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Roberto Moro
Gianni Barbacetto
Se telefonando
Le intercettazioni che non leggerete mai più
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Le intercettazioni che non leggerete mai più Come sarebbe l’Italia se negli ultimi dieci anni non avessimo avuto le informazioni provenienti dalle intercettazioni telefoniche? E come sarà quando una legge farà tacere per sempre i microfoni che, soli, sono in grado di rivelare le trame distillate nei retrobottega del potere? Lo racconta questo libro, che allinea una scelta delle intercettazioni che presto non potremo più leggere, a causa di una legge che mette il bavaglio all’informazione. Con una legge così, non avremmo potuto conoscere la nostra storia. Antonio Fazio sarebbe probabilmente ancora governatore della Banca d’Italia, Luciano Moggi sarebbe ancora il centro del sistema rubascudetti, Nicolò Pollari sarebbe direttore del Sismi e Pio Pompa il suo spacciatore di dossier, Stefano Ricucci un importante azionista del Corriere, Gianpiero Fiorani avrebbe espugnato a debito la Banca Antonveneta e Gianni Consorte la Bnl (e chissà che crac, in questi anni di crisi finanziaria internazionale). Wanna Marchi avrebbe continuato a lungo a vendere i suoi filtri miracolosi. E nessuno avrebbe saputo nulla neppure dell’incredibile storia della clinica Santa Rita di Milano, dove gli interventi chirurgici erano decisi in nome del guadagno
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Prefazione

Quando faranno tacere anche le macchine

Roberto Scarpinato

 

Le vicende emerse dalle intercettazioni in tanti processi hanno messo a nudo una inquietante trasversalità nella gestione di affari poco puliti. Credo che non sia un caso che le intercettazioni siano diventate un punto di attacco fondamentale da parte del mondo politico. Ormai si è costruito un sistema di omertà blindato. Testimoni non se ne trovano più, le poche persone che hanno osato raccontare alla magistratura i misfatti dei potenti hanno dovuto subire una via crucis che non ha risparmiato neanche i loro affetti più personali. Collaboratori di rango sono venuti meno, restano collaboratori che raccon¬tano episodi di criminalità da strada.Magistrati che osano indagare sui potenti sono sottoposti a procedimenti disciplinari e trasferiti di ufficio con procedure discutibili.

Oggi l'unico momento di visibilità del modo in cui viene realmente esercitato il potere sono rimaste le intercettazioni; solo le macchine (le microspie) ci consentono di ascoltare in diretta la vera e autentica voce del potere. Le intercettazioni sono rimaste l'ultimo tallone di Achille di un potere che nel tempo ha sempre più circondato di segreto il proprio operato, perché l'opposizione è venuta meno al proprio compito, il giornalismo indipendente è emarginato e non ha più spazi nella televisione, la magistratura rischia di divenire sempre più addomesticata.

Ed ecco perché la riforma delle intercettazioni deve passare, perché da quel momento in poi non sarà più possibile sapere quello che succede in questo Paese dietro le quinte: in quel fuori-scena dove, come la lezione della Storia ha dimostrato, si mettono a punto accordi segreti e inconfessabili, che ridu¬cono la politica visibile a una "messa in scena" per cittadini ignari, trattati come eterni minorenni ai quali celare la realtà della macchina del potere. La magistratura sarà privata di strumenti di indagine fondamentali e il vecchio tormentone sulle toghe rosse non ci sarà più, perché non ci saranno né toghe rosse, né toghe nere, né toghe di centro.
Io e i miei colleghi assistiamo sgomenti a quello che sta accadendo, perché ci siamo battuti in questi anni con tutte le nostre forze per arginare l'avanzare della criminalità mafiosa e della criminalità del potere, e renderci conto che si stanno facendo saltare gli ultimi anticorpi, che ci stanno disarmando, che si rischia di consegnare il Paese alla criminalità è qualco¬sa che ci lascia interdetti e ci fa interrogare sul senso del sacri¬ficio di quelli che prima di noi hanno perduto la propria vita per difendere la tenuta democratica del Paese.

Vi confesso che da qualche tempo ho difficoltà a partecipare, il 23 maggio e il 19 luglio, alle cerimonie per l'anniver¬sario della strage di Capaci e di via D'Amelio, perché quando vedo tra le prime fila a rappresentare lo Stato taluni personaggi sotto processo o condannati per mafia o per corruzione, io non mi sento di poter stare in quella stessa chiesa, non mi sento di poter stare in quello stesso palazzo. E mi chiedo: ma come potranno i nostri ragazzi credere in uno Stato che si presenta con queste facce?

Allora altro che toghe rosse. Io credo che se questa partita delle intercettazioni sarà perduta non avremo soltanto una pessima riforma processuale, ma avremo uno squilibrio dei poteri in Italia. E strano che una riforma processuale possa acquisire uno spessore di carattere costituzionale, ma ciò avviene perché siamo in una situazione di patologia della democrazia.

In una situazione fisiologica esistono tutta una serie di anticorpi che consentono di controbilanciare gli abusi del potere: c'è un'opposizione parlamentare, c'è un giornalismo libero e indipendente, c'è una separazione dei poteri.
Io credo che in un Paese come questo, in cui tutti gli anti¬corpi sono stati disinnescati e dove soltanto le macchine, le microspie svolgono una funzione di opposizione e di visibili¬tà democratica, quando anche le macchine saranno messe a tacere, il Paese sarà messo a tacere. (pagg. 14-15)

 

Roberto Scarpinato
Procuratore aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo

 

 

Se telefonando

le intercettazioni che non leggerete mai più

 

L’ossesione

1998
C'è qualcosa di ossessivo nella determinazione del potere politico italiano a cancellare, o almeno a ridurre drasticamente, lo strumento delle intercettazioni telefoniche giudiziarie. Ha cominciato il ministro Giovanni Maria Flick, durante il primo governo Prodi, a presentare un disegno di legge per limitare le intercettazioni telefoniche e ambientali, sanzionare i giornalisti che le diffondono, creare un archivio riservato per conservare le trascrizioni. La Camera dei deputati lo esamina nel 1998 e lo approva nel 1999. Poi però il progetto si arena in Senato e nessuno se ne ricorda più. Ma nel 2005, nell'estate delle scalate bancarie e dei "furbetti del quartierino", le intercettazioni tornano sui giornali e svelano retroscena imbarazzanti per la destra e per la sinistra. Tanto che anche a sinistra c'è chi immediatamente reagisce: Vincenzo Visco, il 27 luglio 2005, dichiara che il governatore Antonio Fazio ha avuto un «comportamento discutibile, ma non bisogna esagerare con le intercettazioni»; e il 3 agosto aggiunge: «Le intercettazioni, comunque, sono assolutamente disdicevoli...». Massimo D'Alema rincara la dose: «C'è qualcosa di violentemente impudico in quanto sta succedendo. Intrufolarsi nelle con¬versazioni private della signora Fazio è roba da tricoteuses, da voyeurs». Poi si scoprirà che a rimanere intercettata non era soltanto la signora Fazio, ma anche lo stesso D'Alema.

Ma è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a sferrare gli attacchi più poderosi. Da Porto Rotondo, dov'è in vacanza, nell'estate del 2005 annuncia di essere indignato e dichiara che sta scrivendo di suo pugno un provvedimento per limitare le intercettazioni ai soli reati di mafia e terrorismo. Per chi sgarra, pene da cinque a dieci anni. Un bel modo per eliminare gli scandali: impedire di scoprirli e di raccontarli. Eliminare, invece della febbre, il termometro.
Tornato a Roma, Berlusconi prova a presentare un decreto legge che metta in pratica i suoi propositi: glielo blocca il pre¬sidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi perché non ha i requisiti dell'urgenza. Lo ripropone come disegno di legge, ma questo si ferma in commissione al Senato e poi scompare per sempre insieme con la legislatura. […] (pagg. 17-18)

 

2008

[…] Nel gennaio 2008 è la volta del "caso Genchi". Berlusconi annuncia che sta per scoppiare lo scandalo più grave della Repubblica: migliaia di persone intercettate, ignari cittadini sotto controllo. Il riferimento è al cosiddetto archivio Genchi, cioè ai file raccolti nei suoi computer da un poliziotto in aspettativa, Gioacchino Genchi, diventato consulente informatico di molte Procure italiane (anche di Luigi De Magistris, per le indagini che gli sono poi state sottratte).

I giornali sparano titoli mirabolanti («Genchi, 5 milioni di numeri di telefono»), raccontando che un italiano su dieci sarebbe stato "spiato" dal consulente. Salvo poi dover spiega¬re negli articoli (ma non sempre) che Genchi aveva in archivio tabulati telefonici (gli elenchi delle chiamate fatte da un numero, con la loro durata) e che il numero dei tabulati richiesti alle compagnie telefoniche non corrisponde al numero delle persone controllate, perché va diviso per quanti sono gli operatori telefonici attivi in Italia, per quanti telefoni ogni persona controllata ha a disposizione, e poi ancora per le volte in cui la stessa scheda sim ha cambiato intestatario. Con un calcolo neppure troppo difficile, i 5 milioni sparati in prima diventano subito poche migliaia. Ma il conticino non viene fatto.

Da tempo si stavano addensando nuvole nere attorno all'ex poliziotto, già definito, nell'autunno 2007, «Licio Genchi» dall'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, dopo che anche i suoi tabulati erano finiti nei computer del super-consulente. In verità Genchi non organizzava logge segrete, semmai contribuiva a smantellarle, visto che De Magistris stava indagando proprio su un gruppo informale, un comitato d'affari che, almeno nell'ipotesi investigativa del magistrato, appariva come una vera e propria associazione occulta. Poi l'indagine è stata sottratta a De Magistris e la consulenza a Genchi. E alla fine arriva Berlusconi ad annunciare il super-scandalo.

Dunque: il caso più grave della Repubblica non è quello del Sifar, con centinaia di migliaia di schedature illegali fatte dagli uomini del servizio segreto militare. Né quello della P2 che ne aveva ereditato i dossier. Né quello, per venire ad anni più recenti, degli spioni Telecom, che avevano anch'essi messo insieme migliaia di dossier illegali. E neppure quello della centrale Sismi di via Nazionale, a Roma, dove Pio Pompa e Nicolò Pollari dopo il 2001 si erano messi al lavo¬ro per "disarticolare", "neutralizzare" e "dissuadere", anche con "provvedimenti" e "misure traumatiche", i nemici di Berlusconi appena tornato al governo. No. Il vero scandalo sarebbe il cosiddetto "archivio Genchi".

Ma che cos'è, davvero, l'archivio Genchi"?

Punto primo: qualunque cosa sia, non c'entra con le intercettazioni; Genchi di intercettazioni non ne ha mai fatta nep¬pure una, il lavoro in cui eccelle è quello dell'analisi e dell'incrocio dei tabulati telefonici, che permettono di sapere chi parla con chi, quanto spesso, da quali luoghi (ma non che cosa dice). Punto secondo: Genchi queste informazioni non le ha raccolte ed elaborate in proprio, ma su richiesta e per conto delle Procure della Repubblica che gli hanno regolarmente commissionato le consulenze. Punto terzo: i dati raccolti sono stati utilizzati sempre e solo per le indagini, non sono mai stati usati da Genchi per realizzare una centrale privata di spionag¬gio o di ricatto.

Morale della storia: anche lo "scandalo Genchi" è cavalcato ad arte per ottenere un risultato politico, e cioè cercare di giustificare la riduzione delle intercettazioni e delle indagini sui traffici telefonici, con la scusa che saremmo tutti intercettati, tutti sotto controllo, tutti a rischio di violazione della privacy; e magari, già che ci siamo, cercare di togliere al pubblico ministero la guida delle indagini e il controllo della polizia giudiziaria, in nome degli "abusi" fin qui commessi. Così si farebbero passi da gigante verso l'annullamento dei controlli di legalità, rendendo il pubblico ministero un "avvocato dell'accusa", senza strumenti efficaci d'indagine, senza autonomi poteri d'inchiesta, che sarebbero di fatto concentrati nelle mani della polizia (che è organo del governo). Ai magistrati non resterebbe che stare in ufficio ad aspettare che qualche poliziotto di buona volontà porti loro le notizie di reato da perseguire.

Sarebbe realizzata nei fatti la discrezionalità dell'azione penale, perché sarebbe in ultima analisi il governo, cioè la politica, a decidere su quali reati indagare e su quali no. Piuttosto difficile pensare che sarebbero perseguiti i reati dei politici. E ancor più diffìcile convincersi che i cittadini avrebbero più garanzie, per due motivi. Primo: indagini e intercettazioni sarebbero nelle mani delle polizie e dei servizi segreti, senza l'immediato controllo di legalità finora esercitato dall'autonomo potere giudiziario. Secondo: non ci sarebbe neppure il successivo controllo dell'opinione pubblica, che non potrebbe più essere informata da una stampa imbavagliata.

Ma le intercettazioni telefoniche non riguardano solo politici, vip, potenti e poteri. Le loro parole più facilmente finiscono sulle pagine dei giornali, però la maggior parte degli ascolti in Italia è fatta per proteggere cittadini normali. Da mafia e terrorismo, innanzitutto. E poi da reati che colpiscono persone comuni. […]

Ci sono mille e ancora mille parole intercettate che non arrivano sui giornali, che nessuno conoscerà, ma che risolvo¬no casi, salvano vite.
Quando passerà la legge ammazza-intercettazioni, la situazione cambierà: non potremo più conoscere ciò che si decide nei retrobottega del potere; e a fare le spese di quella legge saranno anche tante, anonime, sconosciute vittime di reati che resteranno senza giustizia. (pagg. 38-41)

 

Gianni Barbacetto

 

 

Gianni Barbacetto

Se telefonando

Le intercettazioni che non leggerete mai più

 

 

Editore Melampo - Prima edizione: maggio 2009

 

 

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