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Roberto Moro
Parigi o cara, 7, 8, 9 dicembre 2015
Un problema per tutti, una soluzione per nessuno
... dietro alla quinte, dietro agli slogan
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La Francia non ha sicuramente al coscienza pulita negli affari mediorientali e nordafricani, ma è stato uno dei paesi meno coinvolti nel recente passato (Libia a parte), uno dei più critici nei confronti degli interventi americani in Iraq e Afghanistan. È chiaro a tutti: uno dei paesi più tolleranti (per demerito di altri forse) e la nazione laica per eccellenza. Uccidere quattordici persone per delle vignette sul Profeta?
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Parigi. La velocità dell’evento ha lanciato la corsa allo slogan, al desiderio di partecipazione senza indugi (e senza riflessione), a riassaporare quel senso di comunità che ci è ormai estraneo, a vivere il “potere della massa”, della piazza di Parigi, dell’ “evento globale”.
La scena è la più semplice: il nemico secolare, l’asse del male, la natura malvagia dell’altro. L’antagonista è visibile a tutti e tutti lo comprendono benissimo perché non potrebbe essere più diverso di noi. L’islam è malvagio, vuole riportarci nel medioevo, odia le donne, disprezza la vita e uccide per valori a cui noi non riconosciamo alcun valore. … ma: facciamo due conti.
La Francia non ha sicuramente al coscienza pulita negli affari mediorientali e nordafricani, ma è stato uno dei paesi meno coinvolti nel recente passato (Libia a parte), uno dei più critici nei confronti degli interventi americani in Iraq e Afghanistan. È chiaro a tutti: uno dei paesi più tolleranti (per demerito di altri forse) e la nazione laica per eccellenza. Uccidere quattordici persone per delle vignette sul Profeta? Forse … oppure.

 

I due assalitori sono cittadini francesi e stranieri di seconda generazione (si noti, in Francia una persona su 4 oggi ha origini di un altro paese), cresciuti in quel contesto che già 10 anni fa occupava i giornali (le rivolte nelle banlieue, ore nessuno le ricorda) ed è fin troppo facile riconoscerli come i diseredati: sono gli esclusi dalla vita parigina e dalla società civile. Sono figli del sogno infranto di tutta una generazione, quella dei loro genitori; il sogno  di una vita migliore in Europa, la terra dei diritti, certo meglio di Aleppo o Misurata, ma scenario di una crisi, prima di tutto morale, priva di qualsiasi dignità e di rispetto e tanto meno dei diritti di cittadinanza, una crisi che li ha fatti da subito testimoni di una disuguaglianza inaccettabile e senza speranze, incanalati in una via senza uscita verso la disperazione. La disperazione di una vita inutile, inaccettabile, fatta di miseria umana o di schiavitù - altrettanto misera - dettata da condizioni economiche di asservimento a un sistema di impresa che disumanizza, a un’attività senza riposo, a paghe da fame, a insicurezza costante, a rapporti di lavoro basati sul ricatto, il sopruso, fatta di porte chiuse in partenza, dominata dalla concorrenza spietata tra disperati per la promessa di campare un giorno in più. A molti di costoro è negata persino la possibilità di essere rinchiusi in fabbriche-lager, quelle che la Cina e pochi altri paesi in Asia hanno già costruito a cielo aperto in forza di una tradizione millenaria di “dispotismo orientale” e di sottomissione al potere centralizzato.

 

Nell’occidente di oggi che deve crescere per esasperare ancora di più la distanza tra ricchi e poveri, che accumula senza distribuire, che non lavora per mantenere i figli ma rinuncia ai figli per poter lavorare di più. Nel vuoto di senso di una società in polvere, che corre a ritmi non-umani, per fini non-umani, la domanda di valori e di una cultura che rispondano ai bisogni più basilari dell’uomo è un grido disperato. Forse allora, paradossalmente, questi valori e questa cultura che promette “salvezza” è proprio questa interpretazione, distorta e malata, dell’Islam, una promessa di salvezza cha la società tecnologica-finanziarizzata non potrà mai offrire ai diseredati. Forse quando non si può salvare la propria vita, si può trovare almeno un senso alla propria vita: salvarsi con una morte che ne dia significato. L’islam dei terroristi allora non è un valore per il quale morire, ma da una morte con la pretesa di qualche valore. Far sentire l’urlo disperato di chi non ha modo di farsi sentire. 

 

Il problema c’è, eccome. Ma il problema è che di fronte a nessuna cultura, e nessun valore, anche una pessima cultura e pessimi valori sono sempre una risposta. E questo farà il paio con i movimenti populisti e xenofobi che prenderanno voti in tutta Europa sull’onda di una indignazione che è slogan di breve durata, ma veleno di un odio profondo. Il problema che abbiamo in casa (in Europa, ma anche a Roma e Milano) non riguarda infatti la storia degli altri, riguarda propria la nostra casa. Non nascondiamoci almeno dietro “il solito slogan”, la religione malvagia, quella degl’altri.

 

Matteo Landoni, 9 gennaio 2015 

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