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Roberto Moro
Roberto Moro
Globalizzazione: visioni e profezie
Pier Paolo Pasolini oltre i confini del suo tempo
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Bisogna rileggere, o almeno leggere Pier Paolo Pasolini, magari a partire dai testi che accompagnano questa riflessione. Perché, a così tanti anni di distanza dalla sua morte, Pasolini è ancora qui sulla nostra strada, la sua visione è il nostro presente e la sua profezia si è realizzata. Il disagio, il silenzio che hanno accompagnato in tanti anni la sua lezione la hanno, in qualche modo preservata, resa intatta e attuale. Questa sorta di magia è stata svelata: Pasolini, poeta, romanziere, regista, saggista è il grande intellettuale di un paese, di una società e di una cultura che più di ogni altra ha, da sempre, dichiarato guerra alla figura sociale della modernità occidentale, l’intellettuale appunto. E di qui possiamo cominciare.
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Una profezia del presente - L’Intellettuale: crisi e critica della modernità - Metamorfosi e visioni - Visioni e…. - … profezia - La rivoluzione inattesa e incompresa - Lo spettacolo: uno scenario da incubo


Una profezia del presente

Come spiegare il tunnel al quale ci siamo affacciati ? il crac della globalizzazione, il disgregarsi della socialità e l’imbarbarimento del pensiero ? la crisi degli apparati istituzionali, quella dello stato e della sua governance ? Il disordine caotico dell’Europa e, in minuscolo, gli esiti sconcertanti quanto prevedibili e previsti delle elezioni che segnano una incerta deriva del Vecchio continente e del Belpaese ?
Bisogna rileggere, o almeno leggere, Pier Paolo Pasolini magari a partire dai testi che accompagnano questa riflessione. Perché, a così tanti anni di distanza dalla sua morte, Pasolini è ancora qui sulla nostra strada, la sua visione è il nostro presente e la sua profezia è realizzata. Il disagio, il silenzio che hanno accompagnato in tanti anni la sua lezione la hanno, in qualche modo preservata, resa intatta e attuale.
Questa sorta di magia è stata svelata: Pasolini, poeta, romanziere, regista, saggista, attore del suo tempo e della politica del suo tempo, è il grande intellettuale di un paese, di una società e di una cultura che più di ogni altra ha, da sempre, dichiarato guerra alla figura sociale della modernità occidentale, l’intellettuale appunto. E di qui possiamo cominciare.


L’Intellettuale, crisi e critica della modernità

Dopo l’ “umanista” (XVI secolo), l’ “homme de lettre” (XVII secolo), il “philosophe” (XVIII secolo), l’intellettuale è il prodotto della società europea del XIX secolo. La figura sociale che garantisce la vitalità e la rigenerazione del pensiero della modernità e anzi ne è il prodotto eccellente. Si può discutere, e sono stati versati fiumi di inchiostro, sulla genesi di questa figura, ma nella pratica della sua definizione e del suo ruolo sociale intellettuale è colui che esercita la sua capacità conoscitiva (il suo intelletto, la sua intelligenza e la sua “cultura”) nella sfera pubblica per fare, delle sue analisi e delle sue visoni della realtà, una ragione di pubblico dibattito e del dibattito una ragione di socialità e di emancipazione del soggetto nella gestione e revisione dei suoi valori. Proprio per questo l’intellettuale è una figura sociale della contemporaneità, si accompagna all’emergenza del soggetto e alla sua emancipazione intesa come riflessione sulla cittadinanza, sull’attiva partecipazione ai processi alla conservazione, critica e rigenerazione della ragioni di una consapevole socialità. L’intellettuale si configura insomma come un attore della “innovazione sociale”, un educatore al mutamento che la gestione dei valori condivisi imprime alla organizzazione della convivenza nella società ormai aperta alla partecipazione politica dei suoi conviventi. Intellettuale e impegno “politico” di analisi e critica dei comportamenti collettivi sono una sequenza obbligata. E proprio per questo la data di codificazione di questa figura sociale si realizza in occasione del dibattito politico che prende il via dall’Affaire Dreyfus sulla scena politica francese di fine Ottocento.
Insomma l’intellettuale è, per definizione, chi esercita l’ “impegno politico” nel significato alto del termine, le ragioni che lo rendono indispensabile, i valori e l’immaginario che lo sostiene. E per questo infine la figura e il ruolo dell’intellettuale sono indisgiungibili dalla critica e dalla crisi della modernità, della modernità “politica” in particolare. Pier Paolo Pasolini lo incontriamo qui.

 

Metamorfosi e visioni

Il ruolo di intellettuale, Pasolini, lo interpretò in modo esclusivo, profondo e radicale, senza compiacimenti e mediazioni. Fu davvero un “chierico” del pensiero critico, nel senso che accolse la missione della fede laica di un umanesimo senza confini teorici e disciplinari. Pagò il prezzo della su ricerca per intero e fino in fondo. Ma guardava dall’alto, vedeva lontano.
Così nella grande trasformazione e nell’unico processo di radicale modernizzazione del Belpaese che si realizzò negli anni del miracolo, lo sguardo di Pasolini fu per certo (e ora lo sappiamo) il più lucido, il più penetrante e lungimirante. Che la modernizzazione dell’Italia fascista, rurale, miserabile, fosse un percorso di sradicamento non solo sociale, ma soprattutto morale e un processo di omologazione (diremmo oggi di globalizzazione) verso le tenebre del nuovo fu la sua denuncia. Un evento, inconciliabile con l’emancipazione umana, di tale portata da erodere e rendere impossibile l’effettiva gestione delle istituzioni democratiche e risolversi in un profondo, strutturale modello di società totalitaria: la società di massa, la società dei consumi.
“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. […] Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. […] L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che «omologava» gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale «omologatore» che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?”. 1973. [Acculturazione e acculturazione]
Dall’alto della sua sensibilità estetica e morale, Pasolini, vedeva lontano, vedeva fin qui, fino a noi.

 

Visioni e….

Di qui la visione di un volto ormai sfigurato, remoto, presente e futuro al tempo stesso del potere: un “potere senza volto”.
“Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. Scrivo "Potere" con la P maiuscola solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transnazionale). 1974. [Il potere senza volto]
Alla luce del labirinto nel quale avremmo dovuto girare e ancor oggi giriamo dalla Prima alla Seconda, financo alla Terza repubblica (che oggi va di gran moda), dell’emergere delle organizzazioni criminali come poteri forti del controllo/organizzazione della socialità (e della prassi democratica) e nel quale ci siamo affacciati, questo potere un tempo “interclassista” ci appare oggi come l’immaginario di un potere condiviso per complicità più che per convinzione, per interesse più che per libera scelta. Ma il suo volto rimane ancora celato nei fumi di un quotidiano spettacolo di fragorosi fuochi d’artificio.
E certo, a fronte di questo spettacolo universale, certo si può ben capire non la nostalgia (si farebbe torto all’autore definirla così), ma la volontà del nostro Autore di riappropriazione di un mondo sconfitto, un territorio devastato dai bombardamenti di un nuovo conflitto mondiale: un mondo da ricostruire.
Un mondo nel quale “la vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent'anni non è più cambiata: non dico i suoi valori, ma le apparenze parevano dotate del dono dell'eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi”. 1973. [Che paese meraviglioso era l’Italia …]
Lo sappiamo e lo si sente nell’intimo. Oggi questo passato remoto è divenuto il futuro anche di tutti coloro (i giovani, i giovanissimi) che di questa dimensione storica del vivere umano neppure hanno memoria: è una visione, un cammino incerto, un programma di ricostruzione.
Ecco: la profezia di Pasolini che ci porta fin qui, al nostro presente, è semplice e ormai generalmente condivisa.

 

… profezia

Oggi lo sappiamo per quotidiana esperienza della globalizzazione nel suo significato più ampio. La rottura dei confini (di mercato) non produce “innovazione sociale”, così come il liberismo (economico) non produce libertà, anzi. Quello che un tempo era il “neocapitalismo” poi ipercapitalismo, capitalismo diffuso, finanziarizzazione dell’economia con tutto il convoglio semantico che porta con sé (società postmoderna, di massa, dei consumi, mediatica, dell’accesso, liquida, postindustriale, e così via) ha materializzato quel “nuovo” potere senza volto che “non sappiamo in cosa consista e chi lo rappresenti. Sappiamo semplicemente che c’è”.
I processi di integrazione economica, politica e sociale sembrano trasformarsi in conflitti permanenti, guerre civili non dichiarate. E la crisi della modernità/modernizzazione rischia di trasformarsi in procedura di “genocidio culturale” e avvento di nuove barbarie.
Lo certifica il più sofisticato processo di integrazione/globalizzazione di cui siamo attori e testimoni, che è quello dell’Unione Europea pur fondato su radici culturali e storiche esclusive e collaudate nei secoli. Divisa, impoverita, dispersa e in frantumi, l’Europa appare quasi una vittima sacrificale del balzo planetario della cultura occidentale. Perché? La risposta che ci offre l’analisi critica di Pasolini è ancor oggi, e forse oggi più che mia, robusta e convincente. È la materia prima su cui la globalizzazione si fonda che fa difetto, e cioè è l’antropologia stessa delle modernità ha creare ragione di crisi e di declino.
Il processo di acculturazione forzato allo sviluppo economico (e non al “progresso” votato all’emancipazione morale e sociale) è, in tutta evidenza, sradicamento, perdita di identità, distruzione sistematica della socialità e di una intera civiltà del pensiero. Comporta automaticamente mercificazione, spoliazione di valori e quindi emarginazione: “edonismo di massa” senza più freni né desiderio. Ciò che appunto Pasolini indicava come emergenza di un “sottoproletariato” universale dimentico di ogni passato e di ogni futuro.
La sequenza è semplice: modernizzazione = sviluppo economico = mercificazione dalla cultura = distruzioni della capacità critica = civiltà di massa = civiltà dei consumi = emergenza del sottoproletariato = crisi dei processi di modernizzazione. È un cerchio vizioso, un anello di retroazione.
Ovviamente le varianti sono infinite, ma il processo di frantumazione dei sistemi politico-sociali che abbiamo sotto gli occhi e viviamo sulla nostra pelle, hanno al cuore questa catena sistemica. La globalizzazione come processo forzato di acculturazione alla mondializzazione del modello di sviluppo capitalistico funziona così. Vogliamo negarlo ? Vogliamo negare che la globalizzazione e il costituirsi di una “cultura planetaria” altro non sia che il riflesso di una concentrazione di potere totalitario mai visto nel cammino dell’esperienza umana ?
C’è di peggio. Questo percorso obbligato di mutazione antropologica verso la dimensione totalitaria che trasforma il cittadino in consumatore, il consumatore in suddito, il suddito in servo e il servo in compiaciuto complice di uno smisurato potere che lo domina, mette a profitto strumenti e tecniche di dominio forse non nuove, ma certo dotate ormai di una comprovata efficacia e ormai del tutto fuori controllo. E queste tecniche, ci avverte Pasolini in tempi non sospetti, consistono nella forza di selezione e rappresentazione dei simboli che fondano i valori stessi e li rendono condivisi. La società dei consumi, abitata da un sottoproletariato universale, ha conferito la produzione dei valori e la loro diffusione ai mezzi di comunicazione di massa.

 

La rivoluzione inattesa e … incompresa

Proprio a causa di questa lucida visione, Pasolini, da vivo, e anche a lungo dopo la sua morte, è stato vittima dell’inveterato e invincibile provincialismo della cultura del Belpaese, un provincialismo di comodo, buono a dissimulare una battaglia campale contro la modernità, contro la tolleranza, contro l’Europa (ci siamo inventati la Padania) e che sempre ha fatto dello spirito della Controriforma l’antidoto alla libertà di pensiero, allo spirito critico e libertino. Le due “chiese” nazionali che ancor oggi officiano il nostro quotidiano, di Pasolini hanno solo colto la natura di grande intellettuale: quanto basta per le persecuzione e la condanna. “Destra e Sinistra si sono contese orribilmente il suo pensiero (a volte solo brandelli di esso) depredandolo e facendone scempio con audacia e ignobile approssimazione. E così finti esegeti, armati in realtà solo di avvolgenti rampini ideologici, hanno tentato d’imprigionare nelle galere dell’ortodossia l’unico vero corsaro che abbia mai imperversato nei mari cupi e tremebondi della cosiddetta cultura comunicativa in Italia. […] Ma Pasolini non si lascia imprigionare da nessuno, né tantomeno i tentativi di appropriazione postuma, di Destra come di Sinistra, possono minimamente scalfire quella che ormai dovrebbe essere stata acquisita come categoria onnicomprensiva del pensiero poetante e corsaro di Pasolini: l’impura incollocabilità. […] Pasolini, trasversale ante-litteram, ha infatti attraversato le due più rilevanti culture del tempo, quella marxista e quella cattolica, senza mai farsi intrappolare dalla loro ortodossia. Grande sperimentatore di linguaggi, ha coltivato linguaggi letterari e gauchistes, ma non è mai diventato militante di quell’anticonformismo per partito preso che ha conformizzato l’Italia per oltre un decennio”. [L’eresia e la visione]
È su questa pista che incontriamo il Pasolini critico della rivoluzione, da lui del tutto percepita nei sui potenziali effetti, della comunicazione mediatica e di sé stesso in quanto intellettuale alla mercé del potere dei media. Un potere di manipolazione della spirito e della coscienze sino alla reinvenzione della natura umana.
Qui, in questa profetica visione, il suo pensiero si intreccia con quello di Guy Debord al quale dobbiamo un’altra profezia che, proclamata nel 1967, ora si è da tempo pienamente realizzata.
“Marx, già un secolo e mezzo fa, aveva capito che il capitalismo sarebbe degenerato verso la forma del più bieco consumismo. Egli tuttavia credeva che la morte del capitalismo si sarebbe verificata nel momento in cui l’offerta avrebbe superato la domanda, in una spaventosa abbondanza delle merci al consumo. Le cose sono andate un po’ diversamente. Nel nostro secolo almeno due “profeti” vanno menzionati in tal senso, per la loro opera di prosecuzione del pensiero di Marx nell’analisi della società consumistica: Pier Paolo Pasolini e Guy Debord rappresentano due punti di riferimento per tutti coloro i quali avvertono l’esigenza del cambiamento attraverso la critica sociale”. [La società dello spettacolo da Pasolini a Guy Debord]

 

Lo spettacolo: uno scenario da incubo

Oggi anche questa sequenza ci è chiara. La modernizzazione, intesa come emergenza del modello capitalistico nella sua forma più avanzata, produce una società dei consumi e questa altro non è che una società di massa la cui cultura, i cui valori condivisi sono il frutto, a loro volta, di una “produzione” culturale alla quale è affidato il compito di imporre (per processi di acculturazione forzata) le rappresentazione simboliche di questi valori: i prodotti materiali (i “beni” di consumo) e le motivazioni al loro consumo. La merce e lo scambio delle merci (lavoro in cambio di danaro che garantisce il consumo che garantisce il lavoro) sono il cuore pulsante della cultura di massa del sottoproletariato universale. E così la televisione e la manipolazione dei media sale sul banco degli accusati di un irreversibile processo di disumanizzazione e di imbarbarimento. La televisione (e oggi diremmo la comunicazione digitale in tutte le sue forme) diviene lo strumento di dominio e alienazione indispensabile per la gestione del potere nel nuovo modello di civiltà, il “mondo Nuovo”. Berlusconi insegna.
In piena sintonia con Pasolini, Guy Debord aggiunge una visione più ampia del processo di distanziamento della cultura dalla realtà che fa la cifra della globalizzazione economica che stiamo oggi vivendo. Quel che Pasolini ha intuito senza averlo mai formalizzato è stato svelato con clamore (un clamore che ancora non si è spento) da Guy Debord.
“Al pensiero di Pasolini mancava ancora un tassello, un’ultima tessera del puzzle per avere l’immagine nitida della realtà sociale che si stava configurando. La genesi del cancro è stata descritta da Guy Debord quando, nel saggio “La società dello spettacolo” del 1967, ha compreso il segno dell’irreparabile nella deriva consumistica dei lavoratori. Il capitale non opprime più l’operaio solo all’interno della fabbrica o dell’ufficio, ma è fuoriuscito convertendo il lavoratore in consumatore. Anche il concetto marxiano di alienazione subisce una mutazione, un cambiamento radicale portato dal fatto che lo spreco del tempo libero diventa essenziale all’abbattimento, da parte del capitale, di ogni velleità rivoluzionaria. Mentre in passato era essenziale per il rivoluzionario mettere a buon fine il proprio tempo libero, pianificando la lotta da porre in essere contro la classe dominante, oggi il consumatore passa le proprie ore ad istupidirsi di fronte agli spettacoli che i suoi sfruttatori generano per lui. Baudrillard ha egregiamente sintetizzato questo concetto nella frase: Il consumatore è un lavoratore che non sa di lavorare” [La società dello spettacolo da Pasolini a Guy Debord].
La rivoluzione davvero è stata fatta e, trionfante, si è definitivamente conclusa, nessun altra sarà più possibile e l’espropriazione è totale e il potere totalitario ha vinto per sempre. L’uomo diviene straniero alla realtà, spettatore passivo di uno spettacolo che emargina il suo ruolo dal mondo: “lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”.
Uno scenario da incubo, si dirà, e degno di un romanzo di fantascienza. Ma, guardandoci intorno, eccoci qui a subire la spettacolarizzazione dei prodotti che i media ci impongono i ci costringono a divorare, compresa quella della politica che ci fa sentire, al vivo, il totalitarismo della società nella quale viviamo. Siamo qui a sentire i racconti che ci vengono quotidianamente proposti sulla crescita prossima ventura, sulla necessità di riformare il lavoro per produrre di più, consumare di più e così facendo trasformarlo da ragione stessa della socialità in merce di scambio della vita stessa. Siamo qui ogni giorno in un grande spettacolo, uno spettacolo universale che, da un capo all’altro del mondo, ci avvolge, ci convince, ci rende complici di un potere totale a noi estraneo, un Potere (con la P maiuscola) senza volto che è il riflesso delle nostre turbate coscienze. Un incubo che proprio oggi ci accompagna ogni giorno con mille avvincenti rappresentazioni.
E la domanda conclusiva, come in ogni buon romanzo di fantascienza, quella che fissa la trama degli eventi, è: siamo ancora in grado di controllare la forza del nostro pensiero, l’immaginario che si impone su di noi e ci sta mutando? E gli stessi media sono in grado di controllare sé stessi, darsi un intelligenza al nostro servizio? Il potere remoto oltre ogni confine, totale nello spazio e signore del nostro tempo, potrà mai esserci restituito, avere ancora un volto umano?
Erano questi gli interrogativi che Pier Paolo Pasolini, nella ricerca disperata della sua libertà, ha posto al nostro presente, qui e ora. E in questo senso il maestro di Casarsa è un attore del nostro presente, qui e ora. Rileggiamolo con affetto e con cura.

 

Roberto Moro

 

 

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Claudio Valerio Vettraino, Crisi e declino dell’intellettuale organico - [saggio]
Andrea Pesce, La società dello spettacolo da Pasolini a Guy Debord - [saggio]

 




Fonte: Storia & Storici
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