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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Giuseppe Galasso
Storici italiani del Novecento
Lo stato della ricerca storica in Italia
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Quale è il ruolo della storiografia nel secolo della globalizzazione e della rottura dei tradizionali confini di spazio e tempo che la cultura della modernità aveva fissato per un racconto unitario della storia universale? Che responsabilità portano gli storici nella costruzione del nostro tempo presente? È possibile una storiografia oltre i canoni del nazionalismo e dell’ideologia? Nel pluralismo delle voci dei maggiori satirici italiani del Novecento è forse possibile rispondere a questi interrogativi.
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[audio - testo correlato]

 

L'insoddisfazione per gli studi storici in Italia e le sue ragioni - La fase ideologica della storiografia italiana - L'Università: ricerca e didattica - Una storiografia di notevole profilo e le sue ombre - Paradosso italiano e crisi della storicità e della storiografia - Paradosso italiano e crisi della storicità e della storiografia

 

L'insoddisfazione per gli studi storici in Italia e le sue ragioni.

È stato, ed è, frequente fra gli studiosi italiani degli ultimi quattro o cinque decenni un giudizio, e prima ancora di un giudizio, una impressione di provincialità e di incompleto aggiornamento degli studi storici nel loro paese. A consolidare e ad aggravare questo giudizio e questa impressione ha poi certamente contribuito il mutamento che dopo la seconda guerra mondiale si è avuto nei rapporti scientifici e culturali tra i paesi considerati di primo piano da questo punto di vista. In forza di tale mutamento è venuta accentuandosi una certa (per così dire) riduzione periferica di alcuni paesi, che fino al 1939-1940 occupavano ancora un certo posto nella graduatoria internazionale (se così si può dire) degli studi. Tra questi paesi certamente rientra l’Italia […]

Pur tenendo conto di queste circostanze di grande rilievo, resta tuttavia il fatto che il giudizio sugli studi storici italiani, ' se non è stato generoso fuori d'Italia, lo è stato ancora assai di meno fra gli italiani stessi. Non entriamo qui nel dettaglio di tale giudizio, né dell'impressione da cui esso può essere nato e che ha, a sua volta, alimentato. Vogliamo soltanto osservare che si tratta, comunque, di un giudizio largamente infondato. Già nelle storie della storiografia in altra lingua la storiografia italiana del secolo XIX apparve a Croce, che aveva ragione a notarlo, assai scarsamente o addirittura per nulla considerata; e, come si sa, fu per reagire a questo dato di fatto che lo stesso Croce scrisse la sua Storta della storiografia italiana nel secolo decimonono (1921), che, tuttavia, non è valsa a far sì che la storiografia da lui studiata occupasse in seguito un posto maggiore nelle storie della storiografia europea. Lo stesso, e ancora di più, si può osservare per il Novecento, per il quale non si dispone neppure di un'opera come quella del Croce per il secolo precedente, che, nonostante tutti i suoi limiti, offre pur sempre un quadro di insieme di prezioso orientamento e di primo e sicuro giudizio.

Quale riconoscimento hanno avuto e hanno da questo punto di vista figure di storici come Gioacchino Volpe, come Adolfo Omodeo o, per stare agli anni a cavaliere delle due guerre mondiali, come Federico Chabod, come Gino Luzzatto, come Arnaldo Momigliano, come Giorgio Falco, come Ernesto Sestan, come Delio Cantimori? […] Il confronto è evidentemente da fare con quegli storici coevi che sono rimasti nella circolazione culturale corrente, con maggiore o minore fortuna, ma certamente con una evidente presenza: i Pirenne, i Bloch, i Febvre, i Meinecke, i Trevelyan, i Turner, per fare alcuni nomi, dei quali nessuno, crediamo, pensa che la fama e il ricordo siano affidati soltanto agli specialisti. […]

Nel primo ventennio post-bellico si sommarono così vari movimenti e impulsi: si ebbero le prove della piena maturità per la generazione degli studiosi già affermatisi prima della guerra; emerse tutta una leva di nuovi studiosi che si qualificarono ben presto come realizzatori di imprese storiografiche notevoli; si instaurò una fervida discussione sulle opzioni storiografiche che ora apparivano in gioco; si tenne un collegamento intenso e vivificante, anche se in parte fuorviarne e depotenziante, con gli orientamenti militanti della vita politica e culturale del paese; si riprese un più assiduo e profondo contatto con la ricerca e con gli studi storici fuori d'Italia; si diffuse la cultura storica transalpina con larghezza perfino eccessiva (nel senso che fu spesso dato credito a studiosi senz'altro modesti perché erano di certi paesi e i titoli dei loro libri evocavano i nuovi idoli storiografici); gli studi di storia contemporanea presero tutto un nuovo, inedito sviluppo; gli studi di storia locale si avviarono in senso più moderno e «scientifico» di quanto fosse mai accaduto nella prassi storiografica prevalente; si costruirono tematiche, rappresentazioni e interpretazioni - restate poi a lungo all'ordine del giorno - di alcune questioni che apparivano di primaria importanza e di grande attualità storiografica. Tuttavia, anche in questa fervida stagione emersero difficoltà e insoddisfazioni il cui pieno significato sarebbe apparso più chiaro in seguito. (pagg. 17-22)

 

La fase ideologica della storiografia italiana.

Nell'immediato dopoguerra le carenze istituzionali, se non si vuol dire strutturali, della ricerca, pur essendo già avvertite, non furono, peraltro, messe debitamente a fuoco. Prevalsero allora, nel dibattito e negli interessi politico-culturali, le polemiche sulle implicazioni politiche e ideologiche del lavoro storico. Si parlava correntemente di storiografia liberale, cattolica, marxista (o, piuttosto, per le particolarità italiane, gramsciana), laica o di altro simile genere. E ciò non accadeva soltanto per coloro che effettivamente in tutto o in parte svolgevano e sostenevano tesi ideologiche.[…]. E ciò spinse allora a una rivendicazione di quella che fu definita la «libertà della memoria» e che, per quanto criticamente molto discutibile, e senza grande consistenza metodologica, pure rap¬presentò una opportuna e comprensibile reazione a quel costume, così metodologicamente arrischiato, che esaltava l'ideologia come carattere fondante della ricerca e dei suoi fini. […] Si trattava, insomma, di una fase storiografica che sacrificava parecchie (troppe) cose della tradizione nazionale ma rea pur sempre un rinnovamento e , almeno per alcuni versi, un progresso. E fu lo slancio di questa fase a determinare una tensione culturale e un impegno di studio in cui i problemi dell'adeguamento istituzionale e organizzativo della ricerca, di cui, come si è detto, non si mancava di prendere progressivamente coscienza, vennero sostanzialmente superati di fatto in vario modo o posposti all'urgenza di ciò che si sentiva come proprio compito attuale, oppure addirittura ignorati. Probabilmente, il livello spesso di alta qualità' degli studi storici in Italia consentì questi atteggiamenti alquanto più di quel che sarebbe stato tollerabile. (pagg. 24-25)

 

L'Università: ricerca e didattica.

[…] Qui sarebbe innanzitutto da sottoporre a nuovo esame quello che costituì uno dei punti più rilevanti nella concezione dell'università europea sia nel suo modello tedesco che in quello francese a partire, più o meno, dai tempi di Napoleone: ossia, lo stretto collegamento tra ricerca e didattica in una forma, per così dire, immediata e diretta (in quanto l'assunto era ritenuto costitutivo del concetto stesso di università) e in tempi corrispondenti a tale forma, e, cioè, in pratica, in tempo reale. Era un'idea della cultura e della funzione dell'università indubbia¬mente di alto profilo. Essa era, però, legata a una realtà sociale dell'università come livello di istruzione superiore, ma di élite. Nel frattempo, e fin troppo rapidamente dopo la seconda guerra mondiale, l'università è profondamente mutata già, innanzitutto, nella sua fisionomia sociale. Da scuola di élite si è trasformata in scuola di massa; da livello superiore dell'istruzione in una società ancora legata alle gerarchie tradizionali è diventata il / livello ultimo di istruzione per una società di massa. […]

Tutto ciò concorre a rendere ormai sempre più problematico il rapporto tra didattica e ricerca, almeno nel senso in cui una volta lo si intendeva, anche se in gran parte dei docenti si rilutta a prendere coscienza del problema o addirittura lo si ignora. La ricerca universitaria si è perciò sempre più confinata nelle scuole di dottorato, nei corsi per master, in centri di specializzazione e di eccellenza, in istituti superiori e simili altri livelli, tutti sostanzialmente post-universitari. Peraltro, di questi stessi livelli - pur di recente formazione - si lamenta già una sorta di inflazione, che fa sentire ancora più .vivo il bisogno di distinguere più che mai in questo campo, in qualche modo davvero attendibile (e, se possibile, istituzionale), la qualità rispettiva di tante moltiplicazioni di un modulo che richiederebbe un rassicurante livello di effettiva funzionalità e di rispondenza alla finalità prefissasi. Di questo modulo la stessa inflazione qui deplorata fa sentire maggiormente il bisogno e porta sempre più ad apprezzare i centri e gli istituti di effettiva alta qualità, che certo nel panorama italiano non mancano. Un pessimismo ancora maggiore si è allo stesso tempo diffuso quanto alla possibilità di un rinnovato rapporto fra ricerca e didattica nel secondo livello degli studi universitari, delineatosi con la loro articolazione in un primo corso triennale e in un secondo corso biennale; e questo per ragioni che in vario modo si legano alla condizione generale dell'università. Peraltro, dopo appena qualche anno di applicazione della distinzione fra triennio e biennio, gli studi universitari hanno subito ancora una modificazione di ordinamento, sulla quale è troppo presto per pronunciarsi.

Non si tratta - anche questo va detto - di problemi soltanto italiani. E generale ormai la deplorazione dello scadimento che si ravvisa nelle università europee rispetto a quelle americane, nelle quali la ricerca e gli studi appaiono ben più fiorenti, e certamente non soltanto per un'assai maggiore disponibilità di risorse finanziarie. Nel caso italiano, tuttavia, i problemi appaiono tutti di una dimensione maggiore e più grave, e ciò anche perché i livelli tradizionalmente più pertinenti a un'attività di ricerca (Consiglio delle ricerche, Istituti storici, centri di specializzazione e di eccellenza post-universitari) presentano vecchi caratteri insoddisfacenti rispetto ad analoghe strutture di altri paesi, mentre il quadro universitario è reso più incerto e agitato da una non comune frequenza di provvedimenti di riforma, dei quali si potrebbe anche dire che plus ca change, plus c'est la mème chose. (pagg. 27-28)

 

Una storiografia di notevole profilo e le sue ombre.

Tutto ciò premesso, appare come un segno di grande e vitale vigore e come indice di potenzialità intatte e ragguardevoli il fatto che gli episodi di rilievo nella storiografia italiana dal 1945 in poi siano stati numerosi e, spesso, di non comune profilo. Oltre la continuazione dell'attività della generazione già maturata prima del 1940, di cui si sono già accennati i nomi, si sono avuti storici - tanto per fare alcuni esempi, e per parlare solo di coloro la cui presenza fisica è venuta meno - come Santo Mazzarino, Cinzio Violante, Giovanni Tabacco, Giorgio Spini, Ruggiero Romano, Franco Venturi, Rosario Romeo o Renzo De Felice: ossia storici che fuori di ogni dubbio hanno segnato un livello di dignità, originalità, profondità e importanza di metodo, di interessi e di conseguimenti storiografici non inferiore a quello di nessun'altra storiografia contemporanea. E questo vale anche per branche storiografiche particolari, come, ad esempio, la storia economica, nella quale i nomi di Carlo M. Cipolla, di Federigo Melis e di Luigi De Rosa figurano più che degnamente nel panorama internazionale.[…]

Non meno interessante è che nella parabola fin qui accennata gli studi storici italiani siano passati - con la loro propria, singola cifra individuante e qualificante, ma in piena sintonia e simbiosi - per tutte le tappe e abbiano partecipato di tutti gli interessi e le spinte che hanno caratterizzato le vicende della storiografia contemporanea. […]

Allo sbocco di questa crisi si ritrovano vari elementi caratterizzanti. Ne indichiamo qui alcuni, senza nessuna pretesa di sistematicità o di completezza, a schietto titolo esemplificativo: 1) un certo eccesso di specialismo, che porta troppo spesso a un particolarismo infecondo e infungibile su piani più generali; 2) un eccesso di «revisionismo» come tratto forte del lavoro storico, che porta a un non sempre meditato abbandono di concetti e acquisizioni storiografiche che sono state il frutto di un lungo sforzo di riflessione e di elaborazione del pensiero storico europeo (si pensi alla crisi di concetti come Medioevo, Rinascimento, Modernità, Stato, Impero, Civiltà ecc. in tutti i settori storiografici); 3) una invadenza dilagante e dominante degli studi di storia contemporanea, che va molto oltre il naturale zelo di indagare e di ricostruire la trama, anche fattuale, degli eventi più vicini a noi,, e pare quasi trasformarsi in una sorta di rimozione del passato, per nulla sorretta dalla proble¬matica e feconda discussione (ad esempio, nietzschiana) circa la dialettica relativa al danno e all'utilità della storia; 4) un più specifico «revisionismo» delle ricostruzioni e dei giudizi storici relativi alle vicende del secolo XX, che da un prezioso e fondamentale ufficio di verifica e di riformulazione, al di fuori di schemi e di fables convenues troppo legati ai fatti di allora, delle conoscenze storiche relative a quel periodo dà segno di essere passato troppo spesso a un troppo facile e scontato, e in ultima analisi infecondo, esercizio di dissacrazione (o anche di consacrazione o riconsacrazione) di eventi, fenomeni e figure di quel tempo, indulgendo non meno spesso all'idea della storiografia come «processo alla storia», che è quanto di più alieno si possa pensare dall'effettivo lavoro storico (ma l'idea del «processo» appare presente anche negli altri settori storiografici, oltre che in quello contemporaneistico). (pagg. 31-32)

 

 

Giuseppe Galasso

 

Indice del Volume:
Lo stato della ricerca in Italia – Gioacchino Volpe: la parabola di un grande storico –Volpe: genesi e senso dell’Italia moderna – Profilo di Slavatorelli – Federico Chabod - La storiografia italiano dopo Chabod – Walter Maturi: da Napoli alla storia della Restaurazione – Lo storicismo di Cantimori – Medioevo italiano ed europeo di Ernesto Setan – Eugenio Garin – Rosario Romeo – Romeo e la storiografia del secolo XX – Il modello storiografico di Venturi – Venturi: l’Illuminismo e la genesi politica – De Felice settecentista – De Felice biografo – Gaetano Cozzi – Gabriele De Rosa: criteri storici e senso religioso.

 

Giuseppe Galasso
Storici italiani del Novecento

 Il Mulino - Bologna 2008

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