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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Gian Carlo Caselli
Le due guerre
Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia
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Nel 1992-93, superato lo sbandamento immediatamente successivo alle stragi, sembravano esserci le condizioni necessarie perché - così come si era verificato per il terrorismo - tutti, o la stragrande maggioranza del Paese, vedessero la mafia come un nemico alieno da ricacciare indietro e da sconfiggere. Se le stragi avevano fatto correre all'Italia il pericolo di essere risucchiata in un buco nero sempre più cupo e profondo, ora si invertiva la tendenza. Proprio quando tutto sembrava perduto.
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Il terrorismo - La mafia - Oggi e domani -

 

Il terrorismo

Lo Stato ha saputo vincere la sua guerra al terrorismo "storico". Contro la mafia, invece, lo Stato (più esattamente alcuni suoi consistenti settori) ha accettato di perdere una guerra che si sarebbe potuto vincere. Ha accettato di perdere pur di scongiurare il salto qualitativo: dall'accertamento delle responsabilità dei mafiosi "doc", come Totò Riina, all'accertamento dei legami e delle collusioni esterne a Cosa nostra. Perché una guerra vinta e una interrotta? I motivi sono tanti, uno in particolare: il senso di "alterità" del terrorismo rispetto alla società, alla vita di tutti i giorni, che ha permesso all'Italia di espellere la violenza politi¬ca dalla realtà del Paese. Con la mafia questo non è successo. O, perlomeno, non ancora.
Sia il terrorismo brigatista che la mafia sono forme di crimi¬ne organizzato. Ma, a parte questo punto in comune, si tratta di fenomeni completamente diversi. Tuttavia, almeno in linea di principio, entrambi pongono gli stessi problemi dal punto di vista dell'attività di contrasto. Le possibilità di successo, in un caso come nell'altro, aumentano quando si interviene contempo¬raneamente su tre versanti: quello tecnico-giuridico (investigati-vo-giudiziario); quello culturale, necessario per rendere l'opinione pubblica consapevole; e quello - assolutamente fondamentale - dell'aggressione non solo alle manifestazioni criminali, ma anche alle radici profonde di tale fenomeno.
Sul piano tecnico, quale che sia il tipo di criminalità, si vince soltanto se si mettono in campo due parametri: specializzazione e centralizzazione. Specializzazione significa operatori che sviluppino continuamente conoscenze specifiche e affinino i metodi di lavoro, così da riuscire a penetrare le strutture da contrastare. Centralizzazione significa convogliare in un unico motore di raccolta tutti gli elementi acquisiti nel corso delle varie inchieste, evitando il rischio di disperdere le opportunità di intervento che soltanto una visione non parcellizzata, ma incrociata e integrale, può consentire. (pagg. 29-30)

 

La mafia

Siamo stati a un passo dall 'uscire anche dall'"emergenza mafia", l'interminabile emergenza mafia. Ma, arrivati a un certo punto, settori consistenti dello Stato hanno preferito non vincere la partita.
Avevo ancora tanto da imparare quando arrivai in Sicilia. Se avevo seguito il terrorismo dall'inizio, fino a vederne la fine, a Palermo mi insediai all'apice dell'attacco mafioso allo Stato. Nel 1992 il nostro Paese aveva corso seriamente il rischio di diventare un narco-Stato, una specie di Stato-mafia, caratterizzato dalla condizionante presenza di un potere criminale stragista. Perché è chiaro che dietro le stragi di Capaci e via D'Amelio ci fu anche un disegno politico, quale ancora non lo sappiamo e forse mai lo sapremo. Ma che non si sia trattato soltanto crimine organizzato era, ed è, di assoluta evidenza.
Paura e disorientamento, in quei mesi, erano diffusi, profondi. Emblematiche le parole di Nino Caponnetto quando, ai funerali di Paolo Borsellino, quasi si aggrappò al microfono di un cronista, come a cercare un sostegno, e sussurrò: «E tutto finito, non c'è più niente da fare». Il Paese era in ginocchio, gravemente offeso e ferito, e temeva il colpo di grazia. Ma invece di pre¬cipitare, riuscì a risollevarsi, grazie a un immenso sforzo collettivo (simile a quello di Torino, a partire dal 1977, contro il terro¬rismo). Ci fu davvero un momento magico di unità nazionale, estremamente efficace e produttivo, che purtroppo durò poco.
Innanzitutto, contro l'attacco mafioso si realizzò un'unità di tutte le forze politiche come raramente si era visto nella storia del nostro Paese. Scomparvero le distinzioni di casacca o schieramento. Prova ne fu l'unanimità con la quale vennero approvate due leggi fondamentali (quella sui pentiti e quella sul 41 bis, il carcere duro per i mafiosi), leggi volute da Falcone e Borsellino, intrise della loro intelligenza e del loro sangue. All'unanimità venne approvata anche la relazione della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante che, per quanto concerneva i rapporti tra mafia e politica, diceva finalmente cose giuste e precise, che a livello politico non si era mai avuto il coraggio di esplicitare.
L'effetto incrociato del 41 bis e della previsione di benefici di legge per i collaboratori sarebbe stato determinante per innesca¬re moltissimi importanti pentimenti, decisivi per sradicare le organizzazioni criminali. […]
Nel 1992-93, insomma, superato lo sbandamento immedia¬tamente successivo alle stragi, sembravano esserci le condizioni necessarie perché - così come si era verificato per il terrorismo - tutti, o la stragrande maggioranza del Paese, vedessero la mafia come un nemico alieno da ricacciare indietro e da sconfiggere. Se le stragi avevano fatto correre all'Italia il peri¬colo di essere risucchiata in un buco nero sempre più cupo e profondo, ora si invertiva la tendenza. Proprio quando tutto sembrava perduto. (pagg. 45-46-47)

 

Oggi e domani

Dopo tante parole sulle esperienze passate, qualche considerazione sull'oggi e sul domani. Gran parte della società appare impaurita, sconcertata, inquieta. Incerta di fronte al futuro perché lo considera difficilmente governabile, se non addirittura indirizzato verso derive pericolose. Proprio questa stagione con¬siglia radicalità nel presente. L'unico modo per non essere tiepidi, per essere realmente vivi, per sfruttare tutte le potenzialità.
Vivere il presente in quest'ottica significa evitare la tentazione di sviluppare logiche meramente difensive, barricati in solitudine nel passato. Cercando di consolarsi pensando che tanto non ne vale la pena, perché le cose - in un modo o nell'altro - fini¬scono sempre allo stesso modo. Oppure recriminando per le tante occasioni che oggi ci sembrano perdute.
L'occasione perduta dell'antifascismo, che sta diventando un taxi su cui salgono le persone anche più inaspettate, magari per interessi di parte. O, per quanto riguarda lo specifico del mio mestiere, l'occasione perduta di creare una giustizia davvero efficiente, capace di servire davvero la collettività, su tutti i versanti, quello dell'antimafia in particolare.
Altra tentazione che si può respingere con la radicalità del presente è pensare che il futuro non dipende da noi, che i giochi sono ormai fatti, irreversibilmente. Invece il futuro non è un domani esterno, ma un avvento che ci corre incontro. È proprio il presente, le scelte che facciamo oggi, a preparare il futuro. Quindi il futuro non è esterno a noi, è dentro di noi. Non ci deve essere spazio per la rassegnazione, l'indifferenza, il disimpegno, il riflusso, se non addirittura il trasformismo e l'opportunismo, che oggi nel nostro Paese vanno purtroppo diffondendosi.
Vivere il presente con radicalità significa anche essere capaci di critica argomentata e intelligente. Capacità di critica equivale a coraggio, forza di allontanare tutto ciò che è suggestivo, che seduce, ma di fatto distrae e porta (come vuole la propagan¬da interessata) fuori strada. Capacità critica significa allora saper rompere gli idoli della seduzione, l'idolo del consenso, l'idolo del potere, per lavorare invece a una comunità finalmente capace di rompere le ingiustizie. Ripartendo dalla Costituzione.
È difficile, ma possibile. Lo dimostrano ogni giorno i magistrati, i carabinieri e i poliziotti che nonostante tutto continuano a darci dentro. E che per quanto riguarda il contrasto dell'ala militare di Cosa nostra (con l'arresto prima di Riina, poi di Provenzano, fino ai Lopiccolo) hanno saputo produrre risultati di una continuità che non ha assolutamente precedenti. Lo dimostrano ogni giorno i giovani di Libera, di Acmos, di Flare e di Terra del Fuoco, sigle che corrispondono a progetti di partecipazione e cittadinanza attiva realizzati con fatica e sacrificio e con risultati sempre più interessanti. Lo dimostrano i ragazzi paler¬mitani di Addio pizzo e i loro coetanei di Locri. Lo dimostrano gli uomini e le donne che coltivano i terreni confiscati ai mafiosi, organizzati in cooperative che sono la materializzazione di un formidabile riscatto in termini di dignità e libertà. Lo dimostra¬no i ragazzi che gestiscono a Palermo, in piazza Politeama, o a Napoli, in via De Cesare, le "botteghe della legalità". Lo dimostrano le associazioni antiracket che - sul modello inventato da Tano Grasso - creano un po' ovunque reti di solidarietà capaci di contrapporsi allo strapotere mafioso. Lo provano gli industriali siciliani che (con il sostegno di Confindustria nazionale) hanno cominciato a dire dei no finalmente credibili alla vergogna del pizzo. Lo provano, proprio mentre scrivo, le migliaia di giovani che affollano le manifestazioni torinesi della "Biennale della democrazia". Tutte testimonianze (certo non le sole) che consentono di guardare al futuro anche con ottimismo. (pagg.152-153)

 

Gian Carlo Caselli

indice del vlume:

Per caso, per necessità – Una vita blindata – Il terrorismo – La mafia – Amici – Falcone , Borsellino, la Sicilia - Visti da vicino: Torino – Visti da vicino: Palermo – Le parole sono pietre

 

 

Gian Carlo Caselli
Le due guerre
Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia

 

EDITORE MELAMPO
Prima edizione: maggio 2009

pp. 160 - euro 15,00 - ISBN 978-88-89533-39-0




 

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