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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Elisa Giunchi
Pakistan
Islam, potere e democratizzazione
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Unico paese musulmano ad essere dotato di armi nucleari, il Pakistan si trova oggi al centro di una vasta rete di interessi economici e geopolitici che investono a vario titolo tanto l’Occidente quanto il Medio Oriente e la Cina. La sua storia tuttavia rimane poco conosciuta in Italia. Concepito dai suoi fondatori come uno stato laico, il cui la religione avrebbe regolato la sola vita privata, il “paese dei puri” si è trasformato nei decenni successivi in uno stato ideologico, in cui l’élite al potere ha sempre più spesso usato il richiamo all’islam per prevenire la frammentazione etnica del paese, giustificare gli squilibri sociali ed etnici interni e contrastare le rivendicazioni territoriali afghane e indiane.
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scheda a cura dell'autore

 

Introduzione – Il dibattito sul ruolo dell’islam nel nuovo stato – Le sfide che il Pakistan dovrà affrontare

 

Introduzione

[…] la dottrina politica sunnita non ha mai teorizzato, se non in epoche recenti, sotto la spinta “fondamentalista”, che la dimensione religiosa debba dominare quella politica, né le fonti primarie dell’islam prevedono la costituzione di uno stato islamico. Sotto il profilo storico, con la fine del periodo dei “califfi ben-guidati”, nella seconda metà dell’VIII secolo, nel mondo sunnita le funzioni politiche e religiose sono sempre state separate, anche nel subcontinente indiano: i dotti religiosi non hanno mai avanzato pretese politiche e i sovrani, da parte loro, non hanno mai ricoperto alcun ruolo religioso; le loro funzioni sono rimaste separate anche se interdipendenti: le prerogative dei religiosi erano difese dal potere politico e quest’ultimo era legittimato dalla religione. Per quanto, poi, riguarda Jinnah, l’avvocato di Bombay che guidò il movimento nazionalista, dai suoi scritti e dai suoi discorsi traspare che nelle sue intenzioni il Pakistan doveva diventare una nazione moderna, in cui la religione avrebbe guidato i comportamenti quotidiani e ispirato l’azione politica, moralizzandola, rimanendo però all’interno di una cornice laica e liberale. Lo compresero perfettamente le figure religiose, che con poche eccezioni si opposero alla nascita del Pakistan. L’elite che guidava il movimento nazionalista era troppo occidentalizzata, ai loro occhi, per imporre la shari‘a, e anzi avrebbe presumibilmente adottato norme estranee all’islam, strutturando lo stato secondo principi di uguaglianza dei cittadini e di sovranità popolare che erano estranei alla dottrina islamica classica.
Per diversi motivi, in primis per promuovere un’identità condivisa e contrastare rivendicazioni etniche interne nel contesto di contenziosi territoriali con i paesi confinanti, la classe dirigente pakistana avrebbe in realtà fatto crescente riferimento all’islam, con l’effetto di aprire nuovi spazi al settore religioso, che poté così inserirsi nelle istituzioni dello stato, influenzare il discorso politico e l’interpretazione stessa della religione. Questo processo si sarebbe saldato, a partire dagli anni ’60 e ’70, con il diffondersi dell’ideologia islamista tra la gioventù urbana e la borghesia conservatrice e l’influenza crescente del wahhabismo, in un contesto geopolitico, quello della guerra fredda, in cui era prioritario per gli Stati Uniti, il principale alleato occidentale di Ryadh e Islamabad, costituire un contrappeso al nasserismo e alle ideologie di sinistra. A partire da questa fase storica, e in particolare dopo la secessione dell’ala orientale del Pakistan, i leader politici pakistani, così come i vertici militari, ugualmente ossessionati dal timore che l’India volesse favorire l’ulteriore frammentazione del paese, si servirono di gruppi religiosi estremisti per contrastare le rivendicazioni territoriali di Kabul e Delhi. L’alleanza tra establishment militare, classe dirigente politica e militanti religiosi avrebbe costituito nei decenni successivi la pietra angolare della politica estera pakistana, contribuendo alla diffusione dell’estremismo nella regione. […] (pagg. 11-12)

 

Il dibattito sul ruolo dell’islam nel nuovo stato

[…] Già nel gennaio 1948 il Jamaat-e-Islami, sostenuto dal Jamiat-e-ulama-e-Islami e da alcuni membri della Lega, lanciò una campagna per l’adozione di una “costituzione islamica”, chiedendo che la shariʽa fosse applicata nel paese e tutte le leggi non conformi ai principi islamici venissero abrogate. Nell’Assemblea Costituente, i cui membri erano stati eletti nel 1946, prima del ritiro inglese, il dibattito sul ruolo della religione fu sin da subito acceso e vide emergere due raggruppamenti principali: l’élite modernista, favorevole a una divisione tra sfera religiosa e sfera pubblica e fautrice di un’interpretazione progressista dell’islam, e gli islamisti e tradizionalisti, che con sfumature diverse chiedevano l’applicazione della shariʽa ad ogni ambito secondo una visione sociale conservatrice.
Al termine di accese discussioni, il 7 marzo 1949 l’Assemblea Costituente adottò la Risoluzione sugli Obiettivi, che conteneva le linee guida che avrebbero dovuto ispirare il testo costituzionale. Il documento, che con alterazioni minori avrebbe costituito il preambolo delle successive costituzioni, rappresentava un compromesso tra visioni diverse: stabiliva che la Costituzione si sarebbe dovuta basare, conformemente alla visione di Jinnah, sui principi di «democrazia, libertà, uguaglianza, tolleranza, e giustizia sociale così come enunciati dall’Islam». Al tempo stesso, adeguandosi a una richiesta avanzata con molta insistenza dal Jamaat, la risoluzione affermava che la «sovranità sull’intero universo appartiene solo al Dio Onnipotente» e che l’autorità’ divina era delegata allo stato “attraverso la sua popolazione affinché sia esercitata entro i limiti da Lui prescritti”. Queste vaghe affermazioni, che riprendevano la teoria politica di Maududi, fecero sorgere numerose perplessità tra i membri dell’Assemblea: come conciliare un sistema democratico, basato sul volere popolare, con la sovranità divina, per sua natura immutabile? Come avveniva la delega divina, una sola volta, in sede elettorale, o di volta in volta, attraverso la legittimazione dei religiosi? Come conciliare un sistema in cui le istituzioni rappresentative sono periodicamente rinnovate e generano allineamenti politici fluidi con la teoria islamica classica, in cui l’unica divisione possibile è di natura confessionale? Chi avrebbe fatto in modo che i rappresentanti del popolo non oltrepassassero i limiti prescritti da Dio? Chi, infine, avrebbe determinato questi limiti e secondo quale interpretazione dei testi sacri?
Il dibattito fu acceso anche su un altro punto: la Risoluzione prometteva che ai musulmani sarebbe stato permesso di «vivere nella sfera individuale e collettiva secondo gli insegnamenti e i precetti dell’Islam contenuti nel Corano e nella Sunna». Ma, in un contesto in cui vi erano interpretazioni diverse delle fonti primarie, e in cui la stessa giurisprudenza hanafita convalidava l’esistenza di divergenze interpretative, come stabilire quali erano i precetti da osservare, oltre a quelli estremamente generici riconosciuti da tutti i musulmani, quali l’unicità divina e la natura definitiva della profezia di Muhammad?
Nessuno seppe dare risposte coerenti a questi interrogativi, sollevati per lo più dai non musulmani che sedevano nell’Assemblea Costituente. La maggioranza dei rappresentanti presenti alle discussioni, pur avendo idee piuttosto vaghe sulla struttura che il nuovo stato avrebbe dovuto avere, era comunque convinta che l’islam rappresentasse la soluzione di ogni problema: come dichiarò nel 1949 il primo ministro Liaquat Ali Khan, “Il Pakistan è stato fondato perchè i musulmani di questo subcontinente [...] volevano dimostrare al mondo che l’islam fornisce la panacea a tante malattie che si sono insinuate nella vita dell’umanità“. Tra queste malattie vi erano il comunismo e il capitalismo, che dovunque avevano distrutto il tessuto sociale e allontanato la popolazione da Dio: l’islam era la soluzione, “la via media” , la cui realizzazione concreta avrebbe costituito un esempio per l’intera umanità. Il Pakistan era considerato una sorta di laboratorio su cui erano puntati gli occhi del mondo. Come osservava un deputato, “i principi dell’islam saranno applicati e i risultati resi noti a vantaggio non solo della popolazione del Pakistan, ma anche di chi vive fuori dal paese” . […] (pagg. 61-63)

 

Le sfide che il Pakistan dovrà affrontare

[…] Le elezioni nazionali del febbraio 2008 e le successive dimissioni di Musharraf sono state interpretate da molti come l’inizio di un processo irreversibile di transizione democratica, che permetterà al Paese di uscire dal sottosviluppo e di allontanarsi dalle derive estremiste. Le cose in realtà sono più complesse, e dipendono in larga misura da ciò che le forze armate decideranno di fare. Le dimissioni di Musharraf hanno segnalato la volontà dei vertici militari di rinunciare, almeno per il momento, ad esercitare direttamente il potere politico. Due i possibili motivi: recuperare credibilità agli occhi della popolazione, che identifica le forze armate con il regime di Musharraf, diventato col tempo estremamente impopolare, e uscire da una situazione contraddittoria ma senza facili vie di uscita, legata a una strategia che coniuga la collaborazione con gli Stati Uniti in funzione anti-terroristica e la collusione con gli estremisti; volendo evitare di sembrare uno strumento americano, ma non potendo rischiare di alienarsi gli Stati Uniti, da cui dipendono ingenti aiuti militari, le forze armate hanno accettato di fare un passo indietro, lasciando che fossero i civili ad assumersi la responsabilità di una strategia politica così chiaramente fallimentare. Non è detto tuttavia che i vertici militari non tornino sui loro passi, se riterranno che i loro interessi sono minacciati. Tra questi interessi vi è, come si è più volte sottolineato, anche il controllo sulla spesa. E’ difficile immaginare che i vertici militari, ossessionati dalla “minaccia indiana”, acettino di vedere il budget per la difesa diminuire sensibilmente. Ma, senza una riallocazione delle risorse, sarà difficile investire nello sviluppo del settore sociale.
La scarsa attenzione allo sviluppo che ha caratterizzato la storia del Pakistan non è ovviamente da attribuire alle sole forze armate, ma dipende anche ad altri fattori: la debolezza delle istituzioni che, screditate da decenni di malgoverno, non hanno la legittimità necessaria per sfidare la supremazia dei militari; la prevalenza in Parlamento e nel governo di elementi conservatori disinteressati a promuovere politiche distributive e a investire nello sviluppo sociale; una struttura sociale in cui appartenenze etniche, familiari, religiose e clientelari prevalgono su considerazioni socio-economiche; e, infine, la scarsa consapevolezza politica e gli alti tassi di analfabetismo che impediscono alla popolazione di fare pressione sui rappresentanti eletti affinché maggiori risorse siano destinate alla sanità e all’istruzione. E’ evidente che, senza una ridefinizione della struttura di potere e della sua composizione, e senza un parallela riforma dei rapporti sociali, l’adozione formale di un sistema democratico non potrà avere implicazioni positive per le scelte di spesa e quindi il miglioramento degli indici di sviluppo del paese, tra i più bassi al mondo. […] (pagg 182-183)

 

Elisa Giunchi

 

 

indice del volume:
Introduzione – Alle origini dello stato pakistano – Costruzione nazionale e rivendicazioni etniche – Dal primo colpo di stato alla frammentazione territoriale – Dal socialismo islamico al nizam-e-mustafa – L’islamizzazione della società – Restaurazione democratica e violenza estremista – Da Musharraf a Zardari

 

 

Elisa Giunchi

Pakistan

islam, potere e democratizzazione


Editore Carocci – Roma 2009

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