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Roberto Moro
Roberto Moro
Mario Monti: il manifesto del declino
Vecchio spettacolo e nuovi scenari - 11 dicembre 2012
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Vale la pena di ricordare che il governo tecnico/istituzionale or ora concluso è il 130° governo dell’Italia unita (sull’arco di 151 anni), il 61° dell’era repubblicana, sull’arco di sedici legislature, e che, nel suo breve corso, ha rispettato con puntualità cronometrica la media di durata di tutti i governi che lo hanno preceduto: un anno, un mese e sette gironi (giorno più giorno meno dal novembre 2011 al dicembre 2012). In questo senso il “governo del Professore” è davvero “istituzionale”: rispetta con la precisione meticolosa, di cui da continue prove il suo titolare, la struttura profonda del sistema politico italiano e del “sistema paese” nel suo insieme. Il suo ciclo e la sua caduta sono iscritti nella storia patria. Davvero nulla di nuovo, né di sospendente. La rappresentazione è vecchia, ma lo scenario forse è profondamente cambiato.
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Lo spettacolo è questo - Il governo del nulla - L’inverno di Monti - Il manifesto del declino - Una vecchia pantomina e un nuovo scenario? - La stabilità? C’è posto per tutti - La messa in scena e il palcoscenico

 

Lo spettacolo è questo

Il 2012 ha i giorni contati. Ricordi, bilanci, proponimenti, prospettive, poi l’anno “nuovo”, il 2013. Anche il governo Monti ha i giorni contati e in pratica se gli è già contati tutti, il suo ciclo è concluso e la legislatura anche: si va al voto e la compagna elettorale reciterà il rosario di ricordi, bilanci, proponimenti e programmi già da tempo annunciati (la crisi e strisciante da mesi) e di cui tutto sappiamo.
Vale la pena di ricordare che il governo tecnico/istituzionale or ora concluso è il 130° governo dell’Italia unita (sull’arco di 151 anni), il 61° dell’era repubblicana (sull’arco di sedici legislature) e che, nel suo breve corso, ha rispettato con puntualità cronometrica la media di durata di tutti i governi che lo hanno preceduto a far tempo dal 1861: un anno, un mese e sette gironi (giorno più giorno meno dal novembre 2011 al dicembre 2012). In questo senso il “governo del Professore” è davvero “istituzionale”: rispetta con la precisione meticolosa, di cui da continue prove il suo titolare, la struttura profonda del sistema politico italiano e del “sistema paese” nel suo insieme. Il suo ciclo e la sua caduta sono iscritti nella storia patria. Davvero nulla di nuovo, né di sospendente.
Nessuna legge elettorale, nessuna alternanza di coalizioni, nessuna crisi economica o sociale, nessuna vittoria o sconfitta, nessuna rivoluzione di regime hanno inciso sul ritmo incalzante del succedersi dei governi e su questa apparente instabilità che è divenuta sistema.
Sotto traccia la storia del governo Monti pone il problema della ingovernabilità che ci accompagna dalla fondazione unitaria e ne fa la storia, una storia di stabilità nella ingovernabilità e di continuità senza clamorose rotture. Poiché questa storia si ripete e tenuto conto che sull’arco dei 130 governi i primi ministri sono stati 55 replicandosi e riciclandosi in più dicasteri, è del tutto prevedibile che questo governo replicherà se stesso: già se ne parla, il Monti bis è alle porte. Un altro anno, due anni e poi … avanti così.
In superficie, nel mondo ristretto di periodisti, analisti, politologi e intellettuali, la vicenda richiama il tema epico del “declino” del Belpaese. Anche qui nessuna novità, ne parliamo da cinque secoli e cioè da quando il confronto tra la Penisola e il continente europeo si è risolto con il collasso dei grandi stati italiani che avevano assicurato alla cultura occidentale il Rinascimento. Per primo ne ha parlato Machiavelli e ne parliamo ancora oggi. Neppure qui nulla di nuovo. Il fatto è, ed è incontrovertibile, che proprio il comune sentire, il pensiero diffuso del Belpaese, intreccia da sempre l’idea del percorso unitario (il Risorgimento “incompiuto”) con l’idea declino e quest’idea, nel tempo, è divenuta ragione di identità nazionale. La celebrazione retorica e velleitaria della virtù nazionali (il genio italico, la creatività, l’intelligenza superiore del popolo di poeti, navigatori, martiri, ecc.), da sempre, si accompagna con la consapevolezza di un riscatto mancato, di potenzialità inespresse, di una identità incerta, di rassegnazione e improvvisazione nel confronto con la realtà del presente. Una realtà da sempre percepita oltre i confini della “patria ingrata” e che ha fatto dell’Italia una paese di migrazioni di massa, di fughe scomposte e sofferte (dai minatori e braccianti del secolo scorso ai laureati e dottorandi di oggi e di domani).
Il governo Monti non ha innovato di molto questo canone interpretativo codificato nei libri di storia e la sua breve (per ora) storia è addirittura emblematica: da Caporetto alla linea del Piave, all’8 settembre.

 

Il governo del nulla

Nel racconto e nei ricordi il 61° governo dell’Italia repubblicana è nato all’insegna della speranza di un riscatto dalla minaccia del declino e della dissoluzione: il risanamento, le riforme (ovviamente “strutturali”), il rilancio. All’insegna dello spread (parola assenta dal lessico del politichese fino a due anni fa), è sorta la promessa di un nuovo riscatto nazionale: “rigore, equità, crescita”. Vale la pena di rileggere oggi il discorso programmatico del Professore. Nulla di nuovo rispetto al passato del precedente governo (quello di Berlusconi), nulla di nuovo rispetto a quello futuro (forse quello di Monti). L’idea della salvazione e del riscatto accompagna del resto, con cadenza annuale, il susseguirsi di ogni governo che annuncia la novità di sempre: un percorso sempre interrotto e sempre incompiuto.
Anche il bilancio di questo governo salvifico non pone problemi: è il governo del nulla.
Lo certifica la cronologia quasi quotidiana della sua storia e vale la pena di scorrerla. All’ombra di 56 voti di fiducia, l’insieme dei provvedimenti è imponente e confusivo. Difficile orientarsi sulla complessa trama del decreto “salva Italia” (dicembre 2011), riservato agli specialisti. Riforme incerte, mutilate, a futura memoria, abbandonate ai capricci della “strana” maggioranza che avrebbe dovuto sostenere il governo. Decreti legge ancora sulla carta o da convertire, rapporti e progetti di un programma a lungo termine che è durato una sola stagione. Disposizioni sempre “urgenti” che si aggiungono, modificano, ribadiscono, cancellano un tessuto normativo divenuto giungla impenetrabile di leggi ed emendamenti. Gli unici dati certi, e non confortanti, sono la riforma del sistema pensionistico, la destabilizzazione del mercato del lavoro e la rottura dell’unità sindacale che, in modo approssimativo e sempre provvisorio, hanno inaugurato una stagione di rigore e di “lacrime”, ma per fortuna non ancora di sangue. Tutti gli altri temi sono ricorrenti e se ne parla da qualche decennio senza ordine e in ordine sparso: liberalizzazioni delle professioni, riforma del mercato del lavoro, lotta all’evasione, aiuto alle imprese e produttività, risanamento della pubblica amministrazione, affollamento della carceri, costi della politica, sprechi, corruzione, riforma e delega fiscale, riforma della giustizia, autonomie, decentramento, riforme situazionali e costituzionali. Il repertorio, che ovviamente arriva fino al mitico “ponte sulla stretto”, è inesauribile e non finisce mai. Ripete sempre se stesso.
Si dirà che, pur lastricato di buone intenzioni, il percorso del 61° governo della Repubblica è stato troppo breve per sortire gli effetti voluti e che si impone un Monti bis per procedere nell’opera appena iniziata. Ma davvero sarebbero bastati altri sei mesi per venirne a capo? E dove è la novità in questo copione destinato ancora a recitare e celebrare il “declino” della comunità nazionale sempre altalenante tra declino e riscatto?

 

Il manifesto del declino

I dati sono li da vedere, in cifre grosse. Il PIL è in regressione, al presente e in prospettiva; in un solo anno la disoccupazione è cresciuta del 14% e conferma la tendenza per l’imminente futuro; il debito pubblico ha sfondato tutti i precedenti record; l’inflazione non è sotto controllo; la produzione industriale perde punti nel confronto europeo e internazionale. Crollo dei consumi, inabissamento del reddito delle famiglie, povertà. E in cassa non c’è più un euro. È l’inverno, se non il gelo, di tutto il sistema economico e sociale, tre italiani su dieci sono a rischio di povertà. La recessione incalza e il gettito fiscale inesorabilmente diminuisce. Una Caporetto, un 8 settembre.
Si è detto da mesi che ormai il peggio è passato, che già si intravede la luce oltre il tunnel, che è questione di mesi, forse di giorni e il genio italico da solo supererà la crisi: “gli italiani ce la faranno da soli”. Anche questo concerto è vecchio, ma il tono è cambiato, il ritmo più intenso e drammatico. Oggi si dice che le condizioni di partenza erano proibitive, il retaggio e l’eredità del passato insostenibile, che ci vuole tempo, il tempo di altri governi: “il processo di risanamento è appena avviato”. Gloria al governo Monti per aver salvato il Paese dal baratro?
Sì, se fosse stato proclamato con forza fin dal primo giorno e senza compiacimenti e cedimenti al vecchio e logoro apparato di potere. Sì, se vi fosse stato un approccio radicale alla gravità dei problemi senza mediazioni e proclami di moderatismo. Sì, se non si fosse accettato di sopravvivere al soldo e alla mercé dei responsabili stessi di tutto un passato da cancellare. Sì infine, se non fosse che, appunto, il governo ormai non c’è più, la maggioranza si è liquefatta e il rischio, casereccio e provinciale, è che le elezioni si trasformino in un referendum pro o contro un governo che avrebbe dovuto esserci e che non c’è stato, che dovrebbe esserci e forse ci sarà ancora.
Prigioniero degli apparati e delle dinamiche interne del sistema Italia, ben incardinato nella deriva storica della continua instabilità politica come condizione e garanzia di sopravvivenza della classe dirigente, frutto di una Seconda repubblica che non è mai esistita e di una transizione che non sembra finire mai, i Governo Monti potrà forse essere ricordato come il Manifesto del declino o come un indicatore eccellente del declino manifesto del Belpaese.

 

L’inverno di Monti

Un acuto libello di Giulio Sapelli tracciava lo scenario del governo Monti al suo sorgere e in tempi non sospetti: vale la pena rileggerlo ora.
Il governo Monti è nato come garanzia internazionale del nostro paese (che una politica estera non ce la ha) e per questo è stato “l’espressione del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza, grandi cattedrali del pensiero semplice che, se non riescono a governare i sistemi complessi, sono capaci in sommo grado, tuttavia, d’esaltarne le progressive sorti e di trarne ogni utile possibile”. Ma, paradossalmente, l’intreccio tra nazione e internazionalizzazione (Italia ed Europa) non è mai stato culturalmente condiviso dalla classe dirigente del nostro paese, “e soprattutto non ha mai avuto conseguenze positive sulla crescita economica, se non seguendo meccanicamente i cicli del commercio mondiale. Piuttosto, esso si è rivelato un intreccio predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato”. Nei fatti il governo “istituzionale” altro non è stato che l’ancora di salvezza di una classe di governo giunta allo stremo e delegittimata a tutti i livelli, ne ha assicurato la sopravvivenza, i privilegi, le pensioni, il saccheggio (la stagione degli scandali non è mai finita e anzi a raggiunto nuovi record). Una pausa armistiziale che ha consentito le velleità di una riorganizzazione del sistema di potere ormai fuori controllo. Per altro verso il governo Monti è stato l’espressione di una classe dirigente (l’espressione “poteri forti” è riduttiva e fuorviante) giunta al fatidico “si salvi chi può” e incerta tra la fuga oltre i confini e il conferimento del potere di ordine e vigilanza alla criminalità organizzata. L’8 settembre: un 8 settembre che per ora non lascia intravedere un 25 aprile.
Ed è proprio la risonanza magnetica tra il Belpaese e l’Europa a fare il tono di questa crisi e consente di misurare i successi (europei) e gli insuccessi nostrani (il governo del nulla) di questo governo più legato alla conservazione del vecchio potere che non alla gestione del potere stesso. La novità, se di novità davvero si tratta, è che l’intera classe dirigente e di governo, ha un passo più in là nella resistenza al mutamento, nella lotta contro il nuovo e nella dilapidazione della coesione sociale. Lo sappiamo: questo scenario è sotto gli occhi di tutti.

 

Una vecchia pantomina e un nuovo scenario?

L’Italia del presente non è più quella di ieri e, in un anno, gli italiani sono cambiati. Una “crisi perfida”, un’Italia “povera e arrabbiata” pronta a sfiduciare la classe dirigente, a ripiegarsi sul passato, a fare da sé, ad arrangiarsi (rapporto CENSIS 2012). Il futuro è solo in salita e il passato è davvero passato.
Questo mutamento di scenario ce lo fornirà il racconto epico in programma per la prossima campagna elettorale. La strategia dell’immobilismo è già all’orizzonte; niente di nuovo: la dialettica amico/nemico, destra/sinistra (liberismo/comunismo), nord/sud, centro/periferia, declino/sviluppo. L’offerta politica è un mascheramento di questo tradizionale approccio demagogico e si annuncia in modo chiaro e netto, trasparente e visibile fin dalle prime battute: pro o contro Monti, pro o contro l’Europa. Per una parte delle forze politiche Monti è una anomalia da rimuovere, per l’altra è una risorsa preziosa. Ma per nessuna delle parti in campo questi orientamenti alternativi coincidono con l’interesse del Paese e ciò che chiamiamo “bene comune”.
Nei fatti e nei comportamenti nulla è cambiato nel sistema politico nazionale e nelle tecniche di governo della classe dirigente. Nessuna riforma vera, nessuna innovazione sociale. Il porcellum c’è e ce lo teniamo, il finanziamento ai partiti anche, la spartizione e l’occupazione del potere è e rimane il pensiero unico del ceto politico. Il regime del privilegio della classe dirigente a tutti i livelli non è stato toccato e il ceto medio, garante della crescita e della mobilità sociale, è in declino mentre la concentrazione di ricchezze e di potere si esaspera in una forbice che mette a rischio la coesione sociale. La classe di governo si coopta e si rigenera da sé, vive di tatticismi esasperati senza alcun respiro strategico, l’oligarchia è divenuta cleptocrazia. Le cricche così come le organizzazioni criminali, capillarmente presenti nelle istituzioni e sul territorio, costruiscono bacini di voto e di consenso. Nel giro di un anno Monti, gran timoniere e infaticabile mediatore, neppure è riuscito a mettere fuori gioco il suo avversario naturale: Berlusconi. Anzi, negli ambiti più stretti e coesi con il potere del malaffare, ne ha suscitato il rimpianto.

 

La stabilità? C’è posto per tutti

L’Italia è un paese di vecchi, i giovani possono emigrare e il sistema politico deve assicurare la “stabilità”. Non solo il vecchio (la vecchia politica, la vecchia classe dirigente, i vecchi leaders, i vecchi compromessi fatti di riti e di estenuanti mediazioni) rimane saldo nell’occupazione del potere e nello spremerlo fino all’inverosimile oltre i confini di ogni decenza e legalità, ma il vecchio “avanza”, inghiotte il futuro e celebra con enfasi rinnovata le sue nauseanti liturgie. C’è persino il legittimo sospetto che, qualunque possa essere l’esito della competizione elettorale ormai giocata senza alcun ritegno sulla metafora calcistica (gol e autogol, discesa in campo, fuorigioco, tempi supplementari e così via), alla fine tutti si metteranno d’accordo per continuare a spogliare e saccheggiare il Paese. Fughe e cambiamenti di fronte, tradimenti e cambio di bandiere continuano a recitare il vecchio copione senza subire usura o arretramento. Lo esige la stabilità del sistema.
Monti è entrato in politica e non ci uscirà per i prossimi dieci anni: si tratta di “sistemarlo”, magari per ora “in panchina”. I ministri “tecnici” sono alla ricerca di una adeguata “sistemazione” nel cuore o all’ombra del sistema politico. Anche i deputati trombati dal “processo di rinnovamento” devono essere “sistemati”, riciclati, riconvertiti. C’è posto per tutti. Avanti così: tutti in scena.

 

La messa in scena e il palcoscenico

Vecchi attori e vecchie comparse affollano le quinte e si disputano i camerini per frasi truccare. Ma i sondaggi sono impazziti e i sondaggisti pure: non si riesce a sapere, nell’imminenza di “andare in scena”, quale sia il copione da recitare e come scambiarsi le parti. Manca ancora il quadro politico di riferimento: movimenti, liste, partiti, leaders sono in agitazione confusa e in libera uscita. Le prime donne , come sempre, fanno i capricci. Impresari e registi sanno che in cassa di riserve non ce ne sono più: entrerà in scena Monti? Berlusconi si candiderà? Quali saranno gli attor giovani e gli esordienti? Per ora non si sa: “questa sera si recita a soggetto”.
Ma il pubblico è di pessimo umore e le trovate pirandelliane che offrivano una filosofia spicciola alla piccola borghesia provinciale non piacciono più. Anche il teatro dell’assurdo non fa cassetta. Oggi il botteghino piange e l’elemento di novità (una radicale discontinuità rispetto al passato) è che il 30/40% degli italiani è disposto a disertare lo spettacolo mentre si alza il sipario. La claque, quel 10% dell’elettorato che vive integrata alla compagnia e ne gode i benefici e le rendite di potere, si sente allo sbando e non ha più certezze. Su in loggione, un altro 20% del pubblico è pronto a fischiare, tirare verdura e chiedere il rimborso all’insegna dell’antipolitica. Quel che resta del pubblico, in una platea semivuota, si annoia, sbadiglia e chiacchiera dei fatti suoi. Rinunce, rinvii e risparmi alla lira.
Anche il palcoscenico è cedevole, tarlato e a rischio di squarcio. Le istituzioni sono alle corde: esuberi, blocchi di spesa, debiti e cure dimagranti obbligate. “Bambole, non c’è una lira!”
Giù il sipario? Per ora no, stiamo a vedere e continuiamo a farci del male. Il seguito al prossimo atto.

 

Roberto Moro

 

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Fonte: Storia & Storici
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