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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Matteo Landoni
il pensiero dell'innovazione nei programm dei governi repubblicani
una bottega di buone intenzioni, un festival delle retorica
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Innovazione è ormai una parola di uso comune, inflazionata e svalutata. Ma nel nostro paese si è formata una “cultura” dell’innovazione? E davvero vi è una politica dell’innovazione? Una rilettura attenta dei discorsi programmatici dei Governi repubblicani offre qualche sorpresa: un lessico povero e incerto, un balbettio e un festival delle retorica.
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37 anni, 9 legislature, 37 governi. - I discorsi programmatici dei governi. - Un lessico povero e incerto. - Tecmologoia e ricerca.



 

37 anni, 9 legislature, 37 governi.
Il tentativo di ricostruire la storia della Prima repubblica attraverso i discorsi programmatici dei governi che si sono succeduti con continuata rapidità tra il 1955 e il 1992 (34 governi in poco più di 37 anni e 9 legislature) non produrrebbe alcun risultato significativo. È vero, queste fonti sono documenti “tecnici”, frutto di complessi negoziati e corrispondono a un rituale che crea modelli rigidi e vincoli formali; sono inoltre, o almeno dovrebbero essere, la punta appena visibile di iceberg di un lavoro di analisi, ricerca,valutazioni ed esperienze che li precedono, li giustificano e non possono emergere nel breve spazio di un discorso parlamentare. Tuttavia quel che stupisce e frustra ogni tentativo di ricorso a queste fonti è la loro sostanziale omogeneità in termini retorici e formali, nell’organizzazione dei contenuti e nell’insieme di metafore, simboli, luoghicomuni che si ripetono nel tempo sino a cancellare l’idea stessa del mutamento storico che in qualche modo investe la realtà circostante. Insomma non fanno storia e per questo, con ogni probabilità, non sono stati generalmente frequentati dagli storici.
Inerti come sono, ripetitivi sino a confondersi con procedure burocratiche predefinite, questi testi non lasciano trasparire neppure la personalità dell’autore: si ha l’impressione che una mano invisibile li riproduca in base a moduli definiti una volta per tutte. Anche qui si deve accettare l’assunto che questi documenti rituali non sono rivolti al Paese, ma al ceto politico (le Camere appunto), alle istituzioni e ai gruppi di interesse rappresentati in qualche modo in seno alla classe dirigente del Paese. E forse questo fatto, che provoca imbarazzo al ricercatore (ma anche al cittadino), meriterebbe una certa attenzione da parte della storico, un’indagine approfondita e la precisa ricostruzione del contesto dal quale hanno preso il via. Una storia, per così dire, fatta dall’alto.

I discorsi programmatici dei governi.
Questa situazione di imbarazzo, questa frustrazione, la si avverte con chiarezza se il sistema di lettura avviene per temi centrali e ricorrenti (lo sviluppo economico, il meridione, le riforme istituzionali, la questione sociale, i servizi e le infrastrutture e così via), in particolare sul tema della ricerca scientifica e tecnologica che caratterizza il motore della storia attuale, il grande processo di mutamento che ha fondato il dibattito politico e culturale della seconda metà del XX secolo. La ricorrenza delle analisi/preoccupazioni/impegni dei governi repubblicani in merito alla grande rivoluzione tecnologica che ha creato le condizioni del mondo attuale, così come ricorre nei discorsi programmatici dei governi repubblicani, lascia intravedere un sostanziale inesistenza di quella “cultura dell’innovazione” che, oggi, appare il motore della storia del più recente passato. La lettura in sequenza dei passi qui di seguito proposti fa dell’attenzione riservata al tema poco più che una bottega di buone intenzioni, un festival di retorica provinciale sorretto da un lessico povero e incerto. Ciò non significa che, dietro a questo vuoto culturale, il Paese sia rimasto del tutto inerte, certifica solo il basso grado di sensibilità della classe dirigente verso le reali opportunità di sviluppo della comunità nazionale e la distanza progressiva del sistema Italia rispetto a quello dei paesi concorrenti, una distanza fonte di continuato dibattito, di profezie apocalittiche, di denuncie e recriminazioni da parte della società civile e delle comunità scientifiche oggi più che mai attuale. La radici del progressivo inabissamento del Paese in tema di ricerca scientifica, innovazione, fuga dei cervelli, degrado produttivo e competitivo si possono in prima istanza ritrovare appunto nel lessico di queste fonti privilegiate. Qualche considerazione introduttiva può orientare alla lettura dei testi.


Un lessico povero e incerto.

L’analisi del lessico utilizzato nei discorsi di governo è infatti il primo e più immediato strumento che ci permette di valutare la “cultura dell’innovazione” della nostra classe politica. Nei discorsi programmatici dei 48 governi repubblicani che si alternarono fino al 1992, solo in 34 di essi è stato possibile rintracciare un riferimento alla ricerca scientifica o ai temi a essa connessi, mentre risultano totalmente assenti nei primi anni di vita della Repubblica.
L’analisi della frequenza dei termini di interesse dell’area tematica (ricerca, innovazione, tecnologia) delinea un stato di concreto disinteresse per la materia, la quale compare quasi unicamente per dar voce alla retorica politica, al triste spettacolo delle promesse e delle buone intenzioni che rimangono incompiute. Innovazione, uno dei termini chiave nel progresso dei paesi avanzati nel Novecento (definito non a caso il secolo dell’innovazione), risulta aver avuto un impatto minimo nella sensibilità dei leader e dei governi e, di riflesso, nella coscienza politica del nostro paese, che pure vanta una storia di innovazioni di successo. In 48 discorsi programmatici il termine innovazione – con l’esclusivo significato di trasformazione sistemica dei processi produttivi attraverso l’avanzamento scientifico e tecnologico - è utilizzato solamente 27 volte da appena 8 programmi di governo, un sesto del totale. Sconcertante è anche il ritardo con cui questo termine entra stabilmente nel linguaggio politico, prima del 1980 viene utilizzato due sole volte, da Rumor nel 1973 e nel 1974, che cosi conquista questo speciale primato. Vedremo come non fu casuale la comparsa di un simile termine proprio in quei primi anni Settanta. Il termine innovazione trova maggiore utilizzo a metà anni Ottanta, pronunciato ben 20 volte da soli 4 governi (Craxi I e II, Goria e De Mita).
Altrettanto sconfortante è la sorte toccata a ricerca scientifica come argomento degno di attenzione del governo, l’espressione viene citata 35 volte in 23 discorsi programmatici: neppure la metà. A questo si deve aggiungere che mai viene pronunciata la parola scienza e mai usato il vocabolo scienziati, mai nominati gli scienziati italiani. I ricercatori sono nominati solo una volta per ricevere con grande enfasi retorica la promessa di incoraggiamento del governo.
La tecnologia e le sue declinazioni lessicali trovano maggior spazio e arrivano a contare 55 citazioni che spaziano dalla tecnologia avanzata alla ricerca tecnologica, dalla rivoluzione alla disoccupazione tecnologica quest’ultima rilevata da Giovanni Leone nel 1968. L’elettronica è citata da Rumor nel ‘69 e nel ‘73, l’informatica da Craxi nel ‘83 e da Andreotti nel ‘89. In questo desolante scenario pare quasi strano sentire nominare la ricerca biomedica nel 1989, al fronte della totale assenza di qualsiasi riferimento alle biotecnologie, alla genetica e alla fisica nonostante l’impegno di imprese e scienziati italiani in questi settori di punta dell’innovazione negli ultimi anni del Novecento: basti pensare ai premi Nobel per la medicina a Renato Dulbecco nel 1975 e a Rita Levi Montalcini nel 1986, e i Nobel per la fisica a Emilio Segrè nel 1959 e a Carlo Rubbia nel 1984. Mai queste espressioni di eccellenza della scienza italiana trovarono spazio nei discorsi governativi. Del resto è il vocabolo di eccellenza che non compare mai nel lessico dei discorsi programmatici.

Tecmologoia e ricerca.
Altri significativi vuoti di dizionario e lessicali si riferiscono a ricerca tecnologica e istituzioni di ricerca, mentre rivoluzione tecnologica ricorre una sola volta così come programmi di ricerca. A ricerca e sviluppo, negro dei trent’anni decisivi per la ristrutturazione del sistema di impresa si fa ricorso tre volte. Mentre le velleità di dare un nuovo corso alla “questione meridionale” offre ben tredici ricorrenze del vocabolo meridione. E il lettore curioso può continuare da se.
Una piccola bottega di buone intenzioni facili da dimenticare, un festival della retorica casereccia buona per una comunità nazionale più interessata alla stadio che alle novità del pensiero, una classe politca e forse tutto un ceto dirigente che non sa guardare al futuro. Nelle parole dei governi passati è facile trovare il destino segnato negli anni per la scienza che oggi ci appare evidente nella sua arretratezza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                     Matteo Landoni


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Fonte: Storia & Storici
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