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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
2 - I 150 anni che non passano mai
È il 25 luglio? Ci vuole Badoglio
Il presente tra passato e passato.
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La situazione di estrema usura del quadro politico nazionale, la crisi della maggioranza di governo e l'imminente spettacolizzazione del dibattito parlamentare, hanno creato un canone narrativo su quello che appare l’epilogo dell’esperienza berloscuniana. La natura populista e autocratica del regime che si è andato costruendo nel corso di quasi un ventennio, il conflitto tra i poteri delle stato, il dilagare della corruzione come pratica di governo, l’uso e l’abuso della violenza verbale e di comportamenti intolleranti di tutta la classe politica, ha richiamato agli occhi di analisti e opinionisti l’analogia con il corso storico di declino e dissoluzione del regime fascista: 25 luglio e 8 settembre È ragionevole l’uso di queste metafore e analogie nella lettura della storia presente? Che relazione è possibile istituire tra l’Italia del Ventennio e quella che si appresta a celebrare i 150 anni dell’esperienza unitaria?
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Siamo sempre gli stessi?

L’Italia è un paese replicante. E l’analogia è il fondamento della ermeneutica storica.
      ''La società italiana e' una società testardamente replicante. Quel “non saremo più come prima” che un anno fa dominava la psicologia collettiva è mutato in un “siamo sempre gli stessi'''. La crisi ha finito per rallentare il processo di uscita dal puro adattamento intravisto lo scorso anno, quando all'orizzonte si presentava quasi una 'seconda metamorfosi', dopo quella degli anni fra il '45 e il '75''. Così il rapporto CENSIS 2009 che denunciava una sorta di retromarcia e un emergere della retrosotria del Bel Paese. In poche parole una storia ciclica capace di ritornare su sé stessa per sfuggire al mutamento storico. Di questo modello di società Levi Strauss avrebbe detto “una società il cui grado di temperature storica è vicina allo zero”.
      Proprio per effetto di questo trend premoderno, per questo immobilismo tipico di una società rurale di Antico regime, una società corporativa, l’analogia come strumento di interpretazione dei fatti storici ha richiamato in vita, a fronte del declino dell’ “età berlusconiana”, il ciclo di conclusione del celebrato “Ventennio”: 25 luglio, 8 settembre, … 25 aprile. Una analogia che ha trovato luogo presso opinionisti e analisti dell’informazione quotidiana. L’obiettivo dissesto della maggioranza di governo e la dissoluzione di un patrimonio maggioritario che le aveva conferito la forza numerica in grado di cancellare ogni possibile opposizione, conclude un ciclo forte della storia politica nazionale e, indipendentemente dagli esiti dell’imminente confronto parlamentare, segna la fine del “partito unico” che ha fatto la scena politica (e non solo) della Seconda repubblica e del leader che ne è stato l’artefice/protagonista e il primo e unico attore. Un declino che tra non molto metterà a nudo, con enfasi retorica e mediatica, quello che tutti sanno: il disastro del regime/sistema e il degrado morale, politico, istituzionale e sociale che esso ha generato.

 

Analogie

Dopo un ventennio (se ancora non è tutto passato rischiamo di arrivarci) di potere pressoché incontrastato di una destra pronta a demolire le istituzioni democratiche e la Costituzione ad esclusivo beneficio del leader e del suo “cerchio magico” fatto di domestici, federali, proconsoli, faccendieri, affaristi ed eroi per un giorno, l’analogia con i fascismo e il suo ciclo storico ventennale è di rigore. “Gli uomini – scriveva Madame De Stael commentando gli esiti dell’evento rivoluzionario – camminano avanti nel tempo volgendo lo sguardo al passato”.
      Certo, in termini di semantica, il ventennio berlusconiano non è mai stato assimilato al fascismo, Forza Italia non è il PNF e l’ideologia anarco-liberista non trova punti di contatto con il nazionalismo totalitario. Certo che no. Per questo storici, sociologi e politologi hanno fatto ricorso ad un nuovo arsenale linguistico e a un convoglio semantico che ha accompagnato il grande evento del XX secolo: il crollo delle ideologie, la crisi della forma stato (e della modernità), la degenerazione delle democrazia per effetto della civiltà di massa e del deperimento del cittadino (e dei diritti di cittadinanza) a fronte dell’emergere del consumatore e della globalizzazione economica.
      Le formule si sono sprecate per definire ancora una volta la specificità del caso e dell’anomalia italiana. Si è parlato di “populismo mediatico” e di “democrazia appannata”, di populismo tout court, di società ipercorporativa, di bipolarismo imperfetto, di transizione incompiuta, di politica dell’effimero, di deviazione autoritaria e di aziendalismo competitivo, e via così. Ma forse tutti questi lodevoli esercizi interpretativi per adombrare, se non un radicale mutamento storico, addirittura una incombente metamorfosi del Bel Paese, tradiscono la speranza intellettuale di fare dell’Italia nella sua stagnante arretratezza, una sorta di misterioso laboratorio alchemico del “nuovo”, qualcosa insomma su cui argomentare, costruire modelli interpretativi e quindi degno di analisi e discussione. Forse, come suggerisce il Rapporto CENSIS 2009 dobbiamo invece rassegnarci all’idea che “siamo sempre gli stessi”, che le strutture profonde vincolano lo sviluppo storico riducendolo a temperature vicine allo zero, che la nostra storia è replicante e che la lunga durata la vince su ogni possibile discontinuità.
      E così ecco l’analogia: il ventennio berloscuniano si configura come una fotocopia della normalizzazione del Ventennio fascista. Una sorta di cristallizzazione del vortice turbinoso di governi (tra il 1861 1 il 1919 se ne contano 58, così come tra il 1948 al 2010 ne abbiamo passiti 57) che fanno della instabilità permanente la garanzia di continuità del sistema politico nazionale. Una cristallizzazione momentanea, una pausa anomala e nulla di più. Alla fine il ritmo e la temperatura del mutamento storico è sempre lo stesso, il sistema è forte nelle sue strutture e si replica per quel che è, e noi siamo sempre gli stessi.

 

Il primo Ventennio

Sul percorso dell’analogia si può andare più in là. Piaccia o non piaccia, al di là della vulgata resistenziale e dell’uso politico della storia patria repubblicana come processo di liberazione, con il fascismo il Bel Paese si è trovato a suo agio. Il consenso al regime è stato massiccio, lo spettacolo della politica ha coinvolto e creato ragioni di intrattenimento universale, lo strapotere di una classe dirigente prima violenta, poi incompetente e cialtrona ha raccolto ammirazione, se non rispetto, e sincera ragione di subordinazione. Quel genere di propaganda mediatica che chiamiamo ideologia ha costruito luoghi comuni e mitografie condivise e sinceramente vissute da una popolazione rurale semianalfabeta. La piccola e media borghesia ha stipulato un patto con il capitalismo arretrato e straccione di agrari e percettori dei pubblici appalti. Il cemento dell’anticomunismo ha fatto il resto e accreditato una destra per nulla conservatrice, ma del tutto provinciale e velleitaria.
      Il fascismo in fondo è stato un buon affare per tutti all’ombra di un padre padrone in grado di trebbiare il grano e nutrire il suo popolo celando, tra le pieghe della sua modesta cultura di maestro elementare, le istanza di una mente criminale del tutto incompetente ad affrontare il XX secolo, il secolo del futuro. E tutto avrebbe certo potuto durare e durare (l’esperienza franchista e salazariana lo insegnano) se non vi fosse stata un guerra, un collasso economico/alimentare, lo sbarco in Sicilia.
25 luglio, 8 settembre, … 25 aprile …

 

Altri vent’anni?

Anche il berlusconismo, in fondo e al di là delle esecrazioni di una opposizione incerta nel suo ruolo, è stato un buon affare per tutti, e il Paese per quasi un ventennio si è trovato a suo agio. Il consenso al regime è stato massiccio, lo spettacolo quotidiano della politica offerto dai media ha coinvolto e creato ragioni di intrattenimento universale, lo strapotere di una classe dirigente incompetente e cialtrona ha raccolto ammirazione, creato eroi, inverato il mito del “farsi da sé”, offerto apparenti ragioni di mobilità sociale e sincera ragione di subordinazione e di pratiche clientelari. Anche qui quel genere di propaganda mediatica che chiamiamo ideologia ha enfatizzato luoghi comuni e mitografie condivise e sinceramente vissute da una popolazione di professionisti, piccoli imprenditori, blindati in un corporativismo garante dell’incompetenza. La piccola e media imprenditoria, nata dal miracolo economico, ha stipulato un patto con il capitalismo arretrato e truffaldino di finanzieri e con una classe politica e di governo incline alla devianza. Il settore della politica e l’occupazione delle istituzioni hanno creato ragioni di benessere e di mobilità per ampi strati della popolazione. L’emergenza della organizzazioni criminali ha offerto e offre capitali consistenti e ragioni di solidarietà.
      Il berlusconismo, in fondo, è stato un buon affare per tutti all’ombra di un padre padrone in grado di promettere libertà senza regole come leva del facile arricchimento, celando tra le pieghe della sua cultura imprenditoriale, la confusione sistematica tra servizio pubblico e interesse personale, l’aggressione alle istituzioni e la legittimità di ogni possibile conflitto di interesse. E tutto potrebbe certo durare e durare (di oligarchi e populisti è pieno il mondo) se non vi fosse un debito pubblico proibitivo (il 120% del PIL e 87 miliardi di interesse per il 2011), un livello di crescita inaccattabile la tenuta sociale del paese (1%-1,5%) e il rischio di un collasso imminente per effetto della evasione fiscale record (160 miliardi pari al 54% delle entrate). Insomma un altro sbarco in Sicilia. Ma gli indicatori del declino si sprecano.
25 luglio, 8 settembre, … 25 aprile …
      Per effetto delle nebbie sotriografiche, delle mitografie repubblicane e delle ondate di revisionismo, questa sequenza microcronologica forse non è stata studiata alla luce del presente e del complessivo della storia patria. Ma in questi giorni si può forse richiamarla in vita per effetto della maggior trasparenza del presente storico.

 

25 luglio, 8 settembre, ...

Che si sia alla vigilia di un 25 luglio o che esso già si sia verificato lo sapremo nei prossimi giorni o mesi. Certo è che le destituzione del leader non fu in allora e non può essere oggi effetto di una opposizione dispersa e di esuli rissosi in attesa passiva del collasso finale. È stato e sarà il Gran consiglio a sciogliere il nodo. Quali ambizioni celino e motivino i “congiurati” che sottoscriveranno l’ODG di messa a riposo del premier, è meglio, per ragioni di buon gusto, non indagare. Ma è del tutto verosimile che il partito del leader maximo si dissolverà in breve in una gara di voltagabbana votati alla singola sopravvivenza. Si tratta semmai di sapere se lo sbarco in Sicilia, e cioè l’epilogo di tutto un corso politico incapace di governare il Bel Paese e il suo sviluppo civile ed economico, si sia già verificato (se il collasso del sistema sia già in essere). Un velo di censura e di autocensura cela, ora come allora, questo drammatico evento. Ma sembra un dato di fatto (rapporto Censis 2010) che, ora come allora, il Paese, stremato dalla menzogna, dell’improvvisazione e dalla continuata manipolazione mediatica sia dominato da un inconscio collettivo apatico per la sfiducia e del tutto incapace di desiderio. "Un inconscio collettivo senza più legge, nè desiderio".
     A questo 25 luglio farà certo seguito un governo Badoglio (i candidati già si sprecano), la denuncia delle responsabilità “storiche” e … e la fuga (dalle responsabilità). Possiamo forse chiederci se, per eccesso di analogia, il Bel Paese uscirà da questa prova diviso e come.
Il punto cardinale di questa sequenza analogica è tuttavia l’8 settembre e quel che ne conseguì e ne può conseguire.
      Quel che ne seguì e forse ne può conseguire e la dimissione in blocco di tutta la classe dirigente del paese, la sua momentanea scomparsa per incompetenza, viltà e assenza di credibilità. Fu questa la condizione essenziale e necessaria del cammino intrapreso dal paese reale verso il 25 aprile. Un cammino lungo, drammatico, faticoso e pieno di rinnovata dignità morale.

 

Che altro?

Al di là di questo esercizio interpretativo del momento presente ci si dovrebbe contentare del classico gioco del machiavello che ci offre nel video il nostro Premio Nobel o della lucida analisi che ha in questi giorni offerto il Capo delle stato: “l’Italia sta attraversando un momento difficile". Che altro?

 

Roberto Moro

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