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Roberto Moro
Manifesto del declino - 2013
Caos, lo spettacolo è questo
Roberto Moro
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Lo spettacolo è quello di un Paese bloccato, immobile, rassegnato, ripiegato su se stesso che non riesce a trovare la forza per reagire alla malattia, assistito da un nugolo di medici scarsamente dotati, nella migliore delle ipotesi, o interessati a che la malattia si protragga per continuare ad esercitare il proprio controllo sul malato, in quella peggiore. I medici sono la metafora della nostra classe dirigente generale, di quella classe che, come dice il nome, dovrebbe avere il compito ed il dovere di dirigere il Paese e avere cura del benessere dei suoi cittadini. Di quella classe che dovrebbe affrontare e risolvere i problemi, indicare la mèta, mettere a punto il progetto ed impegnarsi a realizzarlo, coinvolgendo i cittadini di ogni ordine e grado. Una classe dirigente che dovrebbe produrre buoni esempi e buone idee e farsi carico delle esigenze e dei bisogni generali e soprattutto di rappresentare nel migliore dei modi il Paese nel proscenio internazionale e che lo sta consegnando alla criminalità organizzata e al declino civile. Per farci un’idea del Belpaese e del suo declino divenuto ormai un luogo comune.
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L’effetto Willy Coyote - sopravvivenza e l’arte di arrangiarsi - La classe dirigente: “vassalli, valvassori e valvassini” - Stabilità e decreto sviluppo - Competenze e mobilità sociale - Capitale sociale, capitale umano - Povertà ed esclusione sociale - Innovazione e mercato dell’ICT - Per continuare …


L’effetto Willy Coyote

Il Belpaese è quello che è quello che è e forse come è sempre stato. Il mutamento storico è strisciante, lento, replicante e, come si diceva ai tempi del regime sovietico “nella novità non vi è verità, nella verità non vi sono novità”. I rapporti di centri studi e ricerche si moltiplicano e ci dicono più o meno quel che già sappiamo; la grancassa mediatica li fa vivre per brevi momenti: poi è l’oblio. Anche lo spettacolo è sempre: lo stesso, retorica, declamazioni, denunce, indignazioni, proposte salvifiche, entusiasmo e depressione, disinteresse. La commedia è “all’italiana”, arte di arrangiarsi e sopravvivere, navigare a vista, chiudersi nel piccolo, perché “il piccolo è bello”. Inutile dirlo, lo scenario e caotico e le più recenti vicende “storiche” del 2012 sembrano segnare un nuovo corso di quello che da anni ormai chiamiamo “declino” e con il quale stiamo imparando a convivere, un cammino di “lungo corso”. Gli esiti del governo tecnico paiono oggi un consistente passo verso l’abisso, ma dopo il ciclo del governo Monti siamo in attesa di un nuovo governo (il 131° dei 150 anni dell’unità nazionale), forse dello stesso Monti o di qualche suo ministro: è la continuità nella discontinuità che consentirà di evitare il voto e lasciare il Movimento 5 stelle al suo destino.
A prenderla sul ridere, come forse bisogna, è l’ “effetto Willy Coyote", il cartone animato del coyote che corre come un pazzo fino a quando non si accorge che non ha più niente sotto i piedi e PLUFF! precipita giù nel canyon. Cade sempre e non si fa mai male, nei cartoni almeno.

 

La strategia della sopravvivenza e l’arte di arrangiarsi

Rapporto Censis 2012, niente di muovo. “Si chiude un anno in cui è stato centrale il problema della sopravvivenza, che non ha risparmiato nessun soggetto della società, individuale o collettivo, economico o istituzionale. Sono entrati in gioco «fenomeni enormi» (la speculazione internazionale, la crisi dell’euro, l’impotenza dell’apparato europeo, la modifica degli assetti geopolitici internazionali), ci sono piovuti addosso «eventi estremi» (la dinamica dello spread e il pericolo di default) e abbiamo vissuto la «crisi delle sedi della sovranità», esautorate dall’impersonale potere dei mercati (nessuno, in Italia e altrove, è stato in grado di esercitare un’adeguata reattività decisionale). Ci siamo così ritrovati inermi, in una «immunodeficienza tanto inattesa quanto pericolosa», con le preoccupazioni della classe di governo, le drammatizzazioni dei media, le inquietudini popolari”. Le relazioni tra il complessivo delle istituzioni politiche e dei soggetti sociali è ormai quella di “separati in casa” e così ogni soggetto è alla ricerca di un “riposizionamento”, di uno spazio di sopravvivenza. “Finiamo allora questo anno, pervaso di pericoli e sacrifici, con una doppia positiva acquisizione. Da un lato abbiamo visto in atto impegnative politiche di vertice volte ad allineare il sistema al rigore predicato e perseguito dalle più Influenti sedi di potere europeo. E dall’altro abbiamo visto milioni di persone sopravvivere da sole alla crisi, con un’intima tensione a cambiare (ad “essere
altrimenti”) e con differenziati riposizionamenti di competizione e di coesione. Si è trattato di due dinamiche importanti, ma pur sempre parallele, visto che non si sono integrate fra loro, anzi hanno di fatto agito con reciproco senso di alterità, e talvolta di conflittualità. Se restassero in tale parallelismo ci potrebbe anzi essere il pericolo di una ulteriore loro divaricazione. Gli “dei della città” (politici e opinion maker) sembrano infatti propensi a pensare che solo una oligarchia della polis(o della city) possa gestire la competitività del sistema prescindendo dall’orientamento dei suoi vari soggetti. Mentre questi ultimi, che restano fuori dai poteri oligarchici, sono propensi a pensare che le scelte e i comportamenti che essi “da soli” hanno messo in campo per sopravvivere abbiano dentro una doppia potenziale forza: quella di esercitare una “disseminazione” di culture di progressivo cambiamento individuale e collettivo; e quella di prefigurare una realistica governabilità, nata dall’attenta gestione delle recenti contingenze continuate”. Insomma: “ognuno per sé e dio per tutti” o, se si preferisce, “si salvi chi può”. [rapporto Censis 2012]

 

La classe dirigente: “vassalli, valvassori e valvassini”

Papporto Eurispes 2012. “Un Paese bloccato, rassegnato, piegato su se stesso, che non riesce a trovare la forza per reagire, che non possiede una classe dirigente e politica capace di invertire la rotta e di essere portavoce di un necessario cambiamento generale che tutti noi, per primi, dovremmo volere e pretendere, è un Paese al quale mancano le certezze sul futuro, sul quale pesa una crescita in negativo per gli anni 2012-2013 e la perdita di molti posti di lavoro, su cui gravano le difficoltà delle piccole e medie imprese e l’impoverimento delle classi medio-basse, sui quali più di tutte grava l’esistenza di un sommerso molto diverso da quello che raccontano le statiche ufficiali; in sostanza l’Italia ha tre PIL: uno ufficiale (1.540 Mld di euro), uno sommerso (equivalente al 35% del Pil ufficiale, pari al 540 Mld) e uno criminale che supera i 200 Mld. Le sfide aperte erano tante e, solo per citarne alcune: il ritardo del Mezzogiorno e il divario Nord-Sud; il problema energetico e la questione ambientale; l’ammodernamento delle infrastrutture e la cattiva organizzazione della Pubblica amministrazione; il funzionamento del sistema sanitario e della giustizia; il malessere nella scuola e nell’Università; la crescita incontrollata del debito pubblico e la necessità di riformare le Istituzioni; le vecchie e le nuove povertà e la razionalizzazione del welfare; la riforma del mercato del lavoro e la lotta all’evasione fiscale; la crescita del disagio giovanile e la diffusione della droga; l’espansione della criminalità mafiosa e la crescita della corruzione. L’elenco potrebbe essere ancora più lungo tanti erano i temi e le questioni che agitavano allora il dibattito pubblico. Sono gli stessi argomenti al centro dell’attenzione oggi, ma con una non lieve differenza: da allora la situazione non è migliorata, anzi, si è progressivamente aggravata nel corso degli anni sino ad assumere i caratteri di una vera e propria emergenza nazionale. La crisi che stiamo vivendo ha fatto il resto. Siamo di fronte ad un generale senso di depressione che taglia trasversalmente tutte le classi sociali: i poveri perché vedono, giorno per giorno, allontanarsi la possibilità di poter migliorare la loro condizione economica e sociale; i ceti medi perché hanno sempre più timore di cadere nel baratro della povertà; i benestanti e i ricchi perché si sentono criminalizzati e hanno persino timore a mostrare i segni del proprio status e del proprio benessere, frutto, secondo la vulgata ormai corrente, di chissà quali nefandezze. La sensazione è quella di un Paese bloccato, immobile, rassegnato, ripiegato su se stesso che non riesce a trovare la forza per reagire alla malattia, assistito da un nugolo di medici scarsamente dotati, nella migliore delle ipotesi, o interessati a che la malattia si protragga per continuare ad esercitare il proprio controllo sul malato, in quella peggiore. I medici sono la metafora della nostra classe dirigente generale, di quella classe che, come dice il nome, dovrebbe avere il compito ed il dovere di dirigere il Paese e avere cura del benessere dei suoi cittadini. Di quella classe che dovrebbe affrontare e risolvere i problemi, indicare la mèta, mettere a punto il progetto ed impegnarsi a realizzarlo, coinvolgendo i cittadini di ogni ordine e grado. Una classe dirigente che dovrebbe produrre buoni esempi e buone idee e farsi carico delle esigenze e dei bisogni generali e soprattutto di rappresentare nel migliore dei modi il Paese nel proscenio internazionale.
Utilizziamo la definizione di “classe dirigente generale” per ribadire, ancora una volta, che occorre uscire dall’equivoco, non del tutto innocente, che pretende di attribuire alla sola responsabilità della politica l’origine di tutti i mali che affliggono l’Italia. La politica ha grandi ed evidenti responsabilità, ma essa rappresenta solo una parte, e forse neppure quella decisiva, della “classe dirigente generale” alla quale sarebbe più corretto riferirsi. Sono classe dirigente i nostri “valorosi” imprenditori che talvolta trascurano gli aspetti sociali della loro vocazione e sono sempre pronti a delocalizzare, quando si presenta l’occasione di maggiori guadagni in paesi più o meno lontani dove la manodopera costa meno, le regole sono meno rigide e i diritti dei lavoratori sono spesso un optional. Sono classe dirigente tutti quegli illustri professori che pontificano con forti richiami all’etica e intanto pilotano concorsi e mandano in cattedra figli, nipoti, generi e nuore, e ci affliggono dalle pagine dei giornali parlando di cose che hanno solo letto sui libri scritti da chi ha letto solo libri, ma non hanno mai messo piede dentro una fabbrica o fatto qualche lunga fila allo sportello di un qualsiasi ufficio della nostra Pubblica amministrazione e non hanno mai avuto il problema della quarta settimana”. [rapporto Eurispes 2012]

 

Stabilità e decreto sviluppo

L'effimera Legge di Stabilità e un inconsistente “decreto sviluppo” sono provvedimenti inefficaci e socialmente iniqui, colpiscono le classi a basso e medio reddito, tagliano le risorse alle politiche sociali e rendono il paese ancora più indifeso; le disuguaglianze economiche non sono la conseguenza, ma la causa della crisi. Le risorse potrebbero esserci se si andassero a prendere i soldi dove ci sono e dove 30 anni di politiche neoliberiste li hanno portati sottraendoli al lavoro e all’economia: patrimoni, profitti, rendite, grandi ricchezze. Proprio quello che il governo in questi anni non ha fatto, beneficiando gli evasori con lo scudo fiscale e con l’allentamento di quelle misure di controllo (come la tracciabilità dei pagamenti e la cancellazione dell’elenco clienti-fornitori) che avevano permesso fino a tre anni fa una più efficace lotta all’evasione fiscale, contro la quale Sbilanciamoci! propone: il ripristino dell’elenco clienti-fornitori per le imprese, il divieto di pagamento in contanti oltre i 100 euro e la reintroduzione del reato di falso in bilancio. [rapporto Sbilanciamoci 2012]

 

Istruzione, competenze e mobilità sociale

I dati indicano come l'istruzione - importante fattore di promozione sociale e di crescita ed equità - nel nostro Paese non raggiunga livelli soddisfacenti. Conferma quanto la classe di origine sia determinante nel condizionare la scelta del percorso di studi e il successo scolastico e quanto la mobilità sociale - già molta bassa in Italia - sia in continua diminuzione (solo il 12,5 per cento dei figli della classe operaia raggiunge la laurea contro il 40 per cento dei figli della borghesia). La scolarizzazione aumenta ma ancora pochi sono i diplomati e troppi gli abbandoni (tra gli studenti italiani il tasso di abbandono scolastico è del 15,5%; tra quelli stranieri raggiunge addirittura il 43,6%). Anche la situazione all'università non è da meno (calo delle immatricolazioni e ancor meno laureati). Permangono, inoltre, gli storici divari territoriali con un netto svantaggio del Mezzogiorno. Ma ancora più determinante dell'istruzione, nel ridurre le diseguaglianze di partenza, risulta essere il possesso di competenze che aumenta le probabilità di occupazione e consente retribuzioni più elevate, anche se restano notevoli gli squilibri di genere anche in questo campo. [rapporto ISTAT 2012]

 

Capitale sociale, capitale umano

Il Rapporto Isfol 2012 pone al centro dell’attenzione il capitale umano, risorsa chiave per vincere la sfida della competitività e della ripresa economica. E segnala un rischio, quello che la carenza, l’obsolescenza e l’inefficiente utilizzo di competenze possa ridurre il nostro potenziale di sviluppo e determinare esclusione sociale, allontanandoci dai principali competitors internazionali. In questi anni l’investimento in capitale umano ha subito un rallentamento. Mentre in alcuni paesi europei la difficile congiuntura economica ha stimolato produzioni, servizi e occupazioni ad alta intensità di conoscenze, cioè ad alto valore aggiunto, in Italia è l’occupazione nelle professioni elementari ad essersi incrementata. Nell’ultimo quinquennio i lavori ad alta specializzazione sono diminuiti dell’1,8%, contro un aumento medio in Europa del 2%. Uno dei paradossi del nostro paese è che abbiamo una bassa percentuale di occupazione in professioni caratterizzate da elevate competenze (il 18% contro il 23% della media UE) e contemporaneamente tali lavori qualificati sono svolti solo in parte da lavoratori con istruzione terziaria (il 53,6% contro il 70,6% della media UE).Ll’investimento in istruzione continui ad essere pagante sotto il profilo lavorativo. Tra il 2007 e il 2010 gli occupati sono diminuiti in Italia di 350 mila unità. E’ il risultato di una contrazione di circa 850 mila persone con al massimo la licenza media o il diploma triennale e un incremento di oltre 500 mila con titolo di studio medio-alto. [rapporto ISFOL 2012]

 

Povertà ed esclusione sociale

Sempre più italiani, casalinghe, anziani, genitori separati, soprattutto donne, denunciano situazioni crisi che coinvolgono intere famiglie. Il profilo dei nuovi utenti dei Centri di ascolto Caritas è sempre meno coincidente con quelli della grave marginalità e va verso una "normalizzazione sociale" del bisogno. La povertà si diffonde. Rispetto al 2009 si osserva un forte incremento della componente demografica in età avanzata: +51,3% di anziani; +177,8% di casalinghe; +65,6% di pensionati. A tale tendenza si associa l'incremento di utenti con figli minori conviventi (+52,9%) e una sostanziale stabilità nel numero di persone separate o divorziate (+5,5%). Tra gli stranieri l'incidenza della povertà economica è meno pronunciata rispetto a quanto accade tra gli italiani (22,2% contro il 40,6%). Identici per le due macroprovenienze nazionali i livelli di diffusione della disoccupazione (circa 24%). È interessante notare come i problemi abitativi siano più diffusi tra gli italiani (10,4%) rispetto a quanto si osserva tra gli stranieri (6%). Diminuisce nel complesso la richiesta di assistenza sanitaria (1,9% rispetto al 4,4% del 2009). In base agli ultimi dati relativi ai primi 6 mesi del 2012 si confermano alcune linee di tendenza: aumentano ancora gli italiani (+ 15,2%); stabili i disoccupati (59,5%); aumentano i problemi di povertà economica (+10,1%); diminuisce del 10,7% la presenza di persone senza dimora o con gravi problemi abitativi; aumentano gli interventi di erogazione di beni materiali (+44,5%). In generale la crisi economico-finanziaria ha determinato l'estensione dei fenomeni di impoverimento ad ampi settori di popolazione, non sempre coincidenti con i "vecchi poveri" del passato.
Appare evidente tra l’altro: 1) la necessità di una misura universalistica di contrasto alla povertà, pur graduale rispetto all'intensità del fenomeno e incrementale nella sua applicazione; 2) un ripensamento del sistema di welfare, orientato alla famiglia come soggetto esposto ai rischi; 3) un rinnovato e articolato impegno verso le aree più povere e marginali del nostro paese (meridione, quartieri sensibili, aree montane) capace di riqualificare sul piano economico, territoriale e della coesione sociale. [rapporto CARITAS 2012]

 

Innovazione e mercato dell’ICT

"Nel 2011 il mercato italiano dell'Ict, nelle sue componenti tradizionali - hardware, software e servizi - ha subito un'ulteriore contrazione dell'ordine di -3,6% rispetto all'anno precedente. Questi dati, a fronte di un aumento medio mondiale della domanda di Ict di + 4,4%, mettono in luce in modo drammatico dove si concentrano le difficoltà di ripresa della nostra economia, che fa ancora estrema, fatica ad agganciarsi all'innovazione digitale come motore della crescita. I numeri parlano chiaro: l'Itc italiana è passata dal - 1,4% di fine 2010 a chiudere il 2011 con un ulteriore calo di -4,1%. Il confronto con i trend medi mondiali, con l'informatica in salita a + 2,4% e le Tlc a +5,7% nel 2011, appare impietoso. Ecco i dati dello scenario internazionale: rimangono trainanti gli Usa con l'It a +3,1% (+ 5,1 nel 2010) e la Germania con + 2,3% (+ 2,6% nel 2010), Francia + 0,3%, Uk - 0,7%, peggio di noi la Spagna con - 5,3. Il risultato è che la distanza sull'innovazione fra l'Italia e i principali paesi si va allargando: sempre nel 2011, il rapporto Spesa It/Pil per gli Usa è stato del 4,2%, per la Francia 3,4%, per la Germania e l'UK 3,3%, mentre l'Italia, come la Spagna, si ferma all'1,8%. [rapporto Assinform 2012]

 

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Non si finirebbe mai basta navigare in rete e fare un po’ di clic. Rapporto annuale federculture, Rapporto annuale sui Consumi del suolo, rapporto imprese e competitività, Rapporto SVIMEZ 2012, Rapporto sulla criminalità 2012, Rapporto su occupazione e sviluppi sociali in Europa 2012, Rapporto sulla coesione sociale 2012, Rapporto sull’industria dei quotidiani in Italia 2012 ….. è una inesauribile enciclopedia del mondo in cui viviamo giorno per giorno e che conosciamo bene.

 

Roberto Moro

Fonte: Storia & Storici
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