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Roberto Moro
Manifesto del declino febbraio-marzo
Il Paese è cambiato davvero?
No: il Paese è davvero fottuto
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Quale governo, quale maggioranza affronterà l’anno mirabilis 2013 che è appena cominciato sotto sinistri auspici? Siamo poi così sicuri che non verremo alle mani, che bastino le organizzazioni criminali e le reti di potere in essere per garantire un minimo di socialità e di sicurezza? Può la violenza di Grillo e di Berlusconi contenere e assorbire altre violenze? E questa violenza, questa invocazione verso un potere assoluto intollerante di ogni controllo, chi difende davvero e chi rappresenta? Che futuro si attendono e ci offrono questi falliti oltre i confini del loro fallimento?
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Attori sgangherati e lo spettacolo flop -“Bambole! Non c’è una lira” - Si salvi chi può …. - … e tutti in scena per il gran finale – Ma il futuro è un’altra storia


Attori sgangherati e lo spettacolo flop

Se fossimo al circo equestre o a teatro ci sarebbe da ridere e divertirsi, fischiare e tirar uova marce, ma purtroppo siamo nel mondo reale.
A parte il Paese tutto intero anche i sacri palazzi della politica rigurgitano ormai di fottuti e falliti a cominciare da Mario Monti per finire a Beppe Grillo, gli ultimi entrati in scena.
Mario Monti si è liquefatto a seguito del flop elettorale. Orami solo, incazzato e incazzoso, non fa più storia né cronaca e certo non sarà ricordato come il salvatore del Paese: al contrario il bilancio finale del suo ciclo di governo è il declassamento dell’Italia in serie B decretato dalla agenzie di rating. C’è di peggio: anche i suoi “tecnici” si sono liquefatti nella palude dei “senza nome” e sono fottuti. Come se non bastasse, il Premier ha trascinato nella sua deriva Montezemolo, Casini e un certo numero di “eccellenze” della classe politico-dirigente che non ci si ritrovano più. Frastornati, intimiditi sono fantasmi alla ricerca di una intervista e di un minimo di visibilità ormai generalmente negata. Monti addio!
Certo che no. In quanto senatore “a vita”, nessuno ce lo toglie più e fino al giorno della sua morte (stipendio pagato, privilegi connessi) sarà, se non sulla scena, dietro alle quinte in attesa di qualche ruolo, magari di semplice comparsa: il gioco gli piace e c’è sempre da imparare. Per quel che ci riguarda, seppure indirettamente, si tratterà di trovagli un ruolo e un posto di prestigio a spese dei contribuenti.
Anche Beppe Grillo è, a suo modo, fallito e fottuto. Il successo, inutile dirlo, lo ha infilato in un gioco più grosso di lui, impraticabile sul medio termine. Con le forze di cui dispone, un universo di precari che hanno trovato posto per caso, non è in condizione di assorbire e gestire tutto il potere che rivendica. La speranza è il collasso e nuove elezione in vista di un grande, definitivo balzo del moVimento; un balzo che non ci sarà, come non ci sarà un nuovo tzunami tour e un nuovo attraversamento dello Stretto. Lui lo sa e lo sappiamo tutti: la gente si stufa. Soprattutto Grillo vive il paradosso del sistema che ci ostiniamo a chiamare “democratico”: con una nuova legge elettorale perde il controllo sugli eletti e con la legge che c’è gli eletti sono fottuti e non intendono andare alle elezioni. Ma per ora, questione di settimane o di qualche mese, il sogno permane: il 30-40 % dei suffragi, e poi? Poi il governo assoluto, il partito unico della rete, l’immaginazione al potere. Non ci crede lui e non ci crede nessuno. Per ora: benvenuto nella palude!
Se queste erano le novità, le istanze di cambiamento, la domanda è: ma davvero è cambiato il Paese?
L’elenco dei fottuti non si esaurisce.
Sono usciti di scena per una meritata pausa: Tremonti che ci risparmia le sue saccenti ironie, Bossi che ci libera dalle sue volgarità, di Pietro che consente il ripristino di una corretta sintassi … l’elenco sarebbe lungo e noioso, chi se li ricorda più i falliti d’Italia? Ma anche qui potrebbe trattarsi solo di una pausa ricreativa, un sommesso agitarsi tra le quinte in attesa di nuovi ingaggi.
Anche Berlusconi è fottuto. Costretto a scendere in piazza per evitare i processi, deve mendicare, con la consueta violenza mediatica, un salvacondotto, uno straccio di super immunità per restare in scena a recitare una parte che rischia di essere fischiata. E, infine, anche Bersani rischia di essere fottuto alla grande e di trascinare nella palude dell’oblio i nomi eccellenti che dovrebbero essere il segno di un cambiamento impossibile. Anche la società civile rischia di essere fottuta con lui. Da ultimo anche il Quirinale ha fallito e quello che appunto sarà ricordato come l’ “ultimo presidente” non ha portato a casa niente: poco rumore per nulla.
La compagnia si scioglie? Nemmeno per sogno. Si conta ormai su un nuovo impresario al Colle per rilanciare lo spettacolo, ma c’è un problema ….

 

“Bambole! Non c’è una lira” !

Perché, bisogna dirlo, la locandina che ci viene offerta ogni giorno al botteghino dei media, quel composto di pettegolezzo politichese che i tecnici chiamano “comunicazione politica” è del tutto ingannevole sui contenuti dello spettacolo. Lo spettacolo è un altro e prima o poi, stiamone certi, gli spettatori chiederanno di essere rimborsati.
Lo spettacolo è un altro e lo leggi a partire da pagina 10 o 12 dei quotidiani, lo scopri in terza serata, lo devi andare a cercare nei labirinti dei social network e lo incontri a gratis nel tuo quotidiano. È quella sorta di iper realismo che si trasforma fatalmente in surrealismo, perché sempre nel Belpaese la realtà è superiore alla fantasia e all’inventiva. Lo spettacolo del quotidiano è quello di arrangiarsi per arrivare a fine mese, è l’economia (a cominciare dalla quella domestica), il lavoro, i pochi soldi in banca, insomma la “cronaca nera”. E cioè miserie, truffe, corruzioni, violenze e fatti di sangue (la litigiosità negli ultimi dieci anni è aumentata del 35%, i reati accertati superano i 3 milioni).
In questa zona della realtà, che soggiace alla palude dell’informazione, la scena è quella della discesa agli inferi, e lo spettacolo lo conosciamo perché gli attori siamo noi. Il canovaccio è noto e le parti lo recitano senza fatica a memoria. Comunque il ripasso è opportuno.
L’Italia (60 milioni di abitanti) rappresenta l’1% della popolazione mondiale e produce il 4% di quello mondiale: 1500 miliardi su 36.000. Fin qui tutto bene. Ma il debito, a fronte della ricchezza prodotta, è di più di 2000 miliardi. In altre parole, ciascuno di noi produce ricchezza per 25 mila euro (neonati e pensionati compresi) e ha debiti per 31 mila euro. Nei 35 mila sportelli bancari dispersi sul territorio giacciono fondi per 900 miliardi. Un prelievo forzoso di tutti i depositi non pagherebbe neppure la metà del debito.
Il debito è incontenibile, ha raggiunto il 127% del PIL grazie al governo di unità nazione di Mario Monti, ed è destinato a crescere perché la produzione della ricchezza diminuisce a ritmi costanti (-7% negli ultimi quattro anni) e l’economia è in recessione. Siamo arretrati di almeno trent’anni. In cifre grosse, a fronte di un prelievo fiscale di 700 miliardi, le spese sono di 780 miliardi. Mancano all’appello ogni anno circa 80 miliardi. C’è di peggio, nel debito pubblico non viene accolto il debito “commerciale” dello stato e degli enti autonomi e pubblici (comuni, province, regioni al collasso) verso fornitori e finanziatori che fa un conto di circa 100/150 miliardi per il quale di dati certi non ce ne sono. E la voragine delle banche? E l’onda anomala dei “derivati”? Siamo falliti e fottuti.
A tirar su il morale poi ci sono 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzioni varie, sprechi a non finire, tutta l’Italia al “nero”, le risorse invasive delle organizzazioni criminali e un rosario di scandalose inadempienze che recitiamo ogni giorno al mattutino e al vespro. Basta così. L’Italia del cambiamento è un’Italia fottuta.

 

Si salvi chi può ….

Sì, perché a fronteggiare questa situazione, chiamiamola pure di “profondo mutamento”, delle strutture sociali ed economiche del Paese, ci sono 17 milioni di pensionati, 3 milioni di “cittadini” al di sotto di 6 anni, 9 milioni di studenti, 8 milioni di cittadini “inattivi” (non occupati, disoccupati, in cerca di lavoro, cassintegrati) a fronte di una popolazione attiva di 23 milioni di “lavoratori” (su 60 milioni!).
I “lavoratori” poi sono occupati per il 4% in agricoltura, il 20% nell’industria manifatturiera, il 5% nell’edilizia, il 73% nel settore dei “servizi”. Gli impiegati pubblici son 5 milioni, il personale politico di eletti dal popolo in tutto il “sistema” democratico sono 230.000: la “classe politica”.
Eccoli qua: 1000 parlamentari, 1200 consiglieri regionali, 170.000 consiglieri comunali, 4000 consiglieri provinciali, 5000 consiglieri circoscrizionali, 4000 addetti alle comunità montane, 20.000 sindacalisti, 5000 consiglieri delle Camere di Commercio; assistenti e portaborse, consulenti, amministratori e consiglieri delle società partecipate, “in quota” ai partiti, chiudono il conto, lo ingigantiscono a più di sei cifre, e fanno un esercito coeso di professionisti della cortigianeria e dell’arte di arrampicarsi. Marescialli, generali, ufficiali, sottufficiali e caporali di giornata che hanno abbandonato l’esercito nazionalpopolare in rotta verso il suo incerto destino. È una tradizione della classe politica e dirigente del nostro Paese: insomma siamo tutti fottuti.


… e tutti in scena per il gran finale

Qualche anno fa The economist offriva una prima pagina con il volto di Berlusconi titolata: “l’uomo che ha fottuto un Paese” e nel 2007 (sei anni fa!) usciva il bestseller La casta divenuto del tutto popolare tra i cultori e appassionati della politologia-politichese: se ne parla da sei anni e ne parlano tutti. L’idea era che la classe dirigente del Paese, innanzi tutto la classe politica, fosse globalmente responsabile delle sciagure d’Italia, del declino e dell’arretramento del paese in tutti i suoi indicatori fondamentali. Più di recente il Rapporto Eurispes 2012 ha codificato questo comune sentire nell’idea di “classe dirigente generale”.
“I cattivi medici sono la metafora della nostra “classe dirigente generale”, di quella classe che, come dice il nome, dovrebbe avere il compito ed il dovere di dirigere il Paese e avere cura del benessere dei suoi cittadini. Di quella classe che dovrebbe affrontare e risolvere i problemi, indicare la mèta, mettere a punto il progetto ed impegnarsi a realizzarlo, coinvolgendo i cittadini di ogni ordine e grado. Una classe dirigente che dovrebbe produrre buoni esempi e buone idee e farsi carico delle esigenze e dei bisogni generali e soprattutto di rappresentare nel migliore dei modi il Paese nel proscenio internazionale”. Politici, professionisti, imprenditori, alta dirigenza pubblica e privata sarebbero i responsabili del fallimento dell’intero sistema o almeno della sua metamorfosi verso il declino permanente inteso come condizione di vita e di modello di cultura. Ci, per censimento, 1020 "enti inutili" che sopravvivono a se stessi. Ma ovunque CDA, Presidenze,consulenze offrono il panorama di un padiglione geriatrico che si rigenera continuamente da se e stabilizza l'intero sistema a prezzo della sua innefiicienza. Le porte sono chiuse ad ogni ragionevole avvicendamento e tutti, tutti sono ancora in scena per il gran finale. Le denunce e le esecrazioni non finiscono mai, forse porò ...
Forse alla luce del nostro spettacolo quotidiano e del ruolo di spettatori vien da chiedersi se questa estensione progressiva dell’idea di classe dirigente in un complesso articolato e diffuso si elites, non finisca per lambire (e poi inghiottire) ciascuno di noi, a cominciare, ovviamente, da chi scrive e chi legge.
Ma davvero il Paese si sarebbe fottuto per l’intervento magico delle forze del male? Davvero siamo convinti che l’immobilismo, il cammino a ritroso sia il prodotto esclusivo di gruppi, clientele, massonerie, conventicole, organizzazioni criminali di ogni ordine e stato, insomma di piovre e barbari che, dall’alto e da oltre i confini della società civile, sono sbarcati nella Penisola? Oltre che spettatori impotenti, non siamo forse tutti comparse in attesa di entrare in scena e recitare il copione anche per un solo istante?
Berlusconi, per anni, non ha forse fatto un eccellente spettacolo promettendo a tutti una parte? La “casta” non ha forse assicurato un minimo di mobilità sociale, di opportunità, di quattrini all’esercito nazionalpopolare dei falliti in rotta verso il Sud del mondo?
Un po’ di autocritica, alla fine, ci vuole. E la domanda è: ma è la meritocrazia che è stata negata o è il merito che davvero non c’è? Dove sono le competenze, l’impegno, la cultura per gestire la complessità, reggere il confronto, collaborare per costruire davvero?

 

Ma il futuro è un’altra storia

In Italia il disastro delle istituzioni educative è un celebrazione domenicale, il collasso e la malagestio del patrimonio artistico e culturale è una messa da requiem che cantiamo in coro un giorno sì e uno no. Gli indicatori delle nostre università ci collocano in maglia nera, e la “ricerca scientifica” è, da sempre, un mantra (come il turismo) che ci accompagna in ogni conversazione “impegnata” sulle grandi risorse del Belpaese. Ma in Italia si legge poco, gli italiani leggono poco (mediamente meno di un libro all’anno), si informano passivamente (ma la parola è “pigrizia”) attraverso la TV (la nostra televisione), si rifugiano nel tifo calcistico che è la vera messa domenicale per la rituale assunzione di adrenalina. I giovani sono sfiduciati e abbandonano la scuola e il lavoro che “non danno speranza”. I cassintegrati si arrangiano, i pensionati resistono, tutti cercano la via per vivere quasi di frodo. Ma non sarà che manchi dovunque il coraggio, la voglia di rischiare, di lavorare, di misurarsi davvero con le proprie aspettative, le proprie ambizioni?
Un esame di coscienza va fatto, o almeno una seria riflessione. E la domanda qui è: ma il è futuro che manca o una “cultura del futuro” che non esiste più?
Perché il futuro è una forza di attrazione che nasce solo da dentro (è un progetto), dal presente di ogni giorno, ed è connesso in modo indisgiungibile all’idea del dovere (il dovere verso sé stessi nel rapporto con gli altri), al coraggio, al rischio che ogni progetto porta con sé.
Forse ora che siamo tutti fottuti e tutti lo sappiamo, il futuro ci cascherà addosso senza preavviso e ci troverà impreparati, incerti, incompetenti, angosciati. E qui è l’ultima domanda.
Quale governo, quale maggioranza affronterà l’anno mirabilis 2013 che è appena cominciato sotto sinistri auspici? Siamo poi così sicuri che non verremo alle mani, che bastino le organizzazioni criminali e le reti di potere in essere per garantire un minimo di socialità e di sicurezza? Può la violenza di Grillo e di Berlusconi contenere e assorbire altre violenze? E questa violenza, questa invocazione verso un potere assoluto intollerante di ogni controllo, chi difende davvero e chi rappresenta? Che futuro si attendono e ci offrono questi falliti oltre i confini del loro fallimento?
Nel corso delle ultime elezioni Casa Puond ha ramazzato un manciata di voti, una miseria: qualche decina di migliaia. Anche altri estremisti dell’estremismo hanno seguito lo stesso destino. Basta così? Ma gli squadristi del ’22 erano molti di meno. Nel corso delle ultime elezioni la quota di astensioni ha raggiunto il 25%, nel 1946 nell’Italia sconfitta, miserabile e analfabeta per nulla addestrata alle alchimia della democrazia, si era recato al voto l’80% degli aventi diritto.


Roberto Moro - 24 marzo 2013

Fonte: Storia & Storici
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