa canonica. In quel 23 marzo, Torrione finisce diritto nella battaglia perché costituisce uno dei cardini degli opposti schieramenti e i guai cominciano di buon mattino. I paesani si son già dati alla fuga, ma il parroco rimane lì e si capisce il perché. Probabilmente è l’unico, in quel mondo rurale povero e depresso, che ha qualcosa da perdere: vuole salvare la sua “roba”, il libri parrocchiali, ma anche “le scritture d’ogni genere sì della parrocchia che le mie particolari”, ma anche la dispensa, la cantina, i mobili, gli oggetti, insomma la “roba”. E alle 8 del mattino la festa comincia. Arrivano “di Francia” gli esploratori del Nizza cavalleria che non san dove andare; chiedono informazioni sui luoghi, i percorsi, le strade.

Poco dopo gli ufficiali si invitano a colazione: polenta calda e fumante servita in un “mantile bianchissimo”. Chiedono vino, una bottiglia; Montalenti, patriota, ne offre dieci; poi arrivano formaggio e burro. Finita la colazione, sigaro e pennichella condite da una chiacchierata sulle opprtunità di un saccheggio. Alle 11 comincia la vera battaglia e al Torrione arrivano gli austriaci. In canonica arriva un croato: vuole del vino, dagli del vino e se ne va. Poi ne arriva un’altro, un altro ancora e al quarto il vino è finito. E’ la volta di un ussaro a cavallo che chiede l’ora; Montalenti, ingenuo, estrae l’orologio e... via., lo scippo è immediato. Poi arrivano i lombardi, occupano la cucine e cuociono i salami del parroco che banchetta con loro per “salvare la pelle”. E, mentre il festival gastronomico continua, infuria un duello di artiglieria. La canonica va in pezzi, ci sono morti e feriti, medici e veterinari. Ma il saccheggio alimentare continua: arrivano gli ungheresi, frugano la cantina e trovano un orcio da novanta boccali, via! E così, “in mezzo a tanta rovina” si mangia pane e si beve vino perché, come sentenzia un ufficiale ungherese, “beva, beva patrona, questa discacciar paura”. Poi arrivano i piemontesi e scacciano gli austriaci: ancora morti, feriti, prigionieri. Poi se ne vanno, arriva la notte e gli austriaci hanno vinto, sono a Novara. Il parroco non ha salvato neppure le candele di sego oggetto della voracità dei croati... Il giorno 24 e 25 e il “giorno dopo”, un penoso censimento di danni e rovine, l’affannosa ricerca dei paioli di rame trafugati, l’ospitalità ai fuggiaschi e il trionfo di quella profonda umanità che ha sempre fatto grande il nostro popolo di veri eroi. La brava gente. Vi è in questo fresco racconto un sapore di “tutti a casa” che già abbiamo sentito narrare dai nostri maggiori nel ricordare l’8 settembre e anche quella generosità e serenità di giudizio che va ben oltre gli odi e rancori ai quali, il più delle volte, si devono gli atti di eroismo canonico. Proprio qui, nelle sue pagine conclusive, la Memoria va letta con cura e a me ha suscitato emozioni e ricordi, i primi ricordi quelli che risalgono al ’44. Ma ora la Memoria di Montalenti tace, la sconfitta passa sotto silenzio come l’evento naturale e necessario della guerra.
Lo storico naturalmente cerca di vedere più in là e la sedimentazione del tempo ci illude di andare oltre l’orizzonte di Torrion Quartara, fare scenari e tirar giù giudizi. Oggi si può vedere, dietro alle emozioni di Montalenti e alle sue spicciole esperienze di guerra, il vasto racconto della storia patria: le vicende belliche, i protagonisti del dramma, gli storici eroi di quel giorno sfortunato e del suo peso sulla “fatal Novara”. Qualche considerazione e qualche giudizio si impongono.

Cominciamo pure con il primo attore di questo copione, il leader maximo, Carlo Alberto. Carlo Alberto è un Savoia, è detto tutto. Forse non uno dei peggiori, ma i tratti della sua razza li porta fieramente con sé. Una robusta ignoranza non priva di furbizie puerili quanto irresponsabili, una titubanza estrema e conseguente tortuosità di pensiero, una indifferenza (forse ignavia) che si cerca inutilmente di confondere con distacco e senso della regale dignità. La battaglia comincia verso mezzogiorno, alle tre un grave incidente: il sovrano viene accerchiato per sbaglio da un contingente nemico e se la vede brutta. Verso le quattro del pomeriggio ha già perso ogni velleità di eroismo e rimugina sul come uscirme. Quando ero alle elementari (la scuola Ugo Ferrandi, il maestro Reposo) mi si insegnava nei “medaglioni storici” da mandare a memoria che “il re cerca invano la morte sul campo di battaglia”. Allora mi chiedevo perché, oggi a rileggerequesti eventi so che altro non può essere se non una pietosa mitografia: sarà stato uno scatto di nervi e forse anche un sussulto di dignità, ma poco più che un chiacciericcio da salotto, un luogo comune. Alle sei di sera le decisioni irrevocabili sono prese: la fuga. Come per i loro successori i Savoia conoscono le vie della fuga, non quelle delle responsabilità. Chi avesse occasione di visitare a Porto l’ultima residenza di Carlo Alberto, che i portoghesi chiamano delicatamente “museo romantico”, si fa una idea abbastanza precisa di cosa sia il canone della mediocrità. Era un Savoia, finito lì. Dietro a lui, sotto di lui, vi sono i quadri dell’esercito: un impasto di eroi e gente per bene. A leggere le biografie si capisce però che questa è una tribù male assortita. Una preparazione modesta compensata forse da un pizzico di umanità irrobustito da un insieme di luoghi comuni da salotto e da postribolo: velleità, arroganza, esaltazione di fragili metafore nazionali e nazionaliste, una continua incertezza tra la posizione di funzionario e quella di rentier borghese, tra il senso della disciplina e la mancanza di reale coordinamento tattico e logistico (il caso Ramorino insegna). Un disastro annunciato per l’italietta di sempre. L’esercito è già incerto e stanco prima di cominciare, forse non sa, non capisce se non il senso della sua insicurezza e della precarietà dell’impresa: anche qui un’armata Brancaleone male assortita. La fuga del Re maschera la crisi dei comandi e dello stato maggiore e, con l’imbrunire, la ritirata avviene senz’ordine. Sono i nostri maggiori che si ritirano sotto la pioggia e nel fango di una primavera che ancora non c’è, sbandano in un pellegrinaggio fatto di ordini e contrordini. Questo esercito di brava gente torna con fatica, ma forse anche con soddisfazione alle sue obbligazioni rurali, torna a casa. C’è odore di Lissa, di Caporetto, di 8 settembre, di ritirata di Russia in questo lontano 23 marzo del ’49, che il suo 25 aprile lo conoscerà dopo qualche decennio al prezzo di Solferino e San Martino.
Di fronte a questo esercito c’è stato per un giorno, in quel 23 marzo, il mondo reale, quello di un potere vero, rigido nelle sue regole ma non privo di giustizia (sicuramente dal volto umano), uno stato multietnico, multinazionale ancora possente ed erede delle più forti tradizioni dell’Europa moderna, un mondo fatto di apparati dello stato efficienti, scuole efficienti, esercito efficiente. Per questa brava gente che ha rischiato la vita e patito le fatiche del campo tornare a casa non è un disonore, è un atto di disciplina, di responsabilità e di speranza insieme.

Questi giudizi possono apparire impietosi, forse anche provocatori e crudeli, ma a me sembra il modo corretto di rendere il dovuto omaggio alla nostra gente: i parrocchiani di Don Montalenti, i contadini che si son visti sloggiati dalle loro case, impoveriti dai saccheggi, intimoriti dalle previsioni della vigilia, asserragliati nelle case durante i giorni dell’esodo e infine costretti a tornare alle loro fatiche con un senso di liberazione .
E anche il nostro vero eroe, il Montalenti, tira un sospiro di sollievo: la tempesta è passata. La canonica è un colabrodo e deve cercare i suoi paioli di rame dispersi per il paese, la dispensa è vuota, la battaglia finita.


Roberto Moro

Memoria di quanto è accaduto nel giorno 23 marzo 1849
tra l'armata piemontese e l'austriaca nella sola parrocchia di Torrione Quartara
sobborgo di Novara per l'indipendenza italiana

 



 

Fonte: Storia & Storici
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