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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Piero Graglia
Altiero Spinelli
un pensiero alle origini dei processi di integrazione
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La biografia non è un genere che, almeno in Italia, ha molto successo. Questa è dedicata a un personaggio che non ha mai ricevuto grande attenzione nel nostro Paese. Altiero Spinelli è stato del resto un politico anomalo: prima giovane militante comunista poi, durante la resistenza e dopo la guerra, profeta dell’unità federale dell’Europa. Cosa è rimasto dell’insegnamento di Spinelli?
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presentazione a cura dell'autore

 

Alle origini - Il processo - Il confino e l’espulsione dal Pci - "per un’Europa libera e unita" - Europa e America: un matrimonio difficile

 

 

Alle origini

[…] Dai ricordi di Spinelli si capisce che per tutta l’infanzia è la madre la fonte delle notizie familiari per Altiero, nonché la persona con la quale egli più volentieri si confida. Il padre è tutto sommato una figura ingombrante nel ricordo del figlio: un uomo biondo, imponente, con gli occhi azzurri e un atteggiamento ieraticamente distaccato rispetto alle cose del mondo. Non un padre tenero e assiduo, ma piuttosto un genitore abbastanza autoritario, con il quale il rapporto sarà sempre conflittuale, in bilico tra l’ammirazione e la ricerca dell’autonomia.
Oltre ad essere un convinto anticlericale, il padre è di simpatie socialiste e gioca comunque un ruolo fondamentale nella formazione politica del giovane Altiero. Carlo Spinelli infatti non è solo il modello maschile da inseguire – cosa che può valere per tutti gli adolescenti di ogni epoca – ma è anche l’ispiratore delle prime passioni politiche del figlio. Passioni sicuramente poco meditate ma, come sarà nello stile dell’uomo adulto, irruenti. (pag. 19)

 

Il processo

[…] Durante il breve dibattimento cessa ogni finzione da parte di Altiero, addirittura il suo contegno è quello di chi non cerca sconti per la giovane età ma afferma in aula che del suo operato non risponde ai giudici del fascismo, ma solo al partito. L’imputato si è presentato in aula con l’abito liso e consumato, resistendo alle pressioni della famiglia che lo ha ripetutamente pregato e implorato di accettare che gli facessero un vestito nuovo per l’occasione. Ostenta la sua fede politica e il disprezzo per il collegio giudicante del Tribunale speciale. Forse la sua memoria in quei momenti è riandata al contegno di Amadeo Bordiga, al cui processo Spinelli assistette quando era ancora studente di ginnasio, nell’estate del 1923, ammirando la durezza del capo del Pcd’I che teneva testa a giudici non ancora totalmente sotto il controllo del fascismo. Spinelli si uniforma a quel modello, non fa dichiarazioni oltre a quella sul rigetto di quel tipo di «giustizia», ma tutto il suo comportamento non è certo remissivo e dolente. Però il tribunale in cui si trova Spinelli non è il tribunale dell’Italia liberale che mandò assolto Bordiga, è un tribunale speciale fascista che deve irrogare pene per l’attività antifascista e che certo non conosce quelle situazioni di incertezza che permisero ad alcuni oppositori, nei primi anni del regime, prima delle leggi speciali e della nascita del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, di passare indenni attraverso il filtro giudiziario.
Ai giudici fascisti del Tribunale Speciale bastava certo di meno perché nei confronti di un imputato politico comunista venisse adottato la mano più dura. Spinelli per la legge del tempo non è ancora maggiorenne (i suoi ventuno anni li compierà il 31 agosto del ’28, mentre è in carcere a Lucca), appartiene ad una famiglia «bene» della Roma borghese, ma nessuno sconto viene fatto per questi motivi. La richiesta della pena del Pubblico Ministero, dopo un brevissimo dibattimento, viene anzi aumentata dal collegio giudicante: sedici anni e otto mesi, a fronte di una richiesta di quattordici anni. Vignocchi invece prende proprio quattordici anni mentre Parodi ha l’onore di essere il primo comunista ad essere condannato a più di venti anni, per la precisione ventuno anni e 6 mesi. È il 6 aprile del 1928 ed è, ironia del destino, venerdì santo. (pag. 52)

 

Il confino e l’espulsione dal Pci

[…] Al confino il cambiamento di clima imposto dai processi staliniani è subito evidente, sin dalla tarda primavera del 1937. La necessità di normalizzare il dissenso cambia notevolmente l’atteggiamento ragionevole e accomodante di quelli che, come Pietro Secchia, preferivano rimandare a dopo la liberazione un confronto sulle posizioni che non accettavano il dominio di Stalin sul comunismo internazionale. E le posizioni di Spinelli erano esemplari, quanto a radicalismo, di tale orientamento. Celeste Negarville scrive nel suo diario un commento proprio alle posizioni di Altiero nell’isola in quel periodo, commentando che, secondo il racconto che gli faceva Amendola, «la posizione di Altiero è pericolosissima: “condizione per la rivoluzione in Europa, l’abbattimento della dittatura staliniana”». E il rifiuto del dominio di Stalin è solo la punta dell’iceberg: Altiero – come abbiamo già notato – critica la natura dell’atteggiamento del Pci verso la politica dei fronti popolari, critica la veridicità dei processi di Mosca, critica l’atteggiamento fideistico e di sottomissione assoluta che a suo parere il partito manifesta verso Mosca. Ma l’occasione che fa precipitare definitivamente il contrasto con il partito è quando Amendola, referente del terzetto di comunisti del quale lui fa parte, riunisce Altiero e la Baroncini e gli chiede l’approvazione della versione ufficiale dei processi di Mosca. […] Altiero non raccoglie affatto l’invito di Amendola e rifiuta di presentarsi per far «autocritica», ma condensa le sue obiezioni alla linea del partito e dell’Internazionale in un quaderno che viene consegnato al comitato direttivo del collettivo comunista. In esso, Altiero non rifiutava solo l’interpretazione del terrore staliniano come di un necessario periodo «giacobino» che avrebbe rafforzato la rivoluzione, bensì negava alle fondamenta tutto l’insieme della politica comunista quale si era configurata dal periodo del «socialfascismo» fino alla politica dei fronti popolari, colpendo anche le basi della dottrina marxista.
Il cahier de doléances di Altiero fu presto seguito da un altro quadernetto di risposta nel quale Altiero riconobbe «lo stile opaco e scolastico di Scoccimarro». In chiusura del quaderno di risposta veniva dichiarata l’espulsione di Altiero per «deviazione ideologica e presunzione piccolo-borghese». Era la maturazione di un percorso di dissenso e di formazione che, avviatosi sin dagli anni di Lucca, trovava adesso la via d’uscita. Altiero rispose con un altro quadernetto di replica e puntualizzazione per puro gusto di polemica, ma senza sperare di cambiare la decisione del partito. (pagg. 119-121)

 

"per un’Europa libera e unita"

[…] Possiamo anche individuare un periodo di gestazione abbastanza circoscritto per il Manifesto: nel gennaio 1941 Ernesto Rossi scrive alla mamma che sta cercando «di chiarire più che [può] il [suo] pensiero sul problema degli Stati Uniti d’Europa, che [ritiene] oggi più importante di tutti gli altri problemi politici e sociali» e Altiero, scrivendo un paio di mesi dopo alla sorella Fiorella, dice che «col tornare della bella stagione anche la testa diventa più limpida e fruttifica meglio. Quando verrete, avrò molte cose da dire a te e a Gigliola». Nel giugno 1941 il Manifesto era pronto in una prima stesura, ma l’attacco tedesco all’Unione Sovietica il 22 dello stesso mese avrebbe spinto i federalisti a riprendere in mano il testo, per tenere conto del diverso scenario di guerra e della partecipazione dell’Unione Sovietica alla guerra, modificando quindi i giudizi che si erano dati della politica estera sovietica, giunta al punto, per garantirsi la sicurezza – a quanto pare, inutilmente – di stringere un patto di non aggressione con Hitler nell’agosto 1939.
Nel Manifesto, confluiscono i diversi filoni dello studio avviato da Spinelli e Rossi sui testi dell’economista inglese Robbins e l’illuminazione ricevuta dagli articoli di Luigi Einaudi pubblicati sul «Corriere della Sera» nel 1918. […]
In esso, da un lato si metteva in evidenza come l’esi¬stenza dello stato nazionale avesse condizionato la storia politica ed il pensiero filosofico europei, portando generazioni di uomini a combattersi periodica¬mente e mettendo in pericolo i valori della stessa civiltà occidentale; dall’altro si indicava la soluzione nel superamento del concetto di sovranità statale illimitata mediante la nascita di una fede¬razione europea, primo passo necessario per una federazione più am¬pia che abbracciasse tutta l’umanità. […] Strumento di questa azione rivo¬luzionaria doveva essere un «Movimento per l’Europa Libera e Unita», coi forti tratti del partito leninista di rivoluzionari di professione, che avrebbe dovuto infiltrarsi e propagandare l’idea della federazione europea e della scomparsa degli stati nazionali sovrani, subito dopo la fine dei regimi autoritari e nella situazione magmatica e confusa che sarebbe seguita.
Il punto centrale, però, del Manifesto – nonché quello destinato a restare fermo in tutto il prosieguo dell’azione federalista – era quello che stabiliva un nuovo discrimine tra conservatori e progressisti, sulla linea della maggiore o mi¬nore adesione al progetto dell’unità europea su base federale. Le differenze nei programmi di riforma interna, per i federalisti, valevano ormai solo fino a un certo punto; era sulla questione dell’adesione al progetto di unire l’Europa su basi fede¬rali – eliminando così l’intreccio degli interessi economici e sociali legati allo stato nazionale – che si sarebbero giudicate le forze politiche nazionali tradizionali, ponendole a confronto con i loro principi internazionalisti, cosmopoliti o universalisti. (pagg. 146-148)

 

Europa e America: un matrimonio difficile

[…] Per Altiero una valutazione della presidenza Kennedy implicava un’analisi del complesso dei rapporti tra Usa ed Europa che mantiene ancora oggi un certo interesse per la capacità di cogliere quelle che Altiero definisce le «contraddizioni» della relazione euro-atlantica. Prima di tutto, nota Spinelli, il consolidamento economico, politico, sociale e militare dell’Europa occidentale aveva allontanato ogni pericolo immediato di un tentativo sovietico di espansione; l’interesse sovietico si era invece spostato verso le zone del pianeta che vivevano il processo di decolonizzazione, considerando la situazione europea come immodificabile. Secondo Altiero i sovietici ricercavano adesso la sanzione di uno status quo in Europa, e uno dei problemi che si doveva porre l’alleanza euro-americana era decidere se essa aveva un interesse a un tale compromesso che si sarebbe presumibilmente concretizzato nel riconoscimento della Repubblica democratica tedesca nei suoi confini attuali dell’Oder-Neisse, in cambio del riconoscimento di Berlino ovest come territorio legato all’occidente. Una tale soluzione, secondo Spinelli, era però improbabile in quella fase data «l’incapacità [in campo occidentale] di compiere un passo diplomatico che è pur tuttavia utile», lasciando anche tra gli alleati incertezze e sospetti. Il secondo problema dell’alleanza atlantica è relativo all’utilizzo e alla gestione dell’armamento atomico, che si deve confrontare con la tendenza a limitare la diffusione e la ‘proliferazione’ degli armamenti atomici; a tale riguardo Spinelli osserva che mentre l’Unione Sovietica ha saputo mantenere il monopolio atomico nel suo campo, la stessa cosa non è successa nel campo ‘democratico’, dove Francia e Regno Unito si sono entrambe dotate di armi nucleari «per pure ragioni di prestigio nazionale». La proposta di dotare la Nato come tale di armamenti atomici non risolve il problema poiché «essendo tuttavia la Nato un’alleanza militare e non un potere politico sopranazionale, la realtà che si nasconde dietro a questa formula è l’armamento atomico di altri stati membri dell’alleanza, cioè perfettamente il contrario di quel che ragionevolmente si vuole». Il terzo problema era rappresentato dal «tumultuoso risveglio del terzo mondo» per raggiungere un livello di sviluppo pari a quello dei paesi più avanzati liberandosi dal retaggio coloniale. Per Spinelli è questo il campo principale del confronto tra comunismo e democrazia per la «supremazia ideale e politica nel mondo», anticipando così una riflessione che poi verrà sviluppata compiutamente in due fondamentali meditazioni su una «strategia per la democrazia» pubblicate su «il Mulino» tra il gennaio e il marzo 1962. Per Spinelli l’unico modo che l’Occidente aveva per contrapporsi all’attrazione esercitata sui popoli del terzo mondo dal modello di sviluppo comunista, era quello di «metter fine il più rapidamente possibile alle residue situazioni coloniali, accettare che il terzo mondo sia nel suo insieme neutrale e fare una politica economica che sposti forti quantità di beni dai propri popoli verso quelli del terzo mondo».
Infine c’era da considerare il quarto problema esistente nel quadro delle relazioni euro-atlantiche, e cioè l’attenuazione dell’egemonia americana nei confronti dell’Europa, con il contemporaneo rafforzamento in Europa di velleità e aspirazioni nazionali diverse e divergenti (desiderio di riottenere il rango di grande potenza da parte francese, desiderio di mantenere una special relationship con gli USA da parte britannica, aspirazione alla riunificazione nazionale da parte tedesca). In questo contesto la soluzione federale si imponeva proprio per mettere in grado il blocco euro-americano di essere competitivo nei confronti della sfida sovietica, poiché solo «immettendo la Germania in un complesso federale europeo» sarà possibile abbandonare il principio nazionale per la soluzione del problema tedesco, liberando risorse e forze per affrontare la sfida per l’influenza ideale, politica ed economica per lo sviluppo del terzo mondo.
Spinelli quindi attualizzava in maniera intelligente e convincente il problema della unificazione europea ai nuovi scenari della decolonizzazione e della ‘coesistenza competitiva’, lanciando un messaggio ai liberals di oltre oceano e nel contempo riproponendo il problema della federazione europea come parte di un più vasto grand design democratico. (pagg. 407-408)

 

Piero Graglia

 

Indice del volume:
La famiglia, la giovinezza e la prima attività comunista (1907-1927) - L’arresto, il processo, il carcere (1927-1937) - Il confino e la fondazione del Movimento federalista europeo: caduta e rinascita (1937-1943) - L’azione federalista in Svizzera e il periodo azionista (1943-1945) - La ricerca dello spazio politico per il federalismo (1945-1954) - La ricerca di nuove vie di azione politica (1954-1969) - Commissario europeo (1970-1975) - Il grande pesce: una costituzione per l’Europa, un carattere per l’Italia (1976-1986)

 

 

Piero Graglia
Atiero Spinelli

 Il mulino - Bologna 2008

 

allegato:

Il Manifesto di Ventotene

 

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