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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Riccardo Orioles
Allonsanfan
La mafia, la politica e altre storie
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Mettete un giornalista geniale e irregolare dentro le vicende più incandescenti degli ultimi decenni, nella Sicilia che vive le tragedie della mafia e le farse del potere. E poi nell’Italia che passa da prima a seconda Repubblica e che si divide come in un derby impazzito sui giudici e sulla legalità. O che scopre il razzismo nella sua pancia ormai benestante. E chiedetegli di testimoniare il suo tempo, di dar conto delle rivolte di preti e di ragazzi e di operai o del fluire apparentemente quieto della vita quotidiana con i suoi paesaggi e i suoi piccoli e grandi protagonisti. Dello scorrere di un’altra idea di sinistra sotto la pelle della politica. Della grandezza degli eroi moderni. Delle culture e dei modi di essere e pensare. E avrete questo avvincente, originalissimo affresco che si srotola come una sorpresa continua, raccontando come raramente li avete sentiti raccontare gli ultimi trent’anni di storia italiana.
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Prefazione

Francesco Feola – Luca Rossomando

 

[…] Riccardo Orioles entra all'inizio degli anni Ottanta a far parte del Giornale del Sud, quotidiano catanese di nuova fondazione, affidato alla direzione di Giuseppe Fava, giornalista e scrittore di Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, autore di numerosi romanzi e opere teatrali. Fava, per cogliere pienamente quell'occasione, raduna, lui quasi sessantenne, un manipolo di promettenti giornalisti, di poca esperienza ma con una forte motivazione e spirito d'iniziativa.
Prima ancora di conoscerlo, Riccardo è colpito dalla lettura del romanzo di Fava, «Passione di Michele», in cui si narrano le sfortunate vicende del ragazzo Michele da Palma di Montechiaro, costretto a emigrare in Germania per aiutare la famiglia a riscattare un pezzo di terra al paese. «Questo è stato il Sessantotto in Sicilia», ripete spesso Riccardo a proposito di quel libro ormai introvabile.
Quando si presenta al Giornale del Sud è da poco diventato professionista. Si crede abbastanza colto e navigato da pensare che gli toccherà occuparsi di politica estera. Il direttore (come tuttora lo chiama Riccardo), lo piazza invece alla cronaca nera. «Ci rimasi un po' male - racconta spesso, sorridendo - ma cor¬rispondeva comunque a un certo tipo di personaggio, era quello con la sigaretta e il bavero rialzato... Insomma, era Bogart; anda¬va bene lo stesso».
Allora Giuseppe Fava è all'apice della notorietà. Collabora con la Rai e scrive sulla terza pagina del Corriere della Sera. Il film «Palermo oder Wolfsburg», di cui ha scritto la sceneggiatura ispirandosi al suo «Passione di Michele», vince il primo premio al festival di Berlino. Se gli hanno proposto la direzione del Giornale del Sud, imprenditori e politici catanesi bisognosi di uno strumento per promuovere le rispettive scalate, è solo per il prestigio che il suo nome ha acquisito in ambito nazionale. Se Fava accetta, invece, è solo perché ha in mente qualcosa di completamente diverso; e non ne fa mistero, chiedendo l'assoluta autonomia nella gestione politica ed editoriale del quotidiano.
Il primo numero del "suo" giornale esce il 4 giugno del 1980. Naturalmente i giornalisti scelti da Fava costituiscono solo una parte della redazione, mentre gli altri vengono imposti dalla proprietà. Nonostante questo, il giornale si schiera immediatamente contro i missili americani a Comiso e sulle sue colonne comincia a comparire con frequenza la parola mafia, in una città come Catania, dove ancora nessuno ne parla apertamente. Inchieste sulla spartizione degli appalti, sul sistema bancario siciliano e sul ruolo preminente che in questo contesto sta assumendo il boss Benedetto Santapaola, ufficialmente semplice gestore di un autosalone in città: ciò che il lavoro giornalistico svela e rischia di compromettere è il rapporto di scambio e collaborazione tra mafia, imprenditori e politica.
Una sera viene scoperta una macchina piena di tritolo sotto le finestre della redazione. «Il direttore - racconta Riccardo - era convinto che l'esplosivo ce l'avessero fatto mettere gli stessi proprietari del giornale per convincerci a cambiare rotta».
Dopo un anno di tribolati rapporti gli editori decidono infatti di licenziare Fava. I suoi giovani redattori - il figlio Claudio, Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo e altri -lo seguono senza esitazioni. E subito si mettono a pensare a un nuovo giornale, di cui i padroni stavolta saranno soltanto loro. Costituiscono una cooperativa, affittano una sede in periferia e comprano le macchine per stamparlo. Il giornale sarà un mensi¬le e si chiamerà I Siciliani. […] (pagg.12-13)

 

Francesco Feola – Luca Rossomando

 

Allonsanfan

la mafia, la politica e altre storie

 

Una storia di carta - 1993 - Vent’anni dopo -2002 - 2008 - Aprile

 

Una storia di carta - 1993

Il paese più tranquillo d'Italia è sicuramente Barcellona Pozzo di Gotto, quarantamila abitanti, provincia di Messina: niente tossicodipendenti visibili in giro, niente spacciatori, neanche una rapina denunciata negli ultimi dodici mesi. Trenta morti ammazzati, questo è vero, nel giro di un anno: ma sono morti di mafia e a Barcellona la mafia - dice la Linea del Partito - non esiste. Dunque non esistono nemmeno quei morti e in particolare non esiste l'ultimo di questi morti, il giornalista Beppe Alfano. Che fosse un giornalista, per la verità, se ne sono accorti solo dopo che è morto e gli hanno fatto, meglio tardi che mai, il tesserino professionale alla memoria. Dalla Sicilia di Catania, il giornale di cui era corrispondente, prendeva cinquemila lire a pezzo, più eventualmente qualcosa per le foto; ha avuto anche una colonnina di piombo il giorno dopo che l'hanno ammazzato e alcuni articoli elogiativi - cosa che richiede una più matura riflessione - nei giorni dopo. Ha avuto infine l'onore di un diretto interessamento - lui povero cronista rompicoglioni - delle Autorità Cittadine, qualche giorno dopo: non per partecipare al funerale, dioceneliberi, o per proclamare il lutto cittadino; ma per far ritirare, sia pure non subito e dopo le istanze della famiglia, i cassonetti della spazzatura che qualche altra autorità aveva fatto piazzare, poco dopo l'omicidio, sul luogo della sua morte.
«Ho chiesto alla Sicilia la raccolta degli articoli di Alfano -dice il giudice Olindo Canali, l'unico del paese che si ricordi ancora di lui -. Mi servivano per le indagini. Li sto aspettando ancora. Finora, non me li hanno mandati». L'altro ieri, una scuola - il tecnico industriale Galileo - doveva fare un'assemblea-dibattito sulla mafia, la prima del paese. L'unico posto in cui a Barcellona è possibile infilare trecento persone insieme è il cinema Corallo: gli studenti ci sono andati e si sono sentiti rispondere che l'assemblea sulla mafia si paga trecentomila lire all'ora, per la prima ora, e duecentomila per ogni ora successiva. Sulla via del ritorno, qualcuno di loro è passato davanti all'enorme carcassa del teatro Mandanici, dove di assemblee così se ne potrebbero fare venti, e gratis visto che è una struttura pubblica: solo che il teatro, regolarmente appaltato, "lavorato" e pagato almeno vent'anni fa, da allora non è mai stato finito ed è tuttora inagibile, e desolatamente vuoto. Lo stesso vale per il palazzetto dello sport, ancora da completare, e per l'ospedale, iniziato vent'anni fa.
Nella storia di Barcellona, queste strutture corrispondono -grosso modo - alle piramidi egizie, del tutto inutili all'apparenza ma investite in realtà del preciso scopo di testimoniare nei secoli la potenza del faraone: nella fattispecie, Carmelo Santalco, che dopo la morte di Lima e il ritiro del catanese Drago è rimasto l'ultimo grande andreottiano di Sicilia. Questo per l'evo antico. L'era moderna comincia invece con la pista dell'Oregon, ovvero la nuova ferrovia Messina-Palermo, cominciata - chissà perché - nei feudi di Pace del Mela e faticosamente procedente, anno dopo anno e subappalto dopo subappalto (ma l'appalto principale è saldamente in mano ai fratelli Costanzo, famosi cavalieri catanesi), verso il lontano Ovest. Via via che la pista procede si sposta la linea dei miliardi, e arrivano le estorsioni, i morti ammazzati e i subappalti. Ciascuno dei morti ammazzati ha diritto a qualche riga in cronaca sui giornali locali del giorno dopo, e poi al più rispettoso e totale silenzio stampa.
(Morire ammazzati è brutto dappertutto, ma da queste parti è particolarmente incazzante. Come per quel tizio che uccisero, uno che con queste storie non c'entrava niente ma faceva il falegname come un tale della Famiglia rivale, l'aprile scorso qui a Terme. I killer si accorsero, una settimana dopo, di aver fatto fuori il falegname sbagliato: sorry, pensarono fra sé, abbiamo sbagliato. Uccisero anche il falegname giusto e se ne andarono con la coscienza in pace).
A Barcellona, la pista è arrivata fra l'Ottantasei e l'Ottantotto e la guerra è stata fra la Famiglia Chiofalo e la Famiglia Milone: i primi, della vicina Terme Vigliadore e dissidenti; i secondi, articolati in una costellazione di cognomi (Ofria, Beneduci, Marchetta) barcellonesi puri e seguaci della Famiglia Santapaola di Catania. I Santapaola, nella zona, c'erano già da molto tempo: negli anni Ottanta con Antonino Santapaola, "detenuto" al mani¬comio di Barcellona dove in realtà faceva, protetto dalle autorità dell'istituto, il bello e il cattivo tempo; ma già prima ancora, fra il 1979 e il 1980, sulle montagne dei Nebrodi, a Cesarò, dove in un rifugio di montagna tenevano i loro incontri "don" Nitto Santapaola e i catanesi fratelli Cutaia, trafficanti internazionali di morfina-base e cocaina. La guerra della ferrovia finì comunque dopo un numero imprecisato di morti, con l'ergastolo di "don" VAntonino Chiofalo e l'arresto, per carico di droga, di "don" Carmelo Milone; nel frattempo la pista passò avanti.
In casa Alfano, un computer Macintosh, dei libri su Charles Aznavour, delle foto... Le povere cose che restano della vita di un uomo che ha avuto dignità. «Mio marito, mio marito che sorrideva. ..». «Mio padre e l'indifferenza di questa città...».
«Indagate sulle donne, vedete un po' se giocava a carte...». Anche agli investigatori di Barcellona sono giunti gli autorevoli suggerimenti che arrivano immancabilmente in questi casi. Anche stasera, come ogni sera, le centinaia di tossici di Barcellona si "faranno" con la roba fornita, a prezzi popolari, dagli uomini dei boss. Anche stasera i ragazzi dell'Arci e don Pippo Inzana apriranno la loro sede a chi avrà bisogno di loro, alla comunità dei lavoratori immigrati. E anche stasera alle dieci chiuderà l'ultimo bar di piazza San Sebastiano e la città resterà silenziosa, e apparentemente addormentata. Come sempre. Marzo 1993. (pagg. 60-62)

 

Vent’anni dopo -2002

[…] È stato condannato all'ergastolo - più di vent'anni dopo il delitto - il boss mafioso Tano Badalamenti, che il 9 maggio 1978 fece rapire e uccidere Peppino Impastato, che da tempo denunciava le malefatte sue e dei suoi amici politici democristiani dai microfoni di una radio locale di un piccolo paesino della Sicilia. Peppino fu preso, stordito, legato e fatto saltare in aria con l'esplosivo. Il giorno dopo tutti i giornali titolarono sulla logica morte di un «terrorista» ucciso dalla sua stessa bomba; i carabinieri cominciarono le indagini per smascherare i complici del «terrorista» (anche oggi si dice, d'altra parte, che quelli che fanno le manifestazioni contro il governo sono terroristi).
Ci volle tutta la serietà e il coraggio del giudice Chinnici (pochi anni dopo i mafiosi fecero saltare per aria anche lui) per cominciare le indagini vere. Ci volle l'immensa forza d'animo -in mezzo alla paura che gli martellava il cervello - dei compagni sopravvissuti per trovare il coraggio di fare il primo volantino, la prima manifestazione, il primo cartello scritto a mano: «Peppino / Impastato / assassinato qui / dalla / mafia».
Ecco. Non è vero che tutti hanno fatto lotta alla mafia, che tutti da ragazzi sono stati di sinistra e poi giustamente sono diventati saggi. La lotta alla mafia, a quei tempi, l'hanno fatta in pochi. E di quelli che allora erano in Lotta Continua, in Democrazia proletaria e in tutta la mercanzia della "rivoluzione" alcuni erano dei compagni veri, e altri semplicemente dei Aghet¬ti vanitosi pronti a sbraitare gli slogan più terrificanti pur di avere potere e di comandare.
Io penso a quei giorni di solitudine, con la povera rete delle radio libere siciliane (Ondarossa di Siracusa, Città del Sole a Messina, Radio Aut a Cinisi, Radiosud di Palermo, Onderosse nel messinese e poche altre) in cui improvvisamente - ma non tanto - si era aperto un buco, coi volantini che giravano, con le telefonate da fare, col ricordo di Peppino che adesso era solo alcuni pezzi di carne raccolti a fatica dalla polizia. Coi compagni che scappavano, e quelli che tenevano duro. Col momento in cui tu risalivi in macchina per tornartene relativamente al sicuro, e il ragazzo con cui avevi appena parlato invece restava là - poiché quello è il suo paese - a organizzare.
Quando guardate Lerner o Liguori o Mieli alla televisione, o Rossella o Ferrara (l'elenco è lungo e non si riesce a ricordarseli tutti), fatemi la cortesia personale di non pensare "quelli di Lotta Continua". Quelli di Lotta Continua erano Peppino Impastato, gli altri erano semplicemente un'altra cosa.
Il "capo" di quelli che tennero duro allora, quello che organizzò le prime manifestazioni e le denunce e tenne duro per vent'anni ha un nome e un cognome, si chiama Umberto Santino. Non lo conoscete perché giustamente alla televisione non lo chiamano mai - e d'altronde perché mai dare un microfono a uno che poi se ne serve per sputtanarvi? - e i politici lo cercano ancor meno. In questi anni è stato di gran lunga il più serio e il più efficiente intellettuale italiano impegnato nella lotta contro la mafia. Su questo argomento ha elaborato studi che sono stati adottati nelle università americane. Ma ha avuto soprattutto il cuore di cercare giustizia, di far casino, di tenere duro per: pausa - vent'anni. Vent'anni durante i quali gli altri hanno fatto carriera, hanno venduto il culo, hanno messo all'asta padre e madre, pur di ritrovarsi alla fine lì, seri e pensosi a «Porta a Porta» o a La7 a declamare profondi pensamenti sui massimi problemi del mondo. […] (pagg. 125-127)

 

2008 - Aprile

[…] È molto tempo che non ci sentiamo, ma questa è una settimana importante. È il momento in cui, dopo quasi vent'anni di Weimar, cambia il regime. Vent'anni fa l'Italia esisteva ancora e non solo come espressione geografica, era un Paese occidentale retto a democrazia parlamentare; era politicamente diviso fra una sinistra ancora in qualche modo espressione dei lavoratori e un centro democratico-moderato. Era un Paese pacifico, che non faceva guerre da cinquant'anni. Aveva una magistratura libera, un inno nazionale, una bandiera. Vi erano sfruttatori, ma non col potere assoluto; politici corrotti molti, ma onnipotente nessuno. I giovani, a un certo punto, cessavano di essere ragazzi e diventavano uomini con dei diritti riconosciuti. Le donne erano pari agli uomini, e questo era ormai senso comune. Nessuno faceva guerre di religione. Religione civile, comune a tutti, era la Liberazione condotta insieme, monarchici e marxisti, operai e ufficiali, contro il nazismo. Milano era Italia, Italia era Napoli, italiani erano i rossi e italiani i neri. Alcuni dei migliori politici - i Moro, i Pertini, i Berlinguer - erano anche, per avventura, i più popolari. Nessuno di loro, oggi, troverebbe posto in una qualsiasi lista elettorale; né se ne parla più.
Questa era la mia vecchia Repubblica e mi sembra giusto renderle omaggio, ora che non c'è più. Nello stesso Paese, vent'anni dopo, dei due unici capipartito autorizzati uno fa il pubblico elogio dei mafiosi («Mangano? È un eroe») e l'altro, in Sicilia, fa scrivere il programma elettorale a un Salvo Andò («Basta coi professionisti dell'antimafia»). Uno vuol cancellare la Resistenza dai libri di scuola, l'altro s'era dimenticato di includerla nel programma del suo partito. Certo: non sono la stessa cosa. C'è sempre differenza fra gli Hitler e gli Hindenburg; non si resta neutrali. Ma i valori terribili, disumani, che ora minaccia¬no di farsi nuovamente regime, non sono stati contrastati e anzi spesso ne ha subito il fascino anche chi doveva morirgli contro.
Così, eccoci qua. Senza far finta di niente cercando impossibili neutralità - si vota, senza se e senza ma, contro Berlusconi - ma senza nulla rimuovere e senza perdonare niente. Votare ora, contestare domani: non saranno i notabili "democratici" a riportare la democrazia in Italia, sarà la generazione che cresce ora. Per essa, faticosamente, cerchiamo di riprendere la penna in mano. […] (pagg. 174-175)

 

Riccardo Orioles

 

Indice del volume:
Prefazione - Cronache di fine Novecento - 1. La Sicilia - 2. Siciliani - 3. Stazioni - La Catena di San Libero (1999-2008) - Giornalismi. La tecnica e il cuore

 

 

Riccardo Orioles

Allonsanfan
La mafia, la politica e altre storie

 

EDITORE MELAMPO
Prima edizione: settembre 2009

 

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