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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
John Kampfner
Libertà in vendita
Come siamo diventati più ricchi e meno liberi
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Qual è la definizione del moderno autoritarismo a cui tanti hanno aderito in questi anni? Forse questa: un controllo da parte dello Stato che non ostacola la libertà di creare ricchezza. La definizione di democrazia moderna potrebbe essere: un controllo da parte dello Stato che non ostacola la libertà di creare ricchezza, più la tutela di certi diritti civili. Se è così, la differenza fra i paesi più o meno riconducibili al campo «autoritario e quelli che vanno fieri dei loro valori «democratici», forse è soltanto una tenue sfumatura.
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Prefazione all’edizione italiana – Introduzione - Conclusione: le priorità della gente

 

Prefazione all’edizione italiana

[…] Poche nazioni dimostrano in maniera così eclatante fino a che punto un singolo individuo possa riuscire a dominare lo spettro politico, piegandolo alle proprie esigenze personali. L'Italia già di per sé «fa colore», come si usa dire in gergo giornalistico, ma c'è molto di più. La storia di Silvio Berlusconi rivela come sia possibile approfittare del sistema politico non soltanto negli Stati teoricamente definiti autoritari: si tratta di una tendenza replicabile anche in Stati considerati democratici.
L'Italia è importante non perché possieda una qualche rilevanza geostrategica, ma perché rappresenta un esempio di democrazia posticcia. Sul piano istituzionale, il Belpaese si rivela manchevole sotto quasi tutti i punti di vista: i tre poteri di controllo sull'operato dell'esecutivo - il Parlamento, i mezzi d'informazione e la magistratura - hanno visto erodersi la propria indipendenza e autorevolezza, la corruzione prospera indisturbata. E nonostante questo, per tre volte, votando per Silvio Berlusconi gli elettori hanno scelto un uomo noto per le irregolarità finanziarie, la simpatia nei confronti di autocrati come Vladimir Putin e l'assoluta volgarità. Il Cavaliere ha messo nel sacco i suoi avversari con consumata facilità e sta cercando di estendere i suoi poteri.
È facile liquidare con sufficienza Berlusconi e le sue pagliacciate, ma la persistente popolarità di cui gode presso una larga fascia della popolazione prova come i sistemi che sulla carta si qualificano come democrazie possono prosperare e addirittura dipendere proprio da quell'arbitrio nell'esercizio del potere che costituisce il principale motivo di critica nei confronti degli Stati autoritari. […]
Ma questo libro non tratta di leader o uomini politici. Parla di noi, dei cittadini, e delle nostre priorità. E coerente con quella che rimane la domanda cruciale del saggio: perché la gente, in tutto il mondo, indipendentemente dalla cultura, dalle circostanze e dalla storia, appare sempre più disposta a rinunciare alle proprie libertà in cambio di sicurezza e prosperità? Il libro cerca anche di distinguere tra quelle che definisco libertà pubbliche e libertà private, o privatizzate. La prima categoria comprende le libertà godute, ed esercitate, nella sfera pubblica: libertà d'espressione, elezioni in cui è possibile scegliere tra più partiti, impegno politico in senso lato e libertà di associazione. La seconda categoria include le libertà atomizzate, tanto apprezzate nell'era moderna: libertà di viaggiare, libertà di vivere dove si vuole, libertà di vestirsi come si vuole, libertà di andare a letto con chi si vuole.
La recente commemorazione del ventennale della caduta del Muro di Berlino ha offerto a tutti l'opportunità di una riflessione: l'anniversario di quell'evento di portata storica mondiale è stato al centro della discussione sui risultati raggiunti nei vent'anni trascorsi dal crollo del comunismo. Il bilancio parla di miglioramenti notevoli, ma non ancora consolidati, nell'esistenza di centinaia di milioni di individui che prima vivevano in Stati totalitari, per quel che riguarda la sfera privata. La più importante di queste libertà è stata la libertà di guadagnare e spendere soldi. Ma se si guarda alle libertà pubbliche, fino a che punto esse sono estese realmente? La responsabilità ricade soprattutto su noi occidentali: siamo rimasti a guardare, il più delle volte senza quasi scomporci, mentre le nostre libertà pubbliche venivano assorbite dalle attrattive del consumismo sfrenato.
Berlusconi non è spuntato dal nulla. Il malessere non si incarna in un solo uomo. Lui è il sintomo di quel malessere, non la causa. Liberarsi di lui non vuol dire liberarsi automaticamente del problema. Molti italiani con cui ho discusso dell'argomento che sollevo nel libro sostengono che l'Italia in un certo senso è un caso speciale, un «fenomeno da baraccone», come ha detto qualcuno. Sono invece del parere che parlare di un'«ec-cezionalità» italiana sia un errore. E vero che pochi paesi sono guidati da un uomo come Berlusconi, ma è vero anche che molti popoli hanno accettato compromessi analoghi a quello italiano. La popolarità di cui gode nei sondaggi sembra sia cresciuta con lo stringersi dell'assedio intorno a lui e l'intensificarsi delle accuse da parte di magistrati che hanno trovato il coraggio di inchiodarlo con precisi rilievi.
Nonostante le sbruffonate di cui si vanta con le donne, nonostante l'amicizia goliardica con Putin (nell'ottobre del 2009 è sparito per una visita «privata» a San Pietroburgo, rimandando il ritorno per ragioni misteriose), nonostante il suo disprezzo per il tessuto costituzionale dell'Italia, Berlusconi non ha incontrato sulla sua strada un'opposizione significativa. […] (pagg. X-XII)

 

introduzione

[…] Nell'ordine globale degli ultimi vent'anni, la chiave di volta è stata l'alleanza fra leader politici, imprese e ceti medi. Il compromesso è stato costruito su una serie di intese chiare ma di solito non esplicitamente dichiarate. La cosa importante, in tutte queste società, era che il numero di persone che beneficiavano di questo accordo doveva aumentare gradualmente, e che lo Stato era tenuto a rimanere sufficientemente flessibile da accogliere le loro diverse esigenze. Esigenze che potrebbero essere così riassunte: diritti di proprietà, disciplina contrattuale, difesa dell'ambiente, scelte di stile di vita, diritto a viaggiare e diritto a guadagnare soldi (e tenerseli). Le persone che contano (i ricchi e gli aspiranti tali) dovevano essere protette dall'uso arbitrario del potere da parte dello Stato. Ma era possibile garantire una protezione di questo tipo senza gli strumenti convenzionali della democrazia, come libere elezioni e un'informazione trasparente? Questo era il rompicapo con cui si sono trovati a fare i conti i capitalisti autoritari.
Gli esempi più evidenti in questo senso erano paesi come Cina e Russia, dove esisteva una massa critica di persone (forse una minoranza, ma pur sempre una quota considerevole) convinta che un eccesso di libertà avrebbe danneggiato la crescita economica, la stabilità politica o l'armonia sociale. Lo Stato, se era intelligente, garantiva al dissenso una serie di valvole di sfogo -l'arte, magari, o quotidiani con tiratura scarsa - limitate ma visibili, mantenendo salda la presa, al tempo stesso, sul pubblico di massa. Il suo compito più importante era cooptare gli interessi costituiti, in particolare le imprese, sia nazionali sia internazionali. Come diceva Chris Patten, rievocando la sua esperienza di governatore a Hong Kong, gli avversari più tenaci dei suoi tentativi di introdurre elementi di democrazia nella colonia prima di riconsegnarla alla Cina erano i dirigenti delle grandi imprese britanniche e americane che operavano nella regione. Perché agitare le acque?
Ricordo di aver sentito contestazioni analoghe in Russia. Ho perso il conto degli occidentali, banchieri e non solo, sinceramente infastiditi dai cambiamenti in senso democratico introdotti in Russia negli anni Novanta. Perché, si chiedevano, mettere a rischio contratti potenzialmente remunerativi in nome di un esperimento in conflitto con la storia russa?
Imprenditori e uomini d'affari occidentali hanno trovato una causa comune con una nuova generazione di colleghi russi e cinesi formatisi in Occidente. Molti sottolineavano che un regime autoritario, purché stabile, rappresentava un elemento favorevole alla creazione di ricchezza. L'elite imprenditoriale contribuiva a tenere in piedi l'elite politica. Questo era il patto fra Deng Xiao-ping e la generazione del dopo-Tiananmen. Il dibattito sulle riforme politiche degli anni Ottanta cedette il passo a ragionamenti sul modo migliore per aprire il Partito comunista egemone alle analisi e alle critiche, senza «destabilizzare» una struttura politica che aveva garantito tre decenni di crescita sostenuta.
Il patto non è prerogativa di Stati in transizione come quelli citati; ha riguardato anche noi che viviamo nelle cosiddette democrazie. È stato stipulato in circostanze e culture diverse, e a velocità diverse. Tutti lo abbiamo sottoscritto. Tutti lo stiamo ancora sottoscrivendo. Ciascuno di noi sceglie una diversa libertà a cui è pronto a rinunciare. I cittadini sono conniventi, tanto nei regimi autoritari quanto in quelli democratici, ma in Occidente in misura maggiore, perché potevano scegliere di pretendere di più dai propri governi, di rinegoziare il patto perché ci fosse più equilibrio tra libertà, sicurezza e prosperità, ma fintanto che le cose andavano bene hanno scelto di non esercitare questa facoltà di scelta. […]
Questo libro non tratta di quei regimi tirannici che governano sulla canna del fucile, dove membri della stessa famiglia si denunciano a vicenda, dove lo Stato è una forza negativa a tutto tondo e non esiste alcun elemento di consenso. Non parlo dello Zimbabwe, della Corea del Nord o della Birmania: in quei paesi non esiste nessun patto fra il governo e il popolo, c'è solo istinto di sopravvivenza. E non mi concentro nemmeno su paesi con specificità proprie, come Israele, il Venezuela di Hugo Chàvez o il Sudafrica del dopo-apartheid.
Oggetto della mia analisi, frutto di un anno intero di viaggi sul posto, sono invece quei paesi che, a prescindere dal colore politico, hanno accettato le condizioni della globalizzazione e che, di conseguenza, avevano priorità convergenti. Ho parlato con gli intellettuali, i giornalisti, gli avvocati, i personaggi della cultura, i politici e la gente comune che mi è capitato di incontrare, ponendo loro la stessa domanda che ho formulato all'inizio di questo capitolo: perché la popolazione ha accettato tanto facilmente di rinunciare alla libertà in cambio di sicurezza e prosperità? […] (pagg. 8-11)

 

Conclusione: le priorità della gente

[…] Nel 1989, con il crollo del comunismo e la fine della Guerra Fredda, regimi di tutto il mondo, dalla Cina e dalla Russia fino al Sudafrica, all'India e al Brasile, giunsero alla conclusione che non esistesse nessuna seria alternativa ideologica alle forze del mercato come sistema per organizzare l'attività produttiva. Nel 2009, con il crollo dell'ordine finanziario globale, molti sembrarono essere giunti alla conclusione opposta, e cioè che il libero mercato senza freni aveva condotto al disastro perfino le società più ricche e avanzate. Molti guardavano con scetticismo alla contrizione generale, pensando che con la ripresa economica e finanziaria non avrebbe tardato a ripresentarsi il vecchio vizio dell'avidità. Ma anche a voler prendere per buona questa ammissione, era il segnale di un cambiamento qualitativo della democrazia, di un approfondimento e ampliamento delle libertà fondamentali a vantaggio di un più alto numero di persone?
Vent'anni di creazione di ricchezza globalizzata hanno trasformato il modo di concepire la libertà da parte di governi e popolazioni. La libertà prevalente era diventata quella finanziaria: guadagnare soldi, tenerseli e consumarli. Tutte le altre libertà erano state asservite a questo scopo, con leader politici che arrivavano addirittura a far passare lo shopping come un atto di patriottismo. Tutto questo, abbinato a internet e altri progressi tecnologici, ha creato un'omogeneità culturale mai vista prima. I super-ricchi, i piuttosto ricchi e gli aspiranti ricchi, a San Pietroburgo come a Shanghai, a San Paolo come a South Kensing-ton, vivono in un mondo uniforme fatto degli stessi stilisti, degli stessi marchi, degli stessi siti di social network e degli stessi strumenti di comunicazione, delle stesse macchine sportive e delle stesse destinazioni turistiche. E nato un conformismo culturale, una mentalità da gregge che ha garantito a chi sta al potere un ambiente facile in cui operare.
Allo scoppio della grande bolla, le disuguaglianze dell'economia globale erano diventate fin troppo evidenti. Negli Stati Uniti, nel 2007 c'erano mille miliardari in dollari, contro i tredici del 1985, e possedevano popolazione sfuggivano a ogni tentativo di quantificazione. Cercare di stabilire quant'era ricco un super-ricco, mi disse una volta il direttore del più autorevole istituto di ricerca economica britannico, I'Institute for Fiscal Studies, era «come scrutare nella nebbia». I flussi globali di contanti erano di tale entità che le autorità fiscali, demoralizzate e sotto organico, a malapena riuscivano a tenergli dietro.
I trasferimenti di denaro liquido a livello globale, senza limiti né restrizioni, avevano praticamente portato al collasso la democrazia ridistributiva. I partiti politici che professavano di avere a cuore questi temi, come il New Labour nel Regno Unito, di fatto alzarono bandiera bianca, limitandosi a mettere in atto misure palliative per i più poveri. In tutto il mondo, i politici abdicarono al compito di fissare le regole dell'economia: era un campo in cui non osavano metter piede. Compensavano concentrandosi sul «resto», quegli aspetti della vita della nazione sui quali continuavano ad avere giurisdizione. L'unico ambito in cui potevano incidere in modo visibile era la sicurezza.
Dall'inizio degli anni Ottanta, politici e pensatori, in Oriente e in Occidente […] hanno sostenuto che la globalizzazione e la creazione di ricchezza non potevano che avere un impatto politico positivo. Con l'approssimarsi delle economie nazionali a un certo livello di reddito pro capite, i ceti medi, sempre più forti numericamente, sarebbero diventati meno sottomessi, meno timorosi dell'autorità; avrebbero preteso potere giuridico e politico, che a sua volta avrebbe fornito le basi per la democrazia. Non è andata così. […]
L 1 per cento più ricco della popolazione ha goduto del 52 per cento di tutti i benefici dei tagli alle tasse operati da George W. Bush. Ma in termini reali il reddito mediano dei lavoratori americani era diminuito. Lo strumento più utilizzato per misurare la disuguaglianza, il coefficiente di Gini, era aumentato in quasi tutti i paesi, con Cina, India e Stati Uniti in testa. In Gran Bretagna, la quota del reddito nazionale detenuta dall' 1 per cento più ricco della popolazione era ai livelli più alti dagli anni Trenta del secolo scorso. Nel 2006, l'ammontare complessivo delle gratifiche fu di 21 miliardi di sterline, circa un terzo del budget della pubblica istruzione nel Regno Unito. Il reddito e il patrimonio dello 0,1 per cento più ricco della tre. Tutto questo ha lasciato spazio a leader carismatici, a una politica populistica dell'identità che ha lavorato di concerto con una cultura decerebrata della celebrità. L'Italia e l'India hanno molto in comune sotto questo aspetto, perché in entrambe si è cercato di dirottare l'attenzione degli elettori dall'erosione delle istituzioni democratiche sulla paura delle minoranze etniche.
Qual è allora la definizione del moderno autoritarismo a cui tanti hanno aderito in questi anni? Forse questa: un controllo da parte dello Stato che non ostacola la libertà di creare ricchezza. La definizione di democrazia moderna potrebbe essere: un controllo da parte dello Stato che non ostacola la libertà di creare ricchezza, più la tutela di certi diritti civili (per chi non va contro corrente). Se è così, la differenza fra i paesi più o meno riconducibili al campo «autoritario», che sono analizzati nella prima parte del libro, e quelli che vanno fieri dei loro valori «democratici», forse è soltanto una questione di grado. Non ho cercato di metterli sullo stesso piano, ma di sottolineare i punti comuni. […]
Forse i cittadini hanno bisogno di meno libertà di quello che gli piace pensare. Se lo Stato bada a loro, li tiene al sicuro e li mette nelle condizioni di vivere la loro vita personale come meglio credono, forse questo è un patto che un numero sufficiente di persone giudica accettabile. Quanti sono quelli che ricadono nella categoria dei piantagrane? Quanta parte della popolazione è fatta di politici di opposizione, militanti di organizzazioni non governative, avvocati che prendono le difese di potenziali sovversivi, dissidenti o giornalisti d'assalto? Quante persone sfilano nelle manifestazioni, vanno ai comizi o partecipano a uno dei Social forum mondiali? La democrazia partecipativa è praticamente scomparsa. […]
La crescita economica, invece di essere una forza di coinvolgimento democratico, ha dato maggior sicurezza alle élites economiche e politiche, che hanno prosperato perché hanno reinterpretato i precetti base della democrazia in senso conforme alle loro esigenze. I paladini del neoliberismo sono stati consumati dai loro stessi eccessi e dalla loro stessa tracotanza, ridefinendo democrazia e libertà attraverso concetti come le privatizzazioni, l'ottimizzazione dei profitti, il disinteresse verso le esigenze della società civile e della giustizia sociale, e verso l'ambiente. Così facendo in realtà hanno reso più facile il fiorire degli autoritarismi. […]
La tragedia degli ultimi vent'anni è che il fascino del benessere globalizzato ha rappresentato una droga non soltanto per i super-ricchi, e ha colpito anche in Occidente oltre che in Oriente. […]
Ora che alla recessione economica si è aggiunta la recessione democratica, qual è il destino che il futuro riserva alla libertà? Gli eccessi peggiori dell'era della globalizzazione probabilmente stanno per finire: le banche saranno più regolamentate, i flussi di capitale saranno controllati (almeno un po'), le istituzioni internazionali saranno incoraggiate a dedicare maggiore attenzione ai due problemi inscindibili l'uno dall'altro, la lotta alla povertà e la difesa dell'ambiente. Il vertice del G20 ha offerto un riconoscimento di fatto al nuovo ruolo guida di altri paesi, in particolare la Cina insieme all'India, al Brasile e ad altri, nel determinare l'architettura futura della finanza. […]
Una nuova generazione di leader mondiali sarà in grado di produrre qualcosa di diverso e più interessante, una versione post-crisi della libertà che sia in grado di entusiasmare davvero e che affronti il problema delle tante disuguaglianze che affliggono il mondo? Le priorità della gente riflettono le condizioni socioeconomiche del momento. Ecco perché, anche se a provocare il disastro immediato sono stati i banchieri e i direttori degli hedge funds, i maggiori responsabili siamo noi, la gente, specialmente in Occidente, perché abbiamo lasciato che la democrazia si tramutasse in qualcosa che non avrebbe mai dovuto diventare: un mezzo per fornire consumi.
Questo era il patto, un patto pernicioso, un'era di benessere globalizzato alimentato dal progresso tecnologico e da quell'antico vizio dell'essere umano, l'avidità. In tutto il mondo, una massa critica di individui ha conferito ai propri leader un potere quasi illimitato di prendere decisioni su questioni riguardanti la libertà. Ha ceduto la sua acquiescenza in cambio di una coltre di sicurezza temporanea e di una prosperità che si è rivelata illusoria. […] (pagg. 281-286)

 

John Kampfner

 

Indice del volume
Prefazione all'edizione italiana - Introduzione - Singapore: modello confortevoli -Cina: protagonista defilato - Russia: capitalista rabbioso - Emirati Arabi Uniti: denaro facile - India: alternativa popolosa - Italia: one-man show - Gran Bretagna: Stato di sorvegbanza - Usa: sogno infangato - Conclusione: le priorità della gente

 

John Kampfner
Libertà in vendita
Come siamo diventati più ricchi e meno liberi

 

Editori Laterza
2010

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