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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Il Sacco del Nord
“Mafia a Milano” e “Mafia padana”
Inchieste e ricerche
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Regioni come la Lombardia, il Piemonte e la Liguria, che costituiscono una buona parte del motore economico del nostro paese, conoscono ormai da parecchi anni il cancro delle mafie. Oramai non è nemmeno più corretto parlare di infiltrazioni. La ‘ndrangheta al Nord è forte e radicata. Talmente radicata da avere, in alcune regioni, spinte “federaliste” rispetto alla casa madre calabrese. Potere, violenza, controllo del territorio. E poi ovviamente ci sono i rapporti con professionisti e imprenditori del Nord, politici e burocrati, comunità straniere e processi di internazionalizzazione. Oggi la mafia ha a Milano più amici di prima. Ma, per fortuna, anche nemici. Si profila un aspro confronto civile, non guardie contro ladri, ma culture contro culture, ambienti sociali contro ambienti sociali. Il Nord, divenuto bacino di coltura delle organizzazioni e di innumerevoli connivenze e compiacenze, è fortemente risucchiato dal Sud in un processo storico di unità alla rovescia e messo a sacco da tutti coloro che accettano l’illegalità come necessità di sopravvivenza e pratica di vita. Il saccheggio vero è quello della democrazia.
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Francesco De Filippo, Paolo Moretti
Le infiltrazioni criminali nel Nord Iralia

editori internazionali riuniti - 2011

recensione di Massimo Brugnoli

 

“Parco Sud”, “Wall Street”, “Star Wars”, “Cerberus”, “Tenacia”... e naturalmente “Infinito”, la più importante degli ultimi anni. Sono soltanto alcune delle operazioni antimafia condotte nel nord Italia. Gli autori, i giornalisti Francesco De Filippo e Paolo Moretti, ne parlano ampiamente in questo documentatissimo libro (Mafia Padana ed. Internazionali riuniti).
Regioni come la Lombardia, il Piemonte e la Liguria, che costituiscono una buona parte del motore economico del nostro paese, conoscono ormai da parecchi anni il cancro delle mafie. La Liguria, per esempio, per due anni consecutivi (2008 e 2009) è stata la regione con maggiori reati ambientali dell’Italia settentrionale. E dove ci sono reati ambientali ci sono le mafie. Si potrebbero mettere in relazione due fenomeni: la scelta della ‘ndrangheta di investire gran parte dei proventi del traffico di droga della regione nel settore delle costruzioni, e l’ondata di cementificazione registrata negli ultimi anni nella zona.
Liguria significa anche Bordighera, la cui amministrazione comunale è stata sciolta nel marzo 2011 per infiltrazioni mafiose. Un caso di scuola della presenza della criminalità organizzata al Nord. Soprattutto per quanti ancora pensano che in queste regioni le mafie siano quasi esclusivamente di tipo economico-finanziario, senza ripercussioni concrete e quotidiane sulla vita dei cittadini.
“Decine di auto bruciate, bombe molotov, locali dati alle fiamme, auto prese a colpi di pallettoni...”: è il ritratto di ciò che accade nella “tranquilla” cittadina della riviera ligure. Accade anche che Donatella Albano, consigliere di opposizione, riceva pesanti minacce per essersi opposta all’apertura di una sala giochi in città. Gesti che lasciano assai pochi dubbi sugli autori. Come una busta contenente un’immagine di San Michele Arcangelo (il protettore conteso da Polizia di Stato e 'Ndrangheta) con la testa bruciata, oltre alle consuete telefonate minatorie.
Oramai non è nemmeno più corretto parlare di infiltrazioni. La ‘ndrangheta al Nord è forte e radicata. Talmente radicata da avere, in alcune regioni, spinte “federaliste” rispetto alla casa madre calabrese. Come in Piemonte, dove Giuseppe Catalano, boss di Torino, spinge per avere più autonomia. E come in Lombardia, dove il mammasantissima Carmelo Novella ha pagato con la vita il progetto di dare vita alla “Lombardia”, struttura della ’ndrangheta indipendente rispetto alla “montagna” calabrese.
Fra gli autori dell’omicidio di Novella, avvenuto nel luglio del 2008, c’è Antonino Belnome, boss della locale di Giussano (in Brianza) che, arrestato nel 2010 nell’ambito dell’operazione Infinito, ha cominciato a collaborare con la giustizia. Uno dei rari pentiti di ‘ndrangheta (un’altra, Lea Garofalo, proprio in quel periodo è stata uccisa e sciolta nell’acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza).
Gli autori (che tra l’altro fanno notare un particolare importante: la ‘ndrangheta è una realtà giovane, con il 60% degli affiliati sotto i quarantacinque anni) riportano alcuni passi delle dichiarazioni di Belnome, interessanti per capire il profilo psicologico e la distorta scala dei valori di chi decide di fare parte di questo mondo :”L’adrenalina saliva sempre di più, la foga di fama e di successo, il potere era come una droga, non riuscivo a farne a meno, non ti rendevi conto, ti passava tutto dentro senza fermarsi mai e senza riflettere mai. Riunioni mangiatorie con capretto o agnello con tutti gli uomini seduti e tu seduto a capotavola, guardavo tutti in faccia e tutti potevano guardare me, si poteva iniziare a mangiare quando io davo l’invito con un “buon appetito” [...] Quando uscivamo la sera con i ragazzi nei locali non si pagava mai da nessuna parte, vedevi tutti che ti guardavano e ti salutavano con timore o solo per far pensare che ti conoscevano e tu vedevi tutto questo con orgoglio e goduria...”.
Potere, violenza, controllo del territorio. E poi ovviamente ci sono i rapporti con professionisti e imprenditori del Nord. Come Adolfo Mandelli, titolare del birrificio di Menaggio, sul lago di Como, finito in cella nel 2010 con l’accusa di “aver contribuito al rafforzamento economico” del clan Valle-Lampada. Un caso emblematico è sicuramente quello della Perego Strade di Cassago Brianza, già impegnata in lavori di primaria importanza come la costruzione del nuovo ospedale “S. Anna” di Como, e al centro dell’inchiesta “Tenacia” (il titolare, Ivano Perego, è attualmente in attesa del primo grado di giudizio). Secondo il gip Giuseppe Gennari, la Perego sarebbe diventata “una stazione appaltante della ‘ndrangheta”, che si sarebbe servita dell’azienda brianzola per penetrare a fondo nel settore degli appalti e consolidare i rapporti con settori delle istituzioni. Come scrivono Moretti e De Filippo, “una sorta di P3 in salsa calabro-brianzola, capace di infiltrare l’imprenditore [Perego, nda] e i suoi “calabrotti” in cene elettorali, summit di industriali, convention politiche e affaristiche”.

 

Massimo Brugnoli

 

Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni
MAFIA A MILANO
Sessant’anni di affari e delitti

Melampo Editore, Milano 2011

recensione di Liberainformazione

«Contrariamente a quel che si pensa, la zona della neutralità è meno ampia di una volta. Oggi la mafia ha a Milano più amici di prima. Ma anche più nemici. Si profila un aspro confronto civile, non guardie contro ladri, ma culture contro culture, ambienti sociali contro ambienti sociali. E in questo conflitto, il libro, come ogni libro ben informato e sorretto da autentica passione, può svolgere un importante ruolo di orientamento». Sono queste le lusinghiere parole con cui Nando dalla Chiesa chiude la sua introduzione al testo di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, intitolato “Mafia a Milano”.
Sicuramente il miglior viatico per l’assicurato successo di pubblico, l’indicazione sicura della strada da battere per arrivare alla sconfitta delle mafie: non solo repressione ma anche prevenzione, non solo processi ma soprattutto cultura. Il bel libro già edito nel 1996 – opera di tre giornalisti cresciuti alla scuola del mensile da combattimento “Società Civile” e uscito nel deserto editoriale e culturale che all’epoca accompagnava colpevolmente la presenza delle cosche al nord – viene riproposto ai lettori di oggi e di ieri non in una semplice riedizione aggiornata, ma in una ben più complessa riscrittura che offre spunti interessanti e approfondimenti degni di nota.
Il sottotitolo chiarisce l’equivoco di fondo al quale il dibattito sulla presenza delle mafie al nord è soggetto ancora oggi: “Sessant’anni di affari e delitti”. Il lasso temporale prescelto per la narrazione, infatti, sgombra il campo da ogni possibile distinguo sulla persistente presenza delle mafie in città e in regione. Prima ancora che nell’istituto del soggiorno obbligato – una scellerata scelta che si è rivelata essere anziché una cura per contrastare le mafie, un formidabile volano per il loro contagio delle regioni immuni – gli autori individuano nella forte attrattiva della metropoli una delle ragioni del loro arrivo, prima svoltosi in sordina poi esercitato platealmente. Un’attrattiva che, in termini di business e complicità, ha finito con il far maturare la piena consapevolezza negli uomini delle mafie, prime fra tutte la siciliana e la calabrese, delle enormi possibilità di crescita, anche lontano dai territori di origini. Joe Adonis, Gerlando Alberto, Giacomo Zagari: questi i pionieri criminali, al seguito dei quali le cosche hanno piantato solidi radici in città e in regione.
Gli anni dell’Anonima sequestri – la Lombardia è stata la regione più colpita dalla terribile piaga – segnati dalla presenza ingombrante di un boss come Luciano Liggio lasciano spazio ad una stagione frenetica, vissuta tra bische clandestine e il nuovo business della droga, dove i nomi più ricorrenti sono quelli di Francis “Faccia d’Angelo” Turatello e Angiolino Epaminonda, con il bel Renè Vallanzasca a fare da guastatore. Che fossero semplici gangsters o affiliati regolari delle cosche non importa più di tanto, perché furono comunque il comodo alibi per società e istituzioni che, nel silenzio colpevole, lasciarono che affari e mentalità criminali entrassero a contatto con loro e isolassero uomini come Giorgio Ambrosoli. Ricordare il coraggioso “eroe borghese” introduce la ricostruzione delle vicende dei banchieri delle cosche, Sindona e Calvi, al soldo di interessi criminali, come i “colletti bianchi” Monti e Virgilio: figure chiave finite nelle cronache e negli atti processuali e che segnano il degrado progressivo di economia e finanza in quella che è la piazza più importante d’Italia.
Gli autori seguono con dovizia di particolari le tante storie di boss e gregari per arrivare dal passato a raccontare anche del presente del nostro paese, con la strana storia di uno “stalliere” come Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova a Palermo, finito al servizio dell’imprenditore rampante Berlusconi. I presunti rapporti mai chiariti dell’attuale primo ministro e del suo allora segretario, oggi senatore, Dell’Utri, finiscono sotto esame. Ampio spazio viene dedicato dai tre giornalisti al racconto di quartieri di Milano e di paesi dell’hinterland finiti sotto il controllo militare delle organizzazioni mafiosi: da Ponte Lambro allo Stadera, da Quarto Oggiaro a Bruzzano, da Corsico a Buccinasco. Analoga attenzione è poi riservata all’imponente attività di contrasto messa in campo da forze dell’ordine e da una magistratura sempre attenta e capace di lavorare in silenzio, per sferrare colpi mortali alle cosche. Dalla Duomo Connection all’ultima operazione Infinito, passando per le decine di maxiprocessi che si tennero nella metà degli anni Novanta e portarono alla sbarra quasi tremila mafiosi, ricavando condanne per la maggior parte di loro, i giudici di Milano hanno dimostrato di saper leggere affari e alleanze delle mafie, aggredendone anche gli ingenti patrimoni.
Il libro di Portanova, Rossi e Stefanoni dedica, in finale, un giusto riconoscimento alle tante associazioni, ai molti cittadini e ai non moltissimi rappresentanti istituzionali che, nel corso dei decenni, si sono battuti contro la violenza delle mafie. E non è un caso se è proprio in questa nuova consapevolezza collettiva che gli autori indicano il possibile rimedio contro la metastasi mafiosa.

 

Liberainformazione

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