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Roberto Moro
Berto Romero
Globalizzazione, internet e … ritorno
Corrispondenza di viaggio – Copenaghen settembre 2012
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Il “diamante nero” è la biblioteca nazionale di Danimarca. Un palazzo di cristallo nero che si affaccia sul grande fiordo. Otto piani inondati di luce, due teatri di prosa, un auditorium, videoteca, sale da esposizione, caffetteria, ristorante, terrazza sul mare, novecento posti a sedere, internet gratis, tre milioni di volumi. Silenzio. C’è tutto e c’è posto per tutti.
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Globalizzazione - Internet - … e ritorno

 

 

 

 

 

Globalizzazione

L’auto è giapponese, un vecchio modello Honda; il taxista è pakistano, ma curiosamente il videoclip, che compare sul piccolo schermo a beneficio del cliente, propone una canzone magrebina. Una nennia mortale, interminabile.
Sono a Copenaghen (seicento mila abitanti) sbarcato da un volo della QT (Qatar airways) che imbarca hostess slave e un pilota svedese. Il mio Hotel “la petite maison” (37 stanze in pieno centro storico) è gestito da un brasiliano che mi segnala subito un ristorante indiano (cucina del sud). Ci lavora un suo amico italiano: Giuseppe. Si chiama Giuseppe: Giuseppe Caldoro.
Colazione a Starbucs che offre caffè aromatico boliviano (di montagna) a una clientela di turisti prevalentemente tedeschi. I vichinghi, i danesi veri, li incontro all’angolo di una strada innominabile (la fonetica della lingua danese è per me proibitiva). Offrono un giro sul loro riksho per poche corone. Tra loro e con i potenziali clienti parlano in inglese. Parlano e pedalano, pedalano e parlano tutto il giorno.
Niente traffico, tutto è pedonalizzato e l’unico rischio sono le biciclette (cinesi) che filano, silenziose e temibili, ad alta velocità. Niente traffico, marciapiedi che non finiscono mai, rari mezzi pubblici in movimento, piste ciclabili che sona autostrade. Ci si abitua subito a tutto: camminare, pedalare, rispettare il silenzio e le regole. Sono i giovani che te lo insegnano, perché Copenaghen è piena di giovani di tutte le razze e di tutte le lingue (l’incremento demografico è affidato all’immigrazione): a essere “in età” ti senti a disagio e … quindi sei giovane. La città è tutta nuova, rifatta negli ultimi trent’anni. Una città di vetro e di mare.

 

Internet

Il “diamante nero” è la biblioteca nazionale di Danimarca. Un palazzo di cristallo nero che si affaccia sul grande fiordo. Otto piani inondati di luce, due teatri di prosa, un auditorium, videoteca, sale da esposizione, caffetteria, ristorante, terrazza sul mare, novecento posti a sedere, internet gratis, tre milioni di volumi. Silenzio. C’è tutto e c’è posto per tutti.
I volumi ormai non li chiede nessuno. Tutti lavorano in rete. Prendo una mail di Matteo che mi scrive da Amsterdam e rispondo. E riesco anche a fare una breve conversazione via skipe (cuffie e sussurri) con Federico che sta in Cambogia. Lo spettacolo del fiordo e dei battelli che mi passano sotto gli occhi oltre la grande vetrata, mi distrae.
C’è un “lettore” a poca distanza dalla mia “postazione”: scambio di sorrisi e cenni di saluto. Un orientale, un mongolo? Ma no: è un inuit groenlandese ormai naturalizzato canadese. Studia a Monteral, all’università del Quebek. Lavora su un insediamento vichingo appena scoperto al nord di Roskilde ed è in contatto con un ricercatore italiano che ormai è divenuto un amico. Si chiama Giuseppe, Giuseppe Caldoro. Lavorano insieme attivamente su Wikipedia (portale archeologia). Il mondo è piccolo.
Erik Thormuds, questo è il suo nome, mi fa fare un giro in rete dell’Università. Campus, attrezzature sportive, palazzi di cristallo, corsi online
La terrazza della caffetteria è frequentata. Si chiacchiera e si perde tempo senza mai mollare il computer. La novità del giorno è il successo di un complesso della Polinesia francese (Bora Bora) di sole percussione debuttato a Copenaghen proprio ieri sera al parco dell’Università. Un ritmo indiavolato e catartico che ho sentito dal vivo un anno fa a Tahiti: il mondo è piccolo.
Alcolici e birra sono vietati, ma il caffè scorre a fiumi e il ricercatore mongolo/canadese mi offre un giro alla pizzeria “Sole & Italia” che è gestita da un gruppo di greci capitati lì per caso una decina di anni fa. Lui li frequenta in rete da anni: il posto è sicuro.
Fuori biciclette e biciclette, filano via veloci, ma l’impressione è quella di un mondo lento, riflessivo, svagato. C’è tempo per tutti e il tempo sembra di tutti.
Dopo il concerto alla Opera house, un capolavoro di architettura che porta la firma di un danese celebre a livello planetario (Henning Larsen) , ma ormai redente in Australia, la serata si conclude al Shiva, il ristorante indiano dove mi accoglie Giuseppe (28 anni). Gentilissimo, professionale, suggerisce le specialità della casa e ne fa anche la storia: il ristorante, di proprietà russa, è gestito da norvegesi che sono stati a lungo in Kerala. Giuseppe sta in Svezia a Malmo e tutti i giorni fa il pendolare con Copenaghen attraversando il ponte Öresundsbron (sedici chilometri sullo stretto di Öresund). “In Svezia si sta molto meglio: c’è molto meno traffico. La città è tranquilla e costa poco”
“Ma come è che sei finito a Malmo?”
“Ho fatto l’Università di Cassino: Scienze politiche. Poi una specializzazione a Lovanio (letterature nordiche) e di lì …”
“Ma, scusa Giuseppe, tu qui cosa ci fai?”
“Mi pagano … Mi pagano bene”
“Ma l’archeologia vichinga … il tuo lavoro di ricerca?”
“Ma quella è per il momento la mia passione”
“E per il futuro?”
“Il futuro, e lei lo sa certo meglio di me, il futuro lo si consce solo quando è passato”.
Insomma, si direbbe che ha Copenaghen c’è boheme senza povertà.
All’hotel l’ingresso è ingombrato da una comitiva di coreani spaesati e confusi … “buonanotte”. Non saprei in che lingua augurarla.

 

… e ritorno

Copenaghen fa meno mezzo milione di abitanti, ma l’idea è che tutti, tutti sono all’aeroporto. L’aeroporto Kastrum smista 22 milioni di passeggeri all’anno (Linate ne fa meno di 9). La pressione demografica è enorme, persino eccitante e la vita sembra, per un attimo, riprendere tutto il suo ritmo latino. Rumore, agitazione, gente che corre in gruppo e da sola: un ipermarket. Funziona tutto, ma l’incantesimo è finito.
A Linate è il solito dramma. Non c’è la scaletta per scendere dall’aereo; il pullman, che stiva i passeggeri e i bagagli all’inverosimile, è in ritardo; la consegna bagagli un atto di fede collettivo; al taxi la coda e … il taxista un cafone. Ingorgo in città e si cambia percorso. Ai Navigli c’è odore di fogna. Alla Sormani (la biblioteca) è un tutto esaurito, ma internet oggi non funziona … si direbbe che non c’è boheme e c’è povertà. La città è piena di extracomunitari e badanti e i vecchi ingombrano tutto. Non ci sono marciapiedi, aree pedonali, piste ciclabili e il traffico impesta tutti.
Sarà anche vero che “c’è del marcio in Danimarca”, ma a Milano ….
Benvenuto a Milano!


Berto Romero - 10 settembre 2012

 

Dovunque andiamo

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.
E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.

Henrik Nordbrandt - Copenaghen 1945




Fonte: Storia & Storici
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