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Roberto Moro
Dossier Storia & Storici – maggio 2012
Pier Paolo Pasolini : visioni e profezie tra presente e futuro
a cura di Antonella Pierangeli
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Guida alla lettura del dossier

 

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“Pier Paolo Pasolini : visioni e profezie tra presente e futuro”

 

Roberto Moro, Globalizzazione: visioni e profezie - Antonella Pierangeli, L’eresia e la visione - Pier Paolo Pasolini, Che paese meraviglioso era l’Italia … - Pier Paolo Pasolini, Il potere senza volto - Pier Paolo Pasolini, Il romanzo delle stragi  - Pier Paolo Pasolini, Acculturazione e acculturazione - Claudio Valerio Vettraino, Crisi e declino dell’intellettuale organico - Andrea Pesce, La società dello spettacolo da Pasolini a Guy Debord

 


Roberto Moro, Globalizzazione visioni e profezie
Bisogna rileggere, o almeno leggere Pier Paolo Pasolini, magari a partire dai testi che accompagnano questa riflessione. Perché, a così tanti anni di distanza dalla sua morte, Pasolini è ancora qui sulla nostra strada, la sua visione è il nostro presente e la sua profezia si è realizzata. Il disagio, il silenzio che hanno accompagnato in tanti anni la sua lezione la hanno, in qualche modo preservata, resa intatta e attuale. Questa sorta di magia è stata svelata: Pasolini, poeta, romanziere, regista, saggista è il grande intellettuale di un paese, di una società e di una cultura che più di ogni altra ha, da sempre, dichiarato guerra alla figura sociale della modernità occidentale, l’intellettuale appunto. E di qui possiamo cominciare.


Antonella Pierangeli, L’eresia e la visione
Nel corso degli anni che ci separano dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini è stato fatto oggetto di espliciti, ripetuti, quanto indebiti tentativi di appropriazione politica. Destra e Sinistra si sono contese orribilmente il suo pensiero, facendone spesso scempio con audacia e ignobile approssimazione. Ma Pasolini non si lascia imprigionare da nessuno; né tantomeno i tentativi di appropriazione postuma, di Destra come di Sinistra, possono minimamente scalfire quella che ormai dovrebbe essere stata acquisita come categoria onnicomprensiva del pensiero poetante e corsaro di Pasolini: l’impura incollocabilità, l’alterità, l’antinomia, l’opposizione. In altre parole, la sua impurezza estrema.

 

Pier Paolo Pasolini, Che paese meraviglioso era l’Italia …
Questo libro è un brano di tempo ritrovato. È qualcosa di materiale. Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto e erba, intonaci di case povere, interni coi modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza e innocente complicità. E com'è sublime il completo, totale disinteresse di Penna per ciò che accadeva al di fuori di questa esistenza tra il popolo. Niente è stato più antifascista di questa esaltazione di Penna nell'Italia sotto il fascismo, vista come un luogo di inenarrabile bellezza e bontà. Penna ha ignorato la stupidità e la ferocia del fascismo: non l'ha considerata esistente. Peggiore insulto non poteva — innocentemente — inventare contro di esso. Che Penna è crudele: non ha pietà per ciò che minimamente non è investito dalla grazia della realtà, figurarsi per ciò che n'è fuori o contro. La sua condanna — non pronunciata — è assoluta, implacabile, senza appello.

 

Pier Paolo Pasolini, Il potere senza volto
24, giugno 1974 - I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista. Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi?


Pier Paolo Pasolini, Il romanzo delle stragi
La ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.


Pier Paolo Pasolini, Acculturazione e acculturazione
Non vi è niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi.


Claudio Valerio Vettraino, Crisi e declino dell’intellettuale organico
In una personale ma allo stesso tempo radicalmente sociale riflessione, amara e pessimistica, Pasolini analizza l’ineludibile metamorfosi che sta trasfigurando il Paese da agricolo a industriale-terziario (nel breve arco di dieci anni, dal 1955-1965) e in cui si riflette la totalità dell’azione intellettuale dell’epoca, certificandone l’incapacità di attecchire e di preconizzare una possibile utopia, foss’anche artistica e di ridefinizione complessiva di un linguaggio, di uno spazio comunicativo orizzontale e democratico, in cui tutti possano dire la loro e denunciare il proprio stato di minorità e sottomissione. Nella progressiva emarginazione del suo essere coscienza “illuminata” d’avanguardia, Pasolini iscrive attentamente il processo storico attraverso cui il soggetto fino allora idealisticamente dominante e cioè la volontà-coscienza dell’autore o dell’intellettuale nel suo rapporto con la realtà, cede inesorabilmente il passo all’oggetto stesso del divenire storico, ai processi epocali che quotidianamente lo ridefiniscono agli occhi di chi lo sa carpire e comunicare attraverso l’arte, il cinema e la poesia.


Andrea Pesce, La società dello spettacolo da Pasolini a Guy Debord
Marx, già un secolo e mezzo fa, aveva capito che il capitalismo sarebbe degenerato verso la forma del più bieco consumismo. Egli tuttavia credeva che la morte del capitalismo si sarebbe verificata nel momento in cui l’offerta avrebbe superato la domanda, in una spaventosa abbondanza delle merci al consumo. Le cose sono andate un po’ diversamente. Nel nostro secolo almeno due “profeti” vanno menzionati in tal senso, per la loro opera di prosecuzione del pensiero di Marx nell’analisi della società consumistica: Pier Paolo Pasolini e Guy Debord rappresentano due punti di riferimento per tutti coloro i quali avvertono l’esigenza del cambiamento attraverso la critica sociale.
 

Fonte: Storia & Storici
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