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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Jacques Attali
Sopravvivere alla crisi
Sette lezioni di vita
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Un giorno o l'altro questa crisi si concluderà, come tutte le altre, lasciando dietro di sé innumerevoli vittime e qualche raro vincitore. Ma ciascuno di noi potrebbe anche uscirne in uno stato di gran lunga migliore di quello con cui ci siamo entrati. Questo a patto di comprenderne la logica e il percorso, di servirsi delle nuove conoscenze accumulate in vari settori, di contare soltanto su se stessi, di prendersi sul serio, di diventare attori del proprio destino e di adottare audaci strategie di sopravvivenza personale.La posta in gioco è gigantesca: per sopravvivere alla crisi l'umanità deve essere consapevole della gravità di ciò che, in un lontano futuro, potrà mettere a repentaglio la sua sopravvivenza e prepararsi ad affrontarlo. Per esserlo, deve cominciare con la conoscenza del suo passato, delle prove alle quali è sopravvissuta nel corso di millenni. Deve inoltre, avendo trovato una sua ragion d'essere, dotarsi di un progetto a lungo termine.
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Introduzione - L'Occidente non riesce a mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi -Niente può fermare l'esaurimento dell'Occidente... - Un'importante crisi ecologica - La crisi della sanità e dell'istruzione - Crisi politiche e militari - I principi di sopravvivenza

 

introduzione

[…] L'incapacità dell'Occidente di mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi, che è la causa più profonda di questa crisi, è lungi dall'essere stata riassorbita. E la strategia messa in atto finora dai governi per rimediare è riassumibile nel far finanziare dai contribuenti di dopodomani gli errori dei banchieri di ieri e i bonus dei banchieri di oggi. Inoltre, molti altri cambiamenti radicali - tecnologici, economici, politici, sanitari, ecologici, culturali, personali - si aggiungeranno a questi, rendendo meno decifrabile e ancora più precario il mondo nel quale ciascuno di noi dovrà cercare di vivere e sopravvivere. Crisi e scosse varie porteranno alla gente, alle imprese e alle nazioni diverse delusioni e molti pericoli.
Ci toccherà riconoscere questa realtà da capogiro: i nostri sistemi sociopolitici non fanno nulla, assolutamente nulla di serio per allontanare le minacce che incombono sulla sopravvivenza degli individui, delle imprese, delle nazioni, dell'umanità stessa. Peggio ancora: nonostante i tentativi di legittimarsi, non ne hanno alcun diritto, poiché si nutrono della vitalità delle persone che abitano questi sistemi: il mercato non ha alcun interesse a far sì che la gente vivi a lungo, che le imprese durino, che le nazioni prosperino. Al contrario, ha interesse alla loro cancellazione per poter allocare nel modo più efficace e secondo i propri interessi le scarse risorse disponibili. […]
Di fronte ai pericoli del prossimo decennio - che è l'orizzonte cronologico di questo libro - chi vorrà sopravvivere dovrà, come le avanguardie del passato, accettare il fatto di non doversi più attendere nulla da nessuno; e che qualsiasi minaccia è anche un'opportunità per ognuno di noi, in quanto lo costringe a riconsiderare il proprio posto nel mondo, ad accelerare i cambiamenti nella sua vita, a mettere in atto un'etica, una morale, dei comportamenti, delle attività e delle alleanze radicalmente nuovi. Costui saprà che la sopravvivenza non implica per forza la necessità di aspettare questa o quella riforma generale, quella grazia o quel salvatore; che non esige la distruzione degli altri, ma soprattutto la costruzione di sé e l'attenta ricerca di alleati; che non risiede in un ottimismo illimitato, ma in un'estrema chiarezza in relazione a se stessi, in un desiderio selvaggio di trovare la propria ragion d'essere; la quale non è da costruire soltanto nel singolo momento, ma anche sul lungo periodo; la quale non è finalizzata alla conservazione di ciò che si è acquisito, ma può riguardare il superamento dell'ordine attuale; la quale non si limita soltanto a mantenere l'unità del proprio io, ma esige di prevedere tutte le possibili diversità. […] (pagg. 6-8)

 

L'Occidente non riesce a mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi

La causa profonda della crisi va ricercata, come sempre, in una tendenza di lungo termine: la difficoltà crescente dell'Occidente di compensare il suo esaurimento interno con risorse venute dal resto del mondo. Il concatenamento di eventi descritto nelle pagine precedenti ne rappresenta soltanto l'espressione più visibile. Più precisamente, l'Occidente, prostrato, a corto di risorse umane, tecnologiche e finanziarie, per attirare quelle del resto del mondo ha dato il via a una globalizzazione dei mercati (in particolare quelli finanziari) che gli permette di mantenere il suo tenore di vita al prezzo di una bolla finanziaria planetaria.
Esaurimento dell'Occidente, indebitamento degli Stati, mancanza di regole: questo ingranaggio, causa della crisi, rischia di durare ancora a lungo. E porta con sé pesanti minacce per la sopravvivenza, domani, delle persone, delle imprese e delle nazioni. (pagg. 59-60)

 

Niente può fermare l'esaurimento dell'Occidente...

Durante gli ultimi dieci secoli l'Europa, poi l'America, quindi il Giappone, sono riusciti a catalizzare a proprio vantaggio i quattro elementi necessari a ogni sviluppo materiale: la popolazione, la tecnologia, il risparmio e le materie prime. Producendoli da sé, saccheggiandoli o pagandoli. Così le città-chiave dell'Occidente attiravano, ciascuna a suo tempo, tutte le risorse, tutte le élite, tutte le tecnologie. Volta per volta, è stato il turno di Bruges, Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam, Londra, Boston, quindi New York. Verso il 1980 è subentrato il cuore pulsante della California attirando un notevole numero di talenti, capitali e materie prime dal mondo; ancora nel 2006 più dei due terzi degli studenti delle principali università scientifiche americane venivano dall'Asia; un quarto dei brevetti convalidati negli Stati Uniti veniva depositato dagli stranieri; più della metà delle start-up create nella Silicon Valley tra il 1995 e il 2005 furono create da nuovi arrivati nel paese.
Fino allo scoppio della crisi, tutti sembravano avere interesse a perpetuare una crescita artificiosa: le popolazioni di un Occidente ormai sterile potevano più o meno continuare a crescere sfruttando il resto del mondo; le imprese fornivano i prodotti senza aumentare i salari; i lavoratori dipendenti trovavano lavoro e si creavano un patrimonio; i più poveri riuscivano ad avere una casa in cui vivere; gli azionisti ottenevano plusvalenze significative; gli Stati Uniti conservavano la loro supremazia; i paesi del Sud del mondo erano coinvolti nella crescita globale; i governi dell'intero pianeta garantivano la piena occupazione di oggi con il denaro dei contribuenti di domani; infine, il sistema finanziario internazionale accantonava una parte enorme del valore aggiunto mondiale.
Ma, come ogni cosa, questo sistema non è eterno: oggi l'Occidente non è più capace di dare il suo contributo nella realizzazione di ciò che gli altri continuano ad affidargli e cessa di essere un polo d'attrazione; ha in gran parte perso ciò che determina la condizione stessa della sopravvivenza e di cui si parlerà più a lungo nei capitoli seguenti: il rispetto di sé, il timore di scomparire e, di conseguenza, il desiderio di battersi per sopravvivere. […] (pagg. 60-61)

 

Un'importante crisi ecologica

L'aumento della classe media mondiale condurrà inesorabilmente a una crescita del consumo dei prodotti di base e dunque all'aumento dei loro prezzi. L'India e la Cina, che consumano già più della metà del carbone, del ferro e dell'acciaio mondiali, ne consumeranno presto i due terzi. E l'Africa a breve li raggiungerà. Esploderà anche la domanda di prodotti alimentari e, per soddisfarla, questi paesi iniziano già a comprare o affittare terre in Africa, in Asia orientale, in America latina e in Russia. Anche la domanda d'acqua aumenterà, soprattutto nell'agricoltura, proprio mentre l'offerta si ridurrà con l'effetto combinato dell'urbanizzazione, della siccità e dello spreco che fa perdere ogni anno nel mondo l'equivalente della produzione idrica dell'India e degli Stati Uniti. [...]
In particolare ci si può aspettare intorno al 2025 una crisi legata all'approssimarsi sempre più veloce della distruzione del corallo, che gioca un ruolo essenziale nella sopravvivenza della specie umana, collegata alle emissioni di anidride carbonica: le barriere coralline ospitano infatti un terzo delle specie marine; proteggono le coste dalle forti correnti della marea e impediscono la proliferazione di un'alga, la Gambierdiscus toxicus, che intossica i pesci. Ma queste barriere sono condannate a una rapida estinzione a causa dell'acidificazione e dell'aumento della temperatura degli oceani, dovuti entrambi all'emissione di anidride carbonica. Le barriere coralline, che sopravvivono se sottoposte a un tasso di anidride carbonica pari a 350 particelle per milione, cominciano già ad ammalarsi al livello attuale, che è pari a 387 ppm. Circa il 40 per cento di esse, soprattutto nell'Oceano indiano e nei Caraibi, è già parzialmente deteriorato; il 10 per cento è irrimediabilmente perso; da qui a dieci anni la Grande Barriera australiana potrebbe essere largamente rovinata e morire tra vent'anni; tutte le altre presenti nel mondo rischiano anch'esse di estinguersi intorno alla metà del secolo. Ciò comporterebbe l'estinzione della vita negli oceani e, nello stesso tempo, condizioni di sopravvivenza sempre più difficili per l'umanità. […] (pagg. 78-80)

 

La crisi della sanità e dell'istruzione

Una crisi completamente diversa, dagli impatti immensi sulla sopravvivenza di ciascuno di noi, minaccia il mondo. Nessuno ci si sta preparando realmente. Anche questa sarà il risultato dell'accumulo di disequilibri legati a tendenze di lungo termine. Ovunque l'aumento della speranza di vita porta a una crescita massiccia delle spese legate alla salute e della loro incidenza sul PIL. Ovunque, tecnologie di diagnosi e di cura sempre più costose sono a disposizione di un numero crescente di individui. Benché l'efficacia del sistema sanitario a livello mondiale abbia fatto grandi progressi (la speranza di vita aumenta rapidamente quasi ovunque; e in alcuni paesi come la Francia la speranza di vita in buona salute aumenta più velocemente ancora), la produttività economica del settore non cresce altrettanto rapidamente di quella dell'industria, poiché essa è costituita soprattutto da un insieme di servizi rilasciati da alcune persone ad altre. In definitiva anche le spese legate alla salute non possono che aumentare in assoluto come in valore relativo. [...]
Se la tendenza attuale dovesse continuare, le spese mondiali di salute aumenterebbero del 5 per cento all'anno, qual che sia la crescita del PIL di ogni paese, quali che siano i meccanismi di controllo messi in atto, anche se l'accento è posto maggiormente sulla prevenzione, sui medicinali generici, sui controlli e sugli ospedali e le cliniche senza scopo di lucro. Nel 2030, gli americani spenderanno per la loro salute almeno il 25 per cento del PIL; questa quota sarà pari al 30 per cento nel 2040 e al 50 per cento nel 2080. La tendenza sarà la stessa altrove. Questa resterà una buona notizia fino a quando si accompagnerà a un aumento della speranza di vita; ma esigerà una migliore gestione del sistema sanitario e delle entrate (pubbliche, assicurative o private) per finanziare questi servizi; altrimenti, saranno razionati - di fatto già lo sono - a scapito dei più poveri; e la sopravvivenza, nel senso letterale del termine, diventerà sempre più difficile.
Queste spese non potranno realmente diminuire, almeno per quanto riguarda il valore relativo, se non quando una parte considerevole dei servizi resi oggi dal personale sanitario verrà sostituita dall'attività di macchine e di protesi, senza conseguenze negative sulla qualità della diagnosi e delle cure.
Lo stesso ragionamento si può applicare anche a proposito dell'istruzione, il cui costo aumenterà considerevolmente (soprattutto se si tiene conto dei fabbisogni crescenti di formazione continua) fintanto che le tecnologie pedagogiche e le neuroscienze non saranno riuscite a realizzare l'industrializzazione massiccia di macchine per insegnare, che avrà luogo soltanto dopo quella delle tecniche terapeutiche. Anche in questo caso, ciò non dovrà nuocere all'acquisizione delle conoscenze, così essenziale, lo si vedrà, alla sopravvivenza. (pagg. 80-82)

 

Crisi politiche e militari

Infine, il prossimo decennio potrebbe non essere troppo pacifico: occorre prepararsi a continuare a vivere in mezzo a crisi politiche e militari. E a tentare di sopravvivervi. Inizialmente, numerose crisi politiche potrebbero derivare dalle crisi economiche e da conflitti militari già in corso. Le più prevedibili avranno luogo in Afghanistan, Pakistan, Iran, Iraq, Somalia, Corea del Nord. Altre ancora sono possibili in Cina, Africa occidentale, Egitto, nella Repubblica democratica del Congo, a Myanmar, in India, Messico, Colombia.
Poi, dopo sei decenni relativamente pacifici, si può anche temere una ripresa della guerra. A priori, il rischio sembra debole: mentre durante la prima metà del XX secolo i conflitti hanno fatto, direttamente o indirettamente, più di 190 milioni di morti (ovvero 3,8 milioni all'anno), nella seconda metà ne hanno fatti in media "solo" 40 milioni (cioè 800.000 all'anno). E il numero di vittime di conflitti continua a diminuire dall'inizio del XXI secolo non superando in media, per il momento, un totale di 250.000 all'anno.
Non bisogna però fidarsi troppo di questa tendenza. Innanzitutto perché bisognerebbe aggiungere le vittime, sempre più numerose, degli atti di pirateria, di banditismo, di mafia e, in particolare, quelle dei cartelli della droga. Poi perché le guerre sono più frequenti e più brevi quando predominano le armi offensive, come nel caso attuale. Oltre alle 25.000 testate nucleari che esistono sul pianeta, cominciano a proliferare strumenti micidiali che utilizzano tecnologie civili, come le biotecnologie e le nanotecnologie. Infine, poiché le nazioni, diventando delle democrazie di mercato, si troveranno sempre più spesso in una situazione di rivalità mimetica e dunque di violenza potenziale.
Varie guerre e conflitti sono dunque plausibili, bisognerà imparare a conviverci e sopravvivervi. Anche se nel prossimo decennio la probabilità di uno scontro planetario o anche solo regionale è debole, aumenta quella di guerre locali, di azioni terroristiche e criminali di grande entità. […] (pagg. 83-84)

 

I principi di sopravvivenza

Per salvarsi da una fine che potrebbe essere prematura, occorrerà che l'umanità prenda coscienza di se stessa e, compito ancor più difficile, che si doti di istituzioni che le permettano di reagire efficacemente alle minacce. Queste dovranno rappresentare molto di più di una coalizione di nazioni che condividono il carico delle sfide e mettere in atto strategie molto più ambiziose di quelle di cui discutono oggi - spesso invano - il G8, il G20 e il Consiglio di Sicurezza, tra gli altri.
Tali strategie, estremamente urgenti, dovranno organizzarsi attorno agli stessi sette principi.

Il rispetto di sé - Non avendo veramente coscienza di se stessa, non avendo chiara la sua ragion d'essere, l'umanità non ha rispetto di sé. Ed è proprio questo che le servirebbe più di qualsiasi altra cosa, in quanto è la peggior nemica di se stessa: infatti, è più facile che si distrugga da sola in una sorta di suicidio incosciente.
Quindi, una prima battaglia deve prefiggersi come obiettivo la presa di coscienza da parte dell'umanità dei pericoli che pesano sulla sua esistenza. Questa sfida non ha nulla a che vedere con quella dei diritti dell'uomo, la cui difesa mira a contribuire al rispetto di ogni individuo da parte dei suoi simili: i diritti dell'umanità non si devono confondere con il rispetto dei diritti dell'uomo. [...]
Il rispetto che l'umanità deve a se stessa esige inizialmente che abbia un'idea chiara di quel che è e dei suoi diritti. Ma molti esseri umani non sentono nessuna comunanza e nessuna fraternità con popoli che hanno una lingua o una cultura diversa dalla loro. E ancor meno con l'umanità nel suo insieme.
La quale, tuttavia, è definita abbastanza chiaramente come l'insieme di tutti gli esseri umani passati, presenti e futuri. Nella misura in cui, da 30.000 anni, non esiste più di una sola razza umana, la definizione non è difficile: qualcuno la chiama Homo sapiens sapiens; altri, razza umana.
E necessario infine definire i diritti della specie umana e farli rispettare. Alcuni considerano tali diritti non distinguibili da quelli delle altre specie viventi: se è vietato all'uomo uccidere i suoi simili, può essere invece autorizzato a uccidere altre forme di vita? Entro quali limiti? Deve, in particolare, proibire a se stesso e ai suoi simili di far scomparire qualsiasi altra specie vivente?
Per altri, l'umanità ha dei diritti precisi. In tutti i casi, deve voler sopravvivere. Per questo, il suo primo dovere è non odiarsi, attribuire importanza al suo perpetuarsi, considerarsi come qualcosa di prezioso.
Fra i testi giuridici, nessuno prende in esame questo diritto. Raramente la specie umana viene citata come tale; in generale, i testi lo fanno solo incidentalmente, nella premessa, per definire la tutela di un diritto riconosciuto a ogni persona umana. […]
Il rispetto di sé relativo all'umanità intera implica l'altruismo di ciascuno dei suoi membri, cosciente dell'interesse di tutti gli altri, in vita, defunti o a venire.
L'umanità deve essere empatica anche verso le altre specie, necessarie alla sua sopravvivenza. E ciò porta con sé, come doverosa conseguenza, l'obbligo di rispettare tutte le forme di vita e di combattere contro la violazione di questo principio da parte di individui, imprese o nazioni, nel caso in cui possa avere conseguenze negative sulla sorte di tutta l'umanità. Il concetto di rispetto di sé porterà a elaborare e a far entrare in vigore una "Carta dei diritti e dei doveri della specie umana e della vita", dotata di tutti gli strumenti di controllo e di sanziona-mento. Ma siamo ancora molto lontani da tutto ciò.

Il pieno impiego del tempo - L'umanità deve essere consapevole della gravità di ciò che, in un lontano futuro, potrà mettere a repentaglio la sua sopravvivenza e prepararsi ad affrontarlo. Per esserlo, deve cominciare con la conoscenza del suo passato, delle prove alle quali è sopravvissuta nel corso di millenni.
Deve inoltre, avendo trovato una sua ragion d'essere, dotarsi di un progetto a lungo termine, prospettando ciò che sarà tra un secolo dal punto di vista demografico, economico ed ecologico. E, ancora, dotarsi di un progetto che abbia l'obiettivo di realizzare la sua ragion d'essere nell'universo: vivere, colonizzare l'universo, diventare puro spirito, una noosfera.

L'empatia - Recenti studi mostrano che, all'epoca delle sette estinzioni precedenti, alcuni campanelli d'allarme - come il calo del numero delle comunità vegetali o di singole piante - hanno segnalato il declino dell'ecosistema ben prima che le specie cominciassero effettivamente a scomparire. In altre parole, ogni estinzione era prevedibile per chi fosse stato in grado di analizzare il comportamento delle altre forme di vita.
L'umanità deve dunque oggi vigilare in modo permanente al fine di conoscere e comprendere le altre specie viventi per diventarne talvolta alleata e per identificare le minacce alla propria sopravvivenza. Anche l'altruismo interessato (in questo caso, nei confronti della natura) è una condizione di sopravvivenza.
Per essere in empatia con il proprio ambiente, in particolare con tutte le manifestazioni di vita, deve riunire tutte le competenze esistenti, in particolare utilizzare le tecniche di sintesi delle ricerche messe a punto dal GIEC [gruppo di esperti intergovernativi sull'evoluzione del clima aperto a tutti i paesi dell’ONU e dll’OMM Organizzazione Meteorologica Mondiale, N.d.T.], un organismo mondiale molto particolare, che raccoglie in modo continuativo i punti di vista di numerosi esperti di clima. L'umanità si deve dotare, secondo procedure simili, di tecniche in grado di analizzare tutte le crisi che possono minacciarla e disporre di report e indicatori d'allarme del tutto trasparenti.

La resilienza - Alcune centinaia di migliaia di anni fa, quando era ancora il risultato di una deflagrazione e rinasceva continuamente sotto molteplici forme e in diverse zone del pianeta, la nostra specie era caratterizzata da una notevole resilienza. Una caratteristica andata perduta in grandissima parte quando si è uniformata sotto il tipo Homo sapiens sapiens. Da allora, deve verificare se, cancellando le poche diversità etniche e culturali rimaste e lasciando svanire le differenze tra i gruppi che la compongono, non finisca per perdere anche le ultime barriere che la proteggono dalla scomparsa totale. Deve anche garantirsi contro le minacce che potrebbero distruggerla o danneggiarla seriamente. Deve elaborare piani d'azione in caso di crisi annunciata e piani d'allarme in caso di crisi imprevista. Deve, in particolare, definire quali siano i "beni pubblici mondiali" la cui resilienza è assolutamente essenziale alla sopravvivenza, come l'aria, l'acqua, l'energia, la terra coltivabile. Deve dunque renderli sacri e, se necessario, escluderli dalle leggi di mercato per metterli al servizio dell'umanità.

La creatività
- L'umanità deve poter trasformare in opportunità le minacce che aleggiano contro la sua esistenza. Deve studiare fin d'ora, per esempio, nuovi modi di bere e di nutrirsi, di respirare e vivere nello spazio, sotto l'acqua, a temperature estreme. Deve anche, attraverso la geoingegneria industriale, contrastare il cambiamento climatico di origine antropica: sia catturando la Co2 attraverso il rimboschimento, sia deviando una frazione dell'irradiazione solare mediante l'aumento della capacità riflettente della superficie terrestre. Ma quasi nessuno oggi se ne occupa; quasi nessuno ha coscienza di tali minacce né la capacità di procurarsi forze e mezzi di ricerca in previsione di un salto così considerevole.

L'ubiquità - Per preservare l'essenziale, l'umanità potrebbe iniziare a riflettere su strategie ancora più audaci, come migrare nello spazio verso un altro pianeta, o "sopravvivere" trasformandosi geneticamente per diventare capace di affrontare condizioni di vita radicalmente diverse.
Diventare altro, una chimera, per sopravvivere, pur mantenendo una coscienza che è senza alcun dubbio la caratteristica essenziale dell'uomo.

Pensare in modo rivoluzionario - Nulla di tutto ciò sarà possibile senza una vera rivoluzione nella gestione del caos del mondo: anche se non esiste nessuna Bastiglia planetaria da assaltare, e prima ancora di evocare un governo mondiale decisamente utopistico, certamente occorrerebbe parlare almeno di Stati generali planetari che, per prepararsi urgentemente ad affrontare tutte queste crisi e minacce, dovrebbero sostituire i singoli governi per studiare come mettere in atto in maniera globale questi principi. I lavori di questi Stati generali porterebbero alla redazione di una Carta dei diritti e doveri della specie umana e alla creazione di un'istituzione planetaria incaricata della loro attuazione. Avrebbe il compito di proteggere i beni pubblici mondiali attraverso una polizia internazionale, di realizzare una valuta e un sistema pubblico di distribuzione del credito, di controllare i mercati finanziari, di contenere i traffici di armi, di sesso e di droga.
La rivoluzione che implica questa fase, anche se lontana, si annuncia già all'orizzonte. Per diventare realtà, le occorrerà una presa di coscienza dell'attuale cammino dell'umanità verso il suicidio e la levata di scudi di un esercito di ribelli.
Come scriveva André Gide nel suo Giornale poco prima della seconda guerra mondiale: «Il mondo sarà salvato, se mai potrà esserlo, soltanto da coloro che non si sottomettono. Senza di loro, ne va della nostra civiltà, della nostra cultura, di ciò che amiamo e che dà alla nostra presenza sulla Terra una giustificazione segreta. Questi ribelli sono "il sale della Terra" e i responsabili di Dio». (pagg. 177-185)

 

Jacques Attali

 

indice del volume
introduzione . Inserirsi nel movimento – Anticipare: dopo la crisi, le crisi – Strategie di sopravvivenza – Le persone – Le imprese – Le Nazioni - L'umanità

 

 

Jacques Attali
Sopravvivere alla crisi
sette lezioni di vita

 

Fazi Editore
2010

 

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