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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Giovanni De Luna
Le ragioni di un decennio
1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria
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Il dato inquietante del nostro presente è l’accelerazione del tempo che rende impetuosa la corrente degli eventi. E la progressiva liquefazione del tempo ci trascina verso l’oblio: il passato, anche di pochi anni, anche di una sola generazione diviene tempo remoto che neppure appartiene più alla memoria. Ma alle nostre spalle vi furono anni di rivolta, passione e pensiero, tutto un decennio di formidabile densità, densità “storica”. Vi fu il tempo delle speranza e della fuga, dell’entusiasmo per vittorie appena annunciate sull’orizzonte di una drammatica sconfitta. Con la sconfitta tutto fu schiacciato dal peso esorbitante del terrorismo e delle sue vittime. Un intero decennio fu riassunto nella definizione spettrale di “anni di piombo”. I gruppi in cui avevano militato si erano sciolti, i loro compagni di un tempo si erano smarriti. L’oblio e il silenzio furono la prima risposta alla delusione. Cosa resta della storia i un intero decennio?
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presentazione a cura dell'autore

 

La verità è rivoluzionaria - Epilogo di un decennio e di un secolo - A partire dagli anni '80 … - Una rottura molto più radicale

 

La verità è rivoluzionaria
[…] Oggi sono evidenti non solo i limiti ma anche i pericoli che si annidano in una parola d’ordine che fu alla base della militanza rivoluzionaria novecentesca. Nel segno di "un sentimento assoluto di verità", innestato su una rigidezza dottrinale altrettanto ossessiva, milioni di uomini e donne chiesero a se stessi di essere ribelli e poliziotti, vittime e carnefici, pronti a sciogliere queste contraddizioni annullando la propria personalità in una sfida assoluta alla realtà e alla storia. "Quel che c'è di terribile quando si cerca la verità è che la si trova," aveva scritto Victor Serge. Nel 1971, però, lo slogan lanciato dal palcoscenico del Teatro Alfieri risuonò come un grido liberatorio. Fu il momento in cui intorno a quello slogan si ritrovarono non solo gli extraparlamentari ma anche intellettuali, giornalisti, magistrati, vasti settori dell'opinione pubblica, tutti in preda all'oscura sensazione che il dilatarsi del "segreto" stesse provocando una preoccupante involuzione della nostra democrazia. Fu questo il retroterra da cui scaturì il grande clamore mediático che accompagnò la controinchiesta sulla "strage di Stato" avviata dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e la martellante "campagna" indirizzata, in particolare da Lotta Continua, contro il commissario Luigi Calabresi. In un crescendo serrato di violenza verbale, all'indirizzo del commissario furono lanciate pesanti accuse di complicità per la morte di Pinelli - precipitato da una stanza della questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969 - con lo scopo di provocare la sua replica, una sua querela che potesse riaprire in un'aula giudiziaria un caso troppo frettolosamente archiviato sotto il segno del "suicidio". Andò proprio così. Il commissario Calabresi querelò per diffamazione l'allora direttore responsabile di "Lotta Continua", Pio Baldelli. (pagg 43-44)

 

Epilogo di un decennio e di un secolo
[…] E oggi? Se ci si dovesse chiedere, con la stessa angosciosa incertezza di Giorgio Agosti, se quelle morti, le morti di cui parla questo libro, "siano servite", quale potrebbe essere la risposta? Tutte le lapidi da cui siamo partiti, quelle disseminate nelle strade e nelle piazze dell'Italia degli anni 70, avevano a loro modo un significato quasi religioso: sancivano un patto, un impegno che allora veniva rinnovato a ogni morte, volto ad assicurare a chi non c'era più che la sua opera non sarebbe finita, che avrebbe trovato nuova linfa nell'impegno e nell'azione dei superstiti. Non è stato così; quel patto è durato appena il tempo in cui fu stipulato, infrangendosi sugli scogli della sconfitta, ma prima ancora dissolvendosi insieme a quelli che avrebbero dovuto rispettarlo. Dell'Italia in cui Miccichè e gli altri vissero e lottarono non è rimasto più niente. Si avverte come un senso di straniamento nel misurare le fratture che si sono aperte tra il loro e il nostro presente. Non c'è più la Guerra fredda, non c'è più nessuno dei partiti che c'erano allora. Neanche uno. L'antifascismo (e non solo quello "militante") è stato cancellato dai valori di riferimento del nostro sistema politico. Con il crollo conseguente dei suoi corollari più significativi: la caratterizzazione democratica del comunismo italiano, la Resistenza come processo storico di fondazione dell'Italia repubblicana, le contrapposizioni identitarie che alimentarono due diversi progetti novecenteschi di "fare gli italiani" ecc. Nel passaggio alla Seconda Repubblica si è affermata l'esigenza imprescindibile di fondare un "nuovo ordine" in grado di trovare la sua legittimazione storica nella lettura "revisionata" del passato più recente, screditando uomini, partiti e paradigmi culturali della Prima Repubblica. Questo è stato il mandato politico di un revisionismo storiografico che ha complessivamente ridisegnato il modo stesso di riferirsi alla contrapposizione fascismo-antifascimo. (pagg. 212-213)

 

A partire dagli anni '80 …
Insieme all'antifascismo si è eclissata anche la "centralità operaia", della quale sopravvivono tracce residuali, confinate esclusivamente in una dimensione culturale che emana il sentore della sconfìtta e della rassegnazione. A partire dagli anni '80, gli operai si sono congedati dal protagonismo politico, pur ovviamente continuando a esistere nella realtà. Nei loro confronti c'è stato prima il silenzio, poi una sorta di antropologico distacco come se si trattasse di sopravvissuti ad altre ere geologiche; quando riemergevano dall'invisibilità (come capitò sul palcoscenico del Festival di Sanremo in un'edizione condotta da Baudo) lo facevano nel segno di una struggente subalternità. Scomparvero dai media e scomparvero dalla politica; sono stati i morti della Thyssen a riaccendere di colpo i riflettori. Un'opinione pubblica assetata di sensazioni forti ha visto in quei corpi bruciati il simbolo di una condizione operaia che aveva sempre voluto ignorare; acciaio, fiamme, olio bollente, l'inferno delle fabbriche ottocentesche si è materializzato di colpo nell'atmosfera rarefatta della dimensione virtuale dei circuiti mediatici. Ma non saranno quei corpi e quelle vittime a restituire agli operai la forza collettiva che hanno sprigionato nel Novecento fordista. Quello che è venuto a mancare è proprio il conflitto che li vide protagonisti, il conflitto che aveva al centro il tema dell'ordine sociale, progetti di società, modelli di organizzazione collettiva. […]. Così è anche per i fenomeni di intolleranza, per i rigurgiti di razzismo che affollano le nostre cronache quotidiane. Più che guardare al razzismo dell'Italia novecentesca (quello delle imprese coloniali e soprattutto quello fascista delle leggi contro gli ebrei) si tratta di confrontarsi con la sconcertante novità dell'"ognuno è padrone a casa propria", uno slogan che riassume una situazione del tutto inedita in cui "l'altro" è una presenza reale, non più un fantasma propagandistico o una realtà esotica. Non era mai successo nei centocinquant'anni della nostra storia. Avere l'Altro" in casa, costringe tutti a confrontare gli stereotipi con la realtà, i pregiudizi (buoni o cattivi che siano) con la conoscenza. Come suggeriva Bobbio, se l'etnocentrismo è una sorta di "predisposizione mentale e culturale", è solo dal "contatto materiale", dalla convivenza negli stessi spazi pubblici e privati che nasce la pulsione della xenofobia, il desiderio di cacciare l'Altro fuori da casa propria: "L'etnocentrico si chiude nel suo ghetto, lo xenofobo difende a oltranza questa chiusura, il primo sta bene solo a casa sua, il secondo vorrebbe che anche gli altri stessero a casa loro". Sulla constatazione puramente fattuale della diversità che esiste fra uomo e uomo, si sovrappone così un giudizio di valore per cui uno è buono l'altro cattivo, uno è superiore l'altro inferiore, in un percorso che si sviluppa attraverso prima la segregazione (l'Altro viene collocato in uno spazio separato, generalmente in zone degradate della città), poi il rifiuto di ogni forma di comunicazione o contatto (l'Altro deve restare l'Altro, il diverso), poi ancora la discriminazione, per arrivare infine al dileggio verbale, all'aggressione e alla violenza. (pagg. 216-218)

 

Una rottura molto più radicale
Ma tra allora e oggi, si è consumata anche una rottura - forse la più vistosa e senz'altro la più significativa -che si riferisce direttamente alla militanza politica. E si tratta di una rottura molto più radicale di quella che abbiamo visto aprirsi tra il militante rivoluzionario della Terza Internazionale e quello del '68. Fino ad allora valeva infatti lo schema lineare ed evoluzionistico elaborato da Hobsbawm: dagli ultimi decenni dell'Ottocento alla prima metà del Novecento si era consumata l'intera traiettoria da "ribelli a militanti", dalle forme primitive iniziali (associazioni artigiane, luddismo, radicalismo, giacobinismo e socialismo utopistico) si era transitati senza soluzione di continuità verso le forme più compiutamente moderne di mobilitazione politica (movimento operaio, sindacati, organizzazioni cooperativistiche, partiti di massa...) Al ribelle che si era presentato sulla soglia dell'età moderna, i cui orizzonti erano racchiusi in un mondo tradizionale e le cui aspettative si limitavano ad auspicare che gli uomini fossero trattati secondo giustizia, nei decenni successivi alla Rivoluzione francese si sostituì il militante-cittadino che aveva già esperienza diretta dello Stato, delle differenze di classe, dello sfruttamento ed era in grado di esprimere le proprie ideologie "in termini di razionalismo laico invece che in quelli tradizionali della religione". Dalla scintilla iniziale di una ribellione che scaturiva essenzialmente dalla voglia di vendicarsi di un torto subito secondo aspettative e sentimenti condivisi dalla comunità locale di appartenenza, si era passati a una scintilla che innescava un tipo di militanza alimentato dalla speranza di costruire un mondo nuovo, un uomo nuovo, una società buona e perfetta, così potente da segnare con i suoi ideali anche coloro che si erano rassegnati all'impossibilità di trasformare il mondo o la natura umana. Insieme a quella figura di militante affiorarono progetti che trascendevano le sorti dei singoli individui e si riferivano a nuove architetture sociali in cui la vecchia classe dominante doveva essere scalzata dalle sue posizioni, la terra redistribuita, i mezzi di produzione nazionalizzati, e tutto questo grazie all'iniziativa diretta e attivistica dei rivoluzionari. Quanto ai modelli esistenziali, il Robin Hood degli inizi (rubare ai ricchi per dare ai poveri) aveva lasciato il posto al rivoluzionario che pianifica la sua strategia, che non si accontenta di ridistribuire le ricchezze e appiattire le disuguaglianze, ma vuole un radicale capovolgimento sociale. […]. A essere sconvolto da una sorta di cataclisma culturale è stato anche e soprattutto quel rapporto con la storia che abbiamo visto al centro della militanza rivoluzionaria novecentesca. Il ribelle aveva un'anima non storica, il suo passato era collocato in uno sfondo immobile, in una struttura atemporale, non periodica, senza un preciso sentimento del "quando": voleva il mito, non la storia, e il mutamento storico aveva solo il significato religioso di una redenzione. Era assente qualsiasi concetto di un futuro secolare senza termine e creato di continuo dall'agire umano. In questo senso ci fu una drastica rottura con il paradigma dell'azione rivoluzionaria creatrice del futuro che avrebbe invece ispirato il senso della storia del militante novecentesco, immerso in una concezione lineare del proprio tempo storico, con il futuro considerato sfalsato rispetto al passato e al presente, posto su un piano comunque diverso, su un gradino superiore: questo futuro visto come "l'interamente nuovo per effetto di rivoluzioni o di palingenesi, di scoperte mirabolanti o di trionfi di civiltà" è morto con la morte novecentesca delle utopie futurologiche: "Si è bruciata l'illusione di cambiare il mondo, di sottrarlo alla sua tragicità", mentre "si è fatta strada la certezza che non sono i progetti sociali a consumare il mondo ma il mondo a consumare i progetti sociali". È come se si fosse alterato irreversibilmente il continuum tra passato, presente e futuro sul quale i militanti costruirono la propria biografìa, il loro modo di essere a servizio della rivoluzione e del partito. L'impressione è quella di essere precipitati in un presente enormemente dilatato, in grado di ingoiare sia il passato che il futuro. (pagg. 219-222)

 

Giovanni De Luna

 

 

Indice del volume:
Tracce di memoria – segreto e stato – la verità è rivoluzionaria – crisi del centrosinistra, crisi del sistema – la violenza – l’antifascismo militante – il Pci di Berlinguer, il Psi di Craxi – illusioni insurrezionaliste – la “centralità operaia” – la glaciazione degli anni ’80 – tra memoria e oblio – da militanti a funzionari – da militanti a cittadini – epilogo di un decennio e di un secolo.


Giovanni De Luna
Le ragioni di un decennio
1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria

Feltrinelli Editore – Milano 2009

 

 

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