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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
2010
L'Italia tra memoria, conflitto e progetto
rapporto EURISPES
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Il Rapporto Italia 2010, giunto alla sua 22a edizione, è stato costruito, per scelta metodologica, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche e introdotte dalle considerazioni generali del Presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, dal titolo "L'Italia tra memoria, conflitto e progetto" . Vengono affrontati quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese. Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2010 sono: Crescita/Declino • Pubblico/Privato • Inclusione/Esclusione • Rischio/Sicurezza • Tradizione/Tendenza • Spirito/Materia
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rapporto Eurispes 2010

 

Il modello di sviluppo - Consumi ed economia quotidiana - Italiani e banche: un “rapporto costoso” - Servizi e disservizi nell’Italia delle privatizzazioni - Servizi e disservizi nell’Italia delle privatizzazioni - Italiani, brava gente? - La perdita di memoria e la post-democrazia

 

il modello di sviluppo

[…] è diventato chiaro che il modello di sviluppo elaborato dalla classe dirigente nel dopoguerra si era praticamente esaurito dopo aver trasformato un paese agricolo in una delle prime dieci potenze economiche. Quel modello era basato su un diffuso reticolo di imprese manifatturiere che trasformavano materie prime importate. Un compito che oggi assolvono, nel quadro di una economia globalizzata, giganti come la Cina e l’India a costi molto più bassi.
La fine di quel modello di sviluppo coincise con la fine di una classe dirigente che, con poche eccezioni, non aveva saputo comprendere, interpretare e governare i cambiamenti.
Il fatto è che da allora l’Italia è una sorta di cantiere aperto che non si riesce a chiudere perché nessuno ha le idee chiare su che cosa si deve costruire.
Un cantiere popolato da una moltitudine di litigiosi aspiranti architetti che non riescono a mettersi d’accordo perché, in definitiva, non hanno nessun vero interesse a che i lavori partano e si concludano. Questi infatti sono i figli e i padroni della transizione infinita interessati, più che alla prospettiva, al mantenimento dello statu quo. Il rischio è che, come nella legge del pendolo, si passi dal pessimismo cupo dei primi mesi del 2009 ad una sconsiderata e superficiale euforia da scampato pericolo. [...]
Non abbiamo timore di essere accusati di eccessivo allarmismo, ma dal nostro osservatorio cogliamo segnali preoccupanti di disagio, di distacco, quando non di ostilità nei confronti delle Istituzioni che aspiranti capipopolo vorrebbero cavalcare.
Ma, intanto proprio la mancanza di un progetto segna pesantemente il presente, mortifica le attese degli italiani e impedisce di immaginare e costruire il futuro.

 

Consumi ed economia quotidiana

Negli ultimi anni si è verificata una contrazione degli standard qualitativi e quantitativi di vita, mantenuti molto spesso ricorrendo ad un sempre più massiccio indebitamento. Ne sono prova la forte crescita del credito al consumo e il proliferare sul mercato di società finanziarie e di strutture che erogano finanziamenti a tassi non sempre del tutto sostenibili. Un altro fenomeno, ben noto ai direttori di banca, è quello scaturito dalla difficoltà delle famiglie del ceto medio di arrivare alla fine del mese. Sempre più spesso le famiglie utilizzano le carte di credito per potere accedere ai beni di consumo giornaliero, consapevoli che questo sistema offre la possibilità di posticipare i pagamenti al mese successivo. Anche l’aumento delle tariffe di alcuni servizi di pubblica utilità penalizzerà ulteriormente, nel corso dell’anno, le famiglie italiane. Soltanto negli ultimi mesi del 2009 i dati hanno manifestato segnali di ripresa economica.
Rispetto ai risultati del sondaggio realizzato nel 2008 dall’Eurispes, si registra una crescita dei pessimisti: la percentuale degli italiani che considera la situazione economica del nostro Paese nettamente peggiorata è del 47,1% nel 2010 contro il 37,6% di due anni prima. [...]
I risultati del sondaggio confermano le previsioni dell’Eurispes quando, già negli anni Novanta e successivamente nel 2005, ipotizzava la formazione di una “società dei tre terzi”, dove un terzo vive all’interno di una zona di sicuro disagio sociale e indigenza economica, un terzo appare assolutamente garantito e la fascia centrale vive in una condizione di instabilità e di precarietà. Proprio all’interno dei ceti medi si manifesta in forme sempre più evidenti il fenomeno della “povertà fluttuante”.[...]

 

Italiani e banche: un “rapporto costoso”

L’attuale crisi economico-finanziaria mondiale, che la quasi totalità degli analisti non esitano a definire la peggiore dopo la Grande Depressione del 1929, ha avuto inizio con l’accumularsi dei default di molteplici mutui subprime ed il seguente crollo dei prezzi delle abitazioni.
Quali sono le motivazioni per le quali ci si rivolge alle banche? Le richieste più frequenti sono per prestiti bancari diretti all’acquisto della casa (mutui ipotecari) o per saldare prestiti contratti con altre banche/finanziarie (rispettivamente 47,7% e 33,2%). Sotto la soglia del 20% si attestano i prestiti bancari erogati per matrimoni o altre ricorrenze (17,7%) e per spese di carattere medico e vacanze (rispettivamente 10,6% e 1%). La maggioranza assoluta degli intervistati si è rivolto alle banche per prestiti di importo inferiore a 30.000 euro (52,8% del totale), con percentuali significativamente eterogenee in funzione della classe di età di appartenenza (dal 45,5% dei prestiti bancari di importo inferiore a 30.000 tra gli individui di età compresa tra 35 e 44 anni, al 68,3% per i giovani tra 18 e 24 anni) e dell’area geografica di appartenenza (l’incidenza dei prestiti bancari di importo inferiore a 30.000 euro varia dal 30,2% nel Nord-Est al 64,6% delle Isole).
Il giudizio degli italiani sulle banche. Relativamente all’onerosità dei prestiti bancari, il giudizio degli italiani è decisamente negativo, dal momento che la maggioranza di coloro che ha avuto accesso al credito bancario, negli ultimi tre anni, ritiene che il tasso di interesse applicato sia alto (45,7%). Uno su tre (32,2%) ritiene, viceversa, che il tasso di interesse applicato al prestito bancario concesso sia adeguato e poco più di uno su dieci (14,5%) che sia contenuto. [...]
Le “altre economie”: un mercato da più di 800 miliardi di euro. L’economia ecosostenibile, etica, solidale e responsabile si è trasformata da un fenomeno marginale e trascurabile ad un fenomeno sempre più globale, in grado di contribuire in maniera significativa allo sviluppo economico mondiale. Per attribuire un valore economico a tale trasformazione, si è deciso di verificare, singolarmente, le dinamiche registrate negli ultimi anni dai consumi nei settori dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale, dell’energia rinnovabile e della finanza etica.
Sulla base di tali dinamiche e con riferimento al 2007, l’Eurispes ha stimato il consumo di energia rinnovabile e di prodotti dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale e della finanza etica, in circa 810 miliardi di euro nel Mondo, 122 miliardi di euro in Europa e 10 miliardi di euro in Italia (con un incidenza sul consumo mondiale ed europeo, rispettivamente, dell’1,2% e dell’8,2%).

 

Servizi e disservizi nell’Italia delle privatizzazioni

Si discute da più parti sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici e sulla sua eventuale capacità di migliorare l’efficienza delle imprese, offrire servizi di maggiore qualità e risolvere i problemi di incapacità gestionale. Dai risultati della rilevazione dell’Eurispes emerge che il 61,9% dei cittadini reputa alquanto deludente la qualità dei servizi messi a disposizione nel nostro Paese. Scende, invece, di gran lunga la quota di coloro i quali giudicano l’efficienza delle prestazioni erogate abbastanza (19,3%) o per niente (15,5%) accettabile. Del tutto marginale è la percentuale di quanti ritengono molto soddisfacente l’attuale modello organizzativo e gestionale dei servizi (0,6%).[...]
Negli ultimi anni si è proceduto alla privatizzazione di alcuni servizi pubblici con l’obiettivo di migliorare il funzionamento delle aziende e di ottenere maggiore competitività. Tuttavia, tale processo economico ha in parte deluso le aspettative degli italiani, la gran parte dei quali giudica mediocre i servizi erogati da società quali: Telecom (48,7%), Alitalia (44,2%), Ferrovie dello Stato (41,7%) che raccolgono tra gli altri il giudizio peggiore (il 31,2% valuta pessimo il servizio), e Autostrade SpA (39,2%). Buono è, invece, il giudizio prevalente espresso dagli intervistati per Enel (47%), Italgas (42,8%) e Poste SpA (41,1%). Seppure Poste SpA ed Enel, infine, sono le aziende che raccolgono più delle altre un giudizio sull’ottima qualità dei loro servizi (entrambe al 3,8%). [...]
Nel caso di Autostrade SpA, coloro che giudicano sostanzialmente immutata la qualità delle prestazioni sono pari al 49,7%, il 20,4% da una valutazione in senso peggiorativo e solo il 16,3% intravede margini di miglioramento. Più della metà del campione (51,5%) non riscontra particolari cambiamenti nelle modalità di distribuzione del servizio dell’Enel. Si attesta inoltre su buoni livelli (20,2%) la percentuale dei clienti secondo i quali il passaggio al sistema di gestione privato ha portato dei miglioramenti alla qualità del servizio offerto. Ad essa fa eco il 13% di quanti percepiscono, invece, un peggioramento dell’offerta.
Vanno segnalati, infine, i casi di Alitalia e Italgas. Per la prima di queste aziende è evidente che la percentuale di italiani che giudicano negativamente il passaggio alla privatizzazione è superiore a quello delle altre opzioni di risposta (38%). Nel caso di Italgas, invece, occorre rilevare che sono in molti a non aver saputo dare un giudizio sulla qualità del servizio offerto nel periodo successivo al sistema di gestione privato (22,9%), segno, forse, che il cambiamento aziendale non è stato particolarmente avvertito dal lato della domanda, così come testimonia l’alta percentuale di chi giudica sostanzialmente invariato il servizio offerto (48,7%). [...]

 

Il costo sociale ed economico dell’insicurezza

Infortuni sul lavoro: un conto da più 40 miliardi di euro l’anno. - Nel 2008, gli infortuni sul lavoro sono stati 874.940 (37 ogni 1.000 occupati). Considerando un costo per singolo infortunio di circa 50.000 euro, i costi economici e sociali hanno superato i 43,8 miliardi di euro, pari al 2,8% del Pil italiano dello stesso anno.
L’Eurispes stima che la riduzione del numero di infortuni sul lavoro genererebbe un risparmio economico compreso tra 438 milioni di euro (nell’ipotesi di diminuzione dell’1% del numero di infortuni), quasi 2,2 miliardi di euro (diminuzione del 5%) e circa 4,4 miliardi di euro (diminuzione del 10%).
28 miliardi di buone ragioni per ridurre l’incidentalità stradale - Nel 2008, il numero di incidenti stradali è stato pari a 218.963 (+0,04% rispetto al 2007) e ha causato il ferimento e la morte, rispettivamente, di 310.739 persone (-4,6% rispetto al 2007) e 4.731 persone (-7,8% rispetto al 2007). Il costo medio di un incidente stradale è pari a 131.600 euro (Istat). Quindi, il costo complessivo degli incidenti stradali nel 2008 è di 28,8 miliardi di euro. Il costo degli incidenti nel solo 2008, 28,8 miliardi di euro, equivale ad un costo pro capite per la collettività di circa 480 euro l’anno.
Secondo i calcoli dell’Eurispes, il risparmio economico che deriverebbe dalla messa in sicurezza della rete stradale e dal minor numero di incidenti potrebbe essere compreso tra 288 milioni di euro (nell’ipotesi di diminuzione dell’1% del numero di incidenti stradali), 1,4 miliardi di euro (diminuzione del 5%) e 2,8 miliardi di euro (diminuzione del 10%).
Incidenti sul lavoro e stradali: 72,6 mld di euro di costi economico-sociali - Il lavoro e la circolazione stradale sono i due àmbiti a più elevato impatto economico e sociale dell’insicurezza, stimabile per il solo 2008 a oltre 72,6 miliardi di euro, pari al 4,6% del Pil nazionale. [...]

 

Italiani, brava gente?

Nei primi giorni di gennaio abbiamo scoperto per puro caso, in seguito ai disordini scoppiati a Rosarno, che in Calabria, senza dubbio la regione più povera d’Italia, vi sono alcune migliaia di africani che per tre mesi raccolgono le arance e i mandarini e vivono in condizioni disumane svolgendo un lavoro prezioso che ormai nessun giovane calabrese accetta di fare. E mentre questo accade, decine di migliaia di calabresi vivono come emigranti in altri paesi svolgendo un lavoro che altri non vogliono fare.
Tutto dovrebbe ricondurci ad una riflessione onesta e serena sul fenomeno dell’immigrazione e considerare il fatto che essa possa costituire una ricchezza ed una opportunità anche per il nostro Paese, così com’è stato per altri.[...]
Si ritorna ancora una volta alla questione del progetto. Se lasceremo ingovernato un fenomeno come questo, vi sarà chi penserà a gestirlo e a sfruttarlo anche politicamente per indebolire la nostra democrazia. Guai poi se a strumentalizzarlo fossero le associazioni mafiose. [...]

 

La perdita di memoria e la post-democrazia

A noi sembra evidente che l’attenuarsi della memoria collettiva sia una delle grandi questioni sottovalutate del Paese. Su questo tema, come su numerosi altri, il Paese si trova spesso in una situazione di stallo e come “color che son sospesi” non riesce a trovare vie d’uscita razionali e ragionevoli. La società della comunicazione e dell’informazione ha creato uno spazio informe dove passato, presente e futuro finiscono per confondersi ed annullarsi in un unico, grande, pervasivo presente. Un presente per il quale la memoria è un ostacolo, un fardello fastidioso che rallenta il cammino verso “l’isola che non c’è”. Centocinquanta anni dopo l’unificazione d’Italia abbiamo più di prima bisogno di conoscere la nostra storia per riconoscerci come singoli e come nazione, come comunità di destino. Abbiamo bisogno di ricucire il filo del nostro passato, di rimettere insieme i pezzi di una memoria per larghi tratti perduta e di rinsaldare le ragioni del nostro stare insieme. Perché, come ci ricorda Cicerone, la memoria si indebolisce se non la si esercita. Con la caduta delle ideologie e della loro pretesa di trasmetterci una storia di parte “politicamente corretta” quanto non veritiera o comunque parziale, finalmente i pezzi del mosaico cominciano a ricomporsi con il contributo di una storiografia più aderente alla realtà e alla verità. Ancor di più ci preoccupa oggi, consapevoli che la nostra è una democrazia giovane, la perdita della memoria della nostra vicenda recente cioè di quel breve periodo, poco più di mezzo secolo, nel quale il nostro Paese ha conosciuto e praticato una democrazia, sia pure bloccata dalla impossibilità del ricambio. Le giovani generazioni non conoscono la storia della Repubblica e quelli più avanti con l’età spesso la dimenticano o la rimuovono. In tutti è comunque diffusa la convinzione che la democrazia sia ormai un dato acquisito e indiscutibile, mentre essa invece vive in una condizione di precarietà permanente. Proprio un insigne studioso italiano, Arnaldo Momigliano, aveva spiegato dalla sua cattedra di Oxford la fragilità dei sistemi democratici sin dalla loro fondazione e aveva raccontato come la crisi della democrazia ateniese non fosse dovuta all’attacco dei nemici esterni ma ai tarli che l’avevano corrosa dall’interno. Pochi anni fa un grande politologo inglese, Colin Crouch, vedeva con raccapriccio l’Occidente dirigersi verso una sorta di post-democrazia, nella quale il ruolo della politica sarebbe stato assunto dai padroni del capitalismo finanziario. Questo, in qualche modo e per un certo numero di anni, è avvenuto negli Usa e nel Regno Unito e sembrava che anche l’Italia dovesse condividere la stessa sorte. Già quindici anni fa , osservando gli eventi che accompagnavano la fine della Prima Repubblica, noi segnalammo il rischio che il potere economico stesse pensando di poter fare a meno della politica. E ricordavamo che la democrazia senza politica non esiste. La politica è il luogo della regolazione, la stanza di compensazione tra le pretese, spesso brutali, della cosiddetta razionalità capitalistica e le attese, le esigenze e i bisogni della società. Senza politica la società diventa ostaggio di un potere economico che è, per sua natura, senza patria, senza bandiera e senza responsabilità. In una parola, le democrazie sono fragili mentre il capitalismo riesce, come un mutante, ad adattarsi a tutto, a trasformarsi in tutto e nel suo contrario, come dimostra l’esperienza cinese del comunismo capitalista o, a seconda delle preferenze, del capitalismo comunista. Ma poi la post-democrazia è fallita proprio dove era nata, tra Wall Street e la City londinese, lasciando una voragine difficile da stimare, ma che alcuni esperti quantificano in una cifra superiore ai 530.000 miliardi di dollari, dieci volte il Pil mondiale. Non restava che tornare alla politica e anche in Italia non ci sono alternative.

 

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