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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Aprile 2012 - il paradigma del malaffare
Vittimismo, complottismo, familismo, immobilismo
Il caso della Lega
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Se ci fosse stato bisogno di un novo evento per concludere le riflessioni di questo dossier su “il sistema della corruzione Italia” quale indicatore privilegiato della deriva del Belpaese, eccolo servito. Lo scandalo che ha travolto la Lega Nord, alfiere di una crociata della periferia padana contro il sistema corrotto di “Roma ladrona”, ha suscitato, più che sconcerto, ilarità. Nei fatti nulla di nuovo e di inatteso: la cronaca quotidiana replica sé stessa e il racconto è sempre lo stesso: procedura e contenuti. Nessuno si stupisce più del malaffare e del sistema che regge e tiene in vita la classe politica e la classe dirigente del Belpaese. In questo spettacolo quotidiano la sequenza è sempre la stessa: vittimismo, complottiamo, familismo e … immobilismo.
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Lo spettacolo è questo - Vittimismo – Complottismo – Familismo - Immobilismo - Il bilancio è questo

 

Lo spettacolo è questo
Innanzi tutto il ciclone mediatico/giudiziario che investe la Lega non ha nulla di esclusivo e nulla di nuovo, che la corruzione e il malaffare della classe dirigente del nostro paese siano ormai un problema ricorrente è esperienza quotidiana. Quello che rende particolarmente attraente la vicenda leghista è il suo aspetto comunicativo/narrativo. I personaggi sono davvero eccellenti: il “Trota” farfallone improvvisato (il cui unico merito è il patrimonio genetico), la Rosi (ragioniera catapultata dal ruolo di badante alla vicepresidenza del Senato) e il suo amante macho, Belsito il faccendiere fraudolento in odore di mafia (già autista di parlamentare e ora Vicepresidente di Fincantieri), il Porcellum (medico dentista divenuto alchimista dell’innovazione burocratica), il Bobo (un jazzista dilettante e principa del foroi), e infine il primo attore, l’Umberto nazionale, un aedo omerico e impresario della compagnia dialettale che ha emulato i Legnanesi e, da anni, va in scena tutti i giorni sulle prime pagine dei giornali e sui canali televisivi. Tutti personaggi che fanno scena e spettacolo, un copione della commedia dell’arte, un genere tragicomico che fa ridere più che suscitare costernazione. Il racconto fa presa e convince, è semplice, i personaggi sembrano nati per la loro parte e lo spettacolo non ha nulla di torbido o misterioso, è davvero quello che è: l’immediata improvvisazione a suon di battute delle maschere popolari di un’Italia che fu. Ma proprio per questa sua essenzialità scenica lo spettacolo svela il paradigma nazionale di quella oligarchia che è divenuta cleptocrazia e ha fatto il canone dei comportamenti della classe politico/dirigente del Belpaese, uno stile di vita.

 

Vittimismo
Il prologo necessario è la messa in scena della “vittima”: l’Umberto che è costretto a dimettersi non si sa bene perché: perché ha frequentato cattive compagnie all’osteria, perché oggetto di una montagna di menzogne che lo sommerge fino impedirgli di negare, perché gli elettori sono in rivolta. Chi lo sa? È il capro espiatorio di questa rigolade provinciale e subito si fa strada la dialettica vittima/eroe: è stato “costretto” a dimettersi, lui è al di sopra di ogni sospetto, integerrimo, altruista, dedito al bene comune. “lo faccio per salvare il movimento”. E da chi?
Da tutti quelli che all’osteria “gli hanno fatto uno scherzo”. E lui, vittima inconsapevole, deve “fare un passo indietro”, “dare l’esempio” in vista di una imminente beatificazione: responsabilità, onore, dignità accompagnano il “lungo” addio.

 

Complottismo
“Gli hanno fatto uno scherzo”. Il secondo atto della commedia è scontato, è il paradosso dal qual parte la trama narrativa, l’intrigo. Questo scherzo glielo hanno fatto i giudici cattivi, le forze misteriose dei poteri forti, i nemici che ormai sono tanti perché lui, l’Umberto è coerente, incorruttibile e non guarda in faccia a nessuno: è all’opposizione per prendere voti a beneficio di tutti gli accoliti.
Ma i nemici sono tanti all’interno e all’esterno: il Bobo, il Berlusca, il Monti, il Colle, i servizi segreti … chi lo sa? Lui neppure lo sa, ma la cosa “gli puzza”. C’è dietro “Roma farabutta”, i terroni, gli extracomunitari e tutte le forzo coalizzate contro il Nord vittima sacrificale dell’Unità nazionale minacciata del federalismo padano. In fondo quali mai sono gli addebiti? L’uso privato di fondi pubblici, il rischio di infiltrazioni mafiose, l’uso e l’abuso di potere nella gestione autocratica del movimento o non piuttosto il familismo come strumento di controllo e di governo di un sistema clientelare? O la malvagità dei familiari stessi che hanno consumato il tradimento?

 

Familismo
Il termine è più che mai appropriato: figli, moglie, domestiche, autisti e servitori. Se ne parla da tempo, e ne hanno parlato tutti, ma l’espressione passata nel lessico politico (quello del Belpaese, s’intende) è il “cerchio magico”.
Vale la pena di ricordare che l’espressione appartiene alla narrazione storiografica del Terzo Reich e sta a designare la cerchia ristretta dei sodali di Hitler intrisi di esoterismo ancorché semplici criminali. Applicato all’Umberto e alla Lega il termine fa ridere e la dice lunga sulle nostre capacità di analisi dei fenomeni politico sociali. Nei fatti il “familismo amorale” (Amoral Familism) è un modello sociologico utilizzato per designare le basi morali delle società mediterranee arretrata (Edward C. Banfield, 1958, Joseph La Palombara, 1966) che ha trovato ottima applicazione al Belpaese. Ma, inutile dirlo, il familismo è una procedura di governo e di mobilità sociale universalmente diffusa nel nostro “sistema paese”.
E dunque che male c’è, perché mai tanto clamore, tante recriminazioni? Chi è senza colpa scagli la prima pietra. Certo Umberto ammette di aver fatto un errore a imporre la successione del figlio, tanto più che ormai da tempo il Trota “è stufo di sedere nel Consiglio regionale della Lombardia”. Anche il Trota si dimette “per dare l’esempio” ed è del tutto sereno. La famiglia scricchiola, si volta pagina?

 

Immobilismo
Il terzo atto e la scena finale smaschera tutti, cattivi consiglieri, traditori, complottasti, nemici. È la redenzione, la catarsi conclusiva. Epilogo, dimissioni, scomparsa dalla scena politica e un buen retiro con i soldi dei contribuenti? Una grancassa di rammarichi, elogi e solidarietà che manifestano il senso tragico della “fine di un’epoca”? No.
Si codifica la lezione che questo atto di puro altruismo, sia il marchio di un vero leader, il senso di responsabilità di un galantuomo votato al martirio per colpe in fondo non sue. Dalle ceneri la Fenicia è costretta, suo malgrado, a risorgere.
Rassegnate le dimissioni da Segretario del Partito, Bossi viene all’istante nominato Presidente della Lega Nord. Si sente colpevole, umiliato, responsabile? “Proprio no, mi sento colpito, questo sì. Ma non mi hanno sconfitto. La Lega è abituata a combattere, e lo farà anche questa volta”. È la fine di un impegno affondato nel fango del familismo e della truffa ai danni degli elettori e dei contribuenti? “Piano. Mi sono dimesso, ma combatto. Da semplice leghista. Non ho ancora deciso se mi ricandido, ve lo dirò quando faremo il congresso”. I vertici del Partito e la base sperano ancora: “Le dimissioni le ha date perché ha in mente qualcosa, ha una sua strategia: fa uscire tutto il marcio che c'è nella Lega e poi si ripresenta al congresso”. Del resto il suo contendente, Maroni, lo dice chiaro: “A Bossi ho detto: se deciderai di ricandidarti al congresso federale questo autunno io ti sosterrò”.
“Me ne vado per il bene del movimento e per difendere la mia famiglia” e per questo “è uscito da vero leader del movimento” (Fontana), “Bossi ha mostrato una volta di più di capire prima degli altri cosa si deve fare” (Gentilini). Le dimissioni “date in modo così tempestivo dimostrano la buona fede di Bossi e come il suo impegno sia sempre stato legato alla passione per la politica, senza nessun interesse personale” (Gelmini). Per questo la vicenda suscita “un colpo al cuore” (Berlusconi). L’evento lascia attoniti: “sono notizie che colpiscono, non credo che ora sia possibile commentare” (Formigoni). Gli atti di rammarico e solidarietà si sprecano: è un addio e una resurrezione insieme: Bossi “ha pianto”, la base della Lega si dispera. Sotto lo scroscio degli applausi, si rischia la replica?

 

Il bilancio è questo
Nei tempi e nei modi del “graduale immobilismo” del nostro sistema politico, Bossi uscirà di scena per effetto della sua sovraesposizione in un progetto di riforma radicale del Belpaese privo di cultura politica e di basi teoriche adeguate, un progetto che dall’ambizione di creare innovazione sociale e istituzionale si è materializzato nell’incompetenza che caratterizza tutta la classe dirigente e i cui effetti sono lungi dall’essere prevenuti: il passaggio da una oligarchia a una cleptocrazia che rischia di consegnare il Paese alla illegalità come procedura di governo. Bossi e Berlusconi hanno condiviso questo percorso. Il fallimento nella gestione del movimento è morale e politico insieme.
Il federalismo è un binario ormai morto che, per colmo di ironia, per ora ha dato vita solo alla realizzazione del decreto su “Roma capitale”. La battaglia celtica contro l’Italia “schiava di Roma” agita solo gli ingenui attivisti del Carroccio. La discriminazione genetica nei confronti degli extracomunitari è solo un pericoloso vaudeville dei comizi di Borghezio & C. La Padania della piccola e media impresa non parla più in vernacolo, ma decentra le attività produttive nei paesi nei quali lo sfruttamento è possibile. Le retate del ministro Maroni contro la criminalità organizzata hanno certificato solo la penetrazione capillare (forse proprio a cominciare dalla Lega) delle organizzazioni criminali sulle rive del Padre Po. Gli indicatori economici certificano il primato dell’evasione fiscale e della corruzione nelle regioni del Nord. Il disastro economico del Belpaese ha messo in archivio il “sacco del Nord”, come residuale di un passato ormai storico. Per contro l’occupazione del potere da parte del Carroccio ha scaricato nelle istituzioni e nei centri decisionali un’armata vernacolare (li sentiamo parlare tutti i giorni da mattino a sera) avida e incompetente nella gestione della cosa pubblica.
Questo è il bilancio della Lega Nord dopo vent’anni di schiamazzi plebei (rutti, pernacchie, dito medio alzato, violenze verbali che a stento si possono definire provocazioni) mentre la frantumazione del potere centrale non trova certo alcun correttivo nei valori di una rinascita secessionista.
E la domanda è: ma questi personaggi da commedia dell’arte, che ci hanno governato e umiliato per quasi un ventennio, davvero avrebbero potuto imprimere una svolta “storica”, fare innovazione sociale, creare le condizione per quella coesione territoriale che è l’unica strada per un decentramento consapevole a beneficio dei cittadini?
Certo, per effetto di questa lacerazione e di questa possibile archiviazione, c’è un senso diffuso di liberazione, un anelito di speranza, ma lo spettacolo che molti hanno applaudito è questo, questo il bilancio che tutti ci coinvolge di una cleptocrazia divenuta stile di vita e rappresentazione collettiva che sarà duro estirpare.

 

Roberto Moro

 

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6 febbraio 2012Il fenomeno della corruzione in Italia [documento]
Aprile 2012 - il paradigma del malaffare - Vittimismo, complottiamo, familismo, immobilismo [editoriale]
Transparency International - Indice di percezione della corruzione 2011 [rapporto]
Roberta De Monticelli - La questione civile [scheda antologica]
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Fonte: Storia & Storici
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