Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Loretta Napoleoni – Ronald J. Bee
I numeri del terrorismo
Perché non dobbiamo avere paura
immagine
Invece di esportare la democrazia, la guerra globale dichiarata al terrorismo ha dato grande impeto al terrorismo nel mondo musulmano e ha contribuito al declino economico nel mondo occidentale. Ha contribuito a far emergere e potenziare la criminalità organizzata a livello internazionale, ha ricreato il clima di intolleranza ideologica della Guerra fredda. Ha suscitato paure, tensioni, mitologie che governi e governanti mettono a profitto per la conservazione di un potere sempre più esclusivo.
***

[scheda antologica a cura di Mariele Merlati]

 

[audio - video - video correlati - galleria di immagini]

 

Ma dalla Guerra fredda siamo usciti davvero? - La mitologia della guerra la terrorismo: invenzioni gratuite. - I numeri del terrorismo. - La miglior moneta della paura. - La globalizzazione del terrorismo e il trionfo della criminalità. - Il mito degli stati canaglia. – La Guerra al terrorismo è una follia economica. – Conclusioni.

 

Ma dalla Guerra fredda siamo usciti davvero?

[…] Se alla base della Guerra fredda c'era l'incubo atomico, oggi è lo spauracchio di un attacco nucleare per mano di un gruppo armato a scatenare la paura e a giustificare la Guerra al terrorismo. Non c'è immagine più spaventosa di un fungo atomico che si leva sopra una città dell'Occidente. Ecco per­ché una delle leve principali a sostegno di questa guerra è pro­prio il timore che armi di distruzione di massa finiscano nel­le mani di gruppi armati.
Ma quanto è reale oggi la minaccia nucleare rispetto al pas­sato?
Durante la Guerra fredda i due schieramenti possedevano un arsenale nucleare; oggi è stato drasticamente ridotto. I ter­roristi non solo non hanno libero accesso agli ordigni atomi­ci, ma la probabilità che se ne impadroniscano è estremamente remota. Il timore di un attacco atomico è dunque poco fon­dato, come confermato dal fiasco iracheno. Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa né aveva inten­zione di venderle ad al Qaeda. Saddam «fingeva» di avere un programma nucleare, nessuno infatti è mai riuscito a fornire prove concrete della sua esistenza, e solo queste avrebbero potuto giustificare un attacco preventivo in Iraq.
La verità è che per i gruppi armati acquistare, costruire, custodire, trasportare, nascondere e far esplodere armi nu­cleari è un'impresa molto diffìcile.
Alla luce di questi fatti, il parallelo con la psicosi della Guer­ra fredda è inevitabile. Questo conflitto poggiava interamen­te sull'incubo atomico. Nel dopoguerra è la paura nucleare che fa da sfondo alla politica internazionale e si traduce nella politica della deterrenza e nelle guerre per procura, che co­involgono organizzazioni armate finanziate dalle due super­potenze. La tattica della guerriglia, applicata in questo tipo di conflitti, sostituisce quindi la guerra convenzionale e permette a Stati Uniti e Unione Sovietica di evitare lo scontro diretto. La guerra è fredda non perché non si spara un solo colpo, ma perché è gestita da gruppi armati che operano ai margini geo­grafici dei veri contendenti. Il diffondersi di conflitti atipici, combattuti alla periferia della sfera d'influenza delle due su­perpotenze, finisce poi per alimentare nei paesi occidentali l'attività eversiva di destra e di sinistra, che ripropone in casa le tematiche delle guerre per procura. Anche le caratteristi­che dell'odierna Guerra al terrorismo sono atipiche, da una parte ci sono gli attentati post 11 settembre e dall'altra le nuo­ve guerre (per esempio quella in Iraq e in Afghanistan) con­tro le organizzazioni terroristiche e i loro finanziatori.
A questo punto la domanda che viene spontaneo porsi è: in Occidente la minaccia del terrorismo è più seria oggi che in passato? La risposta è no. […] (pagg. 10-11)

 

La mitologia della guerra la terrorismo: invenzioni gratuite

[…] In Occidente il terrorismo diventa un fenomeno con cui confrontarsi nel quotidiano quando da semplice crimine si trasforma in un conflitto armato. La guerra mette a rischio la vita di tutti. La paura di essere uccisi dal nemico è il peggio­re e il più contagioso dei nostri incubi e niente ci terrorizza di più che una guerra o un nemico con un volto diverso dal nostro. Dopo l’11 settembre, l'ideologia dello scontro di ci­viltà, alla base della retorica neoconservatrice, fa rivivere lo spettro dell'odio razziale dell'Olocausto. Il nemico ora è isla­mico, ma il fine rimane il genocidio su base religiosa ed etni­ca. Politici come Bush, Blair e Berlusconi hanno permesso che l'azione di un gruppo di fanatici assumesse le connotazioni di un conflitto planetario giocato su temi di superiorità razziali e religiose. Il mantra è questo: ci odiano perché siamo diver­si. Gli attentati futuri, ci viene detto, non avranno come ber­saglio lo stato ma i suoi cittadini. In quest'ottica è la diversi­tà e non più la politica la motivazione di fondo, il motore del terrorismo islamico.
Il timore di un nemico tanto potente e malvagio è pene­trato velocemente nella nostra società e ci ha convinti che in quanto singoli individui siamo tutti suoi bersagli. Attorno a questa psicosi i politici e i media hanno costruito a tavolino la «politica della paura» e hanno nutrito l'immaginario col­lettivo attraverso svariati scenari apocalittici. Come dimenti­care il paragone di Bush con le crociate? O l'insistenza di Co­lin Powell sulla devastazione causata dall'antrace? Si tratta di invenzioni gratuite, mirate a terrorizzare la gente. Durante le crociate gli aggressori erano gli eserciti cristiani, non quelli arabi, e il complotto dell'antrace orchestrato da al Zarqawi non è mai esistito.
La politica della paura equipara al Qaeda a un nuovo na­zismo e Osama bin Laden rappresenterebbe la reincarnazione di Hitler. Questi paragoni sono serviti a convincere le per­sone che la sopravvivenza della cultura occidentale è nuova­mente a rischio. Fortunatamente si tratta di una colossale men­zogna. Prima dell'11 settembre al Qaeda era una piccola organizzazione minata da rivalità interne, la sua presenza in Oc­cidente era inesistente e il suo messaggio sconosciuto, tanto quanto poco conosciuto era Osama bin Laden. Ma non ba­sta, la maggioranza dei membri di al Qaeda non condivideva l'odio razziale e religioso del loro capo per l'America. Come nel caso delle Brigate Rosse dopo il rapimento e l'uccisione di Moro, l'immagine di al Qaeda che i politici e i media han­no scientificamente gonfiato e trasmesso a elettori e lettori, ne ha ingigantito la forza tanto da trasformare l'organizzazione nella più terribile profezia dei nostri tempi. […] (pagg. 15-16)

 

I numeri del terrorismo

[…] Una rapida analisi delle statistiche europee conferma che nel vecchio continente il rischio di morire in un attentato terroristico interno era superiore negli anni settanta di quanto non lo sia og­gi. Ecco alcuni dati interessanti: nel 1972, 467 cittadini bri­tannici, tra cui 103 soldati e ufficiali dell'esercito, sono mor­ti nel solo Regno Unito in seguito al conflitto con l'Ira. Dal 2000 a oggi le vittime sono state solo 52, tutte a causa del­l'attentato di Londra del 7 luglio. Dal 1968 a oggi, l'Italia ha subito più di 14.000 attentati terroristici, eseguiti sia da grup­pi di destra che di sinistra. La maggior parte di questi at­tentati si verifica tra gli anni settanta e i primi anni ottanta. Nel 1973, ad esempio, muoiono 40 persone, l'anno dopo 24 e, nel 1980, 120. Dal 2000 in avanti, sono solo 2 le vittime del terrorismo in Italia. Negli ultimi vent'anni il terrorismo internazionale è aumentato rispetto a quello interno perché la gente tende a viaggiare e a trasferirsi all'estero più spesso che in passato.
Le statistiche dell'attività terroristica nei paesi musulma­ni descrivono un andamento molto diverso. Dopo' l’11 set­tembre il numero degli attentati internazionali e interni au­menta drasticamente. Il Mipt-Rand, il più affidabile databa­se pubblico sui numeri del terrorismo, conferma che l'inci­denza di questo fenomeno nella regione del Medio Oriente-Golfo Persico è cresciuta, e infatti gli attentati passano da 50 prima dell'll settembre a quasi 4.800 nel 2006. Nello stesso arco di tempo, il numero delle vittime sale da meno di un centinaio a 9.800.
L'invasione dell'Iraq segna uno spartiacque importante per­ché incrementa l'attività terroristica nella regione anziché ri­durla. «The Iraq Effect» (L'effetto Iraq), uno studio apparso su Mother Jones nel 2006 in cui si analizzano le conseguenze della guerra, rivela che l'invasione americana ha fatto salire l'incidenza di attentati terroristici e il tasso medio di mortali­tà rispettivamente del 607 e del 237 per cento. Tale aumento, tuttavia, è confinato al mondo musulmano o a paesi come la Cecenia e il Kashmir, dove i musulmani sono coinvolti in con­flitti a carattere etnico. In queste regioni anche l'incidenza di attentati che vanno a colpire interessi occidentali cresce del 25 per cento e quella dei decessi del 4 per cento. L'attività ter­roristica si verifica quindi lontano dall'Occidente, e ciò in par­te spiega il crescente rancore che i musulmani provano verso l'America e l'Occidente in generale, un risentimento certa­mente esacerbato dall'invasione dell'Iraq. E proprio in Iraq, infatti, che dopo l’11 settembre il numero delle vittime rag­giunge livelli sconvolgenti. Secondo The Lancet, l'autorevole rivista medica britannica, nei primi due anni del conflitto muoiono 100.000 persone, più di tutte le vittime del terrori­smo globale del XX secolo. Sono i conflitti interni a carattere etnico e religioso, tuttavia, e non il terrorismo, a mietere tante vittime. […]
(pagg. 27-28)

 

La miglior moneta della paura

[…] Quando la paura si diffonde, la popolazione si affida cie­camente alle parole dei suoi governanti. In simili circostanze i media diventano un mezzo molto potente: la copertina del­la rivista Life del 15 settembre 1961 proclamava che «97 per­sone su 100 si salverebbero» se ogni cittadino si fosse co­struito un rifugio antiatomico. Assurdità simili hanno eclis­sato messaggi più sensati, come quello di You and the Atom (Tu e l'atomo), documentario in cui si sostiene che «la Com­missione per l'energia atomica dichiara che la miglior difesa contro una bomba atomica è quella di TROVARSI ALTROVE quan­do esplode».
Oggi come in passato, i politici ingannano volutamente l'e­lettorato e si affidano a eventi improbabili, come un attenta­to nucleare di al Qaeda, per spaventare la gente. Ma a quale scopo? E presto detto: propaganda per raggiungere i loro obiettivi politici. Dopo l’11 settembre, in relazione all'ipote­si che al Qaeda possedesse o meno un'arma nucleare, il vice­presidente Richard Cheney afferma: «Se c'è anche solo 1' 1 per cento di probabilità che ciò avvenga, dobbiamo prenderla per buona». Naturalmente, questa «probabilità» proviene dall'Iraq. E se la probabilità fosse zero? Se concediamo a Cheney il beneficio del dubbio - poiché l'eventualità di un'esplosio­ne nucleare in una qualsiasi città occidentale cambierebbe la storia - è pur vero che la sua osservazione conferma che i provvedimenti presi dal suo governo sia in patria sia all'este­ro hanno il 99 per cento (se non di più) di probabilità di es­sere sbagliati.
L'eventualità che queh"«uno per cento» si avveri, presup­pone poi che uno stato sia disposto a cedere armi atomiche ai terroristi. Ma per farlo, questo stato dev'essere una potenza nucleare. È possibile? Vediamo. […] (pagg. 60-61)

 

La globalizzazione del terrorismo e il trionfo della criminalità

[…] «La Guerra al terrorismo è la cosa migliore che potesse capi­tare alla criminalità organizzata» afferma un investigatore dell'Europol che vuole rimanere anonimo. «Dopo l’11 settem­bre l'Europa è diventata l'epicentro del riciclaggio di denaro sporco anche perché le unità antiriciclaggio sono state di­mezzate per aumentare le risorse umane di quelle dell'antiterrorismo. La verità è che la lotta alla criminalità è stata sa­crificata in nome della Guerra al terrorismo!» I dati indicano che dopo l’11 settembre il riciclaggio di denaro in euro è au­mentato nettamente e rischia di diventare un fenomeno in­controllabile. Le Nazioni Unite rivelano che, mentre si sono spesi miliardi di dollari per combattere il finanziamento al ter­rorismo, dall'11 settembre a oggi sono stati congelati appena 100 milioni di dollari in tutto il mondo - più dell'80 per cen­to nei paesi occidentali e nei mesi immediatamente successi­vi al crollo delle Torri Gemelle. Dove abbiamo sbagliato? Di nuovo, la risposta va cercata nei numeri del terrore. […]
La globalizzazione del terrorismo ha inizio negli anni no­vanta con la deregolamentazione dei mercati finanziari inter­nazionali. Con il crollo delle barriere economiche e finanzia­rie, i gruppi armati sono diventati transnazionali; sono quin­di in grado di raccogliere denaro in diversi paesi e di agire ol­treconfine. Prima dell'11 settembre, al Qaeda rappresentava perfettamente questo fenomeno. A gettarne le basi è stata una combinazione di attività sia legali che illegali, questa volta con­dotte a livello internazionale. Grazie alla liberalizzazione e de­regolamentazione dei mercati economici e finanziari interna­zionali, le organizzazioni armate entrano in contatto tra loro e con l'economia illegale e criminale. Quello del traffico di droga è un esempio lampante di tale fenomeno. Gli stupefa­centi afghani arrivano in Europa attraverso paesi in cui la pre­senza del terrorismo e di attività criminali è molto forte; que­sto consente a gruppi armati e organizzazioni criminali di pren­dere parte a questo tipo di attività. E così in Cecenia, il traf­fico di droga è gestito da gruppi islamici armati, mentre in Turchia è la mafia a occuparsi del contrabbando. Nei primi anni novanta, il 75 per cento di tutti gli stupefacenti che en­trano in Europa passa ancora per la Turchia. Dall'altra parte del mondo, in Colombia, le formazioni armate marxiste del­le Fare si riorganizzano e diventano la milizia dei narcotraffi­canti colombiani.
La deregolamentazione dei mercati finanziari internazio­nali facilita la fusione della nuova economia del terrorismo nell'economia internazionale della criminalità e dell'illegali­tà. Prima dell' 11 settembre questa economia ha un giro d'af­fari complessivo di 1.500 miliardi di dollari, più del doppio del Pil del Regno Unito equivalente al 10 per cento dell'eco­nomia mondiale.
La struttura di questa economia è la seguente:
- 500 miliardi di dollari sono attribuibili alla fuga di capi­tali, denaro che viene trasferito da un paese all'altro senza es­sere individuato, dichiarato, e in maniera illegale;
- 500 miliardi di dollari provengono dal cosiddetto «Pro­dotto criminale lordo», denaro derivante dalle organizzazio­ni criminali;
- 500 miliardi di dollari appartengono alla nuova econo­mia del terrorismo, il denaro prodotto dalle organizzazioni terroristiche, di cui un terzo proviene da attività legali (com­prese le donazioni di benefìcienza) e il resto da attività crimi­nali, in primo luogo traffico di droga e contrabbando.
Prima dell'I 1 settembre il grosso di questa ingente somma (1.500 miliardi di dollari) viene riciclato negli Stati Uniti e in dollari statunitensi. E in queste circostanze che, dopo l’11 set­tembre, gli Stati Uniti dichiarano la guerra finanziaria al ter­rorismo, introducendo il Patriot Act e redigendo sterminati elenchi di terroristi, le cosiddette «Liste del terrore». Eppure, finora, tutte queste misure non solo non hanno bloccato i fi­nanziamenti al terrorismo, ma hanno trasformato l'Europa nell'epicentro del riciclaggio di denaro. Per capire come ciò sia successo, dobbiamo analizzare l'impatto che ha avuto il Patriot Act sull'economia globale. […] (pagg. 71-72)

 

Il mito degli stati canaglia

Nessuno stato, legittimo o canaglia, ha mai venduto ordigni atomici a gruppi armati. Eppure, un'ipotesi simile prende pie­de nel corso degli anni novanta, quando gli accademici statunitensi subiscono il «fascino discreto delle armi di distru­zione di massa» e contribuiscono a creare terrificanti leggen­de che ancora oggi ossessionano la popolazione civile. […] Dopo l'11 settembre, Washington sostiene che tre stati in particolare sono intenzionati a non rispettare le leggi inter­nazionali, a procurarsi armi di distruzione di massa e ad aiu­tare i gruppi armati del fondamentalismo islamico; si tratta dell'Iraq, dell'Iran e della Corea del Nord, il cosiddetto «as­se del male». […] Se le prove di un coinvolgimento terroristico irache­no sono poche, ancor meno sono quelle che vedono l'Iraq di­sposto a vendere un'arma nucleare - che non possiede - o a condividere le competenze tecniche e i materiali weapon grade - che non possiede - con un'organizzazione armata. E in­verosimile inoltre che un terrorista che voglia procurarsi un ordigno atomico chieda aiuto a un paese che non è in grado di costruirsene uno per sé.
Oggi in Occidente il «triumvirato del male» incarna la mi­naccia che il comunismo rappresentava durante la Guerra fredda. Come allora, alcuni dittatori sono pronti a radere al suolo le capitali occidentali. Naturalmente si tratta di fanta­politica, ma funziona. Nel suo discorso sullo Stato dell'Unio­ne del 29 gennaio 2002, il presidente Bush definisce l'«asse del male» in questi termini:
“Stati come questi, e i loro alleati terroristi, costituiscono un asse del male intenzionato a mettere a repentaglio la pace nel mondo. Con il loro tentativo di impadronirsi di armi di di­struzione di massa, questi regimi costituiscono una minaccia seria e crescente. Potrebbero cedere queste armi ai terrori­sti, scatenandone l'ostilità. Potrebbero attaccare i nostri al­leati o cercare di ricattare gli Stati Uniti. In ciascuno di que­sti casi, il prezzo dell'indifferenza sarebbe catastrofico”. […] (pagg. 104-105)

 

La Guerra al terrorismo è una follia economica

[…] In­vece di esportare la democrazia, ha dato grande impeto al ter­rorismo nel mondo musulmano e ha contribuito al declino eco­nomico nel mondo occidentale. Ed ecco alcuni dati. L'impatto della crisi del petrolio, e peggio ancora quello dell'inesorabile ascesa verso quota 200 dollari al barile, è disastroso per l'eco­nomia mondiale. Come già sperimentato negli anni settanta, l'inflazione energetica risucchia il potere d'acquisto di salari e profitti, un fenomeno che a sua volta innesca la spirale della stagflazione: i prezzi salgono mentre la crescita rimane a zero. Di fronte all'erosione della ricchezza, i consumatori cercano protezione nello stato. Negli anni settanta, quando la minaccia del terrorismo era vicina ai massimi storici, la risposta dello sta­to fu rapida e si concretizzò nell'austerità - una politica che ri­portò il mondo in bicicletta -, nell'introduzione dei limiti di ve­locità e nelle politiche di risparmio energetico che miravano ad attutire l'impatto dell'onda anomala dei prezzi del greggio sulla popolazione. […] (pag. 134)

 

Conclusioni

[…] La politica della paura ha dunque fallito come fallì la pa­ce di Versailles. […] Nessu­no è disposto ad ammettere che i nostri governi hanno volu­tamente creato un legame indissolubile tra la non prolifera­zione nucleare e l'antiterrorismo, un legame che in realtà è de­bolissimo e che sta erodendo l'economia occidentale. Le do­mande che a questo punto i cittadini devono porsi sono po­che e semplici: fino a che punto conosciamo la vera natura del pericolo terrorista e l'impatto che la politica della paura ha sulla nostra vita quotidiana? Se è una follia economica inve­stire tempo e denaro per affrontare lo scenario sbagliato, at­taccare gli stati sbagliati ed erigere le difese sbagliate, quali sono le alternative a disposizione?
Se la paura è la fonte primaria dell'instabilità del villaggio globalizzato allora smitizziamola.
L'immagine di morte e distruzione ha bisogno di essere sop­piantata da un'immagine di fiducia in un futuro migliore. Il terrorismo è una forma di crimine organizzato e in quanto ta­le se ne può calcolare l'impatto sulla sicurezza internazionale, senza metterlo al primo posto nell'agenda della difesa nazionale e internazionale. È necessario un approccio nuovo rispetto ai pericoli reali della nostra epoca, tra i quali primeggia il ri­stagno economico dei paesi occidentali. […]
I politici possono pro­muovere - e di fatto lo fanno - i loro programmi servendosi della paura, e i media possono lucrare aumentandone la per­cezione negli spettatori ma si tratta solo di propaganda. Tut­ta questa enfasi giova ai terroristi, perché dà fondamento ai loro ideali distorti ed è una fonte di pubblicità gratuita alle loro campagne di reclutamento. Bisogna porre fine a questo circolo vizioso. I cittadini più informati devono smascherare i politici e i media usando la verità dei fatti contro la loro pro­paganda. In America, la borghesia impoverita e le minoranze etniche tartassate dalla lotta al terrorismo insieme alle élite li­berali e conservatrici stanno facendo pressione perché qual­cosa cambi davvero, seguiamo il loro esempio.
Tenuto conto che la Guerra fredda poneva rischi molto più seri, adattiamo alle nuove circostanze alcune strategie di quel periodo. […] Allo stesso tempo, come dice George Marshall nel suo discorso inaugurale a Harvard del 1947, dovremo tro­vare una via praticabile per «schiacciare la fame, la povertà, la disperazione e il caos». Vigilanza, tolleranza e crescita eco­nomica, questi i principi che dovremmo applicare contro il pericolo del terrorismo. (pagg.137-138)

 

Loretta Napoleoni – Ronald J. Bee

 

Indice del volume:
Introduzione - 1. La mitologia della Guerra al terrorismo 2. La politica della paura non rende il mondo più sicuro- 3. Armi di distruzione di massa: la migliore moneta della paura - 4. Chi sta vincendo la Guerra finanziaria al terrorismo: - 5. Quanto è facile costruire o procurarsi un'arma nucleare? - 6. Bombe sporche e bombe atomiche
7. La politica della paura è una follia economica – Conclusioni

 

 

Loretta Napoleoni – Ronald J. Bee

I numeri del terrorismo.

Perché non dobbiamo avere paura


Il Saggiatore – Milano 2008


Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact