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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Antonio Martelli
Cento giorni per l’Euro?
cronache della crisi 1 – agosto 2012
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Al Festival dell’economia svoltosi a Trento in giugno il finanziere ungherese americanizzato George Soros ha dato all’euro 100 giorni di tempo per salvarsi: 100 giorni voleva dire arrivare al massimo a settembre e quasi ci siamo. Non consola il ricordare che vent’anni fa lo stesso Soros fu tra gli artefici della crisi valutaria italiana: anzi, è un pessimo segnale, tanto più che egli è certamente fra gli operatori finanziari cui un crollo dell’euro no dispiacerebbe. La partita è aperta e l’opzione euro si / euro non esiste. A battersi per il si sono in prima fila due italiani con due approcci diversi ma convergenti, l’iperattivismo di Mario Monti e la sapiente fermezza di Mario Draghi. Sembra che gradualmente il loro ottimismo della volontà cominci a contagiare anche gli attori principali, prima di tutti i tedeschi o almeno una parte di loro. Eppure, gli scenari alternativi sono, come dall’inizio della crisi, sempre due.
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I miracoli non si ripetono, asserisce un vecchio adagio. Ma forse le disgrazie lo fanno. Sono esattamente venti anni da che l’Italia fu quasi travolta da una crisi valutaria di inusitata gravità, che la obbligò a uscire dal Sistema Monetario Europeo: e il fatto che la stessa sorte toccasse alla sterlina britannica non rendeva meno amara la medicina e meno gravi le sue conseguenze a medio e lungo termine. Allora la crisi era causata soprattutto dallo squilibrio insopportabile della bilancia dei pagamenti, adesso lo è dalla sfiducia dei mercati nella capacità di tenuta del debito pubblico. E allora come adesso la difesa si è attestata anzitutto sulla riduzione dei costi interni, sulle famigerate manovre, tra cui nel 1992 quella da 100 mila miliardi del governo Amato, accompagnata da un congelamento temporaneo dei conti correnti bancari. C’è però una differenza importante: allora cercammo la soluzione del problema fuori dall’Europa: e infatti, allentata o meglio eliminata la disciplina valutaria,sopravvenne una pesantissima – il cambio col marco passò in pochi giorni da 750 a 1200 lire – le esportazioni ripartirono e con esse la ripresa economica, anche se drogata. Adesso la soluzione la cerchiamo nell’Europa.

Da allora, infatti, molta acqua è passata sotto i ponti. Adesso, soprattutto, c’è l’euro. Abbandonare l’euro comporterebbe per l’Italia costi ed effetti negativi rispetto ai quali quelli sopportati nel 1992 sarebbero soltanto un pallido ricordo. Infatti, questa volta non si tratterebbe solo di noi – gli inglesi si sono chiamati fuori già molto tempo fa – ma a essere travolta sarebbe l’intera costruzione monetaria europea. Al Festival dell’economia svoltosi a Trento in giugno il finanziere ungherese americanizzato George Soros ha dato all’euro 100 giorni di tempo per salvarsi: 100 giorni voleva dire arrivare al massimo a settembre e quasi ci siamo. Non consola il ricordare che vent’anni fa lo stesso Soros fu tra gli artefici della crisi valutaria italiana: anzi, è un pessimo segnale, tanto più che egli è certamente fra gli operatori finanziari cui un crollo dell’euro non dispiacerebbe.

La partita è aperta e l’opzione euro si / euro no esiste. A battersi per il si sono in prima fila due italiani con due approcci diversi ma convergenti, l’iperattivismo di Mario Monti e la sapiente fermezza di Mario Draghi. Sembra che gradualmente il loro ottimismo della volontà cominci a contagiare anche gli attori principali, prima di tutti i tedeschi o almeno una parte di loro. Eppure, gli scenari alternativi sono, come dall’inizio della crisi, sempre due. Il primo parte dalla constatazione che l’euro non è riuscito ad avvicinare le economie e tanto meno ad armonizzare le politiche economiche dei paesi dell’eurozona quanto sarebbe stato necessario per farne una costruzione robusta e vitale. L’euro è nato da un compromesso fra Germania e Francia dopo che la prima si era riunificata. I francesi temevano che la Germania avrebbe potuto essere tentata dal “fare da sola” riunendo intorno a sé i paesi di una Mitteleuropa estesa magari a propaggini nell’Europa Orientale, nel Benelux e in Scandinavia: e magari che, in una situazione del genere, avrebbe potuto essere ripresa anche da altre, assai spiacevoli, tentazioni. I tedeschi temevano che gli altri paesi europei, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, sarebbero stati temibili concorrenti con le loro monete svalutate, ma d’altra parte non volevano essere contagiati dal disordine monetario e di bilancio di quelli. Il risultato è stato, appunto, un compromesso: moneta unica, si, ma anche rinnovato impegno da parte di tutti al rigore di bilancio e Banca Centrale Europea a Francoforte, una scelta certamente non solo simbolica. La BCE, naturalmente, avrebbe dovuto seguire la stessa rigida politica monetaria della Bundesbank. Quanto all’unione politica, questa era rinviata a un futuro indeterminato. Le cose hanno funzionato abbastanza bene per quasi un decennio, tanto da far crescere il valore della moneta unica fino a quasi 1,5 volte quello del dollaro. Ma alla prova della crisi finanziaria ed economica internazionale molti nodi sono venuti al pettine.

L’euro, argomentano alcuni, non può sopravvivere in queste condizioni. Lo si sostiene da diversi ambienti tedeschi, anche se finora quel governo ha mostrato di non allinearsi a questa valutazione, lo sostengono molti economisti americani e inglesi, cui non dispiacerebbe che l’euro, almeno “questo” euro, scomparisse dalla faccia della terra. Se ne era fatto interprete l’economista italiano Luigi Zingales, docente di economia a Chicago, in un ampio e ponderato articolo sul Sole all’inizio di maggio, un articolo che avrebbe meritato l’apertura di un ampio dibattito, che in realtà non c’è stato. Il fatto è che le economie del Nord e del Sud dell’Europa sono troppo diverse, prevalentemente manifatturiera la prima, prevalentemente turistica la seconda: una divisione, si può aggiungere, che passa all’interno della stessa Italia, anche se con caratteristiche specifiche (ma questo vale per tutti i paesi europei). Questo a non parlare dei divari di produttività, che i trasferimenti possono addirittura far crescere, dato che permettono a molte imprese inefficienti di sopravvivere. Ma poi, si afferma, è la stessa natura, sono le stesse attitudini dei popoli a essere diverse: pretendere che, solo per effetto dell’euro, un finlandese consideri un greco some un suo eguale è davvero troppo.

E allora? La soluzione, sostengono coloro che condividono questo orientamento, non può essere che una: tornare alle valute nazionali. O magari, far sì che escano dall’euro i PIGS, i paesi incapaci di mettere ordine in casa propria. Dopo averli obbligati a “compiti a casa” che sono diventati, oggettivamente, una camicia di forza tale da rendere impossibile qualsiasi avvio di ripresa, l’hic Rhodus e insieme la beffa sarebbe di rendere impossibile la creazione di un solido fondo salva stati: e la speculazione potrebbe sferrare l’assalto finale.

C’è però un secondo scenario, per quanto duro e difficile. Intanto, le cose vanno poste nella giusta prospettiva, che deve partire anzitutto dalle comparazioni. Per quanto in ritardo siano stati governi e istituzioni europee nell’avvertire la pericolosità della crisi, non va neppure dimenticato che nell’autunno del 2008 il Congresso degli Stati Uniti si rifiutò di concedere i fondi necessari a evitare il fallimento della Lehman Brothers, precipitando così il mondo nella crisi più grave dal 1929. La realtà è che tutti sono stati colti di sorpresa dalla crisi e dalla sua persistenza e durata: si è ritenuto che si trattasse al più di una fase di rallentamento dei cicli economici cui eravamo abituati e non di una trasformazione più profonda, che richiedeva ben altri mezzi e impegni di quelli consueti dal 1945 in poi.

Gli storici economici concordano nell’addebitare il prolungarsi della Grande Depressione alle politiche protezionistiche adottate praticamente da tutti i paesi più importanti. Questa è quindi una strada da non ripercorrere mentre la caduta dell’euro ne sarebbe il primo tratto: ma quale altra allora? Le prossime poche settimane diranno se la luce che Monti afferma di scorgere in fondo al tunnel porterà a intravedere la soluzione al problema centrale che queste secondo scenario porta con sé: salvare l’euro facendo ripartire la crescita senza per questo compromettere la stabilità monetaria e finanziaria.

 

Antonio Martelli

1 agosto 2012

Fonte: Storia & Storici
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