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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Abdourahman A. Waberi
Gli Stati Uniti d’Africa
Ecco il nuovo polo dello sviluppo mondiale
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È Asmara la capitale federale degli Stati Uniti d’ Africa. Una città ricca di grattaceli, crocevia di popoli e nazioni e condannata a un fantastico sviluppo planetario. È il volto del mondo nuovo e dell’emergenza del continente più ricco del pianeta. Il miraggio di ricchezza, benessere,democrazia, spinge le torme dei diseredati (europei, americani, asiatici) verso le spiagge africane sulle quali i clandestini sbarcano in massa.
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presentazione a cura dell'editore

 

Il centro di prima accoglienza – Sceriffi e ronde anti immigrazione – Sulla strada – Mode e stilisti: il Made in Africa – L’epopea della conquista. Quando gli stati africani colonizzarono il mondo – Parigi o cara

 

 

Il centro di prima accoglienza

Se ne sta lì, stremato. In silenzio. La luce tremolante di una candela illumina appena la stanza del falegname nel centro di accoglienza per lavoratori immigrati. Questo caucasico di etnia svizzera parla un dialetto tedesco e sostiene di essere fuggito dalla violenza e dalla fame nell'era del jet e del web. Tuttavia, conserva intatta l'aura che affascina le nostre infermiere e i nostri operatori umanitari.
Chiamiamolo Yacouba, primo per salvaguardare la sua identità, secondo perché ha un patronimico che non sta né in cielo né in terra. E nato in una favela insalubre alla periferia di Zurigo, dove la mortalità infantile e il tasso di diffusione dell'AIDS - una malattia comparsa una ventina di anni fa in Grecia, negli ambienti equivoci della prostituzione, della droga e dello stupro, e diventata un'endemia universale, a quanto dicono i grandi sacerdoti della scienza mondiale riuniti a Mascate, nel grande regno di Oman - restano tra i più elevati secondo gli studi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che come tutti sanno ha sede nel nostro paese, nella pacifica e tranquilla città di Banjul. La città ospita anche la crema della diplomazia internazionale, che dovrebbe decidere della sorte di milioni di rifugiati caucasici appartenenti alle etnie più diverse (austriaca, canadese, americana, norvegese, belga, bulgara, britannica, islandese, portoghese, ungherese, svedese...), per non parlare dei boat people scheletrici del nord del Mediterraneo, esausti di zigzagare sotto i colpi dei mortai e dei missili che affliggono le terre sventurate dall'Euroamerica. Taluni scappano, vagano fino a sfinirsi, poi si arrendono senza condizioni, aspettando di essere inghiottiti dal nulla. Uomini e donne che si prostituiscono, provenienti dal Principato di Monaco e dal Vaticano, ma anche da altri luo¬ghi, approdano sulle spiagge di Djerba o nella baia blu cobalto di Algeri, poveri diavoli in cerca del pane, del latte, del riso o della farina distribuiti dalle organizzazioni di carità afgane, haitiane, laotiane o saheliane. Dacché il nostro mondo è mondo, i bambini francesi, spagnoli, batavi o lussemburghesi, colpiti dalla lebbra, dal glaucoma e dalla poliomielite, sopravvivono solo grazie alle eccedenze alimentari provenienti dalle aziende agricole vietnamite, nord-coreane o etiopiche. Quelle tribù dalle abitudini guerriere, dai costumi barbari, dal comportamento subdolo e imprevedibile, razziano senza sosta le terre bruciate dell'Auvergne, della Toscana o delle Fiandre, versano il sangue dei loro nemici atavici, teutoni, guasconi e altri iberi sottosviluppati, per un nonnulla, per una qualunque stupidaggine; perché un prigioniero viene riconosciuto o perché non si sa chi sia. In attesa di una pace sicura.(pagg. 9-10)

 

Sceriffi e ronde anti immigrazione

Melchior Ouedraogo, un modesto sceriffo della polizia federale nello stato del Buriana, è diventato famoso per il modo sbrigativo di affrontare la questione dei migranti e il sovraffollamento delle nostre prigioni. Ogni giorno, getta in un recinto di tre metri per tre, sotto un sole che spacca le pietre, due briganti caucasici, due sanculotti venuti da Praga, da Treviri o da Coimbra. Due sognatori d'Africa in cerca di manioca e di acqua fresca. Lo sceriffo Ouedraogo promette salva la vita a colui che, al crepuscolo, avrà ucciso l'altro. Turbamento nel paese, la stampa ci ficca il naso. Le chiese, l'imanato, il rabbinato, il vecchio padronato, la classe politica, la società civile e persino i mandarini dell'università, contribuiscono ad attizzare il fuoco. Cavallo irrequieto, lo sceriffo della savana si è piantato sugli zoccoli. Ha spazzato via con il dorso della mano tutte le accuse. "Nel mio quadrato di boscaglia comando io", ha dichiarato. "E gli abitanti mi sosterranno senza esitare", ha aggiunto abbandonando rumorosamente la conferenza stampa. Davanti agli occhi attoniti dei giornalisti, che dopo si squagliavano dall'invidia, ha aperto la porta del suo ufficio per gettarsi su una torta enorme, rigurgitante di calorie, ricoperta di crema di tapioca. Una torta fin troppo nutriente. L'ha inghiottita facendo le fusa dalla gioia di fronte alle reliquie grondanti di karité. Poi, satollo e muto come un bucero, ha indicato loro la porta con gesto eloquente. Una settimana più tardi, comunicato stampa. Mormorii. Tergiversazioni. Ci si trincera dietro il primo emendamento della Costituzione. L'esame del caso "Sceriffo Ouedraogo contro lo Stato" è rimandato sine die dalla Corte Federale. Nel frattempo, la sua macabra idea ha trovato orecchie ricettive tra la polizia federale. I bovari del sud, la polizia venuta dal Maghreb, i comandanti del Tibesti, gli agenti della sicurezza interna, i guardacoste e i guardafrontiera, gli sherpa del Kilimangiaro, tutti si sono lanciati alla caccia dell'immigrato. Non passa giorno senza che ci sia un nuovo caso di persone scomparse, di sans-papier arrestati e messi nelle condizioni di non nuocere, di clandestini rispediti ad patres in un batter d'occhio.
Riconoscibili dalle loro uniformi e dai loro distintivi, i nuovi cavalieri dell'apocalisse solcano il paese giorno e notte, muniti di stivali e di spessi calzini color caki, di camicie dalla piega impeccabile sopra magliette destinate ad asciugare il sudore e di eleganti cravatte. Pettorali gonfi di orgoglio e di pregiudizi, cervello non più grande di quello di una gallina. Controlli, tecniche di quadrìllage. Piovono ordini da ogni parte, e i loro movimenti regolati su carta da musica si dispiegano di conserva. Autocontrollo, sangue freddo. Teoricamente, non un fremito, che faccia bel tempo o che ci sia tempesta. (pagg. 29-30)

 

Sulla strada

Al crepuscolo l'autostrada 99, che parte da Gibuti per raggiungere Dakar sulla traiettoria est-ovest e all'altezza di Niamey incrocia la 122, la quale connette Tangeri al Capo sulla traiettoria nord-sud, sprofonda sotto la nebbia. Poco a poco, i fari dei camion cisterna e dei semirimorchi, lunghi come convogli della metropolitana, ritagliano in quella melassa blocchi luminosi e vivi come comete. Sorpresi, i conducenti salmodiano i versetti della paura e si spostano da un lato per lasciar passare i mostri del bitume. Gli operai andalusi, riconoscibili dalla loro tinta olivastra, si riparano sotto i ponti, un po' per riprendere fiato e un po' per addentare un panino. Verniciata dal rosa del mattino, asciugata dal sole di mezzogiorno, la 99 si allunga e si estende sotto i nostri occhi accesi di meraviglia. Bordata, da una parte e dall'altra, da onde di bambù, di banyan, di canne, di fichi, di roseti, di eucalipti e di acoma portati dalle Antille, questa autostrada è una sirena adagiata su un letto di verzura. Una terribile maga piena di grazia e di astuzia. La bella non si scopre di fronte a occhi profani, anche se ogni volta, all'aurora, emerge da un miraggio rosato. Attorno a lei, l'acqua si veste di riflessi cangianti, defluisce in linee di fuga. Il giorno, la maga abbraccia le montagne. La notte, si addormenta sotto gli ultimi fulgori di luna, protetta dallo spirito dei luoghi. Da lontano vi magnetizza, osserverebbe Papà Dottore, che di strade fatte e disfatte se ne intende. Quella strega seduttrice ha accarezzato il muso di tanti ragazzini, ha inghiot tito la maggioranza degli sterratori bielorussi che pure non pensavano di correre tanti rischi. Il pericolo si aggira nei dintorni. Costantemente. Qui prima si spara, poi si rivolta il cadavere e I talora si esclama: "Accidenti, era un amico!". (pagg. 39-40)

 

Mode e stilisti: il Made in Africa

Una nuova moda esotica, diffusa da sarti come Leon Lafricain, Chris Seydou e Zacharie Onana, o da DJ del calibro di Africa Bambaata, Mwalimu Harouna, Skip Gates, e persino di Irele Abiola, si è abbattuta sulle nostre contrade. Alcuni insorgono, evocando malattie venefiche, corpi stranieri e infetti, castighi inauditi. Ma il punto è un altro. Il verme rode il frutto. I canoni della bellezza ne verranno sconvolti per lungo tempo. Dimenticate le nostre donne dalla pelle color ebano, mogano, mandorla, cioccolata, henne o terra di Siena? Rinnegati l'ondeggiare dei fianchi, il seno generoso, le natiche imbottite, le curve conturbanti, le labbra piene e scure? Disdegnate le muse callipigie? Cancellato il sorriso di porcellana? I nostri creatori non hanno occhi che per gli steli di alabastro dai pomelli rosa confetto e dai glutei piatti. Ti figuri certo il quadro, Maya. Via dunque i boubou a grandi pieghe, le gellaba dai morbidi drappeggi, gli avvolgenti haik, i maestosi gandoura, via rafia e paglia, avorio e ambra, mussolina e cotone, cauris e gusci di tartarughe! Ecco venuto il tempo dei completi grigi, delle cravatte, dei vestiti lun¬ghi, dei tubini e degli smoking. Non c'è da stupirsi che in questa partita le nostre sorelle si disperino davanti all'ondata di ninfette raccattate nel sottobosco di città come Roma, Parigi, Mosca o New York. Difficile evitare quelle figure imbellettate che assumono pose da sultane, quegli sguardi incandescenti o traboccanti di rimmel, quei tacchi duri e rumorosi che risuonano sui marciapiedi per tutta la notte. Inebetite dai tranquillanti, camminano con passo dondolante, facendo un mucchio di smorfie e di moine. Tanga e bikini di velluto color carne sfilano sulle spiagge di Alessandria o di Conakry, di Luanda o di Essaouira. Un passo avanti, tre passi indietro. Tutto un ancheggiare. Uno sfregamento di corpi. Scariche di sperma e lame che aprono solchi tra le natiche direttamente sulla sabbia. (pagg. 4-6)

 

L’epopea della conquista. Quando gli stati africani colonizzarono il mondo

Adama Traoré è fotografo di moda per il mondo, scultore nello scrigno segreto del suo cuore. Un tempo il suo occhio affilato percorreva il globo, appuntandosi ostinatamente sul sangue versato nei balcani, seguendo le colonne di rifugiati dalla Siberia all'Alaska. Adesso corteggia il lusso del Monomotapa, i parchi di divertimenti di Tipaza, e fìssa su carta lucida le gambe delle ragazze. […]
Adama Traoré è prima di tutto una storia familiare che porta il segno del nostro passato coloniale, così spesso taciuto. Una piaga che deturpa il festino dell'intelligenza, minando dall'interno le comunità distrutte dai nostri avi nei secoli passati. Tutto ha avuto inizio con un nome, un lascito familiare conservato nella memoria non dissodata. I Traoré furono una famiglia di patrizi, colonizzatori per caso e per spavalderia, diversamente dai Mwangi, dai Sisulu, dai Seck, dai Belinga e da altri Ratsimonina, che hanno spremuto il succo dell'Europa e dell'America del Nord sin dal 1596.
Quella conquista esala da lontano il suo odore di polvere da sparo. Ha aperto un buco nero nell'immaginario nazionale; ha la forza di un uragano. La si ritrova nella saliva popolare come negli sputacchi degli accademici di ieri e di oggi. Quattro secoli e rotti più tardi, si vorrebbe festeggiare quella data storica in pompa magna. Non è certo con mediocri conquistatori come i Traoré che avremmo potuto gettarci sulla torta bianca con la furia di chi ha vissuto fino in fondo di razzia e di rapina. Nel paese dell'imperatore Makonnen, gli invasori erano re; partivano sempre per mare, come nei peplum di Youssef Chahine. Così, nel 1792, su ordine di Tewodros, figlio di Makonnen, duecentosettantunomila uomini e ventiseimila veicoli in legno robusto si lanciarono all'assalto dei ripidi tornanti che sovrastano Belgrado, allo scopo di bruciare sul tempo i pascià turchi che regnavano sul fronte orientale dell'Europa. […] Ed è con tali mezzi che avrebbe prodotto la più lunga funicolare del mondo (ottan¬taquattro chilometri), in seguito rubata pezzo a pezzo da quegli stessi turchi che fiancheggiavano gli antenati di Adama, mettendoci l'energia e l'ambizione necessarie. A quella follia dobbiamo anche l'apertura di strade e di tunnel, la costruzione di ponti, la linea ferroviaria del Montenegro, inaugurata nel 1911, i ricordi e i motivetti dell'epoca che coloni e proprietari delle piantagioni, tormentati dal desiderio, intonavano all'ora dell'aperitivo.
In quell'Europa orientale oggi diseredata, disprezzata dalla carovana turistica planetaria, ignorata dalla nostra civiltà preda del commercio e della televisione, sempre a un passo dalla rottura, qualche famiglia appartenente ai Traoré, tra cui quella di Adama, il fotografo dalle suole alate, aveva messo radici come un vitigno. Tra quelle montagne sulle quali planano insieme l'aquila albanese e l'avvoltoio del Kossovo, i loro discendenti con i capelli appiattiti dallo strutto, con la pelle escoriata dalle burrasche e dai blizzard provenienti dalle grandi pianure magiare, avrebbero fondato una stirpe. Si sarebbero mescolati agli autoctoni, al punto di annullarsi e infiacchirsi in questa unione, aggiungevano le malelingue. Ci sono discendenze dell'inchiostro, dell'amore o del caso che si rivelano più certe di quelle del san¬gue.  (pagg. 121-122)

 

Parigi o cara

Arrivi a Parigi di primo mattino, in un silenzio d'acquario. Nel pallido chiarore di un'alba di neve, l'unico aeroporto della città, di dimensioni modeste, ha un aspetto scalcinato. Scrutando l'edificio, hai l'impressione di trovarti di fronte a un piccolo mostro troncato all'altezza dell'ombelico. I passeggeri procedono passo a passo scendendo dalla passerella agitata dal vento. […] Gli ufficiali della dogana, l'occhio torvo e sfigurato dal sonno, non sanno dove mettere le mani che lasciano pendere lungo il corpo. Ci sono da tre a quattro agenti - abbruttiti di ozio e di pessimo vino - per ogni passeggero, segno che l'aeroporto non è sull'orlo di una crisi di nervi. Tu hai i lobi in stato di allerta, i boccaporti spalancati. Registri ogni minimo dettaglio, nulla ti sfugge. Intorno a te, l'umore delle cose è improntato al tedio e all'abbandono, come se tutto fosse già giocato in anticipo, come se la cappa plumbea di un fatalismo tagliasse di netto ogni slancio. Fuori, la neve cade come pioggia nera.
Hai lasciato velocemente questo luogo privo di nobiltà dove il tempo avanza goccia a goccia. Sei salita su un trabiccolo di età incalcolabile, diretta nel cuore della città. Geografia mobile, instabile sui propri binari. Quartieri barricati, sobborghi spettrali, ultimo regno della neve mescolata al fango. Ruggine e cemento. E forse l'opera di un architetto ubriaco? Alla fine di un lungo tragitto, arrivi in un piccolo albergo di place Vendóme. Tutto intorno, miseria che si alleggerisce per il fatto di camminarle accanto, di conviverci senza sosta. […]
Esci finalmente alla luce del sole. Grandi barche malinconiche di fabbricazione locale scivolano lentamente sulla Senna, raccontando alle anatre la loro storia frantumata, sbricio¬lata. A quell'ora, il quartiere brulica di attività come nel cuore del suk di Montreal, nel mercato di bestiame di Vancouver, celebre per i suoi loschi traffici barocchi, o nel quartiere delle tenutarie di Waikiki, periferia indigente e rococò di Honolulu. Centinaia di uomini che vanno e vengono, tiri di buoi che trasportano carcasse di carne, facchini che sudano sotto sacchi di cemento e montagne di elettrodomestici made in The United States of Africa. Incroci dappertutto individui tutti uguali, lo sguardo brutale e le mani nere, prostrati da lavori massacranti. […] Vedi donne tutte uguali trotterellare lungo stradine dal selciato sconnesso, la borsa della spesa al braccio, il fazzoletto in testa. Nelle strade senti gli stessi lunghi singhiozzi, tutti uguali, come arpeggi di viola: sono la miseria, la paura e la noia ad avere la meglio. Ti fissano gli stessi bambini tutti uguali, allettati dalla volgare prospettiva di una truffa imminente. (pagg. 130-131)

 

Abdourahman A. Waberi

 

Indice del volume:
Viaggio ad Asmara, capitale federale – Viaggio nel cuore dell’atelier – Viaggio ne cuore di Parigi, Francia – Ritorno ad Asmara

 

Abdourahman A. Waberi
Gli Stati Uniti d’Africa

 

Morellini Editore - Milano 2007
(Feltrinelli - 2009)

 

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