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Roberto Moro
Saggio - Roberto Moro
Dialogo con Cronos
divagazioni su tempo, memoria, ricordi e racconto
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Diciamo che il Tempo esiste perché noi viviamo nel tempo. Ma dire che esiste non significa nulla perché non ne definisce le proprietà e non lo rende conoscibile. Anche dire che noi viviamo nel tempo non significa nulla perché è la vita, evento incerto e momentaneo, a prevalere sul tempo e definirne in qualche modo la sostanza e la funzione attraverso i ricordi e la loro narrazione che li trasforma in eventi. Forse dovremmo rinunciare all’idea stessa di tempo come oggetto di indagine perché, così pronunciato, perde di dimensione e si confonde con un continuo e una presenza, l’eternità, che è assenza di tempo. E se accettiamo l’assunto che l’Essere è il Tempo, dovremmo rinunciare all’Essere e limitarci semplicemente a vivere nel mondo, esserci davvero. Forse per vivere davvero e comunicare con tutte le circostanze del mondo e tutti i tempi che esse generano e praticano, dovremmo anche rinunciare all’idea di passato, presente e futuro come un canone necessario e coerente per spiegare il cammino dell’umanità e ricondurre gli eventi alla nostra strategia di scambio con tutte le cose del mondo.
***

[audio –video –testo integrale allegato]

 

Per cominciare … - … che cosa è il Tempo? - Natura, cultura, orologi. - Orologi, ritmi, programmi. - Vivere e ricordare. - Ricordare e spiegare - Memoria, ricordi, metafore - Ricordare e comunicare. - I portatori del tempo. - Robinson e Venerdì. – Mettere in ordine e raccontare. – Il paradosso delle origini. – Il tempo incatenato. - Il tempo che finisce …. – e per concludere … - il tempo liberato.


[scheda antologica a cura dell’autore]



Per cominciare …

La scienza promette miracoli, e molte volte davvero lì fa. È opinione universalmente diffusa nel mondo scientifico che i prossimi dieci anni saranno “gli anni del cervello”. Psicologi, neuro e tecno scienziati, promettono definitive scoperte e questo nuovo corso della conoscenza sarà il terreno privilegiato per un rinnovato dialogo tra scienziati e umanisti. Sapremo forse in via definitiva che cosa è davvero l’intelligenza e ciò che chiamiamo razionalità, quali meccanismi e circuiti cerebrali presiedono alla reale formazione del linguaggio, cosa è la coscienza, il libero arbitrio, la psiche e ciò che da millenni chiamiamo anima, quali basi biochimiche generano in noi quelle profonde, incontrollabili mutazioni che sono le emozioni e le passioni, e forse scopriremo il segreto del tempo che è il prodotto esclusivo di quella facoltà, particolarmente sviluppata nella nostra specie, che è la memoria. Allora sarà possibile attribuire un nuovo posto all’uomo nel mondo e fondare una nuova antropologia. […]
Nell’attesa di questi possibili e forse probabili miracoli, fin da ora un timido dialogo si è aperto tra scienziati e umanisti proprio sul tema del tempo: un campo di indagine e di battaglia che sembra essere divenuto un’ossessione di fine e inizio millennio. Per effetto di quella che chiamiamo “accelerazione temporale”, “sfondamento del muro del tempo”, “proliferazione degli eventi”, “pluralità dei tempi tecnologici”, e si potrebbe continuare, una letteratura e un dibatto si affolla nei vari settori disciplinari e campi di ricerca. È un dibattito antico che dura da qualche migliaio di anni, trova le sue radici nei miti delle origini di ogni cultura, ma si accende nella cultura Greca e nell’esperienza giudaico cristiana per fondare la modernità, attraversala tutta e giungere sino a noi. Oggi però questa antica deriva si insedia in un nuovo clima culturale e metta profitto inattesi cicli di innovazione nel metodo e nell’approccio del pensiero tradizionale; inoltre la comparsa del concetto di complessità come fondamento della ricerca sia in campo umanistico che scientifico offre nuovi orizzonti di riflessione e qualche opportunità di valicare antichi confini.
Le pagine che seguono ripropongono il tema della temporalità, sono il saldo di un conto in sospeso con le mie curiosità di storico, mettono a profitto un scambio con colleghi informatici, biologi, filosofi e principiano dall’approfondimento di alcune pagine di Ricoeur e da una rilettura di Agostino. […]

 

… che cosa è il Tempo?

Vi è ormai qualcosa di cui dobbiamo, nostro malgrado, prendere atto. Il tempo come valore assoluto non esiste e, secondo i fisici, forse neppure esiste a livello fondamentale. Forse oggi, per meglio comprendere il mondo, occorre rinunciare sia all’idea dello spazio come “contenitore del mondo”, sia all’idea del tempo come “luogo” nel quale avvengono in successione tutti i fenomeni a noi percepibili. E forse oggi si può anche affermare che lo stesso correre del tempo altro non è che una apparenza frutto della nostra grossolana capacità di percezione della realtà, dovuta, a sua volta, ai sensi che di continuo ci ingannano. Forse per comprendere meglio noi stessi, ora che le tecnoscienze ci consentono di spingere le nostre esperienze oltre i confini del visibile e del percepibile, dovremmo rinunciare a considerare verità il passato e dargli un peso (un tempo, una misura e una qualità) diverso dall’incerto futuro, e dovremmo accettare l’idea che il tempo altro non è che un campo magnetico, o un tessuto (una trama) di probabilità, una estensione a n dimensioni che si muove e sviluppa in molteplici direzioni. Il che costituisce una sfida revisionista nei confronti di opinioni e scuole interpretative consolidate e sedimentate nella storia del pensiero occidentale e che in estrema sintesi si possono così richiamare. […]
Più di recente però questa rigida contrapposizione tra tempo oggettivo (quello della natura indagato dalla scienza) e soggettivo (quello percepito dalla coscienza) sembra scomporsi e, dopo ventisei secoli dall’enunciazione della regola fondamentale della fisica di studiare come si manifestano e mutano i fenomeni “secondo l’ordine del tempo”, oggi sembra imporsi il programma di ricercare le leggi fondamentali dell’universo oltre i confini misurabili dal moto del tempo per chiedersi, più semplicemente, come cambiano le cose le une rispetto e relativamente alle altre. […]

 

e per concludere …

Sono partito dalla indicazioni che oggi sembrano offrire le scienze dalla vita e le neuroscienze come piattaforma per un rinnovato scambio tra umanisti e scienziati in tema di approccio a uno dei temi centrali del pensiero occidentale: la temporalità e il conturbante, irrisolto, rapporto con il significato e la percezione del tempo. (Per cominciare … che cosa è il tempo?) Qui la prima evidenza è che oggi, per effetto dei supporti forniti dalla tecnologia, siamo andati ben oltre l’abituale percezione dei nostri sensi che ci appaiono sempre più limitati, grossolani e ingannevoli. Le scienze della vita e lo studio degli organismi viventi hanno svelato un pluralità di soggetti, azioni e tempi che nel loro costante interoccio e interazione hanno fatto implodere il tradizionale approccio con Cronos: la tradizionale trascendenza del tempo (la sua centralità il suo essere assoluto) è venuta meno. Insomma il Tempo ha perso la sua singolarità e la sua T maiuscola.
(Natura, cultura, orologi) Oltre agli innumerevoli orologi biologici che collegano gli organismi viventi all’habitat terrestre, la nostra specie ha sviluppato orologi culturali e tecnologici che, con grande accelerazione, hanno modificato questo habitat e, su queste basi, il tempo da noi percepito può essere definito come una oggettivazione culturale tale da consentire la localizzare di eventi a cominciare da quello più immediato e significativo: la vita. (Orologi, ritmi, programmi) E proprio per questo da sempre noi percepiamo il tempo come una corrente, un flusso, un movimento dotato di un suo ritmo e di sue direzioni (linee, cerchi, sinusoidi), ma questo è più il riflesso dei modelli di cultura che abbiamo costruito con i nostri sensi (limitati e ingannevoli) che non adeguato approccio alla realtà. A fronte della complessità di funzionamento degli infiniti orologi del mondo, questo flusso di energia sembra essere un sorta di campo magnetico delle possibilità, probabilità, strategie del programma di autoconservazione e replicazione che chiamiamo vita. La percezione del tempo, quindi, altro non sarebbe che un’interfaccia (una usabilità) di questo programma, una oggettivazione culturale costruita dalle nostre facoltà biopsichiche, una risorsa per estendere la nostra coscienza e una flessibile strategia della nostra coscienza generata dalla specificità del nostro essere nel mondo. Per effetto delle specificità della “natura” umana, l’orologio biologico, quello culturale e quello tecnologico lavorano insieme in una costante programmazione, improvvisazione, rigenerazione e adattabilità del moto che confonde ogni confine tra soggetto e oggetto e segna l’evento momentaneo dell’esistenza.
(Vivere e ricordare) L’esistenza diviene allora un campo di continua progettazione e programmazione della identità intesa come momentanea codificazione del libero fluire dell’esperienza, produzione e consumo continuato di temporalità. Insomma un prodotto instabile dei ricordi. Oggi si è giunti alla conclusione che, proprio perché esiste nel mondo, l’uomo non è un prodotto del tempo e neppure vive nel tempo, ma è il tempo in sé e la sua misura insieme. Gli utensili di attivazione di queste procedure di programmazione/estensione della coscienza risiedono nel complesso scambio tra mente e cervello e, per consolidata opinione, nel cerchio virtuosa delle reazioni e interazioni tra memoria e ricordi. (Ricordare e spiegare). Per spiegare l’intreccio e il funzionamento di queste procedure sono ricorso alla metafora suggerita dall’intelligenza artificiale, oggi di gran moda. (Memoria e tempo umanizzato). Ho definito la memoria come una piattaforma mefitica e, a partire da questa metafora, la memoria sarebbe un hardware (un media, un mezzo, un insieme di circuiti materiali), i ricordi invece sarebbero un software ( un programma, un sistema attivo e dinamico di banca dati, di contenuti immateriali) in grado organizzare e gestire informazioni in virtù dell’immaginazione.
Per quel che sappiamo i ricordi sono richiami simultanei e sincronici dei tracciati dell’esperienza che l’immaginazione, intesa come capacità cognitiva della mente umana, raccoglie e mette in ordine in infinitesime frazioni di azione. (Ricordare e comunicare). Mettendo a profitto il campo semantico della metafore, i ricordi possono essere definiti come ambienti virtuali nei quali si compongono segni e simboli e si rappresentano azioni (fatti, eventi) che memoria e immaginazione costruiscono e il cui obbiettivo strategico è quello di certificare il nostro rapporto (relazione) con le cose del mondo e la nostra mutevole posizione rispetto ad esse. E quando, per effetto delle circostanze proprie della nostra esistenza nel mondo, i ricordi riaffiorano e prendono forma, si solidificano e replicano, con ogni probabilità assistiamo a una sorta di “riedizione” di circostanze già vissute nel nostro spazio e nel nostro tempo. Nei fatti, i ricordi rigenerano istantaneamente il tempo e in questo senso lo creano.
Ma i ricordi sono precisamente dei ri-conoscimenti (rielaborazioni, ricodificazioni, interpretazioni) delle nostre esperienze e questo ri-conoscere è un processo comunicativo: i ricordi comunicano con noi e ci comunicano esperienze rigenerandole. Infine i ricordi sono strutture complesse e mutevoli della temporalità. L’organizzazione in sequenza dei ricordi e il ritmo della loro successione è un processo creativo dell’intelligenza (non saprei come definire altrimenti) che dipende dalle modalità di codifica (elaborazione) delle informazioni raccolte dalla memoria e dalle sollecitazioni esterne che ne determinano il richiamo. L’esito di questo processo è ciò che chiamiamo evento.
Ho definito quindi l’evento come la rappresentazione e comunicazione di azioni in una frazione del tempo offerto della memoria e gestito dai ricordi nella sequenza prima e dopo, inizio e fine, sequenza che dà un significato e spiega l’evento in sé. (I segni e del tempo) . Gli eventi sono i segni e il significato del tempo, lo occupano, ne consentono la percezione e certificano il movimento di tutto quanto ci circonda. Ma sono segni nel senso semiotico del temine e cioè unità comunicative che rinviano a un contenuto e ne permettono l’interpretazione. Sono elementi costitutive del nostro linguaggio perché noi comunichiamo attraverso gli eventi che costruiamo in forza dei nostri ricordi e scambiamo con gli altri oggetti del mondo. In qualche modo sono la struttura stessa del tempo, lo materializzano, ne possono forse svelare il segreto perché partecipano della sua sostanza, si formano, esistono e vivono per effetto delle sue misteriose proprietà. E nell’isola deserta immaginata come scena di una esperienza di vita di un naufrago isolato dal mondo, Defoe ci ha offerto un laboratorio di analisi del modello da me perseguito. (Robinson e Venerdì).
La memoria delle esperienze di Robinson Crusoe ha generato i ricordi e questi ricordi hanno codificato gli eventi e gli eventi sono stati narrati in continuo nella sequenza del discorso. Il tempo che ci è pervenuto e ci ha messo in contatto con quel mondo è nel racconto e raccontare significa mettere in ordine le azioni nel tempo e nei tempi per poterlo scambiare, farlo interagire con latri tempi.
Ed ecco un nuovo precorso: le interazioni tra memoria, ricordo, evento conducono al racconto e a quell’agire comunicativo che è la narrazione. (Mettere in ordine e raccontare). Il racconto è un coerente insieme di eventi o rappresentazione di azioni che assumono significato per effetto della loro successione logica e temporale e della loro narrazione. Non vi è tempo senza eventi, ma gli eventi si costituiscono nell’atto stesso della loro narrazione e comunicazione; è in questo istante che il nostro linguaggio crea un ordine e mette in ordine tracce, immagini, segni e simboli nascosti nella memoria. I ricordi allora compongono e dispongono le azioni negli eventi e lo scambio che ne facciano attraverso il discorso genera la trama che stende la nostra esperienza che richiama a sé passato, presente, futuro e tutti i tempi del verbo.
E così il tempo diviene una delle regole del gioco che ci consentono di comunicare e interagire con le cose del mondo, di abitarlo e rimodellare il programma della nostra esistenza (la nostra instabile e mutevole identità), istante per istante, racconto dopo racconto. È la plasticità del linguaggio garantita dal ticchettio degli orologi cultural e tecnologici con i quali coevolve la nostra specie e che ci consente una continuo rigenerazione. (Il paradosso delle origini). Ma infine proprio questa plasticità del linguaggio e delle rappresentazioni che esso costruisce attraverso l’uso dei tempi, svelano un paradosso del racconto di ogni evento. Il paradosso è che in ogni racconto l’evento viene costruito a partire dalla sua fine in relazione al significato che deve comunicare. È lo scopo comunicativo, il fine e la fine di un evento che ne determina l’origine, il punto di partenza. In relazione alle circostanze, casuali e mutevoli, del nostro scambio con gli altri noi ci raccontiamo e raccontiamo storie che mettono in ordine i ricordi e li trasformano in eventi. L’inizio è sempre predeterminato, fissato in qualche modo a priori. È la fine che fonda l’inizio, il dopo che determina il prima. Ogni racconto è dunque una fondazione e un mito delle origini dell’evento stesso che si intende narrare. Nell’atto del raccontare noi usiamo le forme verbali come utensile del significato. Che poi ciò crei una concatenazione tra passato, presente e futuro questo è un problema che afferisce al linguaggio come prodotto della cultura umana e dei modelli di cultura che ha generato.
La cultura giudaico cristiana, monologica e monoteista ha espropriato il soggetto di ogni possibile racconto e lo ha confidato, una volte per tutte al Verbo, alle scritture sacre. La creazione ha definito il programma dell’esistenza, ne ha fissato un corso lineare, messo in ordine gli eventi nella sequenza passato, presente futuro e incatenato il tempo. (Il tempo incatenato), Un racconto imponente e coinvolgente nella sua forza proprio per il rassicurante succedersi degli eventi in una razionale coerenza senza discontinuità. Poi la cultura della modernità ha umanizzato il paradigma narrativo di questo mito facendo della Storia il racconto di tutti i racconti possibili e ingigantito a dismisura il fantasma di Cronos come un alterità e una presenza ingombrante. Figlio della Storia e anche della sua storia, l’uomo moderno è morto insieme al tempo del suo racconto. Oggi, oltre i confini della modernità, nuovi orizzonti del pensiero e della conoscenza ci consentono di ascoltare innumerevoli orologi che estendono il tempo in una trama complessa e in molteplici direzioni.

 

Roberto Moro

 

 

Indice del saggio
Per cominciare … - … che cosa è il Tempo? - Natura, cultura, orologi. - Orologi, ritmi, programmi. - Vivere e ricordare. - Ricordare e spiegare - Memoria, ricordi, metafore - Ricordare e comunicare. - I portatori del tempo. - Robinson e Venerdì. – Mettere in ordine e raccontare. – Il paradosso delle origini. – Il tempo incatenato. - Il tempo che finisce …. – e per concludere … - il tempo liberato.

 

Testo integrale allegato in PDF

 

 

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