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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Emmanuel Joseph Sieyès
1788 - Contro il regime del privilegio
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Certo il tema dei privilegi sarebbe inesauribile, come i pregiudizi che concorrono a formarli: concludiamo quindi risparmiandoci le riflessioni che esso potrebbe ispirare. Verrà il tempo in cui i nostri nipoti leggeranno indignati e stupefatti la nostra storia e daranno a questa inconcepibile demenza il nome che merita. In gioventù, abbiamo visto alcuni letterati distinguersi coraggiosamente nell’attaccare opinioni tanto radicate quanto perniciose per l’umanità. Oggi, i loro successori sono soltanto capaci di ripetere, nei discorsi e negli scritti, quei vetusti ragionamenti contro pregiudizi che non esistono più. Il pregiudizio che alimenta i privilegi è il più funesto, quello che più intimamente si è intrecciato con l’organizzazione sociale e che più profondamente la corrompe, quello difeso da un maggior numero d’interessi: quanti motivi per stimolare i veri patrioti e raffreddare i letterati contemporanei!
Dossier Storia & Storici – giugno 2012
la crisi dell'Antico Regime
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Gli abusi che oggi si tratta di annientare per la salvezza pubblica sono i più consistenti, i più protetti, quelli che hanno le radici più profonde e le più estese diramazioni. Sono questi gli abusi la cui esistenza pesa sulla classe produttiva e laboriosa gli abusi dei privilegi pecuniari, le eccezioni alla legge comune e tante esenzioni ingiuste che liberano una parte dei contribuenti solo aggravando la condizione degli altri: l'ineguaglianza generale nella ripartizione dei sussidi e l'enorme sproporzione che vi è tra i contributi delle varie province e tutti i carichi fiscali dei sudditi di un unico sovrano; il rigore e l'arbitrarietà di percezione della taglia; il timore, i disagi e quasi il disonore inferto al commercio delle produzioni di base;la degradazione delle foreste del re e i vizi della loro amministrazione; infine tutto quanto altera il prodotto, tutto quanto indebolisce le fonti di credito, tutto quanto rende i redditi insufficienti e tutte quelle spese superflue che li assorbono.
Roberto Moro
le sturtture profonde alle roigini della modernità
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La novità del XVII secolo è l'idea di un ordine politico, autogenerato da un moto incessante, razionale e decisamente complesso, fondato sulla centralità del sociale e su quel sistema di relazioni che esso intrattiene col potere. La novità è la consapevole gestione delle antiche mitologie politiche e del dispositivo ideologico della cultura occidentale (patto, ordine e gerarchia) in un programma che ne risolva tutte le contraddizioni. Posto di fronte a un ordine del tempo di tipo nuovo, che scandisce il moto e lo misura matematicamente moltiplicando i livelli della cronosofia, il Seicento politico stipula un nuovo patto tra tempo e potere. La sovranità non solo occupa il tempo umano, ma lo divora e lo misura, crea il ritmo del suo movimento e fissa il programma della mobilità sociale. Da dove giunga questa immaginazione del sociale, generalmente condivisa nella Francia di Antico regime e diffusa in tutta Europa fino al 1789, e quale relazione sussista tra essa e le zone più profonde e silenziose del sentire politico della modernità ? e quale è il retaggio di queste antiche, radicate mitologie del sentire politico che giungono fino a noi ?
Docunento - febbraio 1786 - crisi finanziaria e debito pubblico
Estirpando gli abusi
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Gli abusi che oggi si tratta di annientare per la salvezza pubblica sono i più consistenti, i più protetti, quelli che hanno le radici più profonde e le più estese diramazioni. Sono questi gli abusi la cui esistenza pesa sulla classe produttiva e laboriosa gli abusi dei privilegi pecuniari, le eccezioni alla legge comune e tante esenzioni ingiuste che liberano una parte dei contribuenti solo aggravando la condizione degli altri: l'ineguaglianza generale nella ripartizione dei sussidi e l'enorme sproporzione che vi è tra i contributi delle varie province e tutti i carichi fiscali dei sudditi di un unico sovrano; il rigore e l'arbitrarietà di percezione della taglia; il timore, i disagi e quasi il disonore inferto al commercio delle produzioni di base; gli uffici fiscali all'interno del regno e quelle barriere doganti, che rendono le diverse parti del regno straniere le une alle altre i diritti esclusivi che scoraggiano l'industria, quelli la cui percezione esige spese eccessive e un personale innumerevole, quel! che sembrano invitare al contrabbando e che ogni anno fanno sacrificare migliaia di cittadini; il deperimento del Dominio della Corona e quel poco di uni: che produce quanto ne resta; la degradazione delle foreste del re e i vizi della loro amministrazione; infine tutto quanto altera il prodotto, tutto quanto indebolisce le fonti di credito, tutto quanto rende i redditi insufficienti e tutte quelle spese superflue che li assorbono.
Emmanuel Joseph Sieyès
1789 - il programma della Rivoluzione
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Noi dobbiamo analizzare l’Ordine del Terzo stato più nei suoi rapporti con la Costituzione che nel suo stato civile. Vediamo ciò che esso è negli Stati generali. Quali sono stati finora i suoi pretesi rappresentanti? Nobili di recente estrazione o privilegiati a termine. Questi falsi deputati non sono poi sempre il libero risultato dell'elezione del popolo. Talvolta negli Stati generali e quasi ovunque negli Stati provinciali la rappresentanza del popolo è considerata come un diritto di certi uffici o cariche.A questa lampante verità aggiungete il fatto che, in una maniera o in un'altra, tutte le funzioni del potere esecutivo sono cadute nelle mani della casta che forma il Clero, la Toga e la Spada. Una specie di diritto di confraternita fa sì che i nobili, per ogni cosa, si preferiscano l'un l'altro al resto della nazione. L'usurpazione è completa; essi regnano veramente.
saggio - Roberto Moro
III capitolo - La rivolta aristocratica
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I ceti popolosi del Terzo stato, le medie e le piccole borghesie si tenevano discoste dalle vicende e osservavano incerte senza prendere posizione. « Neppure un sol uomo prima del 1789 ha immaginato la rivoluzione. — scriverà un grande rivoluzionario — ne ha calcolato il suo cammino o dedicato il minimo pensiero agli ostacoli che avrebbe saputo superare ». Eppure l'appello, mille volte ripetuto dal parlamento, ai « diritti della nazione », alla « costituzione del regno », alle « leggi sacre e inviolabili », alla lotta contro il dispotismo e alle « primitive libertà della nazione » aveva finito per scuotere l'opinione di questi ceti trascinandole nelle passioni di piazza.
saggio - Roberto Moro
II capitolo - La crisi istituzionale e finanziaria.
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Nel corso dei secoli XVI e XVII, la Monarchia assoluta aveva tentato di distruggere, assai di rado aveva veramente rinnovato; aveva insomma aggiunto nuove funzioni e nuovi istituti mutilando solo parzialmente il vecchio edificio feudale del paese. Così, accanto all'apparato centralizzato, erano sopravvissute le vestigia delle antiche autonomie regionali e cittadine; ai vecchi organismi amministrativi si erano aggiunti nuovi corpi di funzionari, e questo confuso esercito di burocrati, quasi una nuova classe sociale in seno alla vecchia gerarchia sociale, appariva ormai, alla mentalità razionalistica e critica del nuovo secolo null'altro che un caos solo apparentemente organizzato. La crisi istituzionale e finanziaria sarebbe partita da qui.
saggio - Roberto Moro
I capitolo - La crisi economica e sociale
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Nel corso del Settecento la vita trionfa sulla morte e un vigoroso accrescimento demografico offre nuove braccia alla terra, le favorevoli condizioni climatiche permisero di soddisfare l'accresciuta domanda, la pace interna e internazionale, l'arrivo dell'oro brasiliano contribuirono a dare stabilità al sistema economico e rinforzarono le esportazioni. La società contadina viene idealizzata come fondamento del benessere e dell'ordine sociale. Ma è proprio la velocità di questo mutamento a dare scacco a tutto il sistema.
Roberto Moro
dall’oligarchia alla cleptocrazia
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Esiste davvero il rischio che la classe dirigente del Belpaese consegni progressivamente le istituzioni e la gestione del potere alle organizzazioni del malaffare? Come ogni organizzazione statuale l’Italia conosce il fenomeno della corruzione, ma è il suo dilagare, la sua natura strutturale, la sua enfasi che pone problemi di analisi e interpretazione. La democrazia repubblicana, fragile e incompiuta costituzionalmente, sembra aver convissuto da sempre con la corruzione. Il suo radicarsi nei comportamenti collettivi è però un trend, una linea di tendenza che ha ormai sconvolto l’assetto istituzionale e le regole della civile convivenza, più di recente è divenuta un vero e proprio “sistema paese”. È in forza della corruzione e della battaglia contro la corruzione che è entrata in crisi irreversibile la Prima Repubblica, ed è in forza della corruzione che si è retta la Seconda Repubblica. Il sistema politico ne è attore e vittima al tempo stesso ed è all’ombra di un patto tra potere e corruzione che si è giunti al limite della catastrofe economica e civile. Le denunce si moltiplicano, i casi di corruzione dominano le cronache di ogni giorno, la visibilità del sistema è a tutti nota e la capacità/compiacenza di convivere con l’illegalità è divenuta costume, tratto della italianità.
oligarchia, corruzione, cleptocrazia: oltre il "sistema" ...
Una legge anti-malaffare
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Il dibattito infuria, l’informazione è quotidiana, le inchieste addirittura ingombranti, la letteratura e le fonti sono lì a portata di mano e sul “sistema” della corruzione divenuta “cleptocrazia” ( e cioè “potere dei ladri”) sappiamo tutto e di tutto. La proposte di intervento, più o meno radicali, più o meno efficienti, si levano a ondate successive che accompagnano e suscitano quella della pubblica indignazione. Un legislazione contro la devianza dell’intero sistema democratico è all’ordine del giorno da mesi se non da anni. Ma la domanda è: davvero questo Governo, questo Parlamento, questa classe politica e dirigente del Belpaese è in grado di tagliare il ramo su cui si regge? Davvero tutti questi soggetti dispongono di quella moderazione e di quel senso di responsabilità che fa il marchio di una oligarchia e ne legittima il potere? Il sistema politico e dunque il sistema dei partiti così come sono può davvero è in grado di riportare al centro dell’azione di governo la questione morale divenuta ormai questione civile? In altri termini il problema è: il “sistema” è in grado di riformare sé stesso? Dei molti appelli, manifesti, progetti, rapporti e libri bianchi, progetti di legge di iniziativa popolare che nel corso degli ultimi due decenni sono stati prodotti dal pensiero individuale collettivo e relegati nel limbo di ciò che la classe dirigente chiama “antipolitica” eccone uno in dieci punti, “dieci comandamenti”, che fanno una strategia di intervento e toccano il cuore del problema. Ecco la proposta di:
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