Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Vandana Shiva
Le nuove guerre della globalizzazione
Sementi. Acqua e forma di vita
immagine
Tutti i movimenti di liberazione della storia recente sono stati di parte ed esclusivisti. Hanno, infatti, tagliato fuori le altre specie e le culture altrui, oltre che la politica del rinnovamento portata avanti dalle donne nel quotidiano. Per la prima volta abbiamo l'opportunità di andare alla ricerca della libertà secondo dettami esattamente antitetici, ovvero trovandola nella nostra diversità, in collaborazione con le altre specie e con metodi non violenti. La libertà di essere diversi è l'alternativa alla globalizzazione.
***

[audio -video -video correlati -galleria di immagini]

 

Introduzione - Le guerre della biodiversità - L’agricoltura industrializzata come guerra - Libero commercio e carestia - Un'agricoltura migliore è possibile - Le guerre dei semi - La guerra dell’acqua - Dichiarazione di Plachimada – Biopirateria - Earth democracy: per una democrazia planetaria - Dalla democrazia moribonda a quella viva.

 

 

Introduzione.

La campagna lanciata dall'America contro il terrorismo mirava originariamente a colpire Al Qaeda, motivazione principale addotta per giustificare i bombardamenti in Afghanistan. Il bersaglio si è quindi spostato sull'Iraq, non appena l'emergere di timori sulla presenza di armi di distruzione di massa al suo interno ha fatto sì che pure questo Paese venisse messo in relazione con l'11 settembre e con il fondamentalismo islamico, malgrado da lungo tempo vi fosse instaurato un governo di tipo laico. Ora vi sono già una serie di avvisaglie che indicano in Iran, Siria e Corea del Nord le prossime nazioni, tra le altre, nel mirino di questo nuovo tipo di conflitto, privo di un nemico ben definito e non confinato né nello spazio né nel tempo, le cui radici affondano in un'economia incapace di rispettare limiti di carattere morale ed ecologico: limiti all'ineguaglianza, all'ingiustizia, all'avidità e al potere economico.
Si tratta di un conflitto non circoscritto né a un luogo né a un periodo ben precisi, intrinsecamente aperto poiché basato su una dichiarazione di guerra permanente non a uno specifico regime, bensì a tutti coloro che, compresa anche una fetta degli stessi cittadini inglesi o americani, non si considerano parte della «coalizione» spintasi a invadere le case e i Paesi altrui. Tale costante stato di guerra continua a sussistere persino in assenza, di fatto, di alcuna violenza. […]
Anche gli scopi di questa guerra riflettono una situazione di conflitto permanente in un paradigma e in un'ottica globale che tendono a vedere nel mondo intero un «nemico» da sterminare.
Quando il colosso americano Cargill ha fatto il proprio ingresso in India nel campo delle sementi grazie alle nuove politiche di globalizzazione adottate a livello nazionale, i contadini ne hanno distrutto le piantagioni a colpi di piede di porco come disperata risposta all'arrogante dichiarazione rilasciata dall'allora Rappresentante del Commercio USA, Carla Hills, secondo cui, se mai ce ne fosse stato bisogno, gli Stati Uniti avrebbero fatto ricorso a quello strumento pur di spalancare i mercati alle proprie imprese. L'azienda si è servita di un linguaggio bellicoso anche per ammonire gli agricoltori, affermando che le sofisticate tecnologie da essa impiegate per realizzare semi ibridi avrebbero impedito «alle api di appropriarsi indebitamente del polline», mentre la Monsanto, un altro gigante del settore, ha descritto i propri raccolti resistenti all'erbicida Round-up come in grado di prevenire il «furto» della luce del sole da parte della biodiversità. Le leggi in materia di proprietà intellettuale trattano i contadini che conservano le sementi ricavate dai propri raccolti alla stregua di ladri e criminali. La globalizzazione sta plasmando un mondo in cui api, biodiversità e agricoltori vengono definiti delle minacce, incoraggiando le «azioni preventive» grazie alle tecnologie aggressive e ai trattati commerciali. […]
Il conflitto attualmente in atto a livello mondiale costituisce l'inevitabile passo successivo per la globalizzazione economica e delle multinazionali: un pugno di grandi società e di Paesi potenti cercano di acquisire il controllo delle risorse terrestri, trasformando il pianeta in un supermarket in cui tutto è in vendita. Vogliono, insomma, arrivare a venderci quello che, in realtà, già ci appartiene: l'acqua, i geni, le cellule, gli organi, il sapere, la cultura e il futuro. Le guerre in Afghanistan, in Iraq e nei Paesi prossimamente sotto tiro non hanno a che vedere soltanto con il fatto di versare « sangue per il petrolio »; con il loro progressivo dispiegarsi ci accorgeremo, infatti, come esse riguardino anche lo spargerlo «per il cibo», «per i geni e la biodiversità» o, ancora, «per l'acqua. (pagg.3-5)

 

Le guerre della biodiversità

All'epoca in cui le questioni legate alla sostenibilità ecologica e alla giustizia in campo sociale ed economico impongono un cambiamento nel paradigma economico imperante, la globalizzazione ridà nuovo afflato a sistemi ingiusti di produzione agricola e di consumo. Regole commerciali dai contorni coercitivi stanno smantellando le economie sostenibili, lasciando le società in rovina. Uno dei cambiamenti più significativi indotti dal fenomeno consiste, in ogni caso, nella trasformazione delle profonde basi della vita - le risorse terrestri - in proprietà privata ridotta alla stregua di merce liberamente commercializzabile. I beni comuni di tutti vengono privatizzati e trasformati in prodotti, mentre economie da cowboy mutilano e rimodellano le culture, servendosi della violenza per rivendicare le risorse altrui, siano esse la biodiversità, il petrolio o l'acqua. In un'economia basata sulla guerra il sangue versato per questi ultimi due beni assurge al ruolo di forma estrema di transazione: ad accomunare il movimento pacifista, che ha levato la propria voce contro il conflitto in Iraq, e quello no-global, capace di prevedere le guerre per il petrolio e per le risorse idriche, è dunque l'idea di difendere le libertà fondamentali degli individui.
E proprio questo il motivo per cui milioni di voci hanno detto no sia alla globalizzazione sia alla guerra. Molto tempo prima che le proteste no-global assurgessero agli onori delle cronache di tutto il mondo con i fatti di Seattle, qui da noi, in India, siamo passati attraverso un decennio di analoghe manifestazioni, premonitrici delle conseguenze provocate dalla globalizzazione delle multinazionali. Tutto è cominciato nel 1991, con l'uccisione di Rajiv Gandhi in un attentato kamikaze e la modifica delle politiche economiche nazionali sulla base dei Programmi di Aggiustamento Strutturale richiesti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Mentre la gente si mobilitava contro tale imposizione antidemocratica, è giunto pressoché a completamento il ciclo di negoziati multilaterali noto come Uruguay Round condotto nel quadro del General Agreement on Trade & Tariff (GATT), l'accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio che è stato, in seguito, rimpiazzato dal WTO; l'allora direttore generale di tale istituzione, Arthur Dunkel, ha redatto una prima bozza di trattato finale dai toni alla «prendere o lasciare» (il cosiddetto « Dunkel Draft Text », in India soprannominato DDT per via del contenuto altamente tossico). Abbiamo allora organizzato tutta una serie di raduni e di proteste di agricoltori contro le clausole in essa previste, che contemplavano brevetti sui semi e la liberalizzazione delle politiche di import-export; nell'ottobre 1992 ad un raduno no-global a Bangalore ha preso parte mezzo milione di persone, tra cui rappresentanze dei sindacati agricoli di tutto il mondo. Siamo riusciti in un certo modo a influenzare le scelte del Paese perfino dopo il 1995, anno in cui è stata istituita l'Organizzazione Mondiale del Commercio e l'India si è fatta firmataria delle sue politiche. […]
I nuovi diritti di esclusiva imposti sulla biodiversità e sui semi dal Trade Relate intellectual Property Rights (TRIPS), l'accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio, pongono le sementi fuori dalla portata dei contadini, spingendoli sulla strada dell'indebitamento e del suicidio e costringendoli a vendere parti del loro corpo, così come il loro stesso terreno, per pagare i debiti indotti dalle aziende che ne detengono il monopolio. In migliaia hanno immolato la propria vita a tali guerre dei semi. I monopoli imposti sull'acqua ne negano, invece, l'accesso alle persone sia ritagliando una zona di proprietà privata nella sfera di quanto normalmente costituisce una risorsa pubblica, sia privatizzando i servizi e provocando, così, un aumento dei costi di gestione pari al 200-300%. […] (pagg. 8-10)


L’agricoltura industrializzata come guerra

[…] L'agricoltura industriale si è trasformata in una guerra contro gli ecosistemi; poggia sugli strumenti e sulla logica che caratterizzano il contesto bellico e ha conseguenze anch'esse definibili come tali. Le sostanze chimiche su cui si fonda sono state in origine pensate per la guerra chimica; è per questo che Bhopal è diventata una zona di guerra.
L'agricoltura basata sulla diversità, la decentralizzazione e il miglioramento della produttività delle piccole aziende agricole attraverso metodi ecologici è, invece, centrata sull'universo femminile ed è amica della natura. In essa il sapere è condiviso e le diverse varietà di piante vengono viste come beni di tutti, non come una « proprietà ». La sostenibilità si fonda sul rinnovamento e sulla rigenerazione della biodiversità, nonché sulla ricchezza delle specie. In tali paradigmi non c'è posto per i raccolti geneticamente modificati, né per i monopoli creati dai diritti di proprietà intellettuale esercitati sulle sementi.
Tanto i monopoli quanto le monocolture simboleggiano, invece, la mascolinizzazione dell'agricoltura. La mentalità bellica sottostante al suo modello militare-industriale emerge chiaramente dai nomi attribuiti agli erbicidi: la Monsanto ha chiamato i suoi «Round-up» [«Retata»], «Machete» e «Lasso» [«Lazo»], mentre l'American Home Products, ora fusasi con essa, ha optato per «Pentagon» [«Pentagono»], «Prowl» [«Cacciaprede»], « Lightning » [« Fulmine »], « Assert » [« Rivalsa »] ed « Avenge » [« Vendetta »], tutti appellativi in cui è palese il linguaggio della guerra, non quello della sostenibilità.
Distruggendo la comunità ecologica e sociale del nostro Paese innalziamo la soglia della violenza e diminuiamo la nostra capacità di compassione. È nell'interazione quotidiana delle specie che apprendiamo le migliori lezioni in tema di diversità e di democrazia. Ed è per questo, dunque, che diamo il via a movimenti a favore dell'agricoltura sostenibile e di metodi pesticidi non violenti, un'agricoltura destinata a proteggere la Terra e i contadini, gli esseri umani così come le altre specie. (pagg. 19-20)

 

Libero commercio e carestia.

[…] La fame è la conseguenza inevitabile della globalizzazione e delle sue politiche, che hanno trasformato il cibo da elemento di base, cui tutti hanno diritto, in prodotto commercializzato a livello mondiale. La stragrande maggioranza delle persone che la soffrono sono produttori agricoli le cui risorse hanno subito un deterioramento o sono state distrutte da calamità naturali, oppure ritrovatisi sommersi dai debiti per la necessità di acquisire i costosi metodi di coltivazione imposti dall'agricoltura industriale sullo stile della Rivoluzione Verde fino ad arrivare a non essere in grado di consumare i generi alimentari frutto del loro stesso lavoro. […]
In primo luogo i sistemi agricoli ad alto investimento di capitali privano i contadini dei loro redditi, spingendoli verso l'indebitamento e l'indigenza.
In seconda battuta, con l'integrazione a livello mondiale dei mercati e la rimozione delle restrizioni vigenti sulle importazioni (QRs), i prezzi artificiali fissati dai monopoli dell'industria agraria, così come i quattrocento miliardi di dollari di sussidi investiti dai Paesi ricchi in aiuto delle proprie aziende agricole, fanno scendere i prezzi interni, derubando ancora una volta i coltivatori locali dei mercati e di qualunque forma di introito. La riforma delle politiche agricole annunciata nel 2002 dagli USA contempla per i prossimi anni un incremento annuale delle sovvenzioni destinate alle aziende americane del settore pari a venti miliardi di dollari. Tutto ciò non farà che abbassare ulteriormente le tariffe versate ai contadini a livello mondiale, rendendo inattuabile l'agricoltura per i piccoli produttori marginali, oltre a invalidare la giustificazione tanto spesso accampata per la globalizzazione e le regole del WTO: che la loro attuazione metterà tutti sullo stesso piano e costringerà i Paesi ricchi a ridurre i propri sussidi. L'Organizzazione Mondiale del Commercio è, però, chiaramente impotente a disciplinare nazioni del calibro degli Stati Uniti; le sue regole sembrano, piuttosto, imposte solo a Paesi come l'India, che è stata obbligata a modificare in base al TRIPS la propria normativa sui brevetti e a rimuovere le restrizioni sulle importazioni agricole.
In terzo luogo i poveri si vedono via via privare del diritto al cibo dal passaggio, di cui si è detto in precedenza, da una politica che privilegiava la sussistenza a una mirata, invece, a mettere in primo piano le esportazioni. […] (pagg. 27-28)

 

Un'agricoltura migliore è possibile

[…] Il futuro degli alimenti e dell'agricoltura risiede a metà tra due paradigmi in conflitto tra loro. Uno si basa su una produzione non sostenibile, su aziende agricole industrializzate in larga scala, con l'impiego di costose sementi ibride o geneticamente modificate e di prodotti chimici sotto il monopolio di una manciata di colossi del settore agro-chimico e delle biotecnologie (Monsanto, Syngenta, Dow, Dupont, ecc.), nonché su un commercio globalizzato, controllato da un numero altrettanto ristretto di multinazionali (Cargill, ADM, PepsiCo ecc.). L'altro è fondato, invece, su centri produttivi rappresentati da piccole fattorie di ridotte dimensioni e su sistemi di fattori produttivi interni ecologici, a basso costo e accessibili ai coltivatori con limitate disponibilità economiche. Il principio ispiratore del commercio e della distribuzione che lo anima non è la globalizzazione, bensì la localizzazione, garantendo così dal basso verso l'alto e dall'interno verso l'esterno la sicurezza alimentare, a cominciare dal singolo nucleo famigliare per estendersi alla comunità, alla regione, alla nazione e al mondo intero.
I sistemi alimentari industriali, su vasta scala e globalizzati non sono sostenibili perché si basano su una falsa economia, a livello tanto produttivo quanto distributivo. Il primo è, infatti, caratterizzato da una pseudo-produttività: benché l'« efficienza elevata » e l'« alto grado di produttività » siano le motivazioni più comunemente addotte per giustificare la diffusione delle tecniche industriali in campo agricolo, in pratica tali sistemi rivelano tassi produttivi ridotti nell'ambito dell'utilizzo complessivo delle risorse e del risultato totale ricavato. Le piccole fattorie fondate sulla biodiversità possiedono un livello di produttività molto più elevato, sia in termini di efficacia nello sfruttamento delle risorse sia di ottenimento di una maggiore quantità di biomassa e di nutrimento da ogni acro di terreno. L'« efficienza » artificialmente costruita delle aziende agricole industrializzate si basa sull'esclusione dei fattori produttivi ad alta capacità di risorse (focalizzandosi solo sul lavoro), così come sulle rese ottenute da singole colture, ignorando la varietà di prodotti delle fattorie fondate sulla biodiversità. Questo falso calcolo della produttività è stato finora utilizzato per sostenere che, in assenza di agricoltura industriale, pesticidi e OGM, non si riuscirebbe a sfamare il pianeta. La soluzione dei problemi legati alla fame e alla povertà risiede, invece, nel promuovere le piccole fattorie ecologiche, organiche e ispirate alla biodiversità, che non commettono sprechi utilizzando meno energia e risorse naturali, riducono i costi dei fattori produttivi e realizzano una maggiore quantità di prodotto nutritivo per ogni singolo acro di terreno. […] (pagg. 44-45)

 

Le guerre dei semi

[…] La principale minaccia oggi incombente sulle persone e sull'ambiente deriva dal potere e dal controllo, per natura modi accentratori e monopolizzanti, il cui impulso genera strutture monodimensionali e quelle che io stessa ho definito le « monocolture della mente ». Queste ultime trattano ogni forma di diversità come una malattia e creano meccanismi coercitivi per plasmare il mondo in cui viviamo, caratterizzato dalla varietà biologica e culturale, sulle categorie e sui concetti privilegiati di una sola classe, una sola razza e un unico genere di una sola specie.
Ne conseguono inevitabilmente tre forme concomitanti di colonizzazione: quella delle diverse specie esistenti in natura, quella dell'universo femminile e quella del Terzo Mondo. Le politiche della diversità rappresentano a mio avviso il terreno su cui è possibile pensare di opporre resistenza a tutti e tre i fenomeni. Le monocolture hanno creato un ordine mondiale intriso di violenza perché quest'ultima è intrinseca al progetto di trasformare i sistemi multiformi e capaci di auto-organizzarsi presenti tanto in natura quanto nella società in un'uniformità e un'omogeneità centralmente controllate. Le monoculture generano povertà e handicap pur promettendo crescita, abbondanza e progresso. Per i potenti sono uno strumento attraverso cui esercitare sempre più dominio e controllo; per i deboli e per la natura sono, invece, veicolo d'impoverimento. […]
L’autoritarismo non è finito con la caduta del Muro di Berlino o con il crollo del regime sovietico avvenuto nel 1991. Quello che caratterizza le istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale o il GATT è, anzi, addirittura aumentato, come del resto hanno fatto il potere e il controllo monopolistici esercitati, in ogni angolo del pianeta, sulle risorse naturali e sulla vita della gente dalle multinazionali. La cosiddetta liberalizzazione, con relativa «globalizzazione», imposta a ogni Paese del Terzo Mondo è, in realtà, un meccanismo che mira, come risultato finale, a introdurre la monocoltura destinata a stroncare ogni forma di diversità e di capacità rigenerative, creando una sorta di apartheid economico in cui i piccoli coltivatori, produttori e commercianti si vedranno privare dei propri mezzi di sostentamento. L'immagine del « campo da gioco uguale per tutti » è una metafora dell'uniformità in cui, quasi sempre in maniera ingiusta e a svantaggio altrui, sono la dottrina e gli obiettivi delle società transnazionali il metro di misura delle differenti attività svolte dai vari attori economici. […]
La Rivoluzione Verde ha costituito un esempio di deliberata distruzione della diversità. Anziché rovesciarle, le nuove biotecnologie tendono a ripetere e ad approfondire simili tendenze. Associate ai monopoli sui brevetti, propugnati sia tramite le regole sui diritti di proprietà intellettuale previste dal GATT e da altre piattaforme commerciali, sia attraverso quanto convenuto sulla biodiversità, esse minacciano inoltre di trasformare la varietà delle forme di vita in mera materia prima a uso della produzione industriale e del profitto illimitato. Mettono in pericolo contemporaneamente la facoltà per le varie specie di rigenerarsi e l'economia libera e sostenibile dei piccoli coltivatori e produttori, basata sulla varietà della natura e sul suo sfruttamento.
Il seme, ad esempio, si autoriproduce e si moltiplica. I contadini lo utilizzano sia come chicco in sé che per il raccolto dell'anno successivo: è autosufficiente non solo in quanto capace, sul piano ecologico, di riprodursi, ma anche, sul versante economico, perché in grado di duplicare in forma gratuita i mezzi di sussistenza degli agricoltori. Tale sua caratteristica rappresenta, tuttavia, uno degli ostacoli principali per le multinazionali del settore. Perché si possa creare un mercato in questo campo, infatti, esso deve venire fisicamente trasformato in modo da bloccarne la riproducibilità e modificarne lo status dal punto di vista legale, convertendolo da bene collettivo delle comunità agricole in proprietà privata delle ditte di sementi. […] (pagg. 50-54)

 

La guerra dell’acqua

[…] Il movimento dei letterati ha fornito una figura guida nella persona del dottor Sukumar Azhikode, mentre il sostegno di tutto il mondo era ben rappresentato da Jose Bove e Maude Barlow, nonché da parlamentari europei e attivisti provenienti da ogni angolo del pianeta. La protesta delle donne, vale a dire il cuore e l'anima del movimento, ha guadagnato appoggio tramite l'azione legale e parlamentare e la ricerca scientifica. È stata proprio l'unione di queste molteplici e diverse forme di supporto a rivelarsi schiacciante e a far sì che a Plachimada la gente la spuntasse contro la Coca-Cola. Quando le agende locali e le preoccupazioni mondiali si uniscono per affermare l'accesso democratico alla munificenza di Madre Natura si scatena, infatti, un immenso potere.
Recita la Dichiarazione di Plachimada, emessa nel corso della Conferenza Mondiale sull'Acqua del 23 -24 gennaio 2004:

Dichiarazione di Plachimada

1. L'acqua è la base della vita; è un dono della natura; appartiene a tutte le creature viventi presenti sulla faccia della Terra.
2. L'acqua non è proprietà privata. E una risorsa comune per il sostentamento di tutti.
3. L'acqua è un diritto fondamentale dell'uomo. Deve essere conservata, protetta e gestita. E nostro obbligo essenziale prevenirne la scarsità e l'inquinamento, nonché preservarla per le generazioni future.
4. L'acqua non è un prodotto. Dovremmo opporre resistenza a tutti i tentativi criminali della sua commercializzazione, privatizzazione e industrializzazione. […]
5. Occorre formulare la Politica dell'Acqua sulla base di tale punto di vista.
6. Del diritto di conservazione, utilizzo e gestione dell'acqua è pienamente investita la comunità locale. […]
7. La produzione e la commercializzazione dei prodotti velenosi della Coca-Cola e della Pepsi Cola porta alla distruzione e all'inquinamento totali, oltre a mettere in pericolo l'esistenza in sé delle comunità locali.
8. La resistenza sviluppatasi a Plachimada, a Pududdery e in varie parti del pianeta è il simbolo della lotta coraggiosa da noi attuata contro la diabolica banda di multinazionali che piratano la nostra acqua.
9. Scesi sul campo di battaglia in piena solidarietà con gli adivasi che hanno lottato contro le torture perpetrate dalle orrende forze commerciali a Plachimada, esortiamo la gente di tutto il mondo a boicottare i prodotti della Coca-Cola e della Pepsi Cola. Coca-Cola - Pepsi Cola « Via dall'India »
[…] (pagg. 74-75)

 

Biopirateria.

Il termine « biopirateria » si riferisce al processo tramite cui si nega alle culture indigene il diritto di accedere a tali risorse e forme di sapere, rimpiazzandolo con prerogative di monopolio a favore dei loro sfruttatori. La stragrande maggioranza degli IPR imposti sulla biodiversità vuole dire negazione della facoltà di attingere liberamente alle comuni conoscenze delle tradizioni scientifiche non occidentali (come il neem, la curcuma e la jaramla o Phyl-lanthus Niruri), oppure a quelle della moderna scienza occidentale. Esempi di quest'ultimo fenomeno sono i brevetti imposti sui processi utilizzati in ingegneria genetica, sviluppati grazie alla ricerca pubblica in campo universitario e poi privatizzati attraverso gli IPR (si pensi, per chiarire, alla particle gun, la tecnica fondamentale utilizzata per microbombardare gli organismi e andarvi a inserire geni estranei).
I sistemi tradizionali di conoscenze basati sulla biodiversità caratteristici degli abitanti delle foreste, dei contadini e dei guaritori stanno diventando in fretta proprietà privata delle società transnazionali (TNC), che li usurpano dal contesto delle risorse collettive attraverso i diritti di proprietà intellettuale promuovendone, in sostanza, la pirateria e per di più a livello intellettuale. Nell'attuale economia del mercato globale in cui conoscenza vuol dire denaro, il capitale rappresenta il potere e l'unico obiettivo è il guadagno: chi ha i soldi utilizza gli IPR per proteggere le proprie « scoperte », spesso basate sull'innovazione acquisita nel tempo e condivisa dalle società tradizionali. Il sistema dei diritti di proprietà intellettuale ha ampliato l'ambito di dominio in modo da arrivare a includervi la biodiversità; esso, così come previsto dal Trade Relate intellectual Property Rights (TRLPS), riconosce tuttavia e protegge solo gli inventori formali, non quelli che appartengono alle comunità indigene e non sono definibili in quanto tali. Il loro sapere tradizionale viene, pertanto, piratato da innovatori formalmente riconosciuti scienziati, selezionatori di specie vegetali, esperti di tecnologia che vi apportano modifiche o migliorie trascurabili su cui inoltrano richiesta di brevetto, reclamandolo, dunque, come loro proprietà privata. […] (pagg. 85-86)

 

Earth democracy: per una democrazia planetaria.

[…] Tutti i movimenti di liberazione della storia recente sono stati di parte ed esclusivisti. Hanno, infatti, tagliato fuori le altre specie e le culture altrui, oltre che la politica del rinnovamento portata avanti dalle donne nel quotidiano. Per la prima volta abbiamo l'opportunità di andare alla ricerca della libertà secondo dettami esattamente antitetici, ovvero trovandola nella nostra diversità, in collaborazione con le altre specie e con metodi non violenti. La libertà di essere diversi è l'alternativa alla globalizzazione. […]
Una delle principali minacce per la nostra sopravvivenza ecologica, nonché fonte precipua della sempre più diffusa cultura dell'insicurezza, è rappresentata dal dominio assoluto di costruzioni astratte, cui si affianca la negazione del reale, del concreto, di quanto, insomma, è fonte di vita. Questa «fuga» dalla nostra intima natura di specie biologica trova le proprie radici storiche nella dicotomia cartesiana/newtoniana tra intelletto e materia, oggettivo e soggettivo, qualità primarie e secondarie. In una visione del mondo riduzionistica e meccanicistica, l'interpretazione ha importanza suprema ed è più vera della realtà stessa. Tale dominio della costruzione astratta sulla realtà vissuta si basa sulla divisione e sulla separazione, sulla decontestualizzazione e lo sradicamento, nonché sulla cecità di fronte alla disintegrazione inevitabile allorché si separa ciò che è interconnesso. L'atomizzazione è divenuta il pensiero e la prassi dominante. Il falso presupposto di una separabilità basata sull'astrazione consente l'emergere di tecnologie che minacciano la vita come l'ingegneria genetica e i semi « terminator». Permette a soggetti fittizi, mere entità legali, quali le società transnazionali, di dominare l'esistenza degli individui e dei cittadini in carne e ossa. Autorizza la distruzione della vera ricchezza racchiusa nel suolo, nell'acqua, nella biodiversità, nei cibi sani e nelle culture, a favore della creazione di una sua variante apparente che fattura più di tremila miliardi di dollari al giorno, cifra quasi cento volte superiore ai beni e ai servizi di cui può disporre.
Strettamente legati al governo e alla reificazione dell'astratto sono gli elementi egemonici che minacciano la vita nella sua diversità e nella sua capacità di autorganizzarsi e di rinnovarsi: la monocoltura della mente e la legge del tertium non datur (o del terzo escluso). Se la prima spinge verso l'oblio e l'estinzione la diversità biologico-culturale che costituisce l'intimo presupposto della sicurezza ambientale e culturale, la seconda si trasforma nella base di legittimazione dell'ecocidio e del genocidio, isolando le specie intermedie presenti in natura e nella cultura. Una volta che ci si libera dalla prigione mentale della separazione e dell'esclusione e si comincia a vedere il mondo nella sua interconnessione e non separabilità, spuntano nuove alternative. Per reagire alla frammentazione provocata dalle varie forme di fondamentalismo abbiamo bisogno di un nuovo paradigma, di un nuovo movimento che ci permetta di passare dalla cultura imperante e onnipresente della violenza, della distruzione e della morte a quella della nonviolenza, della pace creativa e della vita. […]
La democrazia planetaria ha a che vedere con la reinvenzione dell'identità culturale, della politica e dell'economia. Al momento tutti e tre questi aspetti hanno assunto un tratto negativo, basato sull'annientamento e lo sterminio e non sulla preservazione dell'esistenza e della cultura nella loro diversità. L'economia è personificata dalla corruzione, dagli scandali del mercato finanziario e dalla distruzione dei posti di lavoro e dei mezzi di sostentamento. Le culture, i sistemi di governo e le economie si trasformano in modelli negativi quando vengono stabiliti e plasmati dall'esterno, da forze che non vi sono intrinseche. La globalizzazione altro non è, in effetti, che la sostituzione dei sistemi autosanciti e auto-organizzati con quelli manipolati dal di fuori, finanziati e organizzati a livello mondiale. Il terrorismo e il fondamentalismo globali sono i gemelli inseparabili della sua manifestazione economica. La politica smette di rendere conto al popolo, l'opinione pubblica viene trattata come la minaccia principale, il potenziale nemico che occorre tenere sotto controllo tramite leggi « del terrore », pronte a vedere in ogni cittadino amante della pace, della libertà e della giustizia un potenziale terrorista. […] (pagg. 117-118)

 

Dalle economie moribonde a quelle vive

Il primo cambiamento necessario per creare delle economie vive consiste nell'attribuire valore alla ricchezza reale, non a quella fittizia, a nostra disposizione, rappresentata dal terreno, dall'acqua e dalla biodiversità, dal nostro lavoro creativo e produttivo e dai rapporti interpersonali. La globalizzazione ha accelerato la sostituzione della vera ricchezza con il suo falso corrispettivo. Tutto il valore economico è circoscritto, di conseguenza, non solo ai prezzi di mercato, ma a quelli del mercato globale: alla moneta americana, insomma. All'interno di una simile economia globale del dollaro il mondo risulta privo di confini per il capitale ma non per gli individui. Non si basa sulle attività produttive, bensì sulla speculazione.
Per ogni dollaro che circola nell'economia produttiva mondiale, dai venti ai cinquanta girano nella sfera della finanza pura; se il commercio quotidiano delle merci ammonta soltanto a venti-venticinque miliardi, quello finanziario arriva a ottocento-mille. La creazione di denaro assume, così, contorni ampliamente slegati da quella del valore. Detto ciò, un'economia basata sulla speculazione ha il potere di distruggere quella reale in cui la gente provvede a se stessa giorno per giorno. Le tre forme di economia - quella della natura, quella delle persone e quella di mercato - non sono state ricondotte solo all'ultima, ma anche al fenomeno chiamato «mercato globale », dominato dal commercio in valuta americana. […] (pagg. 120-121)

 

Dalla democrazia moribonda a quella viva

[…] Un elemento chiave della democrazia viva consiste nel riconoscere come naturale il diritto alle risorse vitali. Non si tratta di qualcosa che viene elargito dallo Stato e non può essere sottratto dalle multinazionali attraverso la privatizzazione. In quanto naturale, il diritto alla vita e ai mezzi di sostentamento è anche di tutti; ne conseguono tanto il dovere quanto il diritto nei confronti dei beni collettivi come l'acqua, la biodiversità e l'aria.
Per opporre resistenza alla privatizzazione della biodiversità attraverso i diritti di proprietà intellettuale, a quella delle risorse idriche tramite i Programmi di Aggiustamento Strutturale e il commercio dei servizi, nonché al controllo assunto dalle multinazionali sui generi alimentari e sull'agricoltura occorre una combinazione di strategie a livello locale, nazionale e mondiale, accompagnata da un mutamento nella costellazione del potere e dei diritti spettanti agli Stati, alle imprese e ai cittadini.
La privatizzazione, basata sui diritti esclusivi esercitati dalle società transnazionali su risorse vitali come l'acqua e la biodiversità, rappresenta la chiusura dell'accesso a beni che sono collettivi. Il rovesciamento del fenomeno ne richiede il recupero attraverso un insieme combinato di azioni su tre livelli:
1. A livello locale bisogna rafforzare e affermare i diritti della comunità indigena e quelli sovrani e naturali della gente nei confronti di risorse vitali come l'acqua e la biodiversità.
2. A livello nazionale occorre riconoscere i diritti delle comunità locali e reinventare il concetto di sovranità, passando da uno Stato impostato sulla dottrina dell'espropriazione per pubblico interesse a uno funzionante su quella della pubblica fiducia.
3. A livello mondiale è necessario che si costituisca un movimento in grado di tenere le risorse idriche e la biodiversità lontane dal monopolio, dalla proprietà privata e dalla mercificazione, impedendo così l'imposizione di brevetti sulle forme di vita e la privatizzazione delle acque. Occorre che tali principi entrino a far parte integrante della normativa e della politica internazionali, diventando fonte della pressione popolare democratica per la revisione dell'accordo TRIPS, all'interno della quale i Paesi dell'emisfero Sud chiedano di escludere le forme di vita dalla possibilità di brevettazione, e grazie alla quale venga avviato il riesame dei Programmi di Aggiustamento Strutturale che impongono strategie agricole guidate dalle esportazioni e politiche di privatizzazione delle risorse idriche. (pagg. 137-139)

 

Vandana Shiva

 

Indice del volume:
Introduzione - 1. Le guerre della biodiversità - 2. Le guerre dei semi La presa di controllo sulle sementi da parte delle multinazionali - 3. Le guerre dell'acqua - 4. Biopirateria. La brevettazione del sapere e della biodiversità locali - 5. Earth Democracy: per una democrazia planetaria

 

Vandana Shiva


Le nuove guerre della globalizzazione
Sementi. Acqua e forma di vita

Editore UTET - Torino 2005-2009

 

video correlati

la dea ferita - multinazionali e biodiversità

biodiversità

le guerre dell'acqua



Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact