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Roberto Moro
Antonio Martelli
Mario Monti: sforzi disperati, ma una credibilità in forse
Cronache della crisi 2 – agosto 2012
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La crescita economica dell’Eurozona è debole nella media ed è negativa in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Il debito pubblico di questi paesi continua a salire, anche se a velocità inferiore a quella del recente passato. Ma il punto forse più delicato è che il dibattito sulla crisi e l’inafferrabile ripresa sta diventando un dibattito su cosa fare dell’euro. Soprattutto nei paesi in maggiore difficoltà, Grecia e Italia in particolare, ma anche altrove, negli ultimi mesi molte voci si sono levate in favore dell’abbandono della moneta unica.
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Una gran parte dell’agosto è trascorsa senza che si sia materializzato il paventato assalto finale della speculazione volto ad abbattere l’euro. Scampato pericolo? Meglio non illudersi troppo. La Banca Centrale Europea ha messo in campo tutta la sua potenza di fuoco per evitare il tracollo e fino ad ora c’è riuscita: le borse sono tornate a crescere un po’ e gli spread sono rimasti sotto controllo. Ma la situazione resta precaria, molto precaria.

La crescita economica dell’Eurozona è debole nella media ed è negativa in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Il debito pubblico di questi paesi continua a salire, anche se a velocità inferiore a quella del recente passato. Ma il punto forse più delicato è che il dibattito sulla crisi e l’inafferrabile ripresa sta diventando un dibattito su cosa fare dell’euro. Soprattutto nei paesi in maggiore difficoltà, Grecia e Italia in particolare, ma anche altrove, negli ultimi mesi molte voci si sono levate in favore dell’abbandono della moneta unica. Fra queste, per cominciare, quelle di politici di tutti i partiti: in agosto, il segretario della Lega Nord, Roberto Maroni, ha preannunciato la richiesta di un referendum sull’argomento ed è facile prevedere che alla ripresa autunnale anche altri, Beppe Grillo tanto per non fare nomi, si muoveranno nella stessa direzione. Quotidiani di destra e di sinistra fanno a gara nell’auspicare che l’Italia abbandoni l’euro. Ma in questo senso si sono pronunciati anche economisti molto stimati. Paolo Savona, per esempio, ha fortemente sostenuto nel suo ultimo libro questa tesi, il cosiddetto Piano B, come strada per la riconquista della sovranità e il rilancio dell’economia. L’euro rappresenterebbe infatti, da questo punto di vista, un vincolo esterno particolarmente soffocante. All’obiezione che l’uscita dall’euro comporterebbe una ripresa dell’inflazione, l’economista risponde che in definitiva si tratta di scegliere fra un’inflazione del 20% e una disoccupazione dello stesso ammontare: e la seconda è ben più preoccupante, anche per gli assetti democratici interni, della prima. Un altro esempio è quello di Pitagora, pseudonimo di un esperto che scrive sul Manifesto (alla sinistra italiana l’euro non è mai andato davvero giù). Dal suo punto di vista la situazione è precipitata a un punto tale che in assenza di acquisti di quantità elevatissime di titoli di stato da parte dell'Eurosistema, non si può che predisporre un'uscita ordinata dalla moneta unica. Ma non è detto che sia un dramma; l'euro non può essere un tabù. Con l'attuale livello di sviluppo delle tecnologie informatiche, continua Pitagora, e delle reti telematiche, la moneta unica costituisce essenzialmente un mero valore simbolico, perché i vantaggi negli scambi sono trascurabili; viceversa, in assenza di un piano di convergenza verso un'unione istituzionale ed economica, la moneta unica costituisce un insuperabile fattore di rigidità.

Su questo si potrebbe discutere a lungo: viene però in punta di penna un ricordo su Pitagora (quello antico) e le sue teorie, basate su una combinazione fra matematica e misticismo, col risultato di una certa confusione. È però vero che, se in Italia si afferma da più parti che fin quando resteremo nell’euro la ripresa potremo scordarcela, in un numero crescente di ambienti dell’Europa del Nord si afferma apertamente che meglio farla finita e accettare la realtà: l’euro è un morto che cammina. E forse non si tratta più di una minoranza. Questi ambienti affermano apertamente che l’unica soluzione rimasta è riconoscere le differenze insanabili e spezzare consensualmente l’area euro in due o magari anche più aree autonome. In Germania si comincia ad attaccare apertamente Mario Draghi e la politica della BCE, accusati di compromettere la stabilità della banca con i massicci acquisti di titoli pubblici italiani e spagnoli, considerati poco meglio che spazzatura. E non si tratta solo della Germania: la deriva antieuro contagia ormai diversi altri paesi. L’Olanda per esempio, che già nel 1997 aveva alzato le barricate contro l’ipotesi che l’Italia potesse essere ammessa nella moneta unica, ma anche l’Austria, il Belgio, la Finlandia.

E allora? La linea ufficiale e le azioni concrete dei governi e delle istituzioni europee resta pur sempre quella della difesa a oltranza dell’euro. Ma i rischi si vanno accentuando. In casi come questo, allora, può essere utile rivolgersi a una voce extraeuropea e quindi, quanto meno in ipotesi, meno direttamente coinvolta nella controversia. Paul Krugman è un economista americano con credenziali di prim’ordine – è insignito del Premio Nobel – nonché accanito polemista, con una interminabile bibliografia di libri e articoli. Keynesiano convinto, egli sostiene da tempo che per uscire dalla crisi sia necessario iniettare nel sistema economico massicce dosi di liquidità, anche a costo di far ripartire l’inflazione: una tesi che sostiene a spada tratta nel suo libro appena uscito, Fuori da questa crisi, adesso!. Quanto all‘euro, egli non fa sconti: comincia anzi sostenendo che adottarlo è stato un grave errore. L’Europa non era, e non è, un insieme omogeneo, perché i paesi che vi hanno aderito mantengono la sovranità sul proprio bilancio e sul proprio mercato del lavoro, ma non hanno più le loro monete. E questo inasprisce la crisi, che mette quei paesi anche davanti al rischio di un blocco della loro liquidità, un caso classico da circolo vizioso. Ma detto questo, e altro ancora, oggi l’uscita dall’euro sarebbe secondo Krugman un errore molto peggiore di quello iniziale che lo ha creato. Tanto per cominciare, qualsiasi paese che desse l’impressione di volerlo fare dovrebbe vedersela subito con una corsa agli sportelli delle banche, perché i depositanti vorrebbero trasferire i loro fondi sia nei paesi più solidi dell’ex eurozona, sia altrove. Il ritorno alle monete nazionali creerebbe enormi problemi giuridici, perché tutti i debiti e tutti i contratti sono in euro. Inoltre, il crollo della moneta unica sarebbe una gravissima sconfitta politica per il progetto europeo di unità e democrazia attraverso l’integrazione economica, un progetto importantissimo per l’Europa e anche per il mondo. E. dulcis in fundo, da la fine dell’euro la ripresa non sarebbe affatto assicurata: non per tutti, almeno.

Tenetevi l’euro, sembra dire il guru dell’economia, e date piuttosto una mano a Barack Obama, la cui rielezione non è affatto scontata, stimolando la ripresa: quel che accade su una sponda dell’Atlantico si riverbera presto anche sull’altra. Il fatto è però che la vera partita non si gioca genericamente in Europa ma specificamente in Germania, e si gioca sul terreno degli aiuti ai paesi in difficoltà. L’Italia di Mario Monti fa sforzi quasi disperati per poter affermare che si tirerà fuori dalle peste da sola, ma la sua credibilità al riguardo è quanto meno in forse. Se a Berlino dovesse prevalere la tesi secondo cui gli aiuti significano soltanto far pagare agli elettori tedeschi i debiti dei cittadini dei paesi spendaccioni … conoscendo un po’ i tedeschi, che fanno tutto seriamente, anche gli errori, dire che c’è da preoccuparsi sarebbe un eufemismo.

 

Antonio Martelli

25 agosto 2012




 

Fonte: Storia & Storici
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