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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Ennio Di Nolfo – Maurizio Serra
La gabbia infranta
Gi Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945
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Quando Luigi Einaudi, nel suo discorso d’insediamento a primo presidente della Repubblica, si scagliò contro «il mito dell’inaffidabilità internazionale dell’Italia», esprimeva un’esigenza morale ma anche politica che, nel primo quindicennio di sviluppo del paese, quello del «miracolo economico» e del centrismo, comportò scelte coraggiose in senso atlantico-europeista che videro la diplomazia italiana schierata in tale direzione, dopo la fine della tentazione neutralista. Pur sconfitta e provata, l’Italia restava un obiettivo geostrategico troppo importante per non diventare una protagonista, anche suo malgrado, dei nuovi equilibri post bellici. Era una rendita di posizione, ma occorreva valorizzarla e gestirla. Fu per questo che l’Italia non conobbe la sorte degli altri due membri maggiori del Tripartito dove, con metodi diversi, venne congelato pro-tempore il principio della continuità dello Stato. Eppure, gli innegabili risultati della sconfitta, che poteva avere conseguenze ben più draconiane, sono stati offuscati da un fiume di retorica e di mitizzazione.
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scheda a cura di Piero Graglia

 

Usa e Italia: dalla «non guerra» ai progetti di «pace separata» - Equivoci e inganni di un armistizio - La carta sovietica - La leggenda della «svolta di Salerno"

 

Usa e Italia: dalla «non guerra» ai progetti di «pace separata»

Può apparire eccessivo che per parlare dell’Italia nella Seconda guerra mondiale si prendano le mosse da alcuni decenni prima, ma solo seguendo questo profilo si riescono a comprendere i legami strutturali che stringevano il destino dell’Italia a quello degli Stati Uniti. Al di là dell’alleanza occasionale fra Hitler e Mussolini, avviata nel 1936 e conclusa formalmente nel 1939, durante il periodo fra le due guerre si erano invece formati vincoli ben più solidi fra l’Italia (e l’Europa) e gli Stati Uniti che solo l’incontrollabile progetto hitleriano poteva, per qualche anno, accantonare, senza poterli spezzare. Ciò significa che, nonostante la guerra, la struttura delle relazioni bilaterali italo-americane non veniva distrutta, poiché essa era costruita sulle basi robuste della contiguità finanziaria, imprenditoriale e commerciale che la politica economica protezionistica o «autarchica» adottata da Mussolini nella seconda metà degli anni Trenta non riuscì a sradicare. Inoltre ciò indica come, sia prima che dopo la firma del Patto d’acciaio (22 maggio 1939), l’Italia e la Germania fossero divise da progetti politici che, nonostante l’alleanza di guerra, avrebbero riaperto lo spazio all’intesa italo-americana non appena ciò fosse stato possibile. […] Nel dicembre 1941, dopo che l’Italia ebbe dichiarato guerra agli Stati Uniti, l’ambasciatore italiano a Washington, principe Ascanio Colonna di Paliano, lasciò gli Stati Uniti per ritornare in patria, imbarcandosi su una nave passeggeri di un paese neutrale, la svedese Drottingholm. A bordo del piroscafo sul quale si apprestava a compiere la traversata atlantica, nel gennaio 1942, egli fu raggiunto da Frederick Lyon, un funzionario del governo americano, che aveva ricevuto l’incarico di cogliere il momento adatto per parlare liberamente con il diplomatico italiano e leggergli un messaggio compilato dai principali responsabili del Dipartimento di Stato e in particolare da Breckinridge Long, già ambasciatore a Roma, ammiratore del regime fascista e, in quel momento, assistente del segretario di Stato Cordell Hull. Il signor Lyon ebbe pieno agio di compiere la sua missione e di leggere al principe Colonna, affinché ne riferisse «al Re d’Italia» e a «altre personalità italiane che egli avesse giudicato importanti», un messaggio circa la vera posizione americana verso l’Italia e circa le accoglienze che un passo italiano avrebbe ricevuto «quando l’Italia sarebbe stata costretta a prendere una decisione relativa alla sua partecipazione alla guerra», o, in altre parole, qualora avesse deciso di ciedere una pace separata. (pagg. 5-11)

 

Equivoci e inganni di un armistizio

Nelle settimane successive tutto apparve nuovamente incerto. E questo non solo per il caos e la paura, ma per il dissolversi della premessa iniziale: l’illusione di far uscire il paese dalla guerra senza precipitarlo in un’altra; di agganciare gli Alleati senza dover combattere i tedeschi. Era un’illusione, bisogna ricordarlo, condivisa da molti. Perfino un uomo della lucidità di Pirelli sembrava coltivare la visione di una «pace generale» proposta dall’Italia, quasi che un paese sull’orlo del collasso potesse ancora ergersi a mediatore come a Monaco nel 1938! Anche De Gasperi sosterrà, in un comizio a Napoli il 23 maggio 1952, che l’Italia avrebbe potuto allora «dire onestamente alla Germania» che le era necessario dichiarare la neutralità. Hitler reagì alla prevista sorpresa con l’ordine «di predisporre l’operazione Eiche [quercia]» che comportava l’arresto e la deportazione di tutta i membri della famiglia reale e dei generali (è controverso se ciò riguardasse anche il papa). L’operazione fu posticipata, a parte l’arresto con frode dell’infelice principessa Mafalda. Ma il ragionamento confermava l’impossibilità di capire lo spirito della nuova guerra totale e la decisione di lottare fino alla distruzione dell’avversario degli Hitler e Stalin (ma altresì, in campo democratico, dei Churchill e Roosevelt) da parte di chi si era psicologicamente formato nel «mondo di ieri», ante-1914. […] (pagg. 37)

 

La carta sovietica

A Teheran Stalin confermò, in sostanza, la strategia sovietica rispetto all’Italia: una linea opportunistica e ancora attendista, aperta a tutte le soluzioni anche le più spregiudicate, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di ottenere di più. Ma questa marginalità strategica dell’Italia nell’ultima fase del conflitto non significava per il dittatore sovietico che il laboratorio italiano avesse perso importanza per l’indomani. Anzi: solo a medio-lungo termine si poteva sperare di spezzare, o almeno incrinare, l’influenza capitalista in Italia, in Francia, in Belgio e negli altri Paesi in cui restavano forti il mito della rivoluzione d’Ottobre e poi quello della Grande Guerra patriottica. Stalin aveva imparato in seminario (malgrado ne fosse stato espulso) e nella clandestinità a coltivare le virtù della pazienza e della tenacia. Sapeva che la sconfitta di oggi, per chi sa aspettare, può diventare la vittoria di domani. Per questo l’Italia non uscì affatto dal suo orizzonte e il suo emissario nella penisola non si chiamava ancora Togliatti, bensì Andrej Vysinskij […] (pagg. 76)

 

La leggenda della «svolta di Salerno»

Il 26 novembre 1943, Togliatti pronunciò a Mosca il ben noto discorso di apertura pubblica al governo Badoglio: documento che, a differenza di quelli emersi poi dagli archivi, ha trovato un posto centrale nella vulgata della «svolta di Salerno». Il 10 dicembre, sempre con il tramite obbligatorio della Allied Control Commission, Prunas scrisse all’ambasciatore Rocco a Ankara, allora la rappresentanza italiana più vicina all’Urss, per chiedergli informazioni su Togliatti. Ricevute le informazioni, Prunas chiese a Rocco il 29 dicembre di notificare al collega sovietico in Turchia il benestare al rientro di «Palmiro Togliatti, alias Mario Ercoli». La procedura seguita da Prunas di agire tramite una rappresentanza italiana implicava la preventiva autorizzazione alleata. Prunas non rispondeva in tal modo alla seconda richiesta di Togliatti, bensì alla prima, che tra l’altro era l’unica in cui figurava lo pseudonimo Ercoli.
Ci si è giustamente chiesti perché mai Togliatti si rivolgesse con tale insistenza al governo Badoglio, allorché per rientrare legalmente in Italia gli bastava il consenso degli Alleati, così come erano rientrati, o stavano rientrando, dagli Stati Uniti Sforza, Tarchiani e altri. Se lo chiesero subito De Feo e altri comunisti napoletani. Ma il gesto serviva a mostrare agli uni e agli altri la volontà sovietica si inserirsi nel gioco italiano in una prospettiva legale e alla luce del sole. Richiedere il visto al governo italiano era già implicitamente riconoscerne la potestà internazionale. A sua volta, Prunas non poteva impedire il rientro di Togliatti: poteva però lasciare che a decidere fossero gli Alleati. Ancora ai primi di dicembre probabilmente non aveva chiari gli obiettivi della mossa di Stalin-Togliatti e non sapeva ancora come gli convenisse agire; solo quando capì l’opportunità che gli si presentava ne fece dare contemporaneamente l’annuncio a Radio Bari, il che era un modo irritale di rendere pubblico (leggi a Mosca) che se diniego o ulteriore ritardo vi sarebbe stato, esso non dipendeva dagli italiani bensì dagli Alleati.

 

Ennio Di Nolfo – Maurizio Serra

 

Indice del volume:
Introduzione - Parte prima La gabbia alleata - Usa e Italia: dalla «non guerra» ai progetti di «pace separata» - Equivoci e inganni di un armistizio - La carta sovietica - Riscossa diplomatica - La leggenda della «svolta di Salerno» - Parte seconda Il ritorno dell’Italia sulla scena internazionale - Il governo Bonomi e gli Stati Uniti - Liberazione o resa tedesca? - La tentazione neutralista e Trieste italiana

 

 

Ennio di Nolfo - Maurizio Serra

La gabbia infranta
Gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945

 

Editori Laterza

Roma-Bari 2010

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