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Roberto Moro
Saggio - Roberto Moro
Biografia e indeterminazione storica
canoni storiografici e problemi di metodo
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Linearità del tempo, centralità dell’uomo (più precisamente del soggetto): il fondamento di quella esperienza esclusiva del pensiero occidentale della modernità che chiamiamo Storia (nessun altra cultura ha elaborato questo strumento conoscitivo della realtà) si è definitivamente compiuto. Questi due assunti o “credenze” (nel senso letterale di “miti” e cioè di “azione narrative”) consentono una progressiva umanizzazione del tempo e offrono la tecnica per la sua domesticazione in vista di un definitivo dominio. Letto in questa prospettiva, quel processo di laicizzazione, quel “disincanto” del mondo che chiamiamo modernità, altro non è che un processo autopoietico (ma anche mitopoietico) dell’humanitas, del suo percorso di divinizzazione e di una rottura progressiva con i tempi e i ritmi della natura. È il ciclo della vita umana, certificato dalla “storia di vita”, che fornisce la misura del tempo. L’intreccio e il composto di queste credenze, la linearità del tempo e la centralità del soggetto, prende forma e si realizza in occasione della Ri-nascita del mondo antico, la riscoperta di un paradiso perduto, che è compito degli storici e della scrittura del tempo, la storiografia, riportare in vita con operazioni alchemiche di virtualizzazione, con la costruzione di scenari e mondi virtuali.
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[audio - testo integrale allegato]

 

Bio-grafia e tempo della vita - Eroi, profeti e storia degli eventi - La domesticazione del tempo - Attori, maschere, comparse - Dal singolare al plurale - Dal collettivo al complesso

 

Bio-grafia e tempo della vita.

La biografia è uno dei tradizionali idoli, e forse il più significativo, della storiografia moderna, accompagna e celebra l’emergenza del soggetto e pone il problema del contributo individuale nella costruzione e spiegazione degli eventi. Sino alla soglie del XX secolo, la storiografia occidentale ha rispettato un canone rigido e pressoché esclusivo, di selezione, ricostruzione e organizzazione degli eventi storici: l’idolo individuale (il privilegio accordato al contributo individuale nella costruzione del processo storico), l’idolo politico (il prevalere quasi esclusivo nella narrazione dei fatti politici), l’idolo cronologico (la definizione degli eventi a partire da sequenze rigide di datazioni certificate). Ed è proprio il rigoroso rispetto di questi idoli che ha assicurato centralità al sapere storico nei secoli della modernità. In questo contesto, il genere biografico ha costituito una indicatore privilegiato delle vicende (fatti ed eventi) che segnano le discontinuità del tempo e che era compito della Storia ricondurre a continuità in vista di una necessaria linearità del tempo, del suo manifestarsi come cumulazione dell’esperienza umana, emergenza del soggetto e infine “progresso” indefinito dell’avventura umana.
A fondazione antropocentrica, la cultura occidentale ha da sempre privilegiato l’uomo non solo come “misura di tutte le cose”, ma soprattutto in quanto attore unico del processo storico in forza della responsabilità di dominio del mondo che la cosmologia monoteista gli ha attribuito. In questo senso la biografia è alle origini della storiografia e ne costituisce il fondamento. La “storia di vita” intesa come rappresentazione dell’evento, si intreccia così da sempre con la storia degli eventi. In forza di questa struttura simbolica, la bio-grafia è una procedura di fondazione antropologica e, in virtù di questo canone narrativo, per un lungo corso di secoli, antropologia e storiografia sono divenuti sinonimi.

 

Eroi, profeti e storia degli eventi

Al punto zero dell’esperienza storiografica, all’atto di fondazione del discorso storico, e cioè a partire dal Libro del monoteismo giudaico e dall’epopea omerica, è proprio il canone biografico a fornire lo strumento di rappresentazione del processo storico: profeti, patriarchi, re biblici segnano e datano la “storia” del popolo di Israele. Più o meno nello stesso torno di tempo, gli eroi omerici, per effetto della loro specifica individualità, generano gli eventi e certificano la “verità” storica di popoli e stirpi. I singoli attori di questi eventi sono la mimesi, la rappresentazione e personificazione, del collettivo. […]
Le Sacre scritture impongono e codificano la linearità del tempo, un suo correre dall’inizio alla fine, che fa da scenario all’azione, in successione, delle vicende umane certificate da una cronologia precisa, e queste vicende sono interpretate da singoli individui consapevoli del loro ruolo nel tempo. Per questo, e non per altro, l’antropologia giudaico-cristiana, di cui siamo figli, è a fondazione “storica”. La freccia del tempo corre, dal suo punto di inizio all’apocalissi finale, in base a un programma definito, conoscibile e dotato di senso, quindi comunicabile e che dunque si può scrivere e raccontare. Passato, presente e futuro si compongono per la prima volta in una successione del prima e del dopo che non consente ripiegamenti, pause, circolarità, zone di vuoto. Gli eventi si susseguono in un continuo scambio tra dio e uomo perché il tempo sacro delle Scritture è politico: è la “storia” del patto tra un dio e il suo popolo per la conquista e il dominio del mondo. In questa cosmologia, il luogo delle origini non ha nulla di remoto e irraggiungibile, è un luogo “storico”, umano, databile con un ampio margine di certezza proprio a partire dalle “storie di vita”, le biografie, degli attori che lo gestiscono. Al riguardo vale solo la pena di ricordare che nel cuore della Rivoluzione scientifica, nel 1650 , dopo un dibattito durato dieci secoli e più, James Ussher fissa la data della creazione in via definitiva al 23 ottobre del 4004 a.c. a mezzogiorno in punto. A questa certezza si giunge mediante un adeguato calcolo cumulativo dell’età dei singoli protagonisti dell’epopea del popolo di Israele, procedendo a ritroso dalla data di nascita del Redentore, date certa, a quella di Adamo passando attraverso re, patriarchi e profeti. Il tempo dunque è lineare. La linearità del tempo, il territorio della storiografia, si è costituito.
Sull’altro versante, quello dell’epopea omerica, è ancora, e certo con maggior forza, il contributo individuale, il canone biografico, ad assorbire e definire la natura degli eventi storici.[...]
Linearità del tempo come programma politico dei destini di un popolo, e centralità dell’uomo come evento necessario di questo programma. Due dimensioni antropologiche, due interpretazioni della dimensione del tempo come teatro dell’uomo che coesistono, viaggiano parallele e insensibilmente, ma progressivamente, si toccano, si intrecciano e fatalmente pongono problemi di coerenza e conciliazione. Che relazione sussiste tra un tempo lineare, inarrestabile nel suo sviluppo predeterminato da un programma di creazione, e l’evento di vita individuale schiacciato in una frazione insignificante della temporalità? L’uomo nella sua caduca individualità è un signore del tempo e del suo tempo o semplicemente un suddito di Cronos? Come conciliare il racconto del singolo evento con quello degli innumerevoli eventi che muovono il correre del tempo? […]

 

La domesticazione del tempo

[…] È il ciclo della vita umana, certificato dalla “storia di vita”, che fornisce la misura del tempo. L’intreccio e il composto di queste credenze, la linearità del tempo e la centralità del soggetto, prende forma e si realizza in occasione della Ri-nascita del mondo antico, la riscoperta di un paradiso perduto, che è compito degli storici e della scrittura del tempo, la storiografia, riportare in vita con operazioni alchemiche di virtualizzazione, con la costruzione di scenari e mondi virtuali.
Le date sono lì da vedere e sotto gli occhi di tutti. Nel 1486 Pico riscrive la Genesi in chiave neoplatonica: Dio, all’atto della creazione, si è in qualche modo spogliato della sua onnipotenza attribuendo all’uomo la piena autonomia di gestione di sé stesso e del tempo (il libero arbitrio). Nel 1513, Machaivelli di quest’uomo nuovo, che diviene Principe, scrive la prima biografia sulla scorta di una antropologia naturalistica che rende umano il potere di intervento nella cose del mondo. Sul finire del secolo Montaigne, in forma autobiografica, riscrive la Bibbia, quel libro sacro della cultura moderna che sono gli Essais, fissa per i secoli a venire e fino a un tempo non molto lontano da noi, il paradigma della antropologia filosofica dell’ occidente. Sono date forti che riassumono tutto un ciclo “storico”, perché appunto è questo il mestiere dello storico: quello di riconciliare gli eventi in un corso cronologico, disporli in una linearità progressiva, in un prima e in un dopo, che dia un senso alla linearità del tempo. […]
Il genere biografico risulta, inoltre, lo snodo essenziale del paradigma della modernità e ne esplicata l’intima contraddizione e, al tempo stesso, il potente vettore. In quanto emergenza del soggetto e prepotente affermazione della individualità, il pensiero dei secoli XVI-XIX si trova di continuo di fronte al problema di dover regolare e governare il rapporto instabile tra individuo e alterità, tra identità e senso di appartenenza e in definitva tra soggetto e oggetto; un problema che diviene il cuore dell’esperienza filosofica da un lato e della ricerca storica dall’altro.
E così il problema epistemologico dei secoli della modernità è divenuto un problema di antropologia politica; quello cioè di conciliare individuo e collettività, mutamento e stabilità, privato e pubblico attraverso l’elaborazione di modelli teorici che garantissero lo sviluppo della convivenza umana compatibile con l’emergenza di un soggetto di continuo rimodellato e mutevole per effetto dalla sua stessa storia. Le idee di sovranità, suddito, contratto e poi contratto sociale, leggi naturali e poi diritti individuali, costituzione, cittadino, popolo, nazione costituiscono un unico convoglio semantico che attraversa tutta la modernità e offre soluzioni teoriche a questo problema. Lungo questo cammino, sapere storico e pensiero politico hanno marciato insieme, sapere e potere si sono intrecciati e scambiati i reciproci ruoli fino a costruire un ambito epistemologico e di ricerca, riservato ed esclusivo, che ha preso il nome di “scienze morali” (poi “sociali”, poi “umane”) e nel quale la tecnica storiografica si è stabilmente insediata con funzioni, se non di dominio, certo di governo assoluto. […]

 

Attori, maschere, comparse.

[…] Per procedere dobbiamo dunque limitarci al senso e al peso che la bio-grafia ha assunto nell’ambito della ricerca storica. In questa prospettiva disciplinare, e dunque riduzionista, penso che si possa essere tutti d’accordo sul fatto che la biografia storica, la scrittura della vita di un personaggio storico, si sia configurata come il racconto di uno specifico evento in grado di rappresentare e assorbire tutti i possibili eventi: un “evento di vita”. E che, essendo questa esperienza di vita solo ed esclusivamente umana, la “storia di vita” abbia costituito e costituisca una testimonianza del ruolo del singolo individuo nella vicende umane di un dato periodo e circostanza storica. Un testimonianza e un esemplificazione (un esempio) del paradigma antropologico vissuto e condiviso nel mondo stesso nel quale questa esperienza/testimonianza si è manifestata. In questo senso l’oggetto della biografia è quello di leggere il passato attraverso la vita di un singolo individuo e di frane un “testimone” del tempo, un evento di tutti gli eventi.
Il genere biografico è dunque centrale alla tecnica storiografica non solo perché certifica la verità degli eventi di cui il protagonista è stato testimone (una fonte “autentica” e “diretta”, in senso storiografico), ma soprattutto perché lo storico, in questo laboratorio privilegiato, ha il compito di definire prioritariamente il modello di uomo oggetto del suo studio e inconsapevolmente compie un processo di fondazione antropologica. Più che altrove nella procedure storiografiche biografia e antropologia marciano fianco a fianco e si confondono.
Per questo il canone narrativo biografico è dotato di una rilevante stabilità ed evolve assai lentamente in relazione al mutarsi dei modelli antropologici che la cultura della modernità ha posto in essere. Sull’arco dei secoli un filo rosso collega la struttura e la funzione del genere biografico dall’antichità all’età moderna.
Il tempo umano è innanzi tutto un tempo politico, è cioè il corso lineare di eventi e circostanze che collegano e connettono tra loro gli individui. e la narrazione di queste vicende è ciò che chiamiamo storia. Fin dalle sue origini la storiografia è storiografia politica. L’idolo politico (il prevalere quasi esclusivo nella narrazione dei fatti politici) è dunque la funzione della narrazione storica. […]
Fino a tutto il XVII secolo, secolo nel quale nasce il vocabolo boigraphie, la storiografia segue generalmente questo percorso. Certo, lo stile biografico seicentesco risente del mutamento di paradigma che interviene con la Rivoluzione scientifica. Mentre il secolo XVI, sulla scorta della rilettura dei classici, aveva accolto e proposto una antropologia naturalista nella quale il tessuto del cosmo, fatto di umori, sostanze, sostanze, simpatie e armonie assicurava una possibile conciliazione tra uomo e natura a sfondo olistico, il Seicento offre una visione tutta meccanicista della natura umana. La biografia barocca, ridondante e ripetitiva, intreccia individuo e genealogia all’insegna di una tassonomia dei “caratteri” (la caratterologia) che fa del soggetto una maschera della scena sociale. Il gusto del ritratto aulico, trionfante nel secolo classico, si trasferisce nel prodotto biografico e nella codificazione formale del ruolo politico e sociale dei singoli attori. Ma nella sostanza l’idolo individuale non perde la sua natura e funzione. […]

 

Dal singolare al plurale

Il problema di un nuovo orientamento nasce nel XVIII secolo, si insedia nella cultura illuministica e in un vasto processo di revisione del metodo storiografico che, a torto, è stato giudicato in passato un atteggiamento antistorico. Il rito di passaggio è noto, universalmente condiviso dagli storici: la “crisi della coscienza europea” (1680-1715), è il brodo di cultura della fase trionfante della modernità che, per altro, coincide con il trionfo del pensiero storiografico e con la centralità del sapere storico nel campo delle scienze morali. Il Siécle de Louis XIV di Voltaire confonde volutamente la vicenda personale del Gran Re, oggetto di ridondante celebrazione negli stilemi barocchi, con quella di tutto un secolo. La “storia di vita” diviene così sintomo dell’esperienza storica di un’intera collettività; da testimonianza alla fedeltà e certificazione dell’immutabilità dei valori dominanti, diviene contributo individuale al mutamento storico, pista di ricerca per giungere a codificare i “caratteri” di un modello di civilisation che la linearità del tempo, incessantemente lavorato dall’uomo, porta automaticamente con sé. Qui il soggetto/protagonista non è più il custode di un potere e di un tempo assoluti, ma, trascinato dal fiume degli eventi, è una comparsa, un frammento della vicenda umana e ne certifica il corso a volte contraddittorio. “Probabilmente” profetizza Voltaire “si verificherà assai presto nel modo di scrivere la storia ciò che si è verificato nel campo della fisica. Le nuove scoperte hanno portato a proscrivere i vecchi sistemi. [...]

 

Dal collettivo al complesso.

E così la storiografia del XIX secolo porta la centro del discorso e del processo storico il collettivo inteso come materia prima del progresso e del divenire. Romanticismo e idealismo, positivismo e scientismo, evoluzionismo sociale concorrono, pur nelle loro varianti, a costruire un “soggetto storico” in grado di occupare tutto il passato e tutto il futuro dell’umanità. Che si chiami popolo o nazione questa corsa al collettivo porta in una direzione obbligata: “la storia nazionale indipendente non c’è affatto” scrive Meyer al momento culminante della storiografia ottocentesca “piuttosto tutti i popoli che sono entrati in duraturi rapporti politici costituiscono per la storia un’unità indissolubile. E di quest’unica storia universale, le storie dei singoli, degli stati, delle nazioni sono solo parti. […] Sempre e solo la storia universale può essere fondamento e scopo di ogni ricerca storica”.
La storia universale diviene ontologia: tutta la realtà è storia, cioè svolgimento, razionalità, necessità, e ogni conoscenza è conoscenza storica. Se questa espansione, oltre ogni possibile confine, porta al cuore dei processi di costruzione della realtà il sapere storico, per contro produce una sorta di entropia e una incontrollabile dispersione. La storiografia diviene scienza predittiva, deontologia, gli storici profeti, e tutto il futuro non è che propaganda. Il rapporto pazientemente costruito tra l’evento nella sua singolarità e le vicende umane si incrina e il soggetto a puro oggetto del discorso storiografico: da primo attore, maschera, comparsa del suo tempo, diviene vittima di Cronos. Si fa strada così l’idea di una “fine della storia” per effetto del venir meno del fondamento che l’aveva generata: il modello culturale della modernità. […]
Tutto accade quasi in simultanea. A partire dagli anni Quaranta, la collaborazione tra matematici, psicologi, sociologi ha dato corso alla cibernetica prima, poi all’intelligenza artificiale e all’informatica che costituiscono il territorio di ricerca e collaborazione del fascio di discipline che chiamiamo Scienze cognitive. La collaborazione tra ambiti disciplinari tradizionalmente separati per effetto delle reciproche sfere di potere, è culminata, intorno agli anni Ottanta, in un vero e proprio movimento di pensiero, che interessa anche l’ambito delle scienze umane, e promuove un approccio conoscitivo volto a sottolineare, nell’osservazione/interpretazione dei fenomeni, gli aspetti della discontinuità, della contraddizione, della non linearità, della molteplicità, dell’aleatorio e del casuale come elementi costituivi della realtà e delle possibilità della sua rappresentazione
Infine, le scienze della vita hanno profondamente innovato il concetto stesso di “vivente”. L’evento di vita si è dilatato rispetto al soggetto privilegiato della nostra tradizionale narrazione. A partire dalla cellula, ogni organismo vivente, viene definito in base a caratteristiche (programma, improvvisazione, autoorganizzazione, adattabilità, compartimentalizzazione, comunicazione, replicazione) che gli conferiscono presenza e azione attiva nel mondo e, in qualche modo, ne fanno un soggetto e un evento produttore di eventi. Una visione “olistica”, nella sua formulazione estrema, che tuttavia appare vieppiù condivisa anche nell’ambito delle scienze umane e fa del “pensiero complesso” un approccio innovativo, probabilmente, una via d’uscita rispetto al sapere tradizionale della modernità. La vita, insomma, altro non sarebbe che un processo cognitivo, un essere della conoscenza in sé in virtù di continui scambi di esperienze, di un tessuto mobile e mutevole di comunicazione in dimensioni che vanno dall’infinitamente piccolo ai macrosistemi. […]
Scomparsa la linearità del tempo, la rigorosa causalità che ne regge il moto e lo ha reso un duttile strumento nella mani degli storici; ridimensionata, se non archiviata, la centralità dell’uomo al mondo, accettato il principio di indeterminazione e il circolo ermeneutico, che ne è della storiografia e del canone biografico su cui il racconto storico si è in larga misura fondato? […]
Agli storici, che si sono tenuti a debita e prudente distanza rispetto alle rivoluzioni del XX secolo e al grande dibattito del presente, si aprono oggi nuove opportunità di riflessione e collaborazione. Le scienza cognitive, in particolare la marratologia e la grammatologia, la teoria dei sistemi complessi e dei modelli dinamici, l’epistemologia della complessità propongono una collaborazione che potrebbe ridare senso al Grande racconto e in questa narrazione la biografia rischia, per la sua forza comunicativa, di riconquistare un ruolo centrale. Perché, inutile dirlo, la vita è il racconto di un continuo presente, l’unico tempo possibile, e la storia della vita, della nostra vita, è il solo racconto, come suggerisce Michel De Monataigne, che siamo costretti a portare a compimento.

 

Roberto Moro

il testo integrale del saggio in allegato

 

edizione Storia Storici

2010

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