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Roberto Moro
Antonio Gibelli
Berlusconi passato alla storia
L'Italia nell'era della democrazia autoritaria
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Silvio Berlusconi, attuale capo del governo della Repubblica italiana, passerà alla storia come vorrebbe? Dipende. Se intendiamo che la sua fama sarà imperitura quale quella di un faraone egizio o di altri personaggi illustri come Napoleone Bonaparte a cui egli ama paragonarsi - non sempre in tono di facezia -, la risposta è no. Quale in definitiva il profilo dell'età berlusconiana così delineata? Ormai possiamo dirlo non a titolo di ipotesi o di pericolo futuro ma come esito storicamente accertato: il risultato di questo predominio configura l'affermazione di un regime politico dai forti connotati illiberali. Nel corso dell'età berlusconiana è venuto meno un principio dell'etica pubblica comune ai regimi liberali, già fortemente indebolito in precedenza ma mai violato in maniera tanto plateale come nell'epoca attuale: quello secondo il quale l'uomo di governo non solo deve essere ma deve apparire probo e rispettoso delle leggi.
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[scheda antologica a cura dell'Autore]

 

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Passare alla storia – Caratteri – Epilogo - Fne di un'epoca?

 

Passare alla storia

[…] È ormai chiaro, innanzitutto, che la vita politica italiana ha assunto dai primi anni novanta caratteristiche omogenee ben delineate molto diverse da quelle del passato repubblicano complessivamente considerato. Se ne possono elencare alcune: la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, il ridimensionamento del ruolo dei partiti in quanto tali a favore di movimenti guidati da capi carismatici, l'affermazione su larga scala di tendenze «antipolitiche» simili a quelle affiorate in vari momenti della storia italiana ma più durature e tenaci, il primato della televisione come strumento di formazione del costume e dell'opinione pubblica. Di tutti questi fattori il massimo esempio e spesso il miglior interprete è proprio l'imprenditore milanese, che è rimasto alla ribalta della politica pressoché senza soluzione di continuità dagli esordi del 1993-94 fino a oggi. Egli è stato inoltre uno dei produttori e una delle più complete espressioni dell'immaginario italiano a cavallo tra il XX e il XXI secolo. Ciò giustifica dunque ampiamente l'adozione di un'espressione come «Italia berlusconia-na» con la stessa accezione che possono avere espressioni come «età giolittiana» o simili. Non è in causa qui la statura del personaggio né un elemento valutativo positivo o negativo sul suo operato, quanto il fatto che abbia dato un'impronta omogenea e determinante a tutta un'epoca, il che appare ormai innegabile. […]
Per quanto riguarda la capacità berlusconiana di dare l'impronta all'epoca, basta pensare al primato esercitato nella comunicazione politica, a cominciare dal dominio del linguaggio, che è da sempre segno e strumento del dominio politico in ragione del suo carattere performativo. Per limitarci a un esempio, l'espressione divenuta popolare grazie a lui, «mettere le mani nelle tasche degli italiani», che equipara il prelievo fiscale - fondamento del moderno stato sociale - a un borseggio, si è insediata nel linguaggio politico corrente senza incontrare resistenze da parte di coloro che avrebbero dovuto identificarne il carattere sottilmente perverso. Un altro indizio linguistico riguarda l'espressione propria del gergo calcistico «scendere in campo», usata nel 1994 da Berlusconi per parlare del suo ingresso nell'agone politico, e entrata anch'essa nel linguaggio comune con questo significato fin quasi ad apparire insostituibile. Quella di Berlusconi è stata un'operazione vincente anche perché ha utilizzato codici ben radicati di natura extrapolitica: in primo luogo appunto quello sportivo, e più specificamente quello calcistico. Ad esso, oltreché probabilmente alla qualità della resa sugli schermi televisivi, appartiene anche la scelta del colore azzurro come simbolo del movimento da lui promosso: assai più del tricolore proprio della bandiera italiana, l'azzurro, colore della maglia della nazionale di calcio, è assurto a colore simbolo dell'identità nazionale.
Nel secondo dopoguerra il messaggio politico era ancora intriso di elementi religiosi, messianici, escatologici. Negli anni settanta si era cupamente riavvicinato a quelli militari. Oggi, ciò che assicura una platea di ascoltatori maggioritaria è il parlare della politica in chiave sportiva (entrare in campo, squadra di governo ecc.), dal momento che - come dimostrano le tirature dei quotidiani sportivi - quello degli appassionati di sport, e di calcio in particolare, è il pubblico più largo e trasversale che esista in Italia. Nel caso di Berlusconi l'operazione è stata rinforzata dal fatto che egli è il padrone di una delle più titolate squadre di calcio italiane, per di più con fama di competenza diretta nelle questioni strettamente tecniche come la scelta dei giocatori e il loro impiego tattico in campo. La simbiosi tra i due mondi risulta così compiutamente realizzata nella stessa figura del leader. (pagg. 6-8)

 

Caratteri

Quale in definitiva il profilo dell'età berlusconiana così delineata? Ormai possiamo dirlo non a titolo di ipotesi o di pericolo futuro ma come esito storicamente accertato: il risultato di questo predominio configura l'affermazione di un regime politico dai forti connotati illiberali. Il principale fattore costitutivo dei regimi liberali, secondo le teorie classiche, consiste nella precisa separazione e nel bilanciamento dei poteri: ma in questo caso nella figura di un uomo solo si sommano poteri formali e informali immensi, che tendono a configurare uno sbilanciamento e perciò una situazione potenzialmente irreversibile: il potere economico (Berlusconi è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo), il potere esecutivo, il potere mediatico. In particolare il controllo mediatico, la personalizzazione della politica e l'affermazione del modello pubblicitario spingono verso esiti plebiscitari che contraddicono il principio delle normali alternanze. Il tentativo di blindare per via legislativa la posizione del premier sottraendolo al controllo della magistratura ordinaria ha lo stesso significato. Le sue evidenti e frequenti manifestazioni di insofferenza verso questa come tutte le altre istituzioni e magistrature costituzionalmente preposte a compiti di bilanciamento e controllo (in particolare il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale) sono sintomi di una bulimia di potere e indicatori di una forte propensione, quasi di una coazione a procedere in tale direzione. Non a caso, ponendosi nel solco della più classica tradizione antiparlamentare prefascista e fascista, egli ne ha espresso ripetutamente una versione aggiornata, a misura della sua cultura e quindi improntata al mito dell'efficientismo aziendalista, manifestando insofferenza per le procedure dell'organismo parlamentare viste come una perdita di tempo e un inammissibile freno al dispiegamento della propria volontà.
Benché abbiano ragione quanti ritengono che sia improprio parlare di una dittatura in senso classico, tuttavia appare ugualmente insostenibile la tesi che ci si muova, malgrado l'esercizio sempre più forte e insaziabile di questa egemonia, nella normalità democratica. Piuttosto sembra ragionevole affermare che nell'età berlusconiana l'Italia è stata ed è teatro, per la prima volta in un paese occidentale del secondo dopoguerra, di un esperimento molto spinto di democrazia autoritaria. Uno storico inglese già menzionato, molto attento agli standard internazionali, in applicazione di criteri elaborati da due noti studiosi americani, l'ha definita nel 2003 - quando alcuni elementi degenerativi non erano ancora giunti al culmine - come una democrazia non liberale. Altri hanno considerato perfettamente calzante la categoria di bonapartismo (con riferimento all'imperatore Luigi Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi tra il 1852 e il 1870), che uno dei principali dizionari della lingua italiana definisce come «un regime autoritario e personale fondato su un consenso di tipo plebiscitario».
Nel corso dell'età berlusconiana è anche venuto meno un principio dell'etica pubblica comune ai regimi liberali, già fortemente indebolito in precedenza ma mai violato in maniera tanto plateale come nell'epoca attuale: quello secondo il quale l'uomo di governo non solo deve essere ma deve apparire probo e rispettoso delle leggi, sicché la responsabilità penale personale e la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, principi giuridicamente ineccepibili, non sono significative da questo punto di vista più strettamente politico. Anche a voler totalmente prescindere dai numerosi procedimenti penali direttamente a carico del leader della destra, occorre ricordare ad esempio che due tra i suoi massimi amici e collaboratori sono stati condannati a pene gravi, l'uno in due processi con sentenze definitive, l'altro con sentenza di primo grado che attende ancora conferma. Si tratta dell'avvocato Cesare Previti, condannato per aver corrotto giudici in processi in cui erano in gioco gli interessi di Berlusconi, e di Marcello DelPUtri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, responsabile nel 1974 del reclutamento per conto di Berlusconi di un boss mafioso, poi condannato per omicidio, per lavorare nella villa del premier ad Arcore. […]
Tutto ciò configura una contiguità e una familiarità con l'illegalismo assolutamente sorprendente per gli standard delle democrazie occidentali e un fattore di evidente degenerazione della vita pubblica italiana. La soglia di tolleranza nei confronti delle pratiche illegali e della promozione a posti di responsabilità politica di figure dal profilo squalificato o addirittura fortemente compromesse, al punto da subire pesanti condanne, si è abbassata fino a scomparire. (pagg. 77-80)

 

Epilogo

Nell'estate del 2009, l'immagine del premier è stata intaccata dagli scandali relativi alla sua vita privata, in particolare dalla rivelazione, a causa di un'inchiesta giudiziaria, delle sue abitudini a reclutare giovani donne aventi il compito di animare feste e di offrirgli prestazioni sessuali, talvolta in cambio di promozione delle loro carriere nel campo dello spettacolo o della politica. Il sospetto che tale fosse divenuto il metodo principale di reclutamento del personale dirigente ha destato scalpore e sconcerto persino negli ambienti della maggioranza. L'accusa è stata corroborata da esplicite dichiarazioni della moglie del leader, che ha per questo avanzto domanda di divorzio. Comunque lo si prenda, lo scandalo è tale da costituire un vulnus per il suo smisurato narcisismo e quindi per il suo carisma: avendo egli asserito di non sapere che alcune ragazze introdottesi in casa sua potevano essere prostitute né che potessero essere state pagate sia pure da altri, sostenendo inoltre che non rinuncerebbe mai al piacere della seduzione ricorrendo al denaro, Berlusconi ha contemporaneamente ammesso la vulnerabilità della sua sfera personale e dell'incostituzionalità del Lodo Alfano ha dato un grave colpo all'immagine del capo del governo, portando quasi al limite di rottura il suo rapporto con le altre massime istituzioni (presidente della Repubblica e Corte costituzionale) e aprendo uno scenario giudicato senza precedenti dalla maggior parte dei commentatori nazionali ed esteri (compresi alcuni tra quelli a lui favorevoli).
In realtà la vicenda del Lodo Alfano non ha fatto che spingere a un livello parossistico il conflitto già in corso tra il leader della destra e la magistratura almeno dal 1994. Contraddicendo il plauso a suo tempo tributato ai magistrati che avevano messo sotto accusa l'intera classe politica nel periodo di Tangentopoli, in quell'anno Berlusconi aveva reagito rabbiosamente all'avviso di garanzia emesso nei suoi confronti in quanto indagato per corruzione, giudicandolo proditorio e intenzionalmente lesivo della sua immagine di capo del governo in carica in quanto era stato reso noto proprio mentre stava presiedendo un'importante conferenza internazionale. Da quel momento, di fronte al succedersi di iniziative giudiziarie volte a indagare su reati a lui attribuiti e riguardanti specialmente la sua attività di imprenditore, aveva dato vita a un crescendo di accuse che non solo contestavano i singoli provvedimenti o le singole corti, ma tendevano ad attribuire all'intera magistratura (o almeno ai suoi settori nei fatti più attivi e influenti) un atteggiamento viziato ideologicamente e pregiudizialmente persecutorio nei suoi confronti. Sulla scia di tali polemiche egli si era spinto addirittura ad attribuire ai magistrati come categoria una sorta di inferiorità antropologica, affermando che la scelta della professione era in quanto tale segno di una personalità squilibrata.
Ma in seguito alla bocciatura del Lodo Alfano, e ancor più di fronte al profilarsi di una situazione nella quale è sembrata riprendere corpo un'accusa serpeggiante di corresponsabilità di Berlusconi con la mafia, alla fine di novembre del 2009 egli ha addirittura dichiarato che la magistratura sta trascinando il paese in una guerra civile sulla base dell'intento esplicito di far cadere il governo e con ciò di sovvertire l'ordine costituito. Come molti hanno notato, è questo il punto sostanzialmente eversivo e tecnicamente intollerabile del discorso berlusconiano sulla giustizia, indipendentemente dall'esito dei procedimenti in corso a suo carico: il sostenere - senza esibire prove e senza farne conseguire a sua volta azioni giudiziarie specifiche - che la magistratura (o parti di essa) avrebbe commesso e starebbe reiterando il più grave dei reati ad essa attribuibili, vale a dire agire non in applicazione delle leggi ma al fine di abbattere un legittimo potere dello Stato. Anche i commentatori più ottimisti e inclini a minimizzare la gravità della deriva italiana dovrebbero a questo punto riconoscere che si è decisamente arrivati al punto di rottura, oltre il quale non è ben chiaro che cosa potrebbe succedere. L'idea, propria dei sostenitori di Berlusconi, che sia in corso un braccio di ferro tra poteri, che va sciolto facendo prevalere quello dei due legittimato dal voto popolare, ossia appunto il capo della maggioranza e del governo, re molto simile a un sofisma: l'investitura del voto non può autorizzare la pretesa del premier di agire legibus solutus ed è questa pretesa a porsi in patente conflitto con lo stato di diritto. [...] (pagg. 91-95)

 

Fine di un'epoca?

Malgrado tutto questo, non ci sono per ora segnali sufficienti di erosione del potere berlusconiano. I sondaggi di opinione circolanti non registrano significativi abbassamenti degli indici di gradimento. I suoi seguaci continuano a manifestare massicciamente il loro consenso convinto, appassionato ai limiti dell'infatuazione o addirittura del fanatismo. Quel che si può intravedere è un maggiore scollamento della sua maggioranza, con contrasti più espliciti tra l'alleato leghista e la componente legata al presidente della Camera, Gianfranco Fini, deciso a ritagliarsi uno spazio di visibilità autonomo nell'ambito del comune partito di appartenenza e a delineare gli elementi di una destra di profilo europeo non incamminata su derive plebiscitarie e populiste, attenta agli equilibri dello Stato liberaldemocratico e ai diritti di cittadinanza. Quel che si può prevedere è il declino biologico del leader, che avrà ulteriori e inesorabili ricadute sul suo appannamento politico sia per ragioni generali sia per contraccolpo rispetto allo straordinario investimento da lui compiuto sulla sua propria persona, 1? sua vitalità, il suo fascino. Esattamente come acca'' nel caso di Mussolini, quando i segni del declino corporeo furono interpretati come indizi del suo tramonto politico e viceversa i segni della perdita di potere infittirono le voci sull'insorgenza in lui di svariate patologie. Esattamente come nel suo caso, anche in quello di Berlusconi la pervasività della figura del leader rende improponibile un discorso esplicito sulla sua successione. Quanto al fronte di opposizione, esso continua a essere segnato da una sostanziale inerzia e da manifestazioni di grande debolezza che sembrano escludere a breve termine la capacità di prendere in mano la situazione.
Anche la convinzione che l'Europa costituisca un fattore di contenimento, di delegittimazione e quindi di logoramento si è rivelata illusoria. Alla diffusa riprovazione della stampa europea, spesso più esplicita della maggioranza di quella italiana, non ha corrisposto una compatta presa di distanza dei ceti dirigenti dei diversi paesi, com'era avvenuto in altri casi, ad esempio l'ascesa al governo in Austria del leader populista Heider. Un certo imbarazzo mostrato dai governanti e dai politici continentali per i comportamenti spregiudicati del leader italiano non si è mai trasformato in esplicita ripulsa per l'anomalia da lui rappresentata né per le politiche praticate, spesso in contrasto con i principi fondativi dell'Unione europea. Non sono mancati anzi segni di accettazione e persino di ammirazione, se non di invidia, per il piglio e l'energia dimostrati, per l'ampiezza del consenso conquistato e per la forza del suo potere. Il violento attacco da lui sferrato, non senza concessioni a un frasario volgare, alle maggiori istituzioni italiane, di fronte all'ampia e compassata platea del Partito popolare europeo in congresso a Bonn (2009), non ha suscitato apprezzabili reazioni. Del resto, anche di fronte ai successi di Mussolini, negli anni venti non erano certo mancati il plauso e l'ammirazione dei conservatori europei e statunitensi.
È assai probabile dunque che l'Italia berlusconiana finisca più per consunzione del suo leader ed esplosione delle contraddizioni che egli fin qui è riuscito a comporre, che non per iniziativa e forza delle opposizioni. E pure assai probabile che gli italiani diventino in maggioranza antiberlusconiani non prima ma dopo che il leader sarà tramontato (così come diventarono in maggioranza antifascisti solo dopo che Mussolini fu destituito). Ma c'è anche chi pensa che il berlusconismo come modello di vita e codice di comportamento politico sia così profondamente penetrato nella società italiana da sopravvivere al tramonto e all'eventuale uscita di scena del suo artefice. Per tutti questi motivi il futuro e la fine dell'età berlusconiana, sia quanto ai tempi sia quanto alle modalità, appaiono per ora avvolti da una fitta cortina di imprevedibilità. I pessimisti paventano anzi il delinearsi di una lenta agonia, foriera di ulteriori, inesorabili degenerazioni della vita politica e civile del paese. […]
La storia di un'epoca non è compiuta se non parla della sua fine. Tra gli storici è anzi largamente condivisa la convinzione secondo la quale si può fare storia solo di un'epoca, un evento o un processo che sia in qualche modo concluso per poterne tirare le fila e insieme prendere le distanze. Questa regola contiene un elemento di verità ma non va presa alla lettera. Tra l'altro, la fine di un'epoca può verificarsi in modo repentino e tumultuoso o protrarsi per un tempo assai lungo: la fine del fascismo cominciò secondo alcuni con la dichiarazione di guerra (1940), divenne manifesta con la destituzione di Mussolini (1943), ma si prolungò almeno fino alla Liberazione (1945). D'altra parte, la storia non si occupa generalmente del futuro se non in quanto esso sia già presente in indizi, sintomi e appunto presagi, anche se latenti e invisibili se non a sguardi particolarmente penetranti come sono talvolta quelli dei poeti o dei visionari. Come si è visto, la parola fine noi non possiamo ancora pronunciarla e quanto agli indizi essi sono troppo labili e contraddittori per poter essere presi in considerazione.
Che quella a cui stiamo assistendo sia la fine di un'epoca è dunque un'opinione che comincia a trovare spazio tra i commentatori ma non può per ora essere che un'ipotesi, utile per suggerire un sintetico bilancio sul ruolo del personaggio da cui prende nome. In questi anni Berlusconi ha dato identità e forza alla destra, portandola al potere proprio quando essa sembrava più debole perché il vecchio partito conservatore era allo sbando, l'ala neofascista era ancora fuori gioco, mentre una nuova forza non era ancora nata e gli steccati che avevano tenuto lontano le sinistre dal governo erano virtualmente caduti. Nella storia d'Italia una vittoria della destra di tale chiarezza e di tale portata non si era vista prima se non con l'avvento del fascismo. Nella crisi di fine Ottocento una forte opzione di destra, che puntava a riportare lo Stato liberale dal modello parlamentare a quello monarchico-autoritario, era stata sconfitta e ciò aveva aperto la strada all'esperimento riformista di Giolitti. Nel secondo dopoguerra si era insediata al potere la Democrazia cristiana, un partito certamente conservatore ma fortemente segnato dalla cornice antifascista che era alla base dell'Italia repubblicana e condizionato da una pregiudiziale, raramente violata, contraria all'accesso al potere della destra vera e propria. Quest'ultima era perciò rimasta ai margini della vita politica.
In quanto principale artefice di tale vittoria, Berlusconi ha dato prova di capacità che possiamo tranquillamente definire fuori del comune, largamente imprevedibili e a prima vista incongrue con la modestia della sua figura. Sotto l'apparenza ingannevole della più assoluta superficialità e inadeguatezza, egli ha dato una risposta vincente alla crisi della vecchia politica in un mondo divenuto irriconoscibile rispetto a quello di qualche decennio addietro. Ha imposto un nuovo senso comune e ha fatto di questo una sabbia mobile nella quale i suoi avversari rimangono regolarmente impigliati. Nel contempo ha agito come causa permanente di instabilità, sia in virtù della sua posizione oggettiva di detentore di un impero mediatico che altera le regole della liberal-dmocrazia, sia in virtù dei suoi comportamenti, che hanno fatto di lui un fattore di crescente tensione rispetto più o meno alla metà degli italiani, alle massime istituzioni e agli ordinamenti della Repubblica. […] (pagg. 97-105)

 

Antonio Gibelli

 

Indice del volume

Passare alla storia - Prodromi - Genesi Esordio - Il corpo e l'immagine – Successo - Leghismo: il carnevale xenofobo – Avversari - La Chiesa e le destre – Media – Caratteri – Resistenze – Epilogo - Fine di un'epoca? -Guida bibliografica

 

 

Antonio Gibelli

Berlusconi passato alla storia

L'Italia nell'era della democrazia autoritaria


Donzelli Editore
2010



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