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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Emmanuel Joseph Sieyès
Che cosa è il Terzo Stato ?
1789 - il programma della Rivoluzione
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Noi dobbiamo analizzare l’Ordine del Terzo stato più nei suoi rapporti con la Costituzione che nel suo stato civile. Vediamo ciò che esso è negli Stati generali. Quali sono stati finora i suoi pretesi rappresentanti? Nobili di recente estrazione o privilegiati a termine. Questi falsi deputati non sono poi sempre il libero risultato dell'elezione del popolo. Talvolta negli Stati generali e quasi ovunque negli Stati provinciali la rappresentanza del popolo è considerata come un diritto di certi uffici o cariche.A questa lampante verità aggiungete il fatto che, in una maniera o in un'altra, tutte le funzioni del potere esecutivo sono cadute nelle mani della casta che forma il Clero, la Toga e la Spada. Una specie di diritto di confraternita fa sì che i nobili, per ogni cosa, si preferiscano l'un l'altro al resto della nazione. L'usurpazione è completa; essi regnano veramente.
***

[traduzione di Roberto Moro]
[scheda antologica a cura di Stefano Galli]

 

 

 

I. Il Terzo Stato è la nazione intera – II. Che cosa è stato finora il Terzo Stato Nulla – III. Che cosa chiede il Terzo Stato ? Divenire qualcosa – IV. Ciò che il governo ha tentato e ciò che i privilrgiati propongono a favore del Terzo Stato – V. Ciò che si sarebbe dovuto fare e i relativi principi – VI. Ciò che resta da fare. Sviluppo dialcuni principi

 

Il piano di questo scritto è molto semplice. Dobbiamo porci tre domande:

1) Che cosa è il Terzo stato? Tutto.
2) Che cosa è stato finora nell'ordinamento politico? Nulla.
3) Che cosa chiede? Divenirvi qualche cosa.


Vedremo se le risposte sono giuste. Poi esamineremo le misure che sono state adottate, e quelle che si devono prendere perché il Terzo stato divenga effettivamente qualche cosa. Diremo perciò:

4) Ciò che i ministri hanno tentato, e ciò che gli stessi privilegiati propongono in suo favore.
5) Ciò che si sarebbe dovuto fare.
6) Ciò che, infine, rimane da fare al Terzo per conquistare il posto che gli è dovuto


I – Il Terzo Stato è la nazione intera

Che cosa occorre perché una nazione viva e prosperi? Lavori privati (particuliers) e funzioni pubbliche.
Tutti i lavori privati (particuliers) possono essere racchiusi in quattro classi: 1) poiché la terra e l'acqua forniscono la materia prima per i bisogni dell'uomo, la prima classe in ordine logico sarà composta da tutte le famiglie legate ai lavori della campagna. 2) Dalla vendita delle materie prime al loro consumo od uso, una nuova manodopera, più o meno moltiplicata, vi aggiunge un secondo valore più o meno composto. L'opera umana viene così a perfezionare i benefici della natura e a raddoppiare, decuplicare, centuplicare il valore del prodotto grezzo. Sono questi i lavori della seconda classe. 3) Tra la produzione e il consumo, così come tra i differenti gradi della produzione interviene un gran numero di agenti intermedi utili sia ai produttori che ai consumatori. Sono i commercianti ed i mercanti: i primi operano in base al continuo variare dei bisogni secondo i luoghi e i tempi, speculando sul profitto della conservazione e del trasporto; i mercanti si occupano in ultimo della vendita, sia all'ingrosso che al dettaglio. Questo genere di utilità definisce la terza classe. 4) Oltre a queste tre classi di cittadini laboriosi e utili che si occupano degli oggetti destinati al consumo e all'uso, vi è una quarta classe che comprende sia le professioni liberali e scientifiche più illustri che i servitori domestici meno stimati, che fornisce alla società tutti i lavori e le attività private direttamente utili o piacevoli per la persona.
Sono questi i lavori su cui si regge la società. Chi li sopporta? Il Terzo stato.
Anche le funzioni pubbliche, allo stato attuale, possono essere incluse sotto quattro termini correnti, la Spada, la Toga, la Chiesa e l'amministrazione. Non è necessario esaminarle in dettaglio per accorgersi che il Terzo stato ne occupa i diciannove ventesimi, con la particolare differenza che esso è incaricato di tutte le incombenze faticose e di tutti i compiti che l'ordine privilegiato rifiuta di svolgere. Solo le cariche lucrative e onorifiche sono occupate da membri dell'ordine privilegiato. [... ].
Che cosa è una nazione? un corpo di associati che vive sotto una legge comune ed è rappresentato da uno stesso legislativo.
Poichè l’Ordine aristocratico ha privilegi, dispense, persino diritti separati dai diritti del corpo generale dei cittadini, esso esce dall'ordine e dalla legge comuni. I suoi diritti civili ne fanno già un popolo separato dalla grande nazione. E’ un vero imperium in imperio.
Esso esercita a parte anche i propri diritti politici e ha propri rappresentanti che non ricevono nessuna procura dal popolo. Il corpo dei suoi deputati siede a parte; e quand'anche si riunisse in una stessa aula con i deputati dei cittadini comuni, non è meno vero che la sua rappresentanza rimarrebbe essenzialmente distinta e a sé stante: essa è estranea alla nazione sia per il suo fondamento, in quanto il suo mandato non viene dal popolo, sia per il suo oggetto che consiste nel difendere non l'interesse generale ma l'interesse particolare.
Il Terzo stato comprende dunque tutto ciò che appartiene alla nazione; e tutto ciò che non è il Terzo non può essere considerato parte della nazione. Che cosa è il Terzo stato? Tutto.


II – Che cosa è stato finora il Terzo Stato ? Nulla

[…] Per Terzo stato si deve intendere l'insieme dei cittadini appartenenti all'ordine comune. Tutto ciò che, in qualsiasi modo, è privilegio esce dall'ordine comune fa eccezione alla legge comune e, di conseguenza, non fa parte del Terzo. L'abbiamo già detto: ciò che fa una nazione è una legge comune e una rappresentanza comune. È del tutto vero che in Francia non si è nulla quando si disponga soltanto della protezione della legge comune; se non si possiede qualche privilegio, bisogna rassegnarsi a sopportare ogni specie di disprezzo, di ingiurie e di vessazioni. Per non essere completamente schiacciato, all'infelice non privilegiato rimane come unica risorsa quella di appoggiarsi, con ogni specie di bassezze, a un uomo potente; solo a questo prezzo costui acquista la facoltà di potersi, all'occasione, appellare a qualcuno.
Ma qui noi dobbiamo analizzare l’Ordine del Terzo stato più nei suoi rapporti con la Costituzione che nel suo stato civile. Vediamo ciò che esso è negli Stati generali.
Quali sono stati finora i suoi pretesi rappresentanti? Nobili di recente estrazione o privilegiati a termine. Questi falsi deputati non sono poi sempre il libero risultato dell'elezione del popolo. Talvolta negli Stati generali e quasi ovunque negli Stati provinciali la rappresentanza del popolo è considerata come un diritto di certi uffici o cariche. […] L'antica nobiltà non sopporta i nuovi nobili e permette loro di sedere assieme soltanto a condizione che provino una discendenza di quattro generazioni e cento anni. Così facendo li sospinge verso il Terzo al quale evidentemente essi non appartengono più. Davanti alla legge però i nobili sono tutti uguali, quello di antica stirpe come colui che bene o male riesco a nascondere la propria origine o l'usurpazione del titolo. Tutti hanno gli stessi privilegi. Solo l'opinione li distingue. Se il Terzo stato è costretto a sopportare un pregiudizio consacrato dalla legge non vi è ragione che si sottometta a un pregiudizio contrario al testo della legge. Si faccia dei nuovi nobili tutto ciò che si voglia; ma è certo che dal momento in cui acquista un privilegio contrario al diritto comune un cittadino non rientra più nell'ordine comune. Il suo nuovo interesse è opposto all'interesse generale ed egli non è idoneo a votare per il popolo. Questo principio incontestabile esclude parimenti dalla rappresentanza dell'Ordine anche coloro che sono privilegiati solo temporaneamente. Anche il loro interesse è più o meno nemico dell'interesse comune; e sebbene l'opinione pubblica li consideri parte del Terzo e la legge non si pronunci a loro riguardo, la natura delle cose, più forte dell'opinione e della legge, li pone inesorabilmente fuori dell'ordine comune. […]
Si dirà che voler escludere dal Terzo non solo i privilegiati per diritto ereditario ma anche coloro che godono di privilegi temporanei significa, deliberatamente, indebolire quest'ordine privandolo dei suoi membri più illuminati, coraggiosi e stimati. Sbaglia molto chi crede che io voglia diminuire la forza e la dignità del Terzo stato, poiché esso s'identifica sempre, nella mia mente, con l'idea di nazione.
Talvolta qualcuno si meraviglia di sentire che ci si lamenta di una triplice aristocrazia di Spada, di Chiesa e di Toga.
Si crede che sia un modo di dire e invece l'espressione deve essere presa in senso stretto. Se gli Stati generali sono l'interprete della volontà generale e hanno, a questo titolo, il potere legislativo non si è forse certi dell'esistenza di una vera e propria aristocrazia quando gli Stati generali non sono che un'assemblea clerico-nobiliar-togale?
A questa lampante verità aggiungete il fatto che, in una maniera o in un'altra, tutte le funzioni del potere esecutivo sono cadute nelle mani della casta che forma il Clero, la Toga e la Spada. Una specie di diritto di confraternita fa sì che i nobili, per ogni cosa, si preferiscano l'un l'altro al resto della nazione. L'usurpazione è completa; essi regnano veramente. Volendo verificare se i fatti sono conformi o contrari a questa asserzione basta leggere la storia, ed io lo ho fatto, per accertarsi come sia un grande errore credere che la Francia sia retta da un regime monarchico.
Cancellate dalla nostra storia alcuni anni di Luigi XI e di Richelieu e alcuni periodi di Luigi XIV in cui si ha un dispotismo allo stato puro, e crederete di leggere la nostra storia. Cancellate dalla nostra storia alcuni anni di Luigi XI e di un'aristocrazia di corte. È la corte, non il monarca, che ha regnato. E’ la corte che ha fatto e disfatto, che nomina e destituisce i ministri, che crea e distribuisce le cariche, ecc. E cosa è la corte se non la testa di quest'aristocrazia che pesa su tutta la Francia che, con i suoi membri, arriva ovunque e ovunque esercita ciò che vi è di essenziale in tutti i settori della cosa pubblica? Anche il popolo, nei suoi comuni giudizi, suole ormai separare il monarca dalle forze motrici del potere. Il popolo ha sempre considerato il re come un uomo ingannato e indifeso, circondato da una corte attiva e onnipotente, tanto che non ha mai pensato di attribuirgli il male che si è commesso in suo nome.
Riepiloghiamo: il Terzo stato non ha avuto finora dei veri rappresentanti agli Stati generali. I suoi diritti politici sono così inesistenti.


III – Che cosa chiede il Terzo Stato ? Divenire qualcosa

Non si possono valutare le sue richieste sulla scorta di osservazioni isolate avanzate da qualche autore più o meno erudito sui diritti dell'uomo. Il Terzo stato è ancora molto arretrato, al riguardo, e non parlo solo delle illuminate opinioni di coloro che hanno studiato l'ordine sociale, ma anche di quell'insieme di idee comuni che formano l'opinione pubblica. […] Le vere richieste di questo ordine si possono apprezzare soltanto sulla base delle reali rivendicazioni che le grandi municipalità del regno hanno presentato al governo, dalle quali si comprende che il popolo vuole essere qualche cosa, in verità il meno possibile. Il popolo vuole avere veri rappresentanti agli Stati generali, cioè deputati provenienti dal suo ordine che siano capaci d'interpretare i suoi desideri e di difendere i suoi interessi. Ma a nulla gli servirebbe sedere agli Stati generali se l'interesse contrario al suo vi predominasse! In questo caso, con la sua presenza non farebbe che consacrare l'oppressione di cui è l'eterna vittima. È certo, quindi, che non può venire a votare agli Stati generali, se non vi può avere una influenza almeno uguale a quella dei privilegiati; e per questo chiede un numero di rappresentanti eguale a quello degli altri due ordini sommati insieme.
Infine, poiché questa eguaglianza nel numero dei rappresentanti diventerebbe perfettamente illusoria se ogni camera avesse il proprio voto separato, il Terzo chiede che i voti vi siano calcolati per testa e non per ordine. [...].


IV – Ciò che il governo ha tentato
e ciò che i privilrgiati propongono a favore del Terzo Stato

[…] 6. Si propone di imitare la costituzione inglese
Nell'ordine della nobiltà si sono andati formando contrastanti interessi. Non è lontano il momento in cui si dividerà in due partiti. Le tre o quattrocento famiglie più note caldeggiano l'istituzione di una Camera alta, come quella inglese; il loro orgoglio è alimentato dalla speranza di non essere più confusi nella grande folla dei gentiluomini. In questo modo l'alta nobiltà consentirebbe di tutto cuore a respingere nella Camera dei comuni con tutti gli altri cittadini il resto della nobiltà.
Il Terzo si guarderà bene dall'accettare un sistema il cui scopo è quello di riempire la sua assemblea con persone dall'interesse tanto contrario all'interesse comune, un sistema che lo farebbe ripiombare nel nulla e nell'oppressione. Esiste, a questo riguardo, tra la Francia e l'Inghilterra una differenza reale. In Inghilterra gli unici nobili privilegiati sono quelli a cui la Costituzione affida una parte del potere legislativo. Tutti gli altri cittadini sono uniti insieme dallo stesso interesse; non vi sono privilegi che li dividano in ordini distinti. Se dunque in Francia si vogliono riunire i tre ordini in uno solo, bisogna in primo luogo abolire ogni genere di privilegi. Occorre che il nobile ed il prete abbiano come unico interesse l'interesse comune e godano, in forza della legge, dei diritti di un semplice cittadino. Altrimenti sarebbe inutile riunire sotto una stessa denominazione i tre ordini, che rimarrebbero sempre delle sostanze eterogenee impossibili da amalgamare. Non mi si può accusare di essere un sostenitore della divisione tra gli ordini, che considero come l'invenzione più nociva per il bene sociale. Sarebbe però maggiore disgrazia riunire questi ordini nominalmente e lasciarli separati realmente conservando i privilegi. Ciò consacrerebbe per sempre il loro trionfo sulla nazione. Il bene pubblico esige che l'interesse comune della società sia mantenuto in qualche luogo puro e inalterato. Ed è per questa convinzione, l'unica giusta e nazionale, che il Terzo non si presterà mai all'unione dei tre ordini in una pretesa Camera dei comuni. [...]
7. Lo spirito d'imitazione non può ispirare una buona condotta
[…] La Costituzione britannica è, in se stessa, una buona Costituzione? E, ammesso che lo fosse, sarebbe adatta per la Francia?
Temo che questo capolavoro, così celebrato, non possa reggere a un esame imparziale condotto secondo i princìpí del vero ordine politico. Riconosceremmo probabilmente che esso è opera più del caso e delle circostanze che dei lumi. La Camera alta risente evidentemente del tempo della rivoluzione. Abbiamo già notato che va considerata soltanto come un monumento di superstizione medievale. […]
Dai Princìpi fondamentali è stata generat l'idea di dividere il potere legislativo in tre parti, di cui una sola è parla a nome della nazione. Se i Pari ed il Re non sono rappresentanti della nazione, allora nel potere legislativo non sono nulla, poichè solo la nazione può volere per se stessa e quindi darsi le leggi. Tutti coloro che entrano a far parte di un corpo legislativo sono legittimati a votare per il popolo soltanto se hanno la sua procura. Ma dove sta la procura, quando non esistono elezioni libere e generali? Non nego che la Costituzione inglese sia un'opera eccellente per l'epoca in cui è stata emanata. Tuttavia, sebbene si usi ironizzare su quel francese che non vi si prosterna davanti, confesso che, invece di trovarvi la semplicità di un buon ordinamento, vi scorgo soltanto una impalcatura di precauzioni contro il disordine. […]
Questa Costituzione, da noi così invidiata non è buona perchè inglese, ma perché a difetti reali unisce preziosi vantaggi. Se tentaste di realizzarla in Francia è indubbio che ne otterreste facilmente i difetti perchè essi risulterebbero utili a quel potere dal quale temete ogni forma di ostacolo. Ne avrete anche i vantaggi? […]

 

V – Ciò che si sarebbe dovuto fare e i relativi principi

[…] Si tratta di sapere che cosa va inteso per Costituzione politica di una società e quindi delineare i suoi giusti rapporti con la nazione. […]
Mi si dica in base a quali idee e in forza di quale interesse si sarebbe potuto imporre una Costituzione alla nazione. La nazione preesiste a tutto, di tutto è l'origine. La sua volontà è sempre conforme alla legge, è la legge stessa. Prima e sopra di essa non c'è che il diritto naturale. Se vogliamo formarci un'idea esatta dell'ordine in cui vengono emanate dalla volontà della nazione le leggi positive, al primo posto dobbiamo porre le leggi costituzionali che si dividono in due specie: quelle che regolano l'organizzazione e le funzioni del corpo legislativo e quelle che determinano l'organizzazione, e le funzioni dei diversi corpi attivi. Queste leggi sono definite fondamentali non nel senso che possano divenire indipendenti dalla volontà nazionale, ma in quanto i corpi da esse sono genrati e operano grazie ad esse, non possono in alcun caso mettervi mano. In ogni sua parte, la Costituzione non è opera del potere costituito ma del potere costituente. Non esiste nessun potere delegato che possa mutare le condizioni della propria delega. E’ in questo senso che le leggi costituzionali sono fondamentali. Le prime, quelle costitutive del legislativo, sono fondate dalla volotà nazionale ancor prima di qualsiasi Costituzione e ne formano il primo gradino. Le seconde devono essere dettate da una volontà rappresentativa speciale. In questo modo, tutti gli elementi del governo vi corrispondono e dipendono in ultima analisi dalla nazione. Abbiamo espresso queste idee in modo succinto ma esatto.
È facile poi capire che le leggi propriamente dette, quelle cioè che tutelano i cittadini e soddisfano l'interesse comune, sono opera del corpo legislativo formato e funzionante secondo le proprie modalità costitutive. Anche se presentate in seconda linea, queste leggi sono nondimeno le più importanti in quanto costituiscono il fine di cui le leggi costituzionali sono soltanto i mezzi. […]
Il governo esercita un potere reale solo in quanto è costituzionale; esso è legittimo solo se rimane fedele alle leggi che gli sono state imposte. Alla volontà nazionale basta invece soltanto la propria realtà per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità.
La nazione non solo non è condizionata da una Costituzione ma nemmeno può né deve esserlo, il che equivale ancora a dire che essa non lo è.
Essa non può esserlo […], una nazione è indipendente da ogni forma e, in qualsiasi maniera essa voglia, basta che questa sua volontà si manifesti perchè ogni diritto positivo venga meno di fronte ad essa che è fonte ed arbitro supremo di ogni diritto positivo. [...] Le componenti di un corpo morale separate l'una dall'altra non sono nulla. Il potere spetta solo all'insieme. Se una parte reclama, l'insieme non esiste più: come potrebbe allora giudicare? (…) A chi dunque spetta decidere? Alla nazione, indipendentemente come sempre da ogni forma positiva. Quand'anche la nazione avesse regolari Stati generali non spetterebbe a questo corpo costituito pronunciarsi su un contrasto che concerne la propria costituzione. Si avrebbe altrimenti una petizione di principio, un circolo vizioso.
I rappresentanti ordinari di un popolo sono incaricati di esercitare nelle forme costituzionali una parte della volontà comune, ossia quanto è necessario per una buona e duratura amministrazione. Il loro potere è limitato agli affari di governo.
Eventuali rappresentanti straordinari avranno un potere nuovo e diverso nella misura in cui la nazione lo vorrà. Poichè una grande nazione non può realmente riunirsi ogni volta che delle circostanze eccezionali lo richiedano essa deve affidare a dei rappresentanti straordinari i poteri necessari in tali occasioni. Se essa potesse riunirsi davanti a voi ed esprimere la sua volontà, osereste contestarla perchè la esercita in una forma piuttosto che in un'altra? Qui la realtà è tutto e la forma nulla. […]
Un corpo di rappresentanti nazionali supplisce l'assemblea di questa nazione. Senza dubbio esso non ha bisogno di essere investito dell'intera volontà nazionale; gli occorre solo un potere speciale, e in rari casi; ma esso rimpiazza la nazione nella sua indipendenza da ogni forma costituzionale. Qui non è necessario prendere tante precauzioni per prevenire un abuso di potere: questi rappresentanti sono deputati in quella sola occasione e soltanto per un periodo determinato. [...]
Torniamo ora al titolo di questo capitolo. Che cosa si sarebbe dovuto fare data questa confusione e queste dispute sugli Stati generali? Rivolgersi ai notabili? Certamente no. Adoperarsi affinchè le diverse parti interessate s'impegnino a cedere ciascuna in qualcosa? Nemmeno. Lasciare languire la nazione e gli affari? Neanche. Si doveva invece ricorrere alla rappresentanza straordinaria e consultare la nazione. Rispondiamo ora a due nuovi interrogativi che si presentano. Dove prendere la nazione? A chi spetta consultarla?
Dove prendere la nazione? Dove essa sta: nelle quarantamila parrocchie che abbracciano tutto il territorio, tutta la popolazione e tutti i contribuenti della cosa pubblica; là, senza alcun dubbio, risiede la nazione. Si sarebbe stabilita una divisione territoriale per facilitare la formazione di circoscrizioni (arrondissements) di venti o trenta parrocchie ciascuna, per i primi deputati. Allo stesso modo le circoscrizioni avrebbero formato delle province e queste avrebbero inviato a Parigi degli effettivi rappresentanti straordinari dotati del potere speciale di pronunciarsi sulla costituzione degli Stati generali. [...]
Ma, direte, se l'insieme dei cittadini avesse nominato i rappresentanti straordinari, che cosa sarebbe accaduto della distinzione fra i tre ordini? Che cosa diventerebbero i privilegi? Quello che devono essere. I principi ora esposti sono precisi. Bisogna o rinunciare ad ogni ordine sociale, o riconoscerli. La nazione è sempre padrona di riformare la propria Costituzione. E soprattutto essa non può esimersi dal darsene una certa quando essa è contestata. [...]
Così è chiaro ormai che cosa si sarebbe dovuto fare. Si sarebbe dovuta convocare la nazione perchè deputasse nella capitale dei rappresentanti straordinari con una procura speciale per fissare la costituzione dell'assemblea nazionale ordinaria e questi rappresentanti non avrebbero dovuto avere il potere di costituirsi, successivamente, in assemblea ordinaria, conformemente alla costituzione che essi stessi, in altra qualità, hanno stabilito. Infatti, invece di lavorare unicamente per l'interesse nazionale essi avrebbero curato troppo gli interessi del corpo che si preparavano a formare. In politica, la commistione e la confusione tra i poteri renderà sempre impossibile instaurare l'ordine sociale tra gli uomini; così solo quando si vorrà separare ciò che deve essere distinto, si riuscirà a risolvere il grande problema di una società umana conforme al vantaggio generale di coloro che la compongono. Mi si chiederà il perchè di tanto dilungarsi su ciò che si sarebbe dovuto fare.
Il passato è passato, dirà qualcuno. lo rispondo invece che, in primo luogo, la conoscenza di ciò che si sarebbe dovuto fare può portare alla conoscenza di ciò che si farà. In secondo luogo, è sempre bene esporre i veri princìpi, soprattutto in una materia così nuova per molti. Infine, le verità di questo capitolo possono servire a spiegare meglio quelle del capitolo seguente.


VI – Ciò che resta da fare. Sviluppo dialcuni principi

[…] Invano il Terzo stato attenderebbe dal concorso di tutte le classi la reintegrazione nei suoi diritti politici e il pieno godimento dei suoi diritti civili. Nei due ordini privilegiati il timore di vedere riformare gli abusi è più forte del loro desiderio di libertà. Tra la libertà e qualche privilegio odioso essi hanno scelto questi ultimi. Il loro animo è sensibile solo ai vantaggi della servitù. Essi temono oggi quegli stessi Stati generali che una volta con tanto ardore invocavano. Per loro, tutto va bene; di nulla si lamentano quanto dello spirito di innovazione; non sentono più alcun bisogno; la paura ha dato loro una Costituzione.
Il Terzo stato deve rendersi conto, dal fervore degli spiriti e degli affari, di poter confidare soltanto nei propri lumi e nel proprio coraggio. La ragione e la giustizia stanno dalla sua parte ma esso deve almeno assicurarsi tutta la loro forza. Non è più tempo di operare a favore della conciliazione tra le parti. Quale accordo è possibile tra l'energia dell'oppresso e la rabbia degli oppressori? [... ].
In una simile situazione, cosa resta ancora da fare al Terzo per entrare in possesso dei suoi diritti politici in modo da essere utile alla nazione? Vi sono due modi per riuscirvi. Adottando il
primo, il Terzo deve riunirsi separatamente: esso non si radunerà con la nobiltà e con il clero, non rimarrà a votare con loro né per ordine né per testa. Richiamo l'attenzione sull'enorme differenza che corre tra l'assemblea del Terzo stato e quella degli altri due ordini. La prima rappresenta venticinque milioni di uomini e delibera sugli interessi della nazione. Le altre due, se anche dovessero riunirsi, riceverebbero dei poteri da soltanto duecentomila individui e si curerebbero soltanto dei loro privilegi. Il Terzo stato, si dirà, non può formare degli Stati generali. Tanto meglio! Costituirà allora un'Assemblea nazionale.
[…] È innegabile che nei prossimi Stati generali la camera del Terzo sarà competente a convocare la nazione in rappresentanza straordinaria. È dunque ad esso che spetta soprattutto prevenire tutti i cittadini sulla falsa Costituzione della Francia. Ad esso spetta denunciare che gli Stati generali sono un corpo male organizzato, incapace di svolgere le proprie funzioni nazionali, e dimostrare contemporaneamente la necessità di affidare un potere speciale ad una deputazione straordinaria per stabilire con leggi certe le forme costitutive del corpo legislativo. Fino a quel momento, l'ordine del Terzo sospenderà non i lavori preparatori, ma l'esercizio del suo potere; esso non statuirà nulla, ma attenderà che la nazione abbia giudicato la grande controversia che divide gli ordini. Tale, penso, è l'atteggiamento più generoso e quindi più conveniente alla dignità del Terzo stato. [...]
Occorre ora spiegare in che modo tutti i membri di un'Assemblea nazionale concorrono a formare con le loro volontà individuali questa volontà comune che deve esprimere soltanto l'interesse pubblico. [... ]
Nel cuore umano si possono trovare tre diversi interessi: 1) Quello in forza del quale i cittadini si riuniscono e che dà l'esatta estensione dell'interesse comune. 2) Quello in forza del quale un individuo si associa soltanto con alcuni dei suoi simili, ossia l'interesse di corpo. 3) Quello, infine, a causa del quale ciascuno si isola, curandosi solo di se stesso, ossia l'interesse personale. L'interesse in virtù del quale un uomo si accorda con gli altri consociati è evidentemente l'oggetto della volontà di tutti e l'oggetto dell'assemblea comune. Ogni membro di questa assemblea può introdurvi però anche gli altri suoi interessi. L'interesse personale non è pericoloso: esso è isolato e ciascuno ha il suo. La sua diversità lo rende innocuo. Il maggior ostacolo è costituito invece dall'interesse per cui un cittadino si accorda soltanto con alcuni dei consociati. Ciò permette a costoro di concertarsi, di far lega, ispira loro dei progetti pericolosi per la comunità e ne fa i nemici pubblici più temibili. La storia conferma ampiamente questa verità.
Non ci si meravigli dunque se l'ordine sociale esiga con tanto rigore che i semplici cittadini non possano unirsi in corporazioni, e che anche i mandatari del potere esecutivo, i quali costituiscono necessariamente veri e propri corpi, rinuncino per la durata del loro incarico ad essere eletti nella rappresentanza legislativa.
Solo così, e non altrimenti, l'interesse comune è sicuro di prevalere sugli interessi particolari. Solo a quete condizioni possiamo essere sicuri della possibilità di fondare le associazioni umane sul vantaggio generale degli associati e quindi di spiegarci la legittimità delle società politiche. […]
Sappiamo qual è il vero scopo di un' Assemblea nazionale; essa non deve occuparsi degli affari privati dei cittadini, ma considerarli nel loro insieme dal punto di visto dell'interesse comune. Se ne trae la conseguenza naturale che il diritto a farsi rappresentare spetta ai cittadini non in forza delle qualità che li differenziano, ma in forza delle qualità che sono a essi comuni. […]
Gli attributi per cui i cittadini si differenziano tra loro sono al di là della qualità di cittadino. Le ineguaglianze di proprietà e di professione sono come le differenze di età, di sesso, di statura, ecc.. Esse non snaturano la egualianza nella qualità di cittadino (civisme). […]
Queste posizioni particolari sono indubbiamente tutelate dalla legge; ma non spetta al legislatore crearne, attribuire privilegi ad alcuni e rifiutarli ad altri. La legge non accorda nulla, ma protegge ciò che già esiste fintanto che non viene a nuocere all'interesse comune. Qui soltanto risiedono i limiti della libertà individuale. La legge è paragonabile al centro di una sfera immensa, sulla cui superficie tutti i cittadini, senza alcuna eccezione occupano delle posizioni eguali, equidistanti dal centro; tutti dipendono in modo eguale dalla legge, tutti le affidano da proteggere la loro libertà e la loro proprietà; questi sono per me i diritti comuni dei cittadini, in virtù dei quali essi si uniscono tra loro. Tutti questi individui instaurano reciproche relazioni, assumono obblighi, negoziano sempre sotto la comune garanzia della legge. Se in questo movimento generale qualcuno vuole sopraffare il suo vicino, o usurpare la sua proprietà, la legge comune reprime questi tentativi e ristabilisce l'eguale rapporto tra sé e tutti i cittadini. Essa però non si oppone a che ciascuno, grazie alle proprie capacità naturali o acquisite e alla sorte più o meno propizia, arricchisca le sue proprietà con il frutto delle circostanze favorevoli o di un lavoro più produttivo, e possa procurarsi, conformemente ai propri gusti e rimanendo nella propria posizione legale, il più invidiabile benessere. La legge, proteggendo i diritti comuni a ogni cittadino, lo tutela in tutto ciò che esso può divenire finché la sua volontà non venga a ledere l'interesse comune. [...]
Riassumiamo: sta iscritto nei princìpi che tutto ciò che travalica la qualità comune di cittadino non possa godere dei diritti politici. Il corpo legislativo di un popolo può essere incaricato di curare soltanto l'interesse generale. Se però, al posto di semplici differenziazioni, quasi indifferenti per la legge, esistono dei privilegiati nemici, per il loro status, dell'ordine comune, essi devono essere appositamente esclusi. Finché dureranno i loro odiosi privilegi essi non potranno essere né elettori né eleggibili. [...]

 

Che cosa è il Terzo Stato?
Edizione Storia & Storici - 2012

 

Che cosa è il Terzo Stato ?
Edizione integrale del testo

Qu’est-ce que le Tiers-Etat ?
Edizione integrale del testo – rpima edizione 1789

Qu’est-ce que le Tiers-Etat ?
Audiolibro

Fonte: Storia & Storici
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