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Roberto Moro
GovernoRenzi-3
il “sistema” Italia tra economia e altre illusioni
una rinascita democratica?
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Lo spettacolo è in diretta e coinvolge un pubblico sempre più stanco. Quanto durerà Renzi? Sarà approvata la legge elettorale? Si faranno davvero le riforme “strutturali”? I “patto del nazzareno” che ruolo avrà nelle prossime puntate? E la crescita, l’occupazione, il deficit, il debito pubblico? E i “poteri forti”? I tagli, la riduzione della spesa pubblica, il “cambiamento”, l’inversione di rotta? Sono questi gli ingredienti dello spettacolo della politica in politichese che tengono in piedi il racconto quotidiano. E lo spettacolo è questo.
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Messa in scena - 2014: lo spettacolo è questo - Dietro le quinte e un passo più in là - L’orizzonte a breve: tornare al passato?

 

 Messa in scena

4 novembre (anniversario della vittoria) – botta e risposta:
Renzi : “Juncker dimostri che non è il capo di una banda di burocrati sbloccando subito i 300 miliardi che stiano aspettando già da troppo tempo”;
Juncker:Al mio caro amico Matteo Renzi dico che non sono il capo di una banda di burocrati, il burocrate sarà lei: io sono il presidente della Commissione UE, istituzione che merita rispetto, non meno legittima dei governi”.
Giù il sipario.

Applausi, polemiche che fanno il giro del mondo, e fanno il pieno anche gli organi di stampa e i media nostrano: oggi non c’è altro da leggere.
Se a questa piccola pièce si aggiunge la nota di previsioni UE sull’andamento dell’economia  dell’eurozona possiamo dire che un’altra puntata del governo Renzi è giunta al termine. Niente paura, domani si ricomincia.
Lo spettacolo è in diretta e coinvolge un pubblico sempre più stanco. Quanto durerà Renzi? Sarà approvata la legge elettorale? Si faranno davvero le riforme “strutturali”? I “patto del  nazzareno” che ruolo avrà nelle prossime puntate? E la crescita, l’occupazione, il deficit, il debito pubblico? E i “poteri forti”? I tagli, la riduzione della spesa pubblica, il “cambiamento”, l’inversione di rotta?
Sono questi gli ingredienti dello spettacolo della politica in politichese che tengono in piedi il racconto quotidiano. E lo spettacolo è questo.

 

2014: lo spettacolo è questo

Credo che sulla situazione del “sistema Italia” molte opinioni siano ormai condivise e, per quanto attiene alla situazione economica, tutti possano concordare sul fatto che il “rischio paese” consista, nelle politiche di breve termine, nel peso crescente e apparentemente irreversibile del rapporto debito/PIL stimato in crescita dalle previsioni UE che terranno banco ancora per qualche giorno.è opinione universalmente diffusa che oltre la soglia del 140% del debito sul PIL sia inevitabile una qualche forma di default (si tratta di sapere se questa opinione si un dato di realtà o piuttosto un mantra del pensiero economico?);

 

     1 - l’’Italia ha già superato la soglia del 130% ed è previsto dalla Commissione che toccherà 132% che nel corso del 2015 (o forse nel 2016) dovrebbe poi raggiungere la quota limite del 140%: nel corso degli ultimi 20 anni l’indebitamento dei governi che si sono succeduti oscillato tra una crescita da 3,5 ai 9,5 ml al mese; [ad agosto 2014 era stimato 2.168 ml, oggi è stimato a 2.193 con una media di 8,3 ml al mese; 

     2 - il finanziamento del debito pubblico per interessi (2011-78 ml, 2012-89 ml, 2013-95 ml, 2014-97 ml, 2015- 99,808 ml) nonostante l’andamento contenuto dei tassi di interesse, non sembra in prospettiva compatibile con adeguate politiche di investimenti per lo sviluppo;

     3 - gli indicatori di crescita del PIL procapite nel corso degli ultimi 20 anni 1996/2013 (+2,1%) lasciano ritenere che l’intero sistema paese non abbia retto l’integrazione e il confronto con i paesi dell’eurozona (Francia +18%, Spagna +24,5%, Germania +25,4% e Regno Unito, +31,9%, Ungheria +47,8% Lituania   +168%,Svezia 40%, Austria 30%, Olanda 27% )

     4 - poiché il divario, in termini di crescita, emerge sia nel periodo pre-crisi (1996-2007) sia in quello post-crisi (208-2014), è opinione generalmente diffusa che i difetti strutturali di crescita dell’Italia siano precedenti alla moneta unica e che questa abbia semplicemente messo a       nudo la complessiva fragilità del sistema realizzatasi su basi storiche di medio/lungo termine;

     5 - un vasto dibattito è in corso (anche se non del tutto evidente) sulle procedure di ristrutturazione del  debito pubblico, soluzione obbligata in assenza di una robusta crescita a breve termine;

     6 - le proposte avanzate tra maggio e settembre 2014 sono numerose e fantasiose: “parziale ristrutturazione”, “creazione di fondi garantiti dal patrimonio  pubblico” , “matton bond”, “privatizzazioni”, “mobilitazione dei fondi pensione”, “grande patrimoniale”, ma non sono all’ordine del giorno e per ora non godono né di consenso, né di formulazioni e procedure adeguate.

 

A questo spettacolo, poco rassicurante e forse a questo percorso obbligato, occorre poi aggiungere l’impatto e l’impulso di un sistema-mondo in via di rapida evoluzione che induce vere e prprie metamorfosi a livello globale.
Le simulazioni dinamiche, possono poco aggiungere all’intuito individuale che è ormai opinione comune e pensiero diffuso. Ma gli orizzonti appena percepiti del mutamento riconducono generalmente al mantra del “declino” che risale agli anni ’80 e ha preso consistenza di analisi teorica a partire dal 1989: fine della guerra fredda, fine del modello capitalistico classico, fine del duopolio della Grandi potenze, emergenza del sottosviluppo, fine della demografia moderna.
Risultato: in Italia non vi è speranza di futuro, pessimismo è un comune sentire che erode progressivamente la socialità e le regole della socialità.
Oltre questa rappresentazione condivisa e fondata sul canone e sul canovaccio del pensiero economico, si può fare un passo più in là nell’analisi del sistema paese?

 

 Dietro le quinte e un passo più in là

E le domande alle quali si tratta di rispondere sono, tra le molte, le seguenti. Il sistema economico e la sua struttura narrativa sono davvero trainanti nel mutamento in corso del Belpaese? Il processo di “declino” è ancora sui tempi lunghi come lo è stato nella deriva degli ultimi vent’anni? Il rientro dal debito pubblico è davvero la chiave di volta dell’intero sistema e della sua necessaria trasformazione? Quale ruolo giocano il sistema politico e il sistema sociale nell’interazione con le strutture economiche reali e sommerse? Quali sono i tempi per evitare il collasso complessivo del sistema? E poi, il “declino”, con i suoi tempi lunghi, coincide con il “collasso”, con la radicla trasformazione/metamorfosi dell’intero sistema? Esiste davvero la possibilità di raccogliere il consenso in una politica di riforme radicali (e violente) che fissi un programma di crescita del Paese e attribuisca al potere legittimo dello Stato una necessaria continuità per realizzarlo? E molte altre se ne possono aggiungere.

 

     1 -  Al pari del sistema economico, il sistema politico dell’Italia non è in nulla mutato per effetto della moneta unica e ha semplicemente messo a nudo l’arretratezza degli apparati istituzionali e il loro immobilismo nei confronti degli altri paesi dell’Unione.
     2 - Nei 152 anni di storia unitari, il Paese ha conosciuto 131 governi con la durata media di un anno un mese e sette giorni: in termini sistemici l’instabilità è una ragione di governabilità.
     3 - Nel corso della storia repubblicana, per effetto del “bipartitismo imperfetto” (DC-PC), il Paese è stato retto da un blocco sociale di centro interprete di un ceto borghese (DC) in formazione (con il ritardo di più di un secolo rispetto ai paesi europei industrialmente avanzati) e   alla caccia di privilegi, e dall’emergenza di una classe operaia (PC) in grado di richiedere e ottenere quote adeguate di ridistribuzione del reddito sulla base dell’assistenzialismo.
     4 - Questo sistema di cogestione controllata (il “compromesso” davvero “storico”) del sistema politico/sociale ha progressivamente cristallizzato la classe dirigente (a tutti i livelli) penalizzando,  la mobilità sociale, quella generazionale, i processi di modernizzazione creando un deficit della cultura dell’innovazione (a tutti i livelli).
     5 - La crisi della Prima repubblica conseguente alla conclusione della guerra fredda (“mani pulite” 1992) e la frantumazione del sistema dei partiti non ha modificato in nulla il sistema politico rispetto all’esperienza storico-nazionale: nonostante il cambio generazionale  attualmente in corso, il sistema del bipartitismo imperfetto che esclude l’alternanza dei partiti al governo a favore della stabilità/continuità della classe dirigente, è attivo e operante (PD-FI)

 

 Il governo Renzi si regge su un “compromesso di interessi” (stabilità e spartizione del potere) con le forze di centro destra e sembra destinato a negoziare il potere con le forze di destra; il ricorso all’assistenzialismo rimane una priorità strategica per la raccolta del consenso che mette a profitto l’impoverimento del ceto medio; il blocco sociale che sostiene il governo è ancora costituito dagli apparati dello stato (soprattutto dei poteri locali), dalle clientele dei partiti che mettono a profitto la frantumazione del sistema, dal sistema della microimpresa (tradizionale ed extracomunitaria – 3/9 addetti) che adotta strategie esclusivamente difensive e mette a profitto il sistema dell’illegalità diffusa.
Questa mancanza di innovazione del sistema nelle su dinamiche attraversa una fase delicata di mancanza di una adeguata offerta politica da parte della classe dirigente nel suo significato più ampio e di conseguenza certifica una “cultura dell’incompetenza” diffusa che genera immobilismo.
Paradossalmente è proprio il programma di “riforma strutturali” che assicura continuità all’immobilismo e all’arretramento del Paese: la gestione del programma di riforme mettendo in evidenza la “cultura dell’incompetenza” certifica il declino e una cultura del declino.
Alla luce di queste considerazioni il rientro del debito pubblico appare un problema irresolubile e forse irrilevante: il declino progressivo, lento e graduale, è una garanzia di sopravvivenza della classe dirigente.

 

 L’orizzonte a breve

In Italia (come in Grecia) un eventuale default del sistema paese per effetto del collasso del debito, non dovrebbe coincidere con un cambio della classe dirigente e di governo: nei fatti il cambio generazionale è già avvenuto; l’opposizione grillina è impotente, la crescita della destra leghista appare ancora debole.
Sul breve termine (1/2 anni) il ricorso alle elezioni pare improbabile e inopportuno: qualsiasi responsabile di una crisi di governo dovrebbe offrire un programma di rientro dal debito incompatibile con la raccolta di un adeguato consenso e la rottura dell’equilibrio Renzi-Berlusconi risulterebbe un danno per entrambi i contendenti. Il patto del nazzareno prevede, oltre alle garanzie di immunità (possibilmente la rieleggibilità) e di tutela del patrimonio, un sistema elettorale addomesticato di garanzia PD-FI (o di quel che resta di queste forze politiche)

In presenza di una crisi “al buio” le forze antieuropeiste minaccerebbero la governabilità per lungo tempo e creerebbero una ulteriore frantumazione del sistema dei partiti difficile da assorbire nel sistema sul breve termine.
L’ipotesi di un ulteriore governo tecnico è da scartare non incontra il favore del ceto politico e soprattutto del blocco PD-FI che attualmente ha mano libera sul Paese: sarebbe un vero e proprio commissariamento di tutto il sistema.
A fronte di un improvviso collasso del credito internazionale, l’unica gestione possibile appare dunque quella del governo di fatto (Renzi-Berlusconi) che imponga una “manovra record” (da 300 ml) in forma mascherata di patrimoniale: in realtà il peso dell’intervento sarebbe tutto a carico della fasce più deboli e a beneficio dell’economia sommersa, dell’evasione, della corruzione e delle organizzazioni criminali ormai capillarmente diffuse sul territorio e pervasive dalla classe dirigente.
Ciò consentirebbe altresì un rafforzamento del sistema di potere in essere e un definitivo colpo di stato istituzionale sorretto dai poteri forti e dalle reti delle organizzazioni criminali (in senso ampio).

 Sarebbe forse il compimento del progetto di “rinascita democratica” elaborato dalla Loggia P2 (1976) e finora timidamente gestito dai poteri forti e dalle realtà sommerse.

 

Roberto Moro

 

 

 

 

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Fonte: Storia & Storici
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