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Roberto Moro
Editoriale – Roberto Moro
Elezioni: la tempesta perfetta e …
il Paese normale
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Per uscire dal coro e anticipare i tempi, la bonaccia, cominciamo a dire che un residuo di normalità, di pacatezza nei croceristi ancora è rimasto. È lì da vedere. Il 50% degli elettori ha disertato le urne. A leggerlo in positivo questo risultato della tornata elettorale (quello più significativo) è confortante. Sta a significare che esiste ancora libertà di giudizio, partecipazione (seppure al negativo), che il voto di scambio non ha trionfato, che vi è un senso di civile responsabilità e che la nave può contare su risorse vigili in grado di giudicare senza ricatti e consapevoli dell’inettitudine degli equipaggi e dei comandanti. Si riflette, si sta a vedere. Bollare di disaffezione verso la democrazia, parlare di censura verso il ceto politico, declamare ancora l’emergere dell’antipolitica esecrare il qualunquismo di chi si astiene, non solo è imbarazzante, è un errore di analisi e di prospettiva.
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La tempesta perfetta

La tempesta mediatica è in pieno sviluppo e per fortuna non siamo ancora nell’occhio del ciclone, quella zona di calma innaturale che, per un attimo, illude e sembra dar tregua, anzi. Violente correnti, onde possenti, sventate che incalzano e rendono impossibile un presa ferma sul timone, derive incontrollabili. E la barca va. Per tenersi in coperta, reggere il rollio e il beccheggio ci vuole stomaco, e coraggio. A scendere sottocoperta c’è il rischio di vomito e di contusioni. Ma a bordo c’è concitazione: comandi contrastanti, valutazioni affrettate, tattiche provvisorie, scelte che paralizzano. Confusione. Ma sono solo parole, parole e parole.
Il fatto è che la vicenda elettorale e la sua tempesta mediatica si trova schiacciata da altri eventi, altre tempeste della spettacolarizzazione che il quotidiano ci impone : la strage di Brindisi (il nome di “strage” è quello linguisticamente appropriato), il terremoto del Nord. Analisti, periodisti opinionisti, narratori del giorno per giorno, hanno fatto il pieno. Le pagine, gli schermi sono strapieni e tutto il sistema delle comunicazioni di massa sembra a rischio di collasso. Da che parte si può cominciare, quali le priorità dell’avviso ai naviganti?
Anche l’analisi del voto si è contaminata con il clima generale di questa tempesta primaverile: elezioni, stragi, terremoto sono divenuti sinonimi, il genere tragico trionfa e la scena è quella di un coro.
Per fortuna sono solo parole, parole e parole. Sempre le stesse agitate solo dalla intensità temporale degli eventi. Esecrazioni, indignazione, recriminazioni, momentanee speranze, angoscianti delusioni. E le direttive del comando sono sempre le stesse : cambiare rotta, riformare, “si salvi chi può”, “abbandonare la nave”. Gli occhi, e le critiche, sono puntate sugli Schettino di turno : la classe politica, e dirigente, di un Paese a rischio di naufragio. E così, inavvertitamente, dal genere tragico, si passa al drammatico poi al tragicomico, alla commedia dell’arte. Benvenuti in Italia.

 

Il paese normale

Per uscire dal coro e anticipare i tempi, la bonaccia, cominciamo a dire che un residuo di normalità, di pacatezza nei croceristi ancora è rimasto. È lì da vedere. Il 50% degli elettori ha disertato le urne. A leggerlo in positivo questo risultato della tornata elettorale (quello più significativo) è confortante. Sta a significare che esiste ancora libertà di giudizio, partecipazione (seppure al negativo), che il voto di scambio non ha trionfato, che vi è un senso di civile responsabilità e che la nave può contare su risorse vigili in grado di giudicare senza ricatti e consapevoli dell’inettitudine degli equipaggi e dei comandanti. Si riflette, si sta a vedere. Bollare di disaffezione verso la democrazia, parlare di censura verso il ceto politico, declamare ancora l’emergere dell’antipolitica esecrare il qualunquismo di chi si astiene, non solo è imbarazzante, è un errore di analisi e di prospettiva. Chi non è andato a votare, non è fuggito sottocoperta e non è sceso agli inferi, è sul ponte di comando e non concede alcuna fiducia a chi manovra.
La favola che la barca è ingovernabile non per difetto di comando, ma perché i passeggeri imbarcati ostacolano le manovre, ce la possiamo anche raccontare, ma favola resta. Per evitare il rischio personale e il caos da lui generato nei comandi, Schettino ha abbandonato la nave. I naviganti si ingegnano a cavarsela da soli. Cosa vi è di più normale, ragionevole, saggio ?
Si dirà che è il DNA nazionale, l’identità profonda del Belpaese: l’arte di arrangiarsi. Ma non è così. O almeno vi sono speranza ragionevoli che così non sia. Nel nuovo contesto dell’Europa e del mondo i 150 anni del percorso unitario che non passano mai, sono davvero passati. Il vecchio che da sempre avanza è, piaccia o non piaccia a fine corsa. È vero che il Belpaese è ormai un padiglione geriatrico, ma anche vero che i suoi vecchi confini stanno andando in frantumi. L’antropologia celtica e grecoromana è andata in frantumi e il 50% degli astensionisti, il Pese normale lo sa.
Certo i problemi che la nuova identità ultranazionale comporta sono enormi, ma inutile illudersi che a questo paese normale manchi una guida, un leader, un capopopolo, un tecnico taumaturgo. Non ci crede nessuno. L’offerta politica è scarsa e inadeguata perché è il pensiero che manca, non la capacità di formularlo. L’insieme di comandi, suggerimenti, analisi strategiche, geremiadi storiche che giungono dal ponte di comando lo certificano.

 

Un comune sentire

Varrebbe la pena di fare una accurata inchiesta sugli analisti (politologi e scienziati), opinionisti, showmen, “testimoni”, esperti, intelletuali che negli ultimi dieci, venti anni hanno occupato e ingombrato le pagine e gli schermi. Al minimo poche centinaia di personaggi, al massimo poco più di un migliaio. Varrebbe la spesa si calcolare il ricambio e l’alternanza, di rileggere in successione storica il loro pensiero. È una monotonia. Ci si chieda a chi mai si rivolgano se non a loro stessi, parlano solo tra loro. L’ “intellettuale”, si sa, nasce insieme ai mezzi di comunicazione di massa, è cresciuto e si è sviluppato nella “società dello spettacolo” è “organico” a questo “potere senza volto” e la sua funzione critica è a pagamento. Propagandista e grancassa mediatica (quel che si chiamava un tempo “impegno civile”) dei monolitismi ideologici del XIX secolo ormai defunti ha rovesciato il paradigma dei philosophes illuministi che coniugava poter e sapere nell’assunto che altro non è che la mercificazione del sapere: il sapere è ragione non certo di scambio, ma di partecipazione al potere, arte di arrangiarsi e di strisciare. È il “fare la corte”. Il problema dell'assenteismo diviene quello di un "bacino di utenza" da intercettere, un problema di marketing. Ma non è solo l' "offerte politica" che è inesistente è la capcità di governo e di innovazione sociale che manca.
La tempesta mediatica di commenti, analisi, sondaggi, rilevazioni e rivelazioni che accompagna l’evento elettorale non dice nulla di più di quanto il 50% dei cittadini elettori non sapesse prima del voto. Che il sistema Paese ha raggiunto la soglia caotica, che la classe dirigente non da garanzie di reggere il timone, che la navigazione è a rischio, tutti lo sanno, giovani, pensionati, disoccupati, il Paese normale, quello vero davvero. E che, farsi travolgere, partecipare, dividersi, stare al gioco significa dare via libera al naufragio è una percezione che diviene comune sentire. Non solo l’offerta di innovazione politica e sociale è inesistente, ma occorre evitare il peggio la disgregazione sociale, prendere le distanze. Benvenuti in Italia.

 

Osservando il sistema

Prendere le distanze significa essere consapevoli della complessità del sistema, un pensiero quello della complessità che non trova riscontro negli scenari di opinionisti, leader e testimoni eccellenti. Ma nel comune sentire vi è un percezione del fatto che le declamazioni dell’Italia unitaria sono sbiadite, che le mitologie dell’Italia repubblicana son andate in frantumi, che oltre alle parole che agitano la superficie, nel profondo, l’Italietta è archiviata: il sistema è complesso.
E tutti i sistemi hanno la loro coesione, si trasformano lentamente, si rigenerano per effetto della forza centripeta di tutte le loro componenti, si auto aggiustano per reggere il mutamento, fino a raggiungere i confini del caos.
L’Italia, sistema/paese istituzionalmente fragile fin dalle origini del suo processo unitario, ha raggiunto, dopo meno di un secolo, i confini del caos nel 41/45. Collasso e frantumazione. La rigenerazione dell’esperienza repubblicana non ha conosciuto miglior fortuna e, lo sappiamo tutti, la democrazia voluta dai Costituenti è ormai appannata. Gli apparati dello Stato gestiti da una classe dirigente in via di lenta archiviazione per ragioni demografiche sono un fragile tessuto per garantire coesione sociale. Qui siamo davvero in quella zona innaturale di calma piatta che è l’occhio del ciclone.
Il “sistema” nel suo complesso e nella sua complessità, anche questo lo sappiamo tutti, sta reagendo al rischio, del tutto prevedibile, di un collasso, una ulteriore frantumazione. E le strade per la ricomposizione sono due. Due rotte i croceristi possono scegliere: por mano alle vele e al governo della nave in tempesta e riaffermare i diritti di cittadinanza nel quadro delle istituzioni repubblicane o accettare che la frantumazione del sistema si ricomponga in modo informale, "al nero", oltre le istituzioni democratiche nella sfera della illegalità.
E poiché questa sfera si è a dismisura dilatata nel Belpaese, sino a divenire uno stile di vita promosso e propagandato dalla classe politica e dirigente, è facile immaginare il nuovo modello sistemico che può garantire la coesione di una società in frantumi e sommersa. L’emergenza del malaffare come tessuto forte e profondo di coesione e di regole alla rovescia condivise per forza di consuetudine alla coercizione. Una solidarietà immorale senza libertà.
Ai passeggeri che osservano le manovre dei comandanti, la tempesta sembra offrire la scelta tra queste due possibili rotte.
Ma la tempesta mediatica infuria e la visibilità è zero. Stiamo a vedere. E benvenuti a bordo.

 

Roberto Moro

Fonte: Storia & Storici
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